Dopo aver saputo cosa stava succedendo a casa di G. ho smesso di giocare alla figa irraggiungibile e ho provato a mettere da parte il rancore per sostituirlo con calore umano e vicinanza. Non osavo neanche immaginare ciò che stesse provando e spero che mai nella vita mi capiti di scoprirlo, ma gli ho aperto il mio cuore e mi sono messa a sua completa disposizione. Ho cercato di farlo sfogare e anche di distrarlo, nel mio piccolo ho cercato di farlo ridere. Era un compito difficile, pressoché impossibile, ma mi ci sono buttata a capofitto perché volevo davvero aiutarlo, in qualche modo. Non sempre ci riuscivo, spesso mi sentivo davvero impotente e piccola, ma lui lo era di più, era come un bambino ed era disarmante nella sua silenziosa tristezza. Una sera ero lì che gli accarezzavo i capelli e mi ha detto che forse ero l’unica a poter fare qualcosa per lui. Per un attimo non ho saputo cosa rispondere, mi aveva appena investito di una dolce e onerosa responsabilità e ho provato a non deluderlo, ma allo stesso tempo mi sentivo inquieta. Confesso che quando gli stavo vicino una parte di me voleva urlare. Era la stessa parte che continuava a pensare di aver bisogno di prove, la stessa parte che si accusava di aver ceduto troppo presto, di aver abbassato la guardia troppo in fretta. Quando ero da sola e pensavo a lui, mi tornava sempre in mente quanto avevo pianto negli ultimi tre anni e mi sentivo la faccia avvampare di rabbia. No, io non avevo dimenticato. Avevo provato a metterlo da parte per una causa di forza maggiore, ma il passato era ancora troppo pesante sulle mie spalle. Mi trovavo in una posizione spinosa, divisa tra un alto senso di responsabilità e un più basso egoismo. Mi dicevo che non potevo pretendere nulla da un figlio affranto ma segretamente desideravo tutto quello che credevo di meritare, tutto quello che non mi era stato concesso prima. Niente di materiale, solo… Dimostrazioni. Non so bene neanch’io cosa mi aspettassi, ancora oggi non ne ho idea, ma ricordo che ero costantemente in attesa di qualcosa che non è mai arrivato, anche solo una parola… G. ha la fastidiosa abitudine di chiudersi in un mutismo che è a dir poco passivo aggressivo e con me lo ha fatto sempre e soprattutto nei momenti in cui capiva che avevo bisogno di sentirmi dire delle cose in particolare. Lui sapeva benissimo che, se solo avesse pronunciato poche semplici parole, avrebbe avuto il potere di dissipare tutti i miei dubbi ma sceglieva di restare in silenzio e manteneva un atteggiamento imperturbabile che sapeva di sfida. Io volevo sentirmi importante per lui, al centro dei suoi pensieri e lo trovavo umanamente comprensibile eppure me ne vergognavo tantissimo, perché sapevo che non poteva esserci niente di più importante di sua madre malata. Ce l’avevo con lui perché non mi stava prestando attenzione e ce l’avevo ancora di più con me perché ce l’avevo con lui e mi sentivo meschina. Così gli parlavo d’altro e facevo finta di niente, anche con me stessa, ma ogni tanto mi svegliavo di notte in preda a un’ansia che non riuscivo a placare. Faccio fatica ad ammetterlo, adesso, ma non voglio fingere di essere migliore di quanto non sia. Lottare contro la propria natura è uno sforzo che non paga mai, noi siamo come siamo, non possiamo nasconderci a lungo, quindi tanto vale accettarlo. Lo ammetto, sono stata egoista, volevo a tutti i costi che mi amasse, perché avevo aspettato per tre lunghi anni la mia occasione e sbattevo la testa contro il muro quando realizzavo che, ancora una volta, non avevo speranze, non in quel momento, non in quella condizione. Lui lo sapeva. Una sera, complice l’assenzio, mi ha chiesto scusa per come stavano andando le cose. Ha detto che aveva immaginato tutt’altro, quando aveva deciso di tornare nella mia vita, che aveva pensato a fiori, poesie, sorprese e dichiarazioni appassionate. Ha detto che gli dispiaceva per non aver fatto le cose per bene ma ha anche aggiunto che ormai non aveva più la testa per rimediare. Ormai era andata così. Mentre lo diceva ho avuto la netta sensazione che si stesse preparando per dirmi di nuovo addio e ne ho avuto paura. Mi sono affrettata a rassicurarlo, gli ho detto che non mi importava, che non doveva fare niente, che capivo. E io capivo, giuro, ma… Insomma… Non era giusto.
Ho cercato disperatamente di sorridere e di sembrare serena, G. se l’è fatto bastare e non ha portato a termine quel discorso, poi mi ha guardata bere ed è sembrato non accorgersi del motivo per cui lo facessi. Mi stavo dissociando da me stessa, mi stavo legando un bavaglio stretto intorno alla bocca ed è stato poco intelligente da parte mia pensare che avrei retto la cosa. Quella sera, però, siamo usciti dal locale che ridevamo come due bambini, G. mi ha sollevata davanti a tutti, mentre io facevo due moine per farmi lasciare e rimettere i piedi a terra. Ma i piedi a terra non li ho mai voluti tenere davvero, è questa la mia maledizione. Visibilmente alticci, abbiamo camminato per raggiungere l’auto e in un vicolo vuoto abbiamo incontrato un tizio con strumento a fiato, uno di quei corni africani molto lunghi che fanno quel suono così profondo e primitivo… Non so come si chiama. Mi sono fermata a farmi suonare qualcosa e a fargli una foto, ce l’ho adesso davanti agli occhi e più la guardo e più mi viene da ridere. Pochi minuti dopo avermi riaccompagnato a casa mi ha scritto un sms: “Mi manchi”. Quando l’ho letto ho pensato al momento vissuto poco prima, nel locale, quello in cui l’avevo ascoltato parlare con rassegnazione e avevo avuto paura di essere abbandonata di nuovo. Be’, era evidente che mi ero sbagliata, no? Mi aveva appena riaccompagnato a casa e già gli mancavo… Mi ero spaventata inutilmente, era ovvio. Per un po’ non ho più pensato a quella conversazione, ma solo che tra noi due poteva funzionare. Dovevo impegnarmi molto nella dissociazione, ma poteva funzionare. Scommetto che anche lui l’ha pensato e per qualche mese è stato sereno. Abbiamo avuto dei bei momenti, insieme.
Uno dei ricordi più preziosi che ho di G. risale a una sera a piazza del Gesù. C’eravamo appena scolati una bottiglia di vino rosso in compagnia del tizio che ce l’aveva venduto, poi a me ha iniziato a girare la testa e sono dovuta uscire in strada per cercare un po’ di aria fresca. Lui mi è venuto vicino, ha portato le sue braccia intorno alla mia vita e ha provato a baciarmi ma io ho voltato la testa e non era neanche la prima volta che succedeva. Avevo fantasticato molto sul nostro “secondo primo bacio” e doveva essere perfetto; non volevo che succedesse mentre ero così confusa e annebbiata. Lentamente, sono sfuggita a quell’abbraccio e ho camminato per qualche metro, la testa mi girava ancora. G. ha fermato un ubriaco dall’aspetto gentile per chiedergli una sigaretta, due minuti dopo eravamo in compagnia sua e dei suoi amici, seduti poco distante su un gradino contro la vetrina di un bar. Erano in due, un uomo silenzioso con una birra in mano e una ragazza che reggeva un bicchiere di plastica con dentro un cocktail rosso, di quelli zuccherosi, mi sa. L’ho trovata subito interessante, era vestita da punkabbestia, un po’ come mi vestivo io a sedici anni quando frequentavo i tipi alternativi del quartiere dove andavo a scuola, solo che a sedici anni va bene ma lei ne avrà avuti almeno trenta ed era curioso guardarla mentre sembrava una liceale e ascoltarla mentre faceva discorsi da adulta. L’ho adorata dal primo momento in cui ha aperto bocca e mi sono seduta proprio lì, tra lei e l’uomo silenzioso di cui sopra. Ci hanno detto che eravamo una bella coppia e quando ho risposto che non eravamo una coppia si sono incuriositi e ci hanno chiesto di raccontare la nostra storia. Quando sono brilla tendo a straparlare, soprattutto con gli estranei, così ho detto loro praticamente tutto, anche se per sommi capi e mentre l’ubriaco continuava a parlare da solo di Dio e di sua figlia, l’uomo silenzioso mi ascoltava con aria attenta, sorseggiando la sua birra e la ragazza annuiva e diceva che capiva perfettamente. G. è rimasto in piedi, a guardarci dall’alto, inizialmente divertito dalla scena di me che parlavo di cose così private con dei perfetti sconosciuti, poi ha smesso di sorridere e si è fatto serio. Proprio mentre stavo dicendo che non riuscivo più a fidarmi di lui e che mi sentivo bloccata dalla paura, proprio allora ha capito che non era il classico discorso da ubriaca, inconcludente e senza senso, ma che mi stavo aprendo davvero. La ragazza di cui adesso non ricordo il nome in quel momento era la mia migliore amica e la sua voce bassa e ferma era così rassicurante che avevo voglia di poggiare la mia testa sulla sua spalla. Le ho detto che non riuscivo a sopportare l’idea di essere stata lasciata sola per tre anni, che ancora mi bruciava e che avevo sinceramente paura di vederlo andare via di nuovo, ecco perché non riuscivo a lasciarmi andare davvero. Quando ho finito di raccontare la mia storia, lei mi ha raccontato la sua ed era una storia lunga e strana, la storia di un amore difficile che sembrava non avrebbe mai avuto un lieto fine. Non la ricordo tutta, a dire il vero, ma ricordo che si trattava di anni e anni di tira e molla e alla fine lei ha trovato una sorta di equilibrio ed era quello che dava alla sua voce quel suono così morbido e maturo. Mi ha guardata negli occhi e mi ha detto: «Ti capisco, ed è per questo che ti dico che tutto il tempo perso, credimi, si può recuperare in un solo istante, se solo lo vogliamo.» Poi ha guardato G. e gli ha chiesto se lui lo volesse. Lui ha risposto di sì e ha promesso che non mi avrebbe più lasciata andare. L’ha promesso. L’uomo silenzioso accanto a me si è avvicinato alla mia spalla e mi ha detto piano, in modo che solo io potessi sentire: «Ti vuole bene, dagli una possibilità.» e per poco non sono scoppiata in lacrime. A quel punto G. ha deciso di andare via, mi ha teso la mano per aiutarmi ad alzarmi e io l’ho fatto, ma poi mi sono avvicinata di nuovo ai miei amici senza nome e li ho stretti forte e baciati con sincero affetto, dopodiché mi sono incamminata con lui verso l’auto, in silenzio. Quando ce la siamo trovata davanti ho puntato da subito i sedili posteriori, ho aperto lo sportello e sono entrata, senza dire niente. Lui avrà pensato che era strano ma mi ha seguito e non aveva ancora chiuso il suo, di sportello, che già gli avevo gettato le braccia al collo. In quel momento ha iniziato a piovere. L’ho stretto fortissimo e non ho allentato la presa per non so quanto tempo. La pioggia era così violenta che faceva un rumore stupendo ed era così tanta che cadeva a cascata lungo i finestrini, attraverso cui non si vedeva più nulla. Non che avessi voglia di guardare fuori, visto che fuori non c’era niente, per me. Non esisteva più la strada, non esisteva più la città, né i suoi abitanti, esistevamo solo noi, sotto la tempesta del secolo, riparati dentro una scatola di ferro, avvinghiati e sopraffatti. G. mi ha baciato la guancia e mi ha sussurrato: «Non ti lascio più. Non ti perdo più.»
Bugiardo.
Ma quanto ho amato quella bugia. Forse lui stesso ci ha creduto, non l’ho mai capito, ma sta di fatto che per un certo periodo mi è sembrato di rappresentare una parte significativa della sua vita. È stato un periodo breve, brevissimo, talmente breve che potrei quantificarlo in giorni e forse l’utilizzo di un termine come “periodo” può fuorviare, perché fa credere che ci fosse una certa costanza. Ma nel vocabolario di G. la parola “costanza” neanche esiste. In quei pochi giorni, però, è stato davvero carino. Aveva preso a leggere tutti i sonetti di Shakespeare perché aveva deciso che voleva trovarne uno da dedicare a me, ma non uno qualsiasi bensì il sonetto perfetto, uno che ci somigliasse. Li leggeva di notte, fino all’alba, la mattina dopo me li ritrovavo sul cellulare sotto forma di sms. A qualcuno sembrerà una cosa di poco conto, ma non mi era mai successo di iniziare la giornata leggendo parole romantiche dedicate espressamente a me. Mi piaceva, non so perché abbia smesso. E poi mi dedicava le canzoni, canzoni antiche e meravigliose e nessuno me ne aveva mai dedicata una, neanche una. Mi chiamava spesso. Adoravo veder comparire la sua foto sul display, per tre anni l’avevo guardato ossessivamente ma era sempre statico e silenzioso e avevo voglia di scaraventarlo contro un muro ma non lo facevo perché avevo sempre la speranza che prima o poi squillasse e aspettavo ancora ma non squillava mai ed eravamo punto e a capo. A dir poco frustrante. Mentre in quel periodo squillava eccome, senza preavviso, e mi comparivano due icone, una cornetta verde e una rossa e io ovviamente andavo su quella verde, la trascinavo, dicevo “Pronto?” e dall’altra parte c’era lui! C’era davvero lui! I prodigi della tecnologia. Avevo impostato una suoneria personalizzata per il suo contatto, trattasi di Enola Gay, degli Orchestral Manoeuvres in the Dark. Vi chiederete come mai, insomma, è una scelta inusuale, il testo non c’entra assolutamente nulla con una storia d’amore. Dovete sapere che anni fa, durante una delle nostre chiacchierate nella scuola vuota, mi aveva detto che quella canzone era una delle sue preferite, quando era un bambino. Non ne capiva il senso perché non capiva l’inglese, ma gli piaceva la musica, credo che gli mettesse allegria. Da quel momento non ho più potuto fare a meno di visualizzarlo, se l’ascoltavo, e nella mia fantasia era piccolo, sorridente e ballava, sollevando e dimenando le sue braccia sottili. Probabilmente non l’ha mai fatto, ma mi divertiva immaginare la scena e in seguito, quando mi è capitata l’occasione di riascoltarla, il pensiero è andato in automatico a lui e così, non so, mi è sembrata una scelta proprio azzeccata per la sua suoneria. Dicevo, mi chiamava spesso e ogni volta che partiva Enola Gay io sapevo che era lui e sorridevo all’istante. Mi tratteneva per delle ore, al telefono. Giuro, ore intere! Spesso di notte, incurante del fatto che avrei dovuto dormire, perché il giorno dopo dovevo lavorare. Ma siamo sinceri, non importava neanche a me. Ricordo che ridevamo sempre, sempre. E quando l’ora si faceva davvero tarda e iniziavo a fargli capire che stavo per salutarlo, lui mi diceva espressamente: «Mica vuoi attaccare? E dai, no!» così mi scioglievo e acconsentivo a restare ancora sveglia. Mi piaceva così tanto il modo in cui mi faceva sentire… Una sera eravamo sotto casa mia, nella sua auto. Ci stavamo salutando per tornare ognuno al suo letto ma i nostri saluti duravano sempre almeno un’ora. Lui se ne stava lì a pizzicarmi la guancia, sostenendo che gli piaceva perché era “morbida e profumata”, poi s’è abbassato fino ad appoggiare la testa sulle mie gambe e io ho giocato con i suoi capelli. Dopo qualche minuto si è alzato di scatto e mi ha chiesto: «Entri ancora nella mia mano?»
…Lo so, è incomprensibile detto così, quindi devo fare un passo indietro. Tre anni prima mi stava accarezzando il viso quando si è reso conto che la sua forma combaciava benissimo con quella della sua mano. Aveva deciso che quello era un ottimo criterio per valutare una presunta compatibilità, infatti mi diceva che se la mia faccia sembrava fatta apposta per entrare nella sua mano, allora era evidente che eravamo fatti per stare insieme. Quando si è messo con X mi ha detto che lei non entrava affatto nella sua mano, proprio per niente. Questo non gli ha impedito di stare con lei per due anni e mezzo, ma comunque… Torniamo a noi. Quella sera si era appena sollevato di scatto dalle mie gambe e aveva chiesto, con un’estrema serietà: «Entri ancora nella mia mano?» Io ricordavo e ho sorriso, mentre dentro il mio stomaco dei cuccioli di pterodattilo mi divoravano voracemente. Credo si chiami malinconia, o nostalgia, non lo so. Gli ho risposto che avrebbe dovuto provare e lui ha appoggiato la mano su un lato del mio viso, scoprendo che sì, c’entravo ancora alla perfezione. In quel momento ha iniziato a piovere. Di nuovo. Se vi sembra di averlo già letto, non vi preoccupate, non ho fatto copia-incolla, è solo che pioveva spesso. Mi ha chiesto: «Come mai quando siamo insieme piove sempre?» e io, semplice: «Be’… Perché è autunno, no?» Lui ha riso, scuotendo la testa: «Risposta sbagliata.» e allora io, con ironia: «Aaaah, ok. Forse dovevo dire che gli elementi si sono accordati, che l’universo si è allineato, quelle cose lì…»
G. ha riso ancora, confermando che era proprio quella la risposta giusta, poi ha aperto lo sportello ed è sceso in strada, così com’era, senza ombrello e senza cappotto. Per un secondo sono rimasta lì a fissarlo, un po’ confusa: «Che ci fai fuori dalla macchina?»
«Che ci fai TU ancora in macchina?»
E allora ho capito. Sono scesa anch’io, sotto la pioggia fredda e l’ho raggiunto. Mi sentivo come una bambina davanti ai regali, la mattina di Natale, mi sono avvicinata ed è stato in quel momento che è successo: l’ho baciato. Ebbene sì, l’ho baciato io. Non avevo fatto altro che immaginare il nostro “secondo primo bacio” e avevo sempre mandato all’aria i suoi tentativi perché mi dicevo che sarebbe dovuto essere speciale e soprattutto sentito. Io, io dovevo sentirmi convinta. In quel momento lo ero e sono felice di dire che non me ne sono mai pentita. Dopo averlo baciato, per un attimo ho alzato gli occhi al cielo, poi li ho chiusi, per sentire le gocce di pioggia cadere sul mio viso in fiamme… Ho spalancato le braccia come per ricevere tutta l’energia della Terra e poi le ho avvolte attorno a lui e ho avuto la sensazione che fossero lunghe un metro ciascuna, perché ho potuto circondarlo o così mi è parso, come se le mie braccia fossero diventate una coperta. Siamo rimasti lì per qualche minuto, dopo un po’ ho cominciato a tremare dal freddo, ma stavo così bene… Lui mi ha tenuta stretta e mi ha dato tanti bacini dolcissimi su tutto il viso, poi abbiamo sprofondato la faccia nell’incavo tra la spalla e il collo, vicendevolmente, i capelli erano ormai fradici e nel frattempo mi accarezzava la testa e lo stesso facevo io con lui. È stato un momento magico; lo trascrivo perché prevedo che tra qualche tempo inizierò a temere di averlo sognato e invece no, lo giuro, io l’ho vissuto davvero.
G. era adorabile, quando ci si metteva. Una volta mi ha regalato una boccetta del suo profumo perché gli avevo detto che mi era successo di sentirlo in occasioni diverse e di essermi voltata di scatto a cercarlo con gli occhi, convinta che fosse lì nei paraggi e ovviamente non c’era mai, ma mi veniva istintivo. Gli avevo detto che quando non c’era mi mancava il suo profumo e allora me ne ha regalato un po’ perché ce l’avessi sempre sotto il naso, all’occorrenza.
«Così non ti dimenticherai di me» mi ha detto, non so se con sincera o finta modestia, in fondo G. dovrebbe saperlo bene che io non lo dimenticherò mai, profumo a parte.
Ma se quella boccetta aveva le sembianze di un promemoria era per un motivo ben preciso: stava per trasferirsi. Di lì a poco sarebbe andato a vivere a Roma, per un tirocinio. Me l’aveva detto la prima sera che c’eravamo rivisti — il lontano 3 Novembre — che a Febbraio avrebbe iniziato un percorso che l’avrebbe tenuto lontano per tre anni. Tre anni di separazione, poi tre anni a Roma… La nostra storia sembrava scandita a cicli di tre anni, era assurdo. Ricordo che ho pensato, tra me e me: “Tempismo perfetto, G! Ti fai vivo proprio quando stai per sparire di nuovo, i miei complimenti!” e nel frattempo esultavo per finta e dicevo: «Dai? Chebbello!»
L’idea non mi è piaciuta allora e non mi è piaciuta mai e ne parlavamo di rado, perché a me non andava neanche di pensarci, anche se quando saltava fuori l’argomento ero tutta un sorriso e gli dicevo: «Sono contenta per te! Sarà una magnifica esperienza!»
Non fraintendetemi, ci credevo e in parte ero davvero contenta perché, diciamocelo, Roma è una città splendida e io ho sempre desiderato viverci, quindi non gli avrei mai chiesto di rinunciare a quell’esperienza, anzi, l’ho sempre spronato a viverla al meglio. Però ho temuto da subito che fosse arrivata in un momento troppo delicato per noi due. Avevo paura che separarci in quella fase, in cui era ancora tutto da definire, potesse rappresentare un freno forzato a qualcosa di bello che forse non avrebbe avuto neanche il tempo di nascere, se fosse venuta a mancare una certa stabilità. Lui mi diceva che Roma è praticamente dietro l’angolo e che sarebbe tornato a Napoli molto spesso, dal canto mio cercavo di non pensarci per non incupirmi, ma Febbraio si avvicinava e non potevo fare a meno di notarlo. Una volta mi ha chiesto di accompagnarlo a comprare la pittura per la sua nuova stanza, aveva intenzione di armarsi di colori e pennelli e pensarci da sé, che in fondo “quanto poteva essere difficile?”. Gli ho risposto che il mio parere contava poco, ché i colori avrebbe dovuto sceglierli lui, secondo il suo gusto e mi ha risposto che invece no, era importante che anch’io fossi d’accordo sulla scelta della tonalità e del motivo, perché quella sarebbe stata anche la mia camera e ci avrei passato tanto tempo.
G: «Tu ci vieni a trovarmi, no?»
A: «Tu vuoi che venga?»
G: «Certo!»
Ne abbiamo parlato molto, mentre camminavamo lentamente tra gli scaffali pieni di barattoli di vernice e abbiamo messo a punto un programma mentale in cui io mi facevo mettere di turno il lunedì mattina, poi il lunedì pomeriggio partivo e lo raggiungevo, restavo a Roma tutto il martedì — che è il mio giorno libero — e ripartivo per Napoli il mercoledì mattina, per ritornare operativa il pomeriggio stesso. Sì, poteva funzionare. Quella sera ci siamo sentiti troppo furbi e la distanza non ci faceva nessuna paura. Avevamo tutto sotto controllo e tutto ciò che restava da scegliere era il colore della nostra stanza. Oh, quanto ci siamo divertiti a cercarlo! Io che parlavo come una di quelle arredatrici d’interni da canale tematico, lui che si spacciava per pittore esperto e sosteneva di conoscere le differenze tra gli innumerevoli pennelli. Facevamo i fighi ma alla fine siamo usciti di là senza un’idea precisa, G. ha preso quattro o cinque colori diversi e ha detto che se gli girava li avrebbe usati tutti insieme. L’ultima volta che sono stata in quella casa, aveva tracciato solo una striscia verde in alto, su una sola parete, una striscia orizzontale. Che io sappia, non ha ancora finito il lavoro e, conoscendolo, non lo finirà mai. Ma quella sera è stato bello immaginare il modo di mettere su un posto tutto nostro e non ci siamo limitati alle sfumature delle pareti. Dopo il giro al centro commerciale, mi ha portata a bere qualcosa in un locale vicino a casa sua. Eravamo seduti vicinissimo e non ricordo chi dei due abbia iniziato, ma ci siamo ritrovati a parlare della nostra futura casa, quella in cui saremmo andati a vivere alla fine di quel benedetto tirocinio. Abbiamo riso tanto a immaginare l’arredamento e cose di questo genere, proponendo a turno delle idee e ogni volta che ci trovavamo d’accordo su qualcosa ci abbracciavamo come due che non si vedono da tempo, con enfasi e entusiasmo. Del tipo: “A me piacerebbe comprare un telefono vecchio, uno di quelli con il disco di plastica che ad ogni numero devi inserire il dito nel buco apposito e trascinarlo.” – “Anche tu?! Anche io! Vieni qui!” e vai con l’abbraccio. E poi: “A me piacerebbe usare una stanza per metterci solo strumenti musicali, di tutti i tipi. Una stanza adibita solo alla musica.” – “Ommioddio, anch’io l’ho sempre voluto!” – “Olèèèè!” e vai con un altro abbraccio. Due pazzi… Quando facevamo i cretini mi divertivo tantissimo.
Più tardi eravamo in macchina, mi stava riaccompagnando a casa e mi sono fatta improvvisamente seria: «Tu ci vivresti davvero con me?»
G: «Sì. E tu?»
A: «Anch’io. Quando lo facciamo?»
G: «Tra tre anni, quando finirò il tirocinio.»
A: «Tre anni… Ok.»
Poi devo aver detto qualcosa a proposito dell’effettiva difficoltà che avrebbe incontrato a vivere con una maniaca del controllo come me e che forse ne avrebbe avuto già un assaggio durante le mie parentesi romane. Per tutta risposta, lui ha detto: «A Roma fa più freddo di qui. Quando verrai a trovarmi, per riscaldarci, ci metteremo a letto, abbracciati, con la borsa dell’acqua calda sui piedi e quando questa perderà calore discuteremo per chi dovrà alzarsi a riempirla di nuovo ma poi alla fine, già lo so, mi alzerò io.»
Non so dire quanto risposte del genere mi scaldassero il cuore. G. parlava così poco e in compenso pensava molto; ogni tanto descriveva scene non ancora vissute, scene di una vita futura che lui immaginava con me. Le immaginavo sempre anch’io, però non le ho mai raccontate ad alta voce perché temevo che mi avrebbero fatta sembrare sciocca, così se lo faceva lui era di conforto per me, perché capivo che non ero la sola a sognare un seguito per noi. Il parabrezza dell’auto era appannato, allora lui mi ha chiesto di scrivere qualcosa e di farlo in fretta, prima che si asciugasse. Ho disegnato un cuore. Lui, dalla sua parte, ha scritto: “Non ti lascerò mai”.
Una volta arrivata sotto casa, l’ho salutato e ho fatto per aprire lo sportello, ma G. mi ha fermata dicendo: «Fuori fa molto freddo.» Mi è bastato per cambiare idea e sono rimasta ancora un po’ lì con lui. Lo stesso è successo un altro paio di volte, ho provato a riaprire lo sportello ma lui mi diceva: «Sei sicura di voler andare? Fuori fa davvero molto freddo.» e allora lo richiudevo. Alla terza sono proprio scesa, ma lui si è sporto in avanti e mi ha trattenuto per una mano. Mi sono girata a guardarlo, aveva gli occhi imploranti. Sono rientrata in macchina e mi ha stretto forte, poi mi ha baciata, mentre aveva le mani saldamente aggrappate ai miei capelli. Ho dovuto raccogliere tutte le mie forze, o almeno le briciole che erano rimaste, per salutarlo di nuovo e scendere dall’auto, questa volta in via definitiva. Mi ha detto: «Stai scappando.» ed io: «Da cosa?» e lui: «Da te stessa.»
…Aveva ragione. Ma quello che non sapeva era che desideravo solo che me lo impedisse.