G. ed io [pt.3]

Dopo aver saputo cosa stava succedendo a casa di G. ho smesso di giocare alla figa irraggiungibile e ho provato a mettere da parte il rancore per sostituirlo con calore umano e vicinanza. Non osavo neanche immaginare ciò che stesse provando e spero che mai nella vita mi capiti di scoprirlo, ma gli ho aperto il mio cuore e mi sono messa a sua completa disposizione. Ho cercato di farlo sfogare e anche di distrarlo, nel mio piccolo ho cercato di farlo ridere. Era un compito difficile, pressoché impossibile, ma mi ci sono buttata a capofitto perché volevo davvero aiutarlo, in qualche modo. Non sempre ci riuscivo, spesso mi sentivo davvero impotente e piccola, ma lui lo era di più, era come un bambino ed era disarmante nella sua silenziosa tristezza. Una sera ero lì che gli accarezzavo i capelli e mi ha detto che forse ero l’unica a poter fare qualcosa per lui. Per un attimo non ho saputo cosa rispondere, mi aveva appena investito di una dolce e onerosa responsabilità e ho provato a non deluderlo, ma allo stesso tempo mi sentivo inquieta. Confesso che quando gli stavo vicino una parte di me voleva urlare. Era la stessa parte che continuava a pensare di aver bisogno di prove, la stessa parte che si accusava di aver ceduto troppo presto, di aver abbassato la guardia troppo in fretta. Quando ero da sola e pensavo a lui, mi tornava sempre in mente quanto avevo pianto negli ultimi tre anni e mi sentivo la faccia avvampare di rabbia. No, io non avevo dimenticato. Avevo provato a metterlo da parte per una causa di forza maggiore, ma il passato era ancora troppo pesante sulle mie spalle. Mi trovavo in una posizione spinosa, divisa tra un alto senso di responsabilità e un più basso egoismo. Mi dicevo che non potevo pretendere nulla da un figlio affranto ma segretamente desideravo tutto quello che credevo di meritare, tutto quello che non mi era stato concesso prima. Niente di materiale, solo… Dimostrazioni. Non so bene neanch’io cosa mi aspettassi, ancora oggi non ne ho idea, ma ricordo che ero costantemente in attesa di qualcosa che non è mai arrivato, anche solo una parola… G. ha la fastidiosa abitudine di chiudersi in un mutismo che è a dir poco passivo aggressivo e con me lo ha fatto sempre e soprattutto nei momenti in cui capiva che avevo bisogno di sentirmi dire delle cose in particolare. Lui sapeva benissimo che, se solo avesse pronunciato poche semplici parole, avrebbe avuto il potere di dissipare tutti i miei dubbi ma sceglieva di restare in silenzio e manteneva un atteggiamento imperturbabile che sapeva di sfida. Io volevo sentirmi importante per lui, al centro dei suoi pensieri e lo trovavo umanamente comprensibile eppure me ne vergognavo tantissimo, perché sapevo che non poteva esserci niente di più importante di sua madre malata. Ce l’avevo con lui perché non mi stava prestando attenzione e ce l’avevo ancora di più con me perché ce l’avevo con lui e mi sentivo meschina. Così gli parlavo d’altro e facevo finta di niente, anche con me stessa, ma ogni tanto mi svegliavo di notte in preda a un’ansia che non riuscivo a placare. Faccio fatica ad ammetterlo, adesso, ma non voglio fingere di essere migliore di quanto non sia. Lottare contro la propria natura è uno sforzo che non paga mai, noi siamo come siamo, non possiamo nasconderci a lungo, quindi tanto vale accettarlo. Lo ammetto, sono stata egoista, volevo a tutti i costi che mi amasse, perché avevo aspettato per tre lunghi anni la mia occasione e sbattevo la testa contro il muro quando realizzavo che, ancora una volta, non avevo speranze, non in quel momento, non in quella condizione. Lui lo sapeva. Una sera, complice l’assenzio, mi ha chiesto scusa per come stavano andando le cose. Ha detto che aveva immaginato tutt’altro, quando aveva deciso di tornare nella mia vita, che aveva pensato a fiori, poesie, sorprese e dichiarazioni appassionate. Ha detto che gli dispiaceva per non aver fatto le cose per bene ma ha anche aggiunto che ormai non aveva più la testa per rimediare. Ormai era andata così. Mentre lo diceva ho avuto la netta sensazione che si stesse preparando per dirmi di nuovo addio e ne ho avuto paura. Mi sono affrettata a rassicurarlo, gli ho detto che non mi importava, che non doveva fare niente, che capivo. E io capivo, giuro, ma… Insomma… Non era giusto.
Ho cercato disperatamente di sorridere e di sembrare serena, G. se l’è fatto bastare e non ha portato a termine quel discorso, poi mi ha guardata bere ed è sembrato non accorgersi del motivo per cui lo facessi. Mi stavo dissociando da me stessa, mi stavo legando un bavaglio stretto intorno alla bocca ed è stato poco intelligente da parte mia pensare che avrei retto la cosa. Quella sera, però, siamo usciti dal locale che ridevamo come due bambini, G. mi ha sollevata davanti a tutti, mentre io facevo due moine per farmi lasciare e rimettere i piedi a terra. Ma i piedi a terra non li ho mai voluti tenere davvero, è questa la mia maledizione. Visibilmente alticci, abbiamo camminato per raggiungere l’auto e in un vicolo vuoto abbiamo incontrato un tizio con strumento a fiato, uno di quei corni africani molto lunghi che fanno quel suono così profondo e primitivo… Non so come si chiama. Mi sono fermata a farmi suonare qualcosa e a fargli una foto, ce l’ho adesso davanti agli occhi e più la guardo e più mi viene da ridere. Pochi minuti dopo avermi riaccompagnato a casa mi ha scritto un sms: “Mi manchi”. Quando l’ho letto ho pensato al momento vissuto poco prima, nel locale, quello in cui l’avevo ascoltato parlare con rassegnazione e avevo avuto paura di essere abbandonata di nuovo. Be’, era evidente che mi ero sbagliata, no? Mi aveva appena riaccompagnato a casa e già gli mancavo… Mi ero spaventata inutilmente, era ovvio. Per un po’ non ho più pensato a quella conversazione, ma solo che tra noi due poteva funzionare. Dovevo impegnarmi molto nella dissociazione, ma poteva funzionare. Scommetto che anche lui l’ha pensato e per qualche mese è stato sereno. Abbiamo avuto dei bei momenti, insieme.
Uno dei ricordi più preziosi che ho di G. risale a una sera a piazza del Gesù. C’eravamo appena scolati una bottiglia di vino rosso in compagnia del tizio che ce l’aveva venduto, poi a me ha iniziato a girare la testa e sono dovuta uscire in strada per cercare un po’ di aria fresca. Lui mi è venuto vicino, ha portato le sue braccia intorno alla mia vita e ha provato a baciarmi ma io ho voltato la testa e non era neanche la prima volta che succedeva. Avevo fantasticato molto sul nostro “secondo primo bacio” e doveva essere perfetto; non volevo che succedesse mentre ero così confusa e annebbiata. Lentamente, sono sfuggita a quell’abbraccio e ho camminato per qualche metro, la testa mi girava ancora. G. ha fermato un ubriaco dall’aspetto gentile per chiedergli una sigaretta, due minuti dopo eravamo in compagnia sua e dei suoi amici, seduti poco distante su un gradino contro la vetrina di un bar. Erano in due, un uomo silenzioso con una birra in mano e una ragazza che reggeva un bicchiere di plastica con dentro un cocktail rosso, di quelli zuccherosi, mi sa. L’ho trovata subito interessante, era vestita da punkabbestia, un po’ come mi vestivo io a sedici anni quando frequentavo i tipi alternativi del quartiere dove andavo a scuola, solo che a sedici anni va bene ma lei ne avrà avuti almeno trenta ed era curioso guardarla mentre sembrava una liceale e ascoltarla mentre faceva discorsi da adulta. L’ho adorata dal primo momento in cui ha aperto bocca e mi sono seduta proprio lì, tra lei e l’uomo silenzioso di cui sopra. Ci hanno detto che eravamo una bella coppia e quando ho risposto che non eravamo una coppia si sono incuriositi e ci hanno chiesto di raccontare la nostra storia. Quando sono brilla tendo a straparlare, soprattutto con gli estranei, così ho detto loro praticamente tutto, anche se per sommi capi e mentre l’ubriaco continuava a parlare da solo di Dio e di sua figlia, l’uomo silenzioso mi ascoltava con aria attenta, sorseggiando la sua birra e la ragazza annuiva e diceva che capiva perfettamente. G. è rimasto in piedi, a guardarci dall’alto, inizialmente divertito dalla scena di me che parlavo di cose così private con dei perfetti sconosciuti, poi ha smesso di sorridere e si è fatto serio. Proprio mentre stavo dicendo che non riuscivo più a fidarmi di lui e che mi sentivo bloccata dalla paura, proprio allora ha capito che non era il classico discorso da ubriaca, inconcludente e senza senso, ma che mi stavo aprendo davvero. La ragazza di cui adesso non ricordo il nome in quel momento era la mia migliore amica e la sua voce bassa e ferma era così rassicurante che avevo voglia di poggiare la mia testa sulla sua spalla. Le ho detto che non riuscivo a sopportare l’idea di essere stata lasciata sola per tre anni, che ancora mi bruciava e che avevo sinceramente paura di vederlo andare via di nuovo, ecco perché non riuscivo a lasciarmi andare davvero. Quando ho finito di raccontare la mia storia, lei mi ha raccontato la sua ed era una storia lunga e strana, la storia di un amore difficile che sembrava non avrebbe mai avuto un lieto fine. Non la ricordo tutta, a dire il vero, ma ricordo che si trattava di anni e anni di tira e molla e alla fine lei ha trovato una sorta di equilibrio ed era quello che dava alla sua voce quel suono così morbido e maturo. Mi ha guardata negli occhi e mi ha detto: «Ti capisco, ed è per questo che ti dico che tutto il tempo perso, credimi, si può recuperare in un solo istante, se solo lo vogliamo.» Poi ha guardato G. e gli ha chiesto se lui lo volesse. Lui ha risposto di sì e ha promesso che non mi avrebbe più lasciata andare. L’ha promesso. L’uomo silenzioso accanto a me si è avvicinato alla mia spalla e mi ha detto piano, in modo che solo io potessi sentire: «Ti vuole bene, dagli una possibilità.» e per poco non sono scoppiata in lacrime. A quel punto G. ha deciso di andare via, mi ha teso la mano per aiutarmi ad alzarmi e io l’ho fatto, ma poi mi sono avvicinata di nuovo ai miei amici senza nome e li ho stretti forte e baciati con sincero affetto, dopodiché mi sono incamminata con lui verso l’auto, in silenzio. Quando ce la siamo trovata davanti ho puntato da subito i sedili posteriori, ho aperto lo sportello e sono entrata, senza dire niente. Lui avrà pensato che era strano ma mi ha seguito e non aveva ancora chiuso il suo, di sportello, che già gli avevo gettato le braccia al collo. In quel momento ha iniziato a piovere. L’ho stretto fortissimo e non ho allentato la presa per non so quanto tempo. La pioggia era così violenta che faceva un rumore stupendo ed era così tanta che cadeva a cascata lungo i finestrini, attraverso cui non si vedeva più nulla. Non che avessi voglia di guardare fuori, visto che fuori non c’era niente, per me. Non esisteva più la strada, non esisteva più la città, né i suoi abitanti, esistevamo solo noi, sotto la tempesta del secolo, riparati dentro una scatola di ferro, avvinghiati e sopraffatti. G. mi ha baciato la guancia e mi ha sussurrato: «Non ti lascio più. Non ti perdo più.»
Bugiardo.
Ma quanto ho amato quella bugia. Forse lui stesso ci ha creduto, non l’ho mai capito, ma sta di fatto che per un certo periodo mi è sembrato di rappresentare una parte significativa della sua vita. È stato un periodo breve, brevissimo, talmente breve che potrei quantificarlo in giorni e forse l’utilizzo di un termine come “periodo” può fuorviare, perché fa credere che ci fosse una certa costanza. Ma nel vocabolario di G. la parola “costanza” neanche esiste. In quei pochi giorni, però, è stato davvero carino. Aveva preso a leggere tutti i sonetti di Shakespeare perché aveva deciso che voleva trovarne uno da dedicare a me, ma non uno qualsiasi bensì il sonetto perfetto, uno che ci somigliasse. Li leggeva di notte, fino all’alba, la mattina dopo me li ritrovavo sul cellulare sotto forma di sms. A qualcuno sembrerà una cosa di poco conto, ma non mi era mai successo di iniziare la giornata leggendo parole romantiche dedicate espressamente a me. Mi piaceva, non so perché abbia smesso. E poi mi dedicava le canzoni, canzoni antiche e meravigliose e nessuno me ne aveva mai dedicata una, neanche una. Mi chiamava spesso. Adoravo veder comparire la sua foto sul display, per tre anni l’avevo guardato ossessivamente ma era sempre statico e silenzioso e avevo voglia di scaraventarlo contro un muro ma non lo facevo perché avevo sempre la speranza che prima o poi squillasse e aspettavo ancora ma non squillava mai ed eravamo punto e a capo. A dir poco frustrante. Mentre in quel periodo squillava eccome, senza preavviso, e mi comparivano due icone, una cornetta verde e una rossa e io ovviamente andavo su quella verde, la trascinavo, dicevo “Pronto?” e dall’altra parte c’era lui! C’era davvero lui! I prodigi della tecnologia. Avevo impostato una suoneria personalizzata per il suo contatto, trattasi di Enola Gay, degli Orchestral Manoeuvres in the Dark. Vi chiederete come mai, insomma, è una scelta inusuale, il testo non c’entra assolutamente nulla con una storia d’amore. Dovete sapere che anni fa, durante una delle nostre chiacchierate nella scuola vuota, mi aveva detto che quella canzone era una delle sue preferite, quando era un bambino. Non ne capiva il senso perché non capiva l’inglese, ma gli piaceva la musica, credo che gli mettesse allegria. Da quel momento non ho più potuto fare a meno di visualizzarlo, se l’ascoltavo, e nella mia fantasia era piccolo, sorridente e ballava, sollevando e dimenando le sue braccia sottili. Probabilmente non l’ha mai fatto, ma mi divertiva immaginare la scena e in seguito, quando mi è capitata l’occasione di riascoltarla, il pensiero è andato in automatico a lui e così, non so, mi è sembrata una scelta proprio azzeccata per la sua suoneria. Dicevo, mi chiamava spesso e ogni volta che partiva Enola Gay io sapevo che era lui e sorridevo all’istante. Mi tratteneva per delle ore, al telefono. Giuro, ore intere! Spesso di notte, incurante del fatto che avrei dovuto dormire, perché il giorno dopo dovevo lavorare. Ma siamo sinceri, non importava neanche a me. Ricordo che ridevamo sempre, sempre. E quando l’ora si faceva davvero tarda e iniziavo a fargli capire che stavo per salutarlo, lui mi diceva espressamente: «Mica vuoi attaccare? E dai, no!» così mi scioglievo e acconsentivo a restare ancora sveglia. Mi piaceva così tanto il modo in cui mi faceva sentire… Una sera eravamo sotto casa mia, nella sua auto. Ci stavamo salutando per tornare ognuno al suo letto ma i nostri saluti duravano sempre almeno un’ora. Lui se ne stava lì a pizzicarmi la guancia, sostenendo che gli piaceva perché era “morbida e profumata”, poi s’è abbassato fino ad appoggiare la testa sulle mie gambe e io ho giocato con i suoi capelli. Dopo qualche minuto si è alzato di scatto e mi ha chiesto: «Entri ancora nella mia mano?»
…Lo so, è incomprensibile detto così, quindi devo fare un passo indietro. Tre anni prima mi stava accarezzando il viso quando si è reso conto che la sua forma combaciava benissimo con quella della sua mano. Aveva deciso che quello era un ottimo criterio per valutare una presunta compatibilità, infatti mi diceva che se la mia faccia sembrava fatta apposta per entrare nella sua mano, allora era evidente che eravamo fatti per stare insieme. Quando si è messo con X mi ha detto che lei non entrava affatto nella sua mano, proprio per niente. Questo non gli ha impedito di stare con lei per due anni e mezzo, ma comunque… Torniamo a noi. Quella sera si era appena sollevato di scatto dalle mie gambe e aveva chiesto, con un’estrema serietà: «Entri ancora nella mia mano?» Io ricordavo e ho sorriso, mentre dentro il mio stomaco dei cuccioli di pterodattilo mi divoravano voracemente. Credo si chiami malinconia, o nostalgia, non lo so. Gli ho risposto che avrebbe dovuto provare e lui ha appoggiato la mano su un lato del mio viso, scoprendo che sì, c’entravo ancora alla perfezione. In quel momento ha iniziato a piovere. Di nuovo. Se vi sembra di averlo già letto, non vi preoccupate, non ho fatto copia-incolla, è solo che pioveva spesso. Mi ha chiesto: «Come mai quando siamo insieme piove sempre?» e io, semplice: «Be’… Perché è autunno, no?» Lui ha riso, scuotendo la testa: «Risposta sbagliata.» e allora io, con ironia: «Aaaah, ok. Forse dovevo dire che gli elementi si sono accordati, che l’universo si è allineato, quelle cose lì…»
G. ha riso ancora, confermando che era proprio quella la risposta giusta, poi ha aperto lo sportello ed è sceso in strada, così com’era, senza ombrello e senza cappotto. Per un secondo sono rimasta lì a fissarlo, un po’ confusa: «Che ci fai fuori dalla macchina?»
«Che ci fai TU ancora in macchina?»
E allora ho capito. Sono scesa anch’io, sotto la pioggia fredda e l’ho raggiunto. Mi sentivo come una bambina davanti ai regali, la mattina di Natale, mi sono avvicinata ed è stato in quel momento che è successo: l’ho baciato. Ebbene sì, l’ho baciato io. Non avevo fatto altro che immaginare il nostro “secondo primo bacio” e avevo sempre mandato all’aria i suoi tentativi perché mi dicevo che sarebbe dovuto essere speciale e soprattutto sentito. Io, io dovevo sentirmi convinta. In quel momento lo ero e sono felice di dire che non me ne sono mai pentita. Dopo averlo baciato, per un attimo ho alzato gli occhi al cielo, poi li ho chiusi, per sentire le gocce di pioggia cadere sul mio viso in fiamme… Ho spalancato le braccia come per ricevere tutta l’energia della Terra e poi le ho avvolte attorno a lui e ho avuto la sensazione che fossero lunghe un metro ciascuna, perché ho potuto circondarlo o così mi è parso, come se le mie braccia fossero diventate una coperta. Siamo rimasti lì per qualche minuto, dopo un po’ ho cominciato a tremare dal freddo, ma stavo così bene… Lui mi ha tenuta stretta e mi ha dato tanti bacini dolcissimi su tutto il viso, poi abbiamo sprofondato la faccia nell’incavo tra la spalla e il collo, vicendevolmente, i capelli erano ormai fradici e nel frattempo mi accarezzava la testa e lo stesso facevo io con lui. È stato un momento magico; lo trascrivo perché prevedo che tra qualche tempo inizierò a temere di averlo sognato e invece no, lo giuro, io l’ho vissuto davvero.
G. era adorabile, quando ci si metteva. Una volta mi ha regalato una boccetta del suo profumo perché gli avevo detto che mi era successo di sentirlo in occasioni diverse e di essermi voltata di scatto a cercarlo con gli occhi, convinta che fosse lì nei paraggi e ovviamente non c’era mai, ma mi veniva istintivo. Gli avevo detto che quando non c’era mi mancava il suo profumo e allora me ne ha regalato un po’ perché ce l’avessi sempre sotto il naso, all’occorrenza.
«Così non ti dimenticherai di me» mi ha detto, non so se con sincera o finta modestia, in fondo G. dovrebbe saperlo bene che io non lo dimenticherò mai, profumo a parte.
Ma se quella boccetta aveva le sembianze di un promemoria era per un motivo ben preciso: stava per trasferirsi. Di lì a poco sarebbe andato a vivere a Roma, per un tirocinio. Me l’aveva detto la prima sera che c’eravamo rivisti — il lontano 3 Novembre — che a Febbraio avrebbe iniziato un percorso che l’avrebbe tenuto lontano per tre anni. Tre anni di separazione, poi tre anni a Roma… La nostra storia sembrava scandita a cicli di tre anni, era assurdo. Ricordo che ho pensato, tra me e me: “Tempismo perfetto, G! Ti fai vivo proprio quando stai per sparire di nuovo, i miei complimenti!” e nel frattempo esultavo per finta e dicevo: «Dai? Chebbello!»
L’idea non mi è piaciuta allora e non mi è piaciuta mai e ne parlavamo di rado, perché a me non andava neanche di pensarci, anche se quando saltava fuori l’argomento ero tutta un sorriso e gli dicevo: «Sono contenta per te! Sarà una magnifica esperienza!»
Non fraintendetemi, ci credevo e in parte ero davvero contenta perché, diciamocelo, Roma è una città splendida e io ho sempre desiderato viverci, quindi non gli avrei mai chiesto di rinunciare a quell’esperienza, anzi, l’ho sempre spronato a viverla al meglio. Però ho temuto da subito che fosse arrivata in un momento troppo delicato per noi due. Avevo paura che separarci in quella fase, in cui era ancora tutto da definire, potesse rappresentare un freno forzato a qualcosa di bello che forse non avrebbe avuto neanche il tempo di nascere, se fosse venuta a mancare una certa stabilità. Lui mi diceva che Roma è praticamente dietro l’angolo e che sarebbe tornato a Napoli molto spesso, dal canto mio cercavo di non pensarci per non incupirmi, ma Febbraio si avvicinava e non potevo fare a meno di notarlo. Una volta mi ha chiesto di accompagnarlo a comprare la pittura per la sua nuova stanza, aveva intenzione di armarsi di colori e pennelli e pensarci da sé, che in fondo “quanto poteva essere difficile?”. Gli ho risposto che il mio parere contava poco, ché i colori avrebbe dovuto sceglierli lui, secondo il suo gusto e mi ha risposto che invece no, era importante che anch’io fossi d’accordo sulla scelta della tonalità e del motivo, perché quella sarebbe stata anche la mia camera e ci avrei passato tanto tempo.
G: «Tu ci vieni a trovarmi, no?»
A: «Tu vuoi che venga?»
G: «Certo!»
Ne abbiamo parlato molto, mentre camminavamo lentamente tra gli scaffali pieni di barattoli di vernice e abbiamo messo a punto un programma mentale in cui io mi facevo mettere di turno il lunedì mattina, poi il lunedì pomeriggio partivo e lo raggiungevo, restavo a Roma tutto il martedì — che è il mio giorno libero — e ripartivo per Napoli il mercoledì mattina, per ritornare operativa il pomeriggio stesso. Sì, poteva funzionare. Quella sera ci siamo sentiti troppo furbi e la distanza non ci faceva nessuna paura. Avevamo tutto sotto controllo e tutto ciò che restava da scegliere era il colore della nostra stanza. Oh, quanto ci siamo divertiti a cercarlo! Io che parlavo come una di quelle arredatrici d’interni da canale tematico, lui che si spacciava per pittore esperto e sosteneva di conoscere le differenze tra gli innumerevoli pennelli. Facevamo i fighi ma alla fine siamo usciti di là senza un’idea precisa, G. ha preso quattro o cinque colori diversi e ha detto che se gli girava li avrebbe usati tutti insieme. L’ultima volta che sono stata in quella casa, aveva tracciato solo una striscia verde in alto, su una sola parete, una striscia orizzontale. Che io sappia, non ha ancora finito il lavoro e, conoscendolo, non lo finirà mai. Ma quella sera è stato bello immaginare il modo di mettere su un posto tutto nostro e non ci siamo limitati alle sfumature delle pareti. Dopo il giro al centro commerciale, mi ha portata a bere qualcosa in un locale vicino a casa sua. Eravamo seduti vicinissimo e non ricordo chi dei due abbia iniziato, ma ci siamo ritrovati a parlare della nostra futura casa, quella in cui saremmo andati a vivere alla fine di quel benedetto tirocinio. Abbiamo riso tanto a immaginare l’arredamento e cose di questo genere, proponendo a turno delle idee e ogni volta che ci trovavamo d’accordo su qualcosa ci abbracciavamo come due che non si vedono da tempo, con enfasi e entusiasmo. Del tipo: “A me piacerebbe comprare un telefono vecchio, uno di quelli con il disco di plastica che ad ogni numero devi inserire il dito nel buco apposito e trascinarlo.” – “Anche tu?! Anche io! Vieni qui!” e vai con l’abbraccio. E poi: “A me piacerebbe usare una stanza per metterci solo strumenti musicali, di tutti i tipi. Una stanza adibita solo alla musica.” – “Ommioddio, anch’io l’ho sempre voluto!” – “Olèèèè!” e vai con un altro abbraccio. Due pazzi… Quando facevamo i cretini mi divertivo tantissimo.
Più tardi eravamo in macchina, mi stava riaccompagnando a casa e mi sono fatta improvvisamente seria: «Tu ci vivresti davvero con me?»
G: «Sì. E tu?»
A: «Anch’io. Quando lo facciamo?»
G: «Tra tre anni, quando finirò il tirocinio.»
A: «Tre anni… Ok.»
Poi devo aver detto qualcosa a proposito dell’effettiva difficoltà che avrebbe incontrato a vivere con una maniaca del controllo come me e che forse ne avrebbe avuto già un assaggio durante le mie parentesi romane. Per tutta risposta, lui ha detto: «A Roma fa più freddo di qui. Quando verrai a trovarmi, per riscaldarci, ci metteremo a letto, abbracciati, con la borsa dell’acqua calda sui piedi e quando questa perderà calore discuteremo per chi dovrà alzarsi a riempirla di nuovo ma poi alla fine, già lo so, mi alzerò io.»
Non so dire quanto risposte del genere mi scaldassero il cuore. G. parlava così poco e in compenso pensava molto; ogni tanto descriveva scene non ancora vissute, scene di una vita futura che lui immaginava con me. Le immaginavo sempre anch’io, però non le ho mai raccontate ad alta voce perché temevo che mi avrebbero fatta sembrare sciocca, così se lo faceva lui era di conforto per me, perché capivo che non ero la sola a sognare un seguito per noi. Il parabrezza dell’auto era appannato, allora lui mi ha chiesto di scrivere qualcosa e di farlo in fretta, prima che si asciugasse. Ho disegnato un cuore. Lui, dalla sua parte, ha scritto: “Non ti lascerò mai”.
Una volta arrivata sotto casa, l’ho salutato e ho fatto per aprire lo sportello, ma G. mi ha fermata dicendo: «Fuori fa molto freddo.» Mi è bastato per cambiare idea e sono rimasta ancora un po’ lì con lui. Lo stesso è successo un altro paio di volte, ho provato a riaprire lo sportello ma lui mi diceva: «Sei sicura di voler andare? Fuori fa davvero molto freddo.» e allora lo richiudevo. Alla terza sono proprio scesa, ma lui si è sporto in avanti e mi ha trattenuto per una mano. Mi sono girata a guardarlo, aveva gli occhi imploranti. Sono rientrata in macchina e mi ha stretto forte, poi mi ha baciata, mentre aveva le mani saldamente aggrappate ai miei capelli. Ho dovuto raccogliere tutte le mie forze, o almeno le briciole che erano rimaste, per salutarlo di nuovo e scendere dall’auto, questa volta in via definitiva. Mi ha detto: «Stai scappando.» ed io: «Da cosa?» e lui: «Da te stessa.»
…Aveva ragione. Ma quello che non sapeva era che desideravo solo che me lo impedisse.

 

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G. ed io [pt.2]

Tre lunghi anni sono passati senza lasciare alcuna traccia. Non ho fatto altro che nascondermi e immaginare “lo sgargiante declino”. Ho perso fiducia nell’intera umanità, ho deciso di tagliare tutti i ponti e ho interrotto ogni straccio di rapporto rimasto ancora in piedi, tranne quelli con la mia famiglia, ma solo perché ero obbligata dalla convivenza. Volevo sparire dalla faccia della terra, dai ricordi altrui, volevo perdere anche la voce.
L’anno scorso, però, mio padre è stato licenziato e noi figlie abbiamo dovuto farci carico di alcune responsabilità che per fortuna avevamo sempre potuto evitare. Ho dovuto trovare un lavoro, non perché lo volessi, non perché me la sentissi… Anzi. Essere costretta ad uscire di casa dopo così tanto tempo è stato spiazzante e difficile. Le prime volte che l’ho rivista, anche la luce del sole faceva male agl’occhi; nella cella in cui mi ero confinata non entrava mai e non ricordavo quanto potesse essere crudele… Così limpida, così chiara, rendeva tutto visibile, anche me. La odiavo. Non ero più abituata a relazionarmi con la gente e all’inizio sembravo un’aliena. Ho dovuto esercitarmi a smussare gli angoli e cercare di apparire più normale possibile ma mi sentivo terribilmente fuori posto e l’unica cosa che desideravo era tornare a casa e infilarmi sotto le coperte. Questo un anno fa. Pian piano, però, ho imparato di nuovo a confrontarmi con gli altri, come un bambino impara a camminare, un passo dopo l’altro e sebbene a volte mi senta ancora fuori posto, non ho mai avuto altra scelta che continuare a provarci. Non potevo permettermi il lusso di nascondermi dietro la mia malattia, non sarebbe stato dignitoso né maturo; sono stata costretta a muovermi e non potevo farci niente. Per fortuna, ho incontrato persone intelligenti e sensibili, persone che hanno ignorato la stranezza dei miei modi e si sono affezionate a me veramente. La scorsa estate mi sono guardata dall’esterno e ho pensato: “Forse posso farcela.”
La mia vita procedeva tranquilla da un paio di mesi. Nessuno scossone, niente di significativo, ma avevo trovato una sorta di equilibrio e tutti erano felici per me. Io non ero felice, questo no, ma apparivo almeno più serena. Se non altro i miei orari erano regolari, dormivo di notte e vivevo di giorno, gli incubi erano diminuiti sensibilmente e i sorrisi diventavano sempre meno obbligati e sempre più sinceri. Qualcuno iniziava persino a notarmi e la mia scarsissima autostima veniva solleticata quel tanto che bastava da spingermi a curare di nuovo il mio aspetto, che per una donna significa molto. L’ultima crisi di cui ho memoria risale allo scorso Agosto, dopodiché non ricordo grandi sofferenze, ma solo calma piatta, una noia rassicurante. Mi dicevo che stavo bene, che ero guarita… Adesso so che non era così, ma mi piaceva pensarlo e forse ero davvero sulla strada giusta. Alla fine di Settembre, però, mi è arrivato un messaggio da parte di una persona che non pensavo avrei mai più sentito. Era G, direttamente dalla vecchia vita. Non potevo credere ai miei occhi, erano passati tre anni e a quel punto mai avrei creduto possibile un suo ritorno. Presa dal panico non ho saputo cosa fare per un po’, poi ho notato che stavo sorridendo e ho rimproverato me stessa per quel gesto insensato, ho aggrottato le sopracciglia e ho detto: «No. Non esiste.»
Non ho risposto, né a quel messaggio né ad altri tre che sono arrivati dopo, sparsi lungo un mese circa. Alla fine di Ottobre G. mi ha chiamata. Erano le dieci di sera, io ero temporaneamente in un’altra stanza e ho sentito il mio cellulare squillare. Sapevo che era lui ancor prima di guardare il display e non so come ho fatto a capirlo ma giuro che l’ho sentito dentro. Forse quella presunta telepatia su cui scherzavamo tre anni prima esisteva davvero… Mi sono precipitata a recuperare il telefono, l’ho guardato con gli occhi spalancati per qualche istante, mentre mi dicevo che mai, mai e poi mai avrei dovuto rispondere. Non l’ho fatto. Lui ci ha riprovato ancora e ancora, poi ha chiamato a casa. Non immaginavo che avesse conservato il mio numero personale, figuriamoci quello di casa! Ho chiesto a mia sorella di rispondere e di dirgli che ero uscita e solo a quel punto si è arreso. Il cuore mi batteva all’impazzata e in quel momento non ci ho fatto caso, ma quella era la prima emozione forte che provavo da non so quanto. Allora non ero morta… Che diavolo stava succedendo? Ero stata spenta così a lungo che accendermi di colpo ha fatto quasi rumore. Cosa voleva da me? Cosa voleva dirmi? “Non lo scoprirò mai, perché non risponderò. No, non esiste.”
Ma G. non si è arreso e qualche giorno dopo è tornato all’attacco. Ha provato a chiamarmi ancora, quasi sempre di notte, in orari assurdi e mi ha scritto un altro messaggio per esortarmi a rispondere. Le mie colleghe, le mie sorelle, la mia migliore amica — l’unica sopravvissuta — mi consigliavano di farlo, anche solo per curiosità, ma io restavo impassibile. Ne facevo una questione d’orgoglio, se aveva deciso di fare a meno di me per tre anni poteva anche continuare, per quanto mi riguardava. Però in fondo sapevo qual era la verità: avevo voglia di sentire la sua voce, ma ero semplicemente spaventata e mentre subivo una pressione costante dalle persone di cui sopra, mi rendevo conto che l’unico modo per capire se fossi guarita o meno era testarmi. Ero davvero più forte? L’avrei scoperto solo rivedendolo.
Un sabato pomeriggio il cellulare ha squillato ancora e stavolta ho risposto. Ricordo distintamente il suo iniziale silenzio e le mie mani che tremavano. G. era emozionato e si sentiva sfacciatamente, io avevo il cuore in gola ma sono riuscita a fingere distacco e freddezza. Ha detto che voleva parlarmi, io ho fatto un po’ la donna impegnata, facendogli intendere che forse non avevo tempo o forse l’avrei trovato, non sapevo. Alla fine abbiamo fissato un incontro per la sera dopo e l’ho fatto passare quasi per un favore fatto a lui. “Ottimo, Ale, ottimo! Continua così, che sei grande!”
Dovevo sforzarmi di proseguire la recita, ché l’ultima cosa che volevo era dare un’idea di debolezza, ma dentro avevo una morsa d’acciaio che mi stritolava lo stomaco. La sensazione più spaventosa del mondo e anche la più bella, considerata la mia condizione. Quando il giorno dopo l’ho rivisto, ho capito che stavo per affrontare qualcosa di grosso, che avrebbe avuto ripercussioni profonde sulla mia vita, solo non sapevo se sarebbero state positive o negative. È stata un’emozione immensa, indescrivibile. Avevo la bocca secca, il fiato corto, ma stranamente riuscivo a mantenere il controllo. Ero diventata brava a fingere di stare bene, dopo tutto quell’esercizio… G, invece, appariva provato. Aveva iniziato ben presto ad agitarsi e lo vedevo dal suo modo di torturarsi i capelli e la barba. Rideva molto, per sembrare tranquillo, ma la sua risata era palesemente nervosa. Non riusciva a formulare frasi lunghe, lui non ha mai parlato molto, ma sembrava ancora più chiuso. Verso la fine di quell’incontro mi ha confessato che s’era preparato un discorso pieno di scuse, ma poi “il mio sguardo severo” l’aveva bloccato.
A: «Che significa, non sai affrontare uno sguardo?»
G: «Il tuo no.»
Ho parlato io, per la maggior parte del tempo; ho pensato che, se anche fosse andata male, sarebbe stata comunque un’ottima occasione per dirgli tutto quello che non gli avevo detto tre anni prima, che anche solo sfogarmi e togliermi tutte quelle maledette pietre dalle scarpe sarebbe servito ad alleggerirmi l’anima. Ho messo su una maschera da donna adulta, matura e consapevole e ho iniziato un discorso pacato sulle colpe condivise, poi, sempre pacatamente, gli ho sbattuto in faccia la mia apparente felicità.
A: «È un bel periodo per me. Sto bene, sto molto bene.»
G: «Si vede, mi fa piacere.»
Aveva il solito sorriso fisso che sembrava di cera, quello che aveva sempre avuto. Quando G. è nervoso e non vuole darlo a vedere sorride in automatico, ma chi lo guarda con più attenzione può notare una certa tensione nelle labbra che tradisce il suo vero stato d’animo. Io conoscevo bene quelle labbra, perché tre anni prima le avevo guardate per ore desiderando solo di poterci appoggiare le mie.
Comunque, tra una risata nervosa e l’altra ha detto più o meno ciò che voleva dire. Che non mi aveva mai dimenticata, che per tre anni era stato con un’altra ma aveva sempre pensato a me, che le cose tra loro non erano mai andate bene considerato il fatto che ci si era messo insieme solo per ripicca e solo perché si era imposto di sostituirmi.
A: «E quindi?»
G: «E quindi ho capito che è inutile provare sempre a cancellarti… Perché tanto non ci riesco.»
Se esiste un dio, solo lui sa quanto avessi bisogno di crederci. Spero davvero che non l’abbia notato, però, perché ho speso tutte le mie energie per conservare un’apparenza scettica.
Io lo guardavo dritto negli occhi per cercare di trovare una prova inconfutabile della sua sincerità, invece G. si sentiva a disagio e non riusciva sempre a ricambiare lo sguardo. Ho provato per lui una tenerezza che mi ha fatta sentire stupida, ma non ci potevo fare niente. Lo vedevo, mentre era lì che tentava di dissimulare la sua agitazione con qualche battuta e non si accorgeva che la sua fronte sudata l’aveva già tradito. Ho pensato che se fosse stato semplicemente spontaneo avrebbe potuto trovare la cosa più semplice, ma forse G. non ha mai saputo davvero cosa sia la spontaneità. Con una fatica indescrivibile, quindi, ha continuato a parlare. Ha detto che si era reso conto di aver sprecato tanto tempo e che voleva recuperarlo, che avrebbe capito se non avessi voluto, ma tutto quello che mi chiedeva era che almeno credessi alla sua buona fede. E a quel punto s’è scusato. Ha detto che sapeva di essere stato una fonte di sofferenza quasi fisica e che gli dispiaceva terribilmente. Le parole che avevo aspettato di sentire per tre lunghissimi anni… Finalmente le aveva pronunciate. Non so spiegare come mi sono sentita, forse… Libera. Come se dai miei polsi fossero appena cadute delle catene.
Abbiamo parlato per tre o quattro ore, seduti nella sua auto. Abbiamo rivangato tante cose, messo alcuni punti dove per anni c’erano stati solo punti interrogativi. Abbiamo persino scherzato, ricordando alcuni momenti divertenti e la tensione si è molto allentata. Dopo aver riso tanto ho tirato un sospiro talmente profondo che ho potuto sentire l’aria entrare nei polmoni e poi uscirne e portare via con sé la tristezza. A quel punto ho fatto una cosa che avevo desiderato sin dal primo istante: l’ho abbracciato. È stato assolutamente istintivo, non ci ho pensato affatto, è venuto così e basta. Lui non se l’aspettava ed è rimasto un po’ stranito, ma solo per un secondo, poi mi ha stretta forte. Sentirlo di nuovo così vicino è stato sconvolgente, la mia vista s’è annebbiata per un attimo. Ricordo che l’unico suono vagamente udibile era il fruscio dei nostri vestiti, ma era debole, ovattato, come se venisse da lontano… Fino a che è sparito pure quello e non ho percepito nient’altro a parte il calore della sua pelle. Devo aver dimenticato di respirare per un po’ perché quando mi sono ripresa ero in debito di ossigeno.
«Non ho mai smesso di volerti bene» gli ho sussurrato all’orecchio e lui mi ha stretta ancora di più. Una voce dentro di me diceva: “Che stai facendo? Lo abbracci? È l’ultima cosa che merita! Lascialo!” …Era vero, sì, non lo meritava dopo il modo in cui mi aveva abbandonata, ma le mie braccia decidevano per conto loro… Finché lui mi ha baciato la guancia, a quel punto ho riaperto gli occhi di colpo, ho temuto di non riuscire più a tornare indietro e mi sono rimessa al mio posto. Ho cercato disperatamente di ritrovare la concentrazione, ho preso un altro respiro e ho indossato di nuovo la maschera di prima.
A: «Non so se ti posso perdonare. Non vuol dire che non ti voglio bene… Io ti voglio bene, ma non ti perdono.»
G: «Secondo te, io sto bene con me stesso?»
A: «Quando?»
G: «Quando sono solo, quando non ci sei tu seduta al lato del passeggero.»
Ho avuto la sensazione di essere completamente ricoperta di formiche, o forse no, forse le formiche ce le avevo sotto la pelle, non lo so, ma erano a migliaia. Ho fatto finta di niente e ho proseguito: «Non so se stai bene o no, ma sei riuscito a fare a meno di me per tre anni e potresti farlo ancora. Domani litighiamo per un motivo banale e tu sparisci un’altra volta, tu fai così. E non hai neanche bisogno di litigare, tu fai proprio così, sempre. Sei incostante, nei rapporti di ogni tipo e sei molto assente.»
A quel punto G. s’è preso un attimo per riflettere e poi ha detto, con una sicurezza che mi ha sorpreso: «Non penso che sparirò ancora.»
L’ha detto guardandomi dritto negli occhi, stavolta, e ho desiderato con tutta me stessa che lo pensasse sul serio, anzi, di più, che fosse una promessa. Ho desiderato che me lo giurasse, ma non ho osato chiederglielo. Allora ho scosso la testa in segno di scetticismo e poi ho detto: «Ce l’ho ancora tanto con te.» e lui ha risposto: «Va bene così. È giusto.» e poi ha abbassato di nuovo la testa, distogliendo ancora una volta lo sguardo, con l’aria di chi si sente sconfitto. Non reggevo l’idea.
A: «Comunque, mi farebbe piacere riaverti nella mia vita, in qualche modo. Quel discorso a cui non hai mai creduto, e cioè che a prescindere dalla definizione che uno dà a un rapporto, l’importante è che un rapporto ci sia… Be’, era vero. A me farebbe piacere sentirti, farti gli auguri a Natale, farti ascoltare qualche canzone… Mi farebbe piacere.»
G: «Anche a me.»
A: «Non so come si chiama questo, però per il momento è così.»
G: «Va bene, non si chiama.»
A: «Non mi soddisfa, perché io sono abituata a dare un nome a tutto… Però, se così deve andare…»
Non parlava più. Siamo rimasti in silenzio per un po’, guardandoci intensamente. Poi gli ho accarezzato la faccia. Mi sono odiata, ma dovevo farlo. Quanto mi era mancata la sua stupida faccia… L’ho sempre trovata perfetta. Stupida ma perfetta. Non potevo dirlo, quindi l’ho tenuto per me, ma al contatto con la mia mano l’ho visto socchiudere gli occhi per un attimo e non ce l’ho fatta a restargli lontana. L’ho abbracciato di nuovo, un altro abbraccio lungo e dolce, il profumo della sua pelle mi inebriava. Ho dovuto allontanarmi ancora, se non volevo rischiare di andare oltre.
«Ok!» ho detto bruscamente. Mi sono rimessa al mio posto e lui ha capito come mi sentivo. Ha sorriso e ha detto a sua volta: «Ok.» Ho sorriso anch’io e dopo averlo guardato ancora un attimo negli occhi gli ho scompigliato i capelli con fare dispettoso, poi sono scesa dall’auto. Dio, aprire lo sportello è stato uno sforzo sovrumano! Lui ha fatto altrettanto, è sceso, mi è venuto incontro e ci siamo riabbracciati, finché non l’ho salutato e sono andata via. Mentre salivo le scale e aprivo la porta di casa mi sentivo confusa, spossata, ma felice. E questo era sbagliato, mi dicevo. Mi sono messa a letto, ci ho pensato tutta la notte e ho deciso che la mia felicità era fuori luogo, che avrei dovuto sforzarmi di restare con i piedi per terra e aspettare di vedere cosa aveva in mente, prima di fidarmi di nuovo di lui, così, a scatola chiusa. Non bastava che fosse venuto a prendermi una volta (dopo tre anni!) doveva fare di più, molto di più per dimostrarmi che a me ci teneva sul serio. Aveva detto di voler recuperare il tempo perso, no? Ebbene, ho avuto tanta voglia di vederlo provare. Forse era arrivato il momento giusto, forse avremmo avuto finalmente la nostra occasione, ma tutto dipendeva da come si sarebbe comportato. Il mio equilibrio era precario e avevo paura di buttare al vento i progressi che avevo fatto con così tanta fatica. Non potevo lasciarlo entrare di nuovo nella mia vita senza una prova della sua sincerità, perché avevo lavorato tanto per ritrovare un po’ di serenità e se mi avesse presa ancora in giro avrebbe potuto vanificare tutto il mio lavoro, tutto il mio impegno. Ho deciso che non dovevo emozionarmi troppo, che dovevo solo respirare, stare calma e aspettare. Adesso sorrido se ripenso a quella notte, perché ero così ingenua. L’avevo già fatto rientrare nella mia vita, anzi, la verità è che non l’avevo mai fatto uscire. E se qualcuno mi avesse vista riflettere con le sopracciglia aggrottate e l’espressione dura, mi avrebbe trovato molto divertente. Avevo bisogno di illudermi che avevo io il controllo, ma era fin troppo evidente che c’ero già caduta con tutte le scarpe. Ne ero ancora innamorata, ne ero sempre stata innamorata e non sarei riuscita a nasconderlo a lungo. Però ci ho provato. Il giorno dopo mi ha scritto e ho risposto a malapena, il giorno dopo ancora mi ha chiamata e mi ha chiesto di vederci e ho detto che avrei finito di lavorare tardi e che probabilmente sarei stata troppo stanca per uscire, ma non ha voluto sentire ragioni. Ha detto che non voleva portarmi via troppo tempo, doveva solo darmi una cosa e poi se ne sarebbe andato. Ero davvero al lavoro e una mia collega aveva ascoltato tutta la conversazione, facendo gesti minacciosi per indurmi ad accettare. Alla fine ho detto che sì, poteva passare, ma sottolineando che non potevo trattenermi molto. Alle 22, neanche un’ora dopo, era già sotto casa mia. Mi ha portato una rosa rossa e nessuno, dico nessuno l’aveva mai fatto per me! Non sapevo come comportarmi, ero rimasta senza parole. Avrei voluto abbracciarlo e forse l’ho fatto, ma frettolosamente. La solita vocina diceva: “Ok, non ti esaltare, fingi che non sia niente di che”. Non avevo mai ricevuto dei fiori e in fondo non mi erano mai neanche piaciuti, ma quella rosa era così… rossa… Io la guardavo e non capivo cosa fare. Era tutto così nuovo per me e mi sentivo una cretina, perché non capivo e nel frattempo la vocina continuava a dire: “Non ti esaltare, resta fredda”. Legata allo stelo c’era una pergamena, l’ho srotolata e ci ho trovato una poesia dolcissima di Eduardo de Filippo, scritta di suo pugno. Sorridevo mentre la leggevo, sorridevo mentre lo ringraziavo, ma ero terrorizzata.
Come mi aveva promesso, comunque, non mi ha trattenuto troppo, pochi minuti ed è andato via. L’ho guardato in faccia mentre rimetteva in moto l’auto, sembrava cupo e ho pensato che si fosse risentito per la mia reazione poco calorosa, forse sperava che gli avrei gettato le braccia al collo e l’avrei baciato o giù di lì… Qualche giorno dopo mi ha detto che quella stessa sera, poco prima di venire da me, aveva scoperto che sua madre si era ammalata di cancro. Ecco spiegato il motivo della sua faccia scura. Non ne avevo idea. Mi sono sentita così stupida e così impotente. Ho tolto immediatamente la maschera da donna vissuta e distaccata — ché tanto la parte non mi veniva neanche bene — e ho provato ad essergli amica. Io non lo sapevo ancora, ma in quel momento è cambiato tutto. La nostra storia sarebbe stata molto diversa se non gli fosse capitata quella cosa orribile perché è stata quella a stravolgere tutto. Poi spiegherò come.
È passato quasi un anno da quella sera e dopo tutto quello che è avvenuto ho rimesso insieme il puzzle. Allora non potevo, ma oggi mi rendo conto che in quel preciso momento noi eravamo davanti a un bivio. A sinistra c’era la felicità, il trasporto, lo slancio e mille nuove possibilità… A destra c’era la paura, la debolezza umana, la sfiducia e la morte delle emozioni. Dopo aver appreso quella notizia, G. è rimasto per un po’ immobile, poi ha fatto due passi a sinistra, poi s’è fermato di nuovo, ha cambiato direzione e ha imboccato la strada di destra. E io l’ho seguito, lungo quella strada, ed era buia e fredda. Ho cercato in tutti i modi convincerlo a tornare indietro, l’ho tirato per i vestiti e ho puntato i piedi nel terreno per trattenerlo, ma lui continuava a camminare e più andava avanti più si faceva buio e i vestiti si sono strappati, io sono caduta, lui ha proseguito senza di me finché è sparito dalla mia vista. Adesso non so dove sia, l’ho cercato ma non l’ho più trovato e sono ancora qui, in questa strada buia, non vedo più niente, sono completamente cieca e cerco il modo di scappare ma ho paura che se non torna a prendermi non ne uscirò mai viva.
Eppure per un attimo noi siamo stati felici, mentre eravamo ancora davanti al bivio, prima che cambiasse strada. Siamo stati felici, siamo stati insieme e ci siamo amati. È stato solo un attimo ma ha dato un senso alla mia vita ed è di quell’attimo che voglio parlare. Se avete avuto la pazienza di arrivare fin qui, forse proseguirete. Ma vi avverto, non c’è un lieto fine. Solo sassi appuntiti e piedi sanguinanti.

  

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G. ed io [pt.1]

Il mio Primo Vero Amore ha un nome breve e semplice da pronunciare. E il nome è l’unica cosa semplice che gli appartiene. Vorrei tanto poterlo scrivere per esteso, vorrei tanto che tutti lo sapessero, ma non gli piacerebbe e io voglio rispettarlo. Da adesso in poi mi riferirò a lui come G.
G. mi ha fatta innamorare quattro anni fa e poi mi ha lasciata sola. Non mi aveva ancora mai baciata, ma mi aveva chiamato e scritto più volte e un giorno mi aveva portato anche a conoscere la sua famiglia. In veste di amica, apparentemente, ma il suo sorriso imbarazzato lasciava intendere qualcosa di un po’ diverso. Forse se ne rendeva conto, forse no, ma col suo modo di fare stava influenzando profondamente la mia testa. A stargli vicino avevo iniziato guardare le cose con occhi molto diversi, mi aveva fatto venire voglia di avere fiducia. Era uno stato di grazia non ancora raggiunto, solo intravisto, ma sentivo che mi stavo avvicinando e ad ogni passo che facevo ero sempre più elettrizzata. Finché non ho dovuto fermarmi per forza. Dopo aver parlato per ore con me, pendendo letteralmente dalle mie labbra, dopo aver fatto allusioni di vario genere, dopo essere stato sul punto di dire qualcosa di vincolante – magari non l’avessi interrotto! – mi aveva salutata come se dovessimo vederci solo il giorno dopo. Ma il giorno dopo non lo rividi e neanche quello dopo, e così per i due mesi successivi. Non sapevo che fine avesse fatto, sapevo solo che non me l’aspettavo. Prima che sparisse ero abbastanza sicura di interessargli e aspettavo solo che mi chiedesse di uscire ma, settimana dopo settimana, la sicurezza si trasformò in perplessità, la perplessità in dubbio e il dubbio in sconforto. Alla fine di Luglio decisi che ero stata una stupida, che mi ero illusa e che avevo immaginato tutto. Lo cercai, per un po’, ma il mio orgoglio non mi permise di insistere. La cosa più importante, in quel periodo, era muoversi. Fare qualcosa, agire, non stare mai ferma. Prima ancora di conoscerlo, avevo giurato a me stessa che avrei cambiato atteggiamento nei confronti della vita e che non avrei mai più aspettato niente e nessuno, ché l’avevo fatto per troppo tempo e infatti era stato tutto tempo sprecato. No, non potevo e non dovevo fermarmi ad aspettare un ragazzo che non mi aveva fatto capire neanche le sue reali intenzioni e che dalla sera alla mattina non rispondeva nemmeno più ai miei sms. Forse ho fatto bene, forse è stato l’errore più grande della mia vita – quando ci penso cambio idea quattro volte al minuto – ma in quel momento decisi di muovermi.
Conobbi un ragazzo, la persona più brutta e sporca che abbia mai incontrato, ma aveva una maschera lucente e non mi resi conto della carne putrefatta che nascondeva lì sotto. Parlava bene, molto bene e io mi sentivo sola. Mi lasciai affascinare, perché avevo bisogno di credere in qualcosa, di sentirmi importante per qualcuno. G. non c’era e non sapevo quando l’avrei rivisto e una voce dentro di me mi suggeriva di smettere di pensare, di onorare il giuramento che avevo fatto e muovermi, muovermi e basta. Ma quella era la voce della mia peggior nemica. Era tornata, anzi, non era mai andata via. Mi ha tentato con l’illusione del cambiamento e alla fine mi ha sabotato. Io non sono mai stata brava a proteggermi da me stessa.
Quando G. tornò, venne a sapere di quell’unica sera… E solo allora mi baciò. Ero confusa, spaesata, mi erano state dette un mare di bugie. Non sapevo cosa fare, ero anche arrabbiata con G. perché era sparito senza dire una parola eppure si aspettava, solo perché era tornato, che io mi gettassi tra le sue braccia insicure. Ebbi paura di farlo, perché sarebbe stato come gettarsi nel vuoto… E così presi tempo e rimandai la decisione, tornando vergognosamente alla mia vecchia abitudine perché ormai era chiaro, io non ero cambiata di una virgola. Non passò poi molto, qualche settimana, ma fu sufficiente perché G. si allontanasse da me. Se solo mi avesse detto le parole giuste, se solo mi avesse stretta più forte… Ma no, tutto ciò che fece fu lasciarmi di nuovo da sola. Si impegnò con un’altra e non si fece più sentire. Per otto mesi. Dopodiché mi richiamò, un giorno come un altro, senza alcun preavviso. Mi disse che avremmo potuto recuperare, ma io ero arrabbiata e non riuscii a dire la verità, cioè che anch’io lo volevo. Mi sentivo offesa, ancora una volta si aspettava di poter avere tutto con il minimo sforzo; è stato sempre così, per lui e non l’ho mai trovato giusto. Quel giorno decisi che non avrei ceduto e ancora oggi mi incolpo di questo. Il mio orgoglio mi ha rubato tre anni di vita, tre anni in cui non mi sono più mossa, tre anni in cui sono morta. Il giuramento che avevo fatto a me stessa era ormai rotto e di tutti i miei buoni propositi non restava più niente.
Sono stata molto male, anche peggio di prima. Non l’ho mai scritto apertamente su questo blog, ma forse qualcuno l’aveva già capito… Io soffrivo di depressione. La depressione è una malattia infida e una delle cose che la rende così difficile da affrontare è anche la percezione altrui. Non tutti la capiscono, non tutti ci credono. Un depresso si chiude in sé stesso per i motivi più disparati, ma anche perché non si sente compreso. Io non ne ho mai scritto apertamente perché non sapevo come spiegare quello che sentivo e, non mi illudo, non ci riuscirei neanche adesso, quindi dico solo questo, per fornire un quadro generale. Prima del 2010 ero stata in cura e sembrava che alla fine, dopo tanto tempo speso a parlare, a ragionare e a provarci, io stessi iniziando a guarire. Ecco perché il 2010 era così importante per me, ecco perché avevo così tanto bisogno di dimostrare a tutti che potevo farcela, che potevo cambiare radicalmente, mordere la vita, agire d’impulso, essere anche un po’ superficiale, se volete, ma vivere, vivere davvero e senza censure. Io volevo essere come tutti quelli che mi circondavano, una persona normale. La mia fretta di correre mi ha fatta cadere, però, e rialzarmi, a quel punto, sarebbe stato molto più complicato.
Sto semplificando, me ne rendo conto. Detto così sembra che il motivo della mia depressione sia un amore non corrisposto, una storia finita ancor prima di iniziare… Non è solo questo, c’è molto di più e ovviamente occorrerebbe del tempo per affrontare questo discorso in modo non banale. Io non voglio scrivere dei miei problemi mentali, però, io voglio scrivere della mia storia d’amore e tutto ciò che dovete sapere è che la sua fine prematura mi diede la mazzata finale. Ero caduta, dicevo, e mi facevano così male le ossa che il letto era l’unico posto in cui riuscivo a stare. Non sono uscita di casa per tre anni, salvo alcune eccezioni, come visite obbligate ai parenti o cose del genere. Eravamo io, la mia stanza, il mio letto e il silenzio. Vorrei poter scrivere di più di quegli anni, raccontare qualche aneddoto casuale, ma non è successo assolutamente nulla. Io respiravo, battevo le palpebre, ma ero morta. Non ricordo niente, non è rimasto niente. Semplicemente non ho vissuto.
G., invece, è andato avanti e si è dimenticato di me. O almeno così sembrava.

 

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Lontano, lontano nel tempo

Eccomi qui, che pratico l’attività più dolce e straziante del mondo: il ricordo. Si tratta di una brutta abitudine che ho da sempre e che vorrei perdere, prima o poi.
…No, non è vero che vorrei perderla. Mi piace ricordare, anche se stringe la gola, anche se rovina il trucco. I miei ricordi sono così preziosi e così inutili, così benevoli e cattivi allo stesso tempo. I miei ricordi sono tutto ciò che mi resta e, quando mi sento sola come oggi, mi fanno compagnia torturandomi un po’. È il prezzo da pagare se voglio conservare la mia umanità.
Ultimamente ogni mia estate è un ritorno ciclico agli anni ’60. Proprio appena ne inizia una, io riscopro Tenco e De André ed è una cosa incomprensibile ai più, perché d’estate alla radio non passa nient’altro che pop di plastica ed è quasi giusto che sia così. Ma io no, io a Giugno ascolto sempre Tenco e De André. Forse perché inconsciamente (o meno) sogno di ritornare a QUEL Giugno, a quello del 2010, quando il mio Primo Vero Amore aveva iniziato appena ad affacciarsi sulla mia vita.
Come alcuni di voi ricorderanno, lavoravo in una scuola media di periferia e nel frattempo cercavo di appropriarmi di una filosofia che non mi era mai appartenuta, quella del Carpe Diem. Ho sempre avuto il maledetto vizio di rimandare tutto; ogni volta che stavo per raggiungere qualcosa, ogni volta che si presentava l’occasione di averla lì, sul momento, io alzavo le mani per essere sicura di non toccarla, poi la prendevo con le pinze e la riponevo in uno scantinato astratto che non esisteva in nessuno luogo e in nessun tempo, dicendo a me stessa che prima o poi avrei aperto quella porta e avrei tirato tutto fuori. C’è voluto qualche anno, ma poi ho capito che di quello scantinato non avevo mai avuto le chiavi e tutto quello che ci avevo messo dentro sarebbe rimasto lì per sempre; tutte le cose destinate a non essere usate, tutte le esperienze destinate a non essere vissute, tutte le persone destinate a non essere mai incontrate e tutti i posti destinati a non essere mai visti. Quell’anno io mi guardai allo specchio e riconobbi nel riflesso la mia peggior nemica. Mi aveva portato via la giovinezza e la odiavo. Dovevo smettere di assecondarla, dovevo toglierle quel potere. Quindi mi decisi a ribellarmi e a sforzarmi di cogliere le opportunità che mi si presentavano, anche quando non mi convincevano, perché avevo bisogno di esercitarmi a vivere, visto che avevo dimenticato come si faceva, visto che forse non l’avevo mai saputo. Carpe Diem, era la filosofia che cercavo di farmi entrare in testa. Non sempre ci riuscivo, ma il fatto di provarci era già un enorme passo avanti e mi rendeva orgogliosa di me. Questo era lo stato d’animo in cui ero quando il mio Primo Vero Amore mi ha incontrata. Io non gliel’ho spiegato e lui non l’ha capito, ma scommetto che a starmi vicino l’avvertiva… Un’ansia strana, una sorta di elettricità quasi tangibile, la mia mente era aperta e i miei sensi erano sovrastimolati e lo si poteva notare se mi si guardava con attenzione. Anche lui lavorava nella mia stessa scuola, ma non come me. Lo vedevo solo due volte a settimana, se mi andava bene, il giovedì e il venerdì. All’inizio non lo conoscevo e non ci facevo molto caso, mi limitavo a godere della sua compagnia piacevole quando c’era, ma quando non c’era notavo appena la sua assenza, facevo il mio dovere e poi tornavo a casa, pensando ai fatti miei. In quel periodo c’era un ragazzo adorabile che mi faceva la corte. Bello, divertente e intelligente, profondo quanto bastava per farci un discorso serio e attento quanto bastava per ricordare ciò che gli dicevo. Mi piaceva, ma avevamo poco in comune e non ho mai creduto che tra di noi le cose potessero funzionare davvero, eppure era bello vederlo provare, mi ha fatta sentire visibile per qualche mese. Al mio Primo Vero Amore parlavo di questo e lui mi ascoltava con un mezzo sorriso fisso sulla faccia che più tardi ho imparato a decifrare. Era un pizzico di gelosia mascherata, era qualcosa che sicuramente non riusciva a spiegare neanche a sé stesso. Neanche lui mi conosceva e anche lui, quando non c’ero, notava appena la mia assenza, però quando c’ero qualcosa lo spingeva ad avvicinarsi, sempre. Mi chiedeva di raccontargli le novità e mentre parlavo aveva sempre quel mezzo sorriso fisso e annuiva, senza variare un istante l’espressione, sembrava di cera. Poi smise di chiedermi di quel ragazzo e iniziò a parlarmi di musica. Conoscevo ciò di cui mi parlava, ma sommariamente, erano alcune delle tante cose a cui mi ero avvicinata giusto il tempo di capire che mi sarebbe piaciuto saperne di più, ma che poi avevo stipato con cura nel solito scantinato invisibile. Lui era bello, divertente, intelligente, profondo quanto bastava per farci un discorso serio ma anche distratto e non credo ricordi una sola parola di quello che gli ho detto. Però aveva una luce negli occhi che illuminava tutto ciò su cui il suo sguardo si posava. E quando si posava su di me, mi sentivo come l’attore che a teatro vede accendersi sopra di sé un enorme riflettore, quando tutto il resto dello spazio è buio e lui è l’unica forma visibile ed è al centro dell’attenzione di tutta la platea.
Non capivo come mai, ma poco alla volta il giovedì era diventato il mio giorno preferito. Ho iniziato a notare che stava succedendo qualcosa di strano quando è cambiato il mio modo di vivere il mercoledì: era attesa allo stato puro. A volte mi capitava di svegliarmi molto presto, il giovedì mattina e di non trovare una ragione. Mi alzavo dal letto senza fare alcuno sforzo e non capivo come. Mi vestivo e mi truccavo con una cura maggiore, ma mi sfuggiva il motivo. Poi arrivavo a scuola e scoprivo che lui non c’era e non sarebbe arrivato. Mi sentivo improvvisamente triste e anche un po’ tradita, ma non sapevo perché. Il ragazzo adorabile di cui sopra mi scriveva un messaggio carino e io lo leggevo quasi senza fare una piega… C’era qualcosa di molto confuso in quelle nuove sensazioni, ma non volevo fermarmi a pensarci su. Il giorno dopo, quasi sempre, c’era e ci capitava di restare da soli a chiacchierare, ché di ragazzini a scuola a Giugno inoltrato non ce ne sono mai stati molti. In un ufficio piccolo e semivuoto avevamo solo un computer e qualche sedia. Nei momenti morti mi apriva le porte del suo mondo, mi parlava dei suoi amici, della sua vita passata e presente e mi faceva ascoltare i cantautori degli anni ’60. Ogni tanto qualcuno entrava e rideva di noi, sostenendo che quella musica triste fosse davvero fuori luogo. Probabilmente era vero, ma a me piaceva proprio per quello. Eravamo così anacronistici, così diversi da tutto quello che ci circondava, da tutte le persone che ci giravano intorno… Quando ripenso a quelle mattine, le vedo in bianco e nero, come i film di una volta, quelli con l’audio distorto e la pellicola rovinata dal tempo. Eravamo speciali. Lui era speciale e io mi sentivo così solo quando gli stavo vicino.
Mi ci è voluta qualche settimana, ma poi ho capito cosa stava succedendo. È stato Tenco ad aprirmi gli occhi, perché quando cantava “Ho capito che ti amo“, elencando le cose che gli avevano fatto aprire i suoi, io mi vedevo dall’esterno spalancare la bocca ed esclamare senza voce: “Oh, mio Dio! Sono io!”
È stato Tenco a rivelarmi la verità, senza preamboli, senza premura. Me l’ha sbattuta in faccia con una semplicità inaudita, una chiarezza che mi ha disorientato, ma quando la testa ha smesso di girare avevo solo voglia di sorridere. Mi sentivo insolitamente in pace.
Ricordo che un giorno non avevamo davvero niente da fare, così portò una chitarra e cominciò a suonare. Ero seduta su un muretto, proprio accanto a lui e ne ammiravo il profilo. Mi chiese cosa volessi ascoltare e io pensai a un pezzo di De André ma non glielo dissi, preferendo lasciar decidere a lui. Dopo pochi istanti di riflessione, intonò proprio quel pezzo e io rimasi senza parole. Di tante canzoni al mondo, aveva pensato proprio a quella che era venuta in mente a me. Quanto ci piaceva scherzare e alludere a una presunta telepatia, ne ridevamo spesso. Per esempio una notte lo sognai e mi svegliai con la sensazione che lui fosse lì. Guardai il cellulare e mi accorsi che aveva provato a chiamarmi proprio pochi minuti prima. Avevo 24 anni e mi sentivo come una tredicenne, come le ragazzine che avevo seguito in quella stessa scuola media, anzi, sicuramente loro erano più maliziose di me, che ero più come una bambina, al confronto. È stato un periodo felice, è durato pochissimo ma l’ho adorato. Mi sentivo così leggera che a volte temevo quasi fosse necessario legarmi un filo alla caviglia e legare l’altro capo a un lampione o a un palazzo, perché rischiavo di volare via alla prima folata di vento. L’estate, quell’anno, era iniziata con una dolcezza squisita che di lì a poco sarebbe scomparsa nel Nulla, ma finché è durata… Ha dato un senso a tutto. Quel Giugno io mi sono innamorata degli anni ’60 e delle canzoni italiane strappalacrime, dopo anni di indie/rock/sperimentale/elettronico. Mi piaceva muovere la testa da una parte all’altra, prima a destra e poi a sinistra, oscillarla lentamente, al ritmo di una musica che avevo sempre snobbato e trovato stucchevole. Ho smesso di pensarla così quando mi sono innamorata, a quel punto era la cosa più naturale e vera del mondo e sorridevo mentre cantavo e tutto, davvero tutto era dipinto di rosa.
Mi manca così tanto quel Giugno che ogni anno ci torno con la memoria e Tenco e De André sono praticamente d’obbligo. Non ci penso, non è che lo faccio apposta, mi ritrovo ad ascoltarli e non so nemmeno come mi siano tornati in mente, è automatico. Ma ormai ci sono. E ogni volta mi emoziono, è come rincontrare dei vecchi amici che non vedo da un po’, tenero e straziante allo stesso tempo, è commovente.
Un giorno racconterò questa storia, per chi vorrà leggerla. È una storia come tante altre e contemporaneamente diversa da tutte le altre, è la mia storia e quando avrò tempo ne scriverò e ne scriverò ancora. Scriverne è l’unico modo che ho per riviverla, ricordarla è l’unico modo che ho per non perderla e chi avrà la pazienza di leggere capirà come mai ne ho così tanto bisogno, perché non è finita, perché non finirà mai.

 

On Air:Lontano Lontano” – Luigi Tenco

  
   

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Non ti ho mai avuto, a Giugno.

“Meravigliosa e sfuggente creatura… Adoro il mistero che c’è dietro ai tuoi occhi e la perfezione del tuo profilo.
Sei miele lucido e colante, avvolgi come il fumo dell’incenso.
Porti confusione e conforto. Sei Fascino, sei Poesia. Sei l’essere più incantevole che abbia mai conosciuto.
Vorrei entrare nella tua mente quando indugi nei tuoi silenzi. Vorrei fermare il tempo nell’esatto momento in cui accenni un sorriso, quando le labbra non sono ancora distese ma solo gli angoli si sollevano e danno alla tua bocca una forma invitante.
Mi stordisci e mi piace. Ti penso e non ho intenzione di smettere.
Mi manchi… Ed è bellissimo.”

(Giugno 2010)

 

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