Il tempo non esiste

Lo sconosciuto mi si avvicina con passo lento e con modi pacati, si muove con una tale grazia che all’inizio sembra non avere peso. Ma ce l’ha e ha anche un buon profumo, e mi piace sedermi accanto a lui perché più è vicino più sa di buono. Mi chiede di parlargli di me e poi ascolta pure, ascolta ogni singola parola. Ricorda tutto e mi fa anche delle domande; vuole conoscermi. Lui vuole conoscere tutto di me. Qualsiasi cosa io dica, lui la trova interessante e mentre annuisce mi sorride con le labbra ma ancor più con gli occhi. Ha la stessa espressione di un bambino davanti alle giostre, quando le guarda impaziente di salirci su ma indeciso su quale scegliere per prima, quell’espressione che te lo fa immaginare mentre saltella e batte le mani. È talmente chiaro quanto è felice di essere lì con me che lo vedrebbe anche un cieco. Lo vedo persino io e non c’è proprio niente a cui possa appigliarmi per dire, come al mio solito, “ma no, forse mi sbaglio”. Lui mi vuole lì, è evidente. Per lui la mia presenza è importantissima e fa la differenza tra una giornata banale e una stupenda; non riuscirebbe a farne a meno e quindi non lo fa. Mi porta in giro per le strade del suo quartiere, mi spiega cose che non so e non smette un attimo di sorridere. E di guardarmi. Mi fissa con ostinata curiosità in cerca di un cambio di espressione, o semplicemente di un lieve rossore sulle guance. Sono imbarazzata, cammino guardando in avanti o per terra ma per tutto il tempo percepisco i suoi occhi su di me e non so come questo mi faccia sentire… Mi dice che sono al centro dei suoi pensieri ma fa qualcosa di più che dirlo: me lo dimostra. Giorno, dopo giorno, dopo giorno…
Lo sconosciuto mi parla di sé e della sua famiglia, dice che vorrebbe farmi conoscere sua nonna. Mi stringe sempre le mani, come se avesse paura di vedermi andare via da un momento all’altro e per questo dovesse trattenermi. E quando devo andare via lui è davvero dispiaciuto, poco importa che io gli prometta di farmi rivedere presto, lui inizia a sentire la mia mancanza sin dal momento in cui gli dico ciao.
Lo sconosciuto mi viene a trovare quando meno me lo aspetto e si ritaglia un posto all’interno della mia vita. Lui vuole esserci, lo pretende, e soprattutto vuole che io ci sia. Tutto e tutti vengono dopo di me, io sono la sua priorità. Quando non posso esserci mi chiama perché ha bisogno di sentire la mia voce e non si vergogna ad ammetterlo. È geloso, quando mi vede parlare con un altro uomo mi chiede cosa ci siamo detti. Non fa scenate, piuttosto fa qualche battuta per far vedere che non se l’è presa, ma siccome è pungente si capisce fin troppo bene che se l’è presa.
Lo sconosciuto sa che amo scrivere e sa che amo anche chi scrive, per questo lui stesso ci ha provato e ha scritto qualcosa per me. Sono impazzita di gioia.
Lo sconosciuto ed io camminiamo insieme per le strade di una città completamente nuova e né lui né io conosciamo il percorso. È sera, non è neanche troppo tardi, ma è buio e fa freddo. Mi prende un po’ d’ansia perché io ho un’irrazionale paura del freddo e non so perché – è irrazionale – sta di fatto che non vedo l’ora di arrivare a destinazione, così lo esorto ad andare più veloce e lui lo fa. Ridiamo. Abbiamo il fiatone ma ridiamo. Stiamo attraversando una zona piuttosto isolata, non c’è anima viva e tutte le luci sono gialle. Le uniche luci sono i lampioni e sono tutti gialli. Il colore di quella notte non mi è nuovo, è come se fossimo capitati in un film molto vecchio ma non so dire a quando risale.
Mi rendo conto all’improvviso che una parte considerevole della mia ansia è un’espressione di impazienza. Non vedo l’ora di arrivare a destinazione, è vero, ma con lui. Tutto ciò che desidero e a cui riesco a pensare è noi due abbracciati sotto le coperte, in quella fredda sera gialla. Non glielo dico, lo tengo per me ma mi volto a guardarlo e per un attimo sento che lui pensa alla stessa cosa. Questo ha l’effetto di affrettare ancor più il mio passo, a momenti spicco il volo e non sento la fatica.
Lo sconosciuto mi vuole e stranamente non ho dubbi su questo. Mi attira a sé con prepotenza e non mi chiede il permesso, non c’è alcun filtro tra la sua volontà e le sue azioni, una spontaneità animale, l’istinto. Ci addormentiamo nudi e nudi ci svegliamo, nessuno dei due se n’è reso conto e il risveglio è una sorpresa. Io sono stesa sul fianco sinistro in posizione fetale, lo sconosciuto è dietro di me, steso allo stesso modo, che aderisce al mio corpo completamente, con fare protettivo. Mi sta abbracciando, solo adesso mi accorgo che mi ha abbracciato per tutta la notte e in questo istante, per la prima volta in tutta la mia breve e lunghissima vita, io mi sento bella.
Lo sconosciuto mi venera, per lui io sono la persona migliore che esista, la più simpatica, la più intelligente, la più affascinante; gli dico che non è realistico ma mi risponde che per lui sono perfetta e inoltre ho la pelle più liscia che abbia mai toccato. Ride alle mie battute, anche a quelle stupide, dice che con me non riesce a restare serio mai, che lo farei ridere persino a un funerale. Quando siamo tra la gente è come se fossimo noi due soli, come se nessuno potesse vederci. Si disinteressa di quello che pensano gli altri perché gli altri non esistono. È attratto da me in una maniera che non riesce a controllare, si sente partecipe, si sente completo. Io mi chiedo come sia possibile mentre faccio silenziosamente i conti con la mia secolare incertezza e con il ricordo delle mie esperienze precedenti…
Com’è possibile? Mi chiedo senza sosta. Non lo so, ma sta succedendo e mi gira la testa.

                   

“Tu sarai amato il giorno in cui potrai mostrare la tua debolezza, senza che l’altro se ne serva per affermare la sua forza.”
(Cesare Pavese)

    

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La sera del 30 Agosto 2012

La sera del 30 Agosto 2012 si scatenò una tempesta di fulmini come non ne avevo mai viste in tutta la mia vita. Il cielo nero era completamente coperto di nuvole, nuvole di cui non mi sarei mai potuta accorgere in tutto quel buio, se non fosse stato per la luce improvvisa dei lampi che ogni tanto ne illuminava i contorni. Tra quelle nuvole apparvero decine e decine di fulmini blu, rapidi, contorti e lunghi; sembravano fruste, fatte schioccare da una mano invisibile, una mano nervosa, rabbiosa, che colpiva l’aria con ben poca soddisfazione. Ad ogni colpo inferto il cielo brontolava e ai colpi più cattivi il boato dei tuoni faceva tremare i vetri delle finestre. L’elettricità era quasi tangibile, quella sera non piovve ma tutto lasciava pensare che le nuvole si sarebbero squarciate da un momento all’altro, rovesciando sul mondo una cascata di disperazione e rendendoci tutti partecipi di quello strazio. Me ne stavo sul balcone con gli occhi ben aperti e nel frattempo il mio orecchio veniva colpito dal suono delle campane a vento che avevamo appeso fuori. Era uno strumento composto da cinque canne di legno, cave, vuote, legate assieme ma non strette. Erano fatte per muoversi con la brezza e per diffondere note dolci ed esotiche, nei freschi crepuscoli estivi. Sistemate in verticale, erano di lunghezze diverse e ognuna produceva un suono diverso, ogni volta che il vento le faceva urtare contro un legnetto posizionato orizzontalmente. Quella sera di vento ce n’era molto, moltissimo e le canne si agitavano impazzite. Ricordo il suono secco del legno che batteva contro il legno, quello cupo dei tamburi del cielo, il fruscìo costante delle foglie sugli alberi, i rami scossi, allarmati, che sembravano volersi staccare dal tronco per poter scappare via. Mentre ero assorta in tutto questo, mi accorsi che indossavo una collanina di metallo. La lasciai dov’era, attorno al mio collo, e scesi in strada. Dove vivo io ci sono campi coltivati a destra e a sinistra della strada, e questa non è molto frequentata. È stretta, le auto circolano un senso alla volta e non si fermano, passano all’improvviso e poi spariscono. Ci sono delle curve e a volte qualcuno pensa che a prenderle velocemente non si rischi niente, perché tanto non c’è mai nessuno. Non ci sono marciapiedi, non c’è nulla. C’è solo una strada stretta e i campi a destra e a sinistra, delimitati da muri. Non è semplice scavalcarli. La sera del 30 Agosto 2012, mentre il cielo stava per essere lacerato, io andai a fare una passeggiata in strada. Avevo una maglietta leggera e faceva freddo. Non c’era anima viva, c’ero solo io, che camminavo senza una ragione e senza una meta. Avevo il passo deciso, ma lento. Non avevo fretta. Indugiai ancora di più nel tratto senza luci, quel tratto dove i lampioni non funzionavano. Nessuno mi avrebbe visto. Camminai fino alla curva e una volta raggiunta sentii di essere arrivata. Non pensai a niente. Il vento aveva spazzato via tutti i pensieri e i tuoni facevano troppo rumore. Camminai su e giù, ancora senza fretta, con calma. Vidi arrivare un’auto e me ne accorsi dalla luce dei fanali che mi raggiunse con netto anticipo. Avrei dovuto accostarmi al muro ma non lo feci, rimasi esattamente dov’ero. L’auto mi passò davanti e mi superò, mi voltai a guardarla mentre si faceva sempre più piccola; ben presto l’unica cosa rimasta per poterla distinguere furono le luci posteriori finché sparirono anche quelle e rimase solo il buio. La stessa scena si ripeté qualche volta e poi, quando le auto smisero di passare, percorsi la strada in senso inverso e tornai a casa. Mi chiusi la porta alle spalle e sfiorai la collanina di metallo attorno al mio collo, poi mi misi a letto e attesi che arrivasse il sonno. La sera del 30 Agosto 2012 non successe niente di niente.
         

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Maggio 2015

Faccio full immersion tra le tue cose e tu non lo sai. Passo ore a leggere i pensieri che trascrivi e a guardare le foto che scatti e non mi accorgo che ne passano così tante. Tu non hai neanche la più pallida idea dell’attenzione che presto ai dettagli, come ad esempio a quanto sono strette le tue e, e a come le m si stringano un po’ di più ad ogni gobba, gradualmente; la prima è sempre larga, la seconda è la metà della prima e la terza è una punta. La tua grafia è perfetta e scoprire che per scrivere usi una piuma mi ha stupito molto, chi lo fa più? Sono impressionata da tutto il legno e tutte le foglie secche e tutte le tazze di tè, dal fatto che la tua stagione preferita sia l’autunno e non vedo l’ora che arrivi Ottobre perché sono curiosa di vederti con una sciarpa e un cappello, sorridente, sotto un tetto qualsiasi che ti ripari da una raffica di pioggia, esattamente come me, che amo le stesse cose che ami tu ma non ne parlo più tanto, non come prima. Forse perché ultimamente non c’è nessuno che abbia voglia di ascoltare davvero, o forse perché io non ho più molta voglia di raccontarmi, ma credo che con te potrei parlare. Questo mi commuove. Ha un’importanza enorme, ma tu non lo sai.
Faccio full immersion tra le tue cose, sbircio, scruto, studio e tu non lo sai ma, quando e se lo scoprirai, ti stupirai a notare che mi sono innamorata di te molto prima di dirtelo, che è stato un segreto e che l’ho custodito gelosamente, e allora sorriderai, chiedendoti come mai io non abbia scoperto prima le mie carte. Preferisco così, preferisco fingere di conoscerti per come ti atteggi nella vita di tutti i giorni, fingere di assimilare solo ciò che tu scegli di mostrare, restando un po’ in disparte perché guardarti da lontano, mentre sei inconsapevole di tutto, è davvero bello e non voglio rischiare di avvicinarmi troppo, perché inevitabilmente tu cambieresti. È come quando gli uccellini si posano sul mio balcone e io li sento cantare; devo guardarli nascosta dietro la finestra, perché se provo ad uscire loro volano via e io ho perso la possibilità di ammirarli.
E così faccio con te, mi nascondo per osservarti meglio. Lo faccio soprattutto quando mi manchi, quando conto le ore che ci separano e mi appaiono come un unico, colossale spreco di tempo, ché se sei lontano non c’è alcun fremito. I sensi si affievoliscono e io non li forzo, in attesa che si accendano di nuovo al tuo passaggio. Non ne hai idea, ed è così strano. Mi domando cosa ne diresti, se qualcuno te lo bisbigliasse all’orecchio.
Arriverà il momento di dirti quello che so, ma oggi fingo ancora di non saperlo. E intanto faccio full immersion tra le tue cose. Forse un giorno ti lascerò fare lo stesso con me.
  

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Cronaca di un periodo non meglio specificato

Dopamina, quanto mi sei mancata! Ti ho cercato sul fondo di trecento bottiglie e non ti trovavo mai, ma d’altronde, lo so, più l’età avanza e più ti nascondi. E ti sei nascosta molto bene, di recente, così bene che ho temuto di non trovarti mai più. Mi dicevo: “Dove sarà? Dove sarà?” ma per tutta risposta scoprivo solo dove non eri.
Non sei mai stata in quelli che quando mi vedono, per farsi notare, fanno tante battute stupide, così stupide che provo imbarazzo per loro. Vogliono sembrare splendidi ma fanno solo la figura dei fessi e io non sento niente.
Non eri in quello che mi ha fissato per tutto il tempo e che non ha distolto lo sguardo dalla mia faccia neanche mentre usciva dalla stanza ma che, anzi, ha continuato a tenere la testa girata verso di me e ha centrato la porta solo perché era grande e non poteva sbagliare ma, appena fuori, è andato a sbattere contro un’altra persona. Mi ha fatto sorridere, l’ho trovato buffo, ma poi non ho sentito niente.
Non eri neppure in quello che pur di offrirmi la cena ha dovuto offrirla a tutti gli altri e per tutta la sera è stato attento a riempirmi il bicchiere ogni volta che lo svuotavo. Un gentiluomo, davvero squisito, ma che ci posso fare se non sentivo niente?
Non sei in quello che quando parla con me suda e balbetta. Con gli altri è normale, poi arrivo io e si trasforma. Poverino, lo vedo che ci prova con tutto sé stesso a farmi una bella impressione, ma c’ho l’ansia e, a parte quella, non sento niente.
Non sei nemmeno in quelli che non parlano affatto, quelli con la camicia un po’ aperta sul petto scolpito, quelli con lo sguardo sexy e l’aria impassibile, perché ho capito, sei bello, ma non sento niente.
Non eri e non sarai mai in quelli che hanno bisogno di me e che ci restano male se non li considero e poi tengono il broncio, ma cosa si aspettano, se non sento niente? Purtroppo è così e io — io — per principio non mi forzo.
Cammino per le strade di Napoli e guardo attentamente tutti quelli che incontro. Scatola vuota, scatola vuota, scatola vuota. Scatola vuota bella da togliere il fiato, scatola vuota superfashion, laggiù c’è una scatola che sembra interessante, poi mi avvicino e vedo che è vuota. Peccato. Che noia.
Ma chi mi dà il diritto di giudicare tutti così? Cosa ne so io di quello che gli altri hanno dentro? Non dovrei soffermarmi un attimo prima di stabilire che sono vuoti? No, perché non sento niente, quindi non mi interessa.
E così procedeva la mia vita, di scatola vuota in scatola vuota, alla ricerca di qualcosa di particolare, di insolito, di speciale. Poi un giorno vado a lavoro ed entra lui.
E tu chi sei?
È “quello nuovo” e all’inizio non riesco a imparare il suo nome; non lo faccio apposta ma lo storpio sempre. Lo vedo spesso, tutti i giorni, ma non ci bado granché, poi fa una battuta e io rido. Il giorno dopo sono io a fare una battuta e lui ride… E continua così, giorno dopo giorno, battuta dopo battuta. Lo sconosciuto di cui non riesco a imparare il nome è interessante e incontrarlo mi rallegra. Mi rallegra nel senso che quando sono stanca o nervosa, le sue battute mi fanno sentire un po’ più leggera. E hanno un effetto piuttosto duraturo perché, se ci ripenso dopo un paio d’ore, sorrido di nuovo. E gli altri mi chiedono: “Che c’è? Perché sorridi?” e io: “Niente, ripensavo a una cosa che ho sentito…”
Non mi accorgo subito dell’impatto che questo sconosciuto ha sulle mie giornate, anzi, tendo a darlo un po’ per scontato. Ci punzecchiamo, è divertente, perché entrambi abbiamo sempre la risposta pronta ed è un confronto/scontro ad armi pari. Però è anche normale, insomma, si lavora insieme e ci si intrattiene affinché il tempo passi più in fretta. Tutto qui. Poi però quando non c’è mi manca qualcosa, non so cosa, è come se non mi sentissi soddisfatta di come ho passato le ore lì, ore che, inspiegabilmente, sembrano raddoppiare. Che strano, penso. Ma non collego i punti, non ancora. Mi accorgo solo che ci sono giorni più piacevoli di altri, ma non so perché. Dipenderà dal tempo, dalla canzone che passa alla radio e che mi resta in testa, dipenderà da quanto mi dà pena l’allergia, o dalla mole di lavoro in quel giorno specifico.
Mmmh… No, non dipende da nessuna di queste cose se alcuni giorni sono più piacevoli di altri. Ma allora da cosa?
Non ricordo di preciso il momento in cui mi si è aperta la mente, so solo che un giorno l’ho visto, un giorno come un altro, e ho pensato: “Lui mi piace. Mi piace proprio.”
Ci risiamo, è un altro di quei pensieri in sordina che elabori solo quando esplodono. Mentre non prestavo attenzione è diventato l’avvenimento più importante della mia giornata.
Mi piace quando c’è, perché passo tutto il tempo ad aspettare che entri dalla porta e l’aria è così carica di aspettative che a momenti frigge. Ma mi piace anche quando non c’è perché passo tutto il tempo ad aspettare che entri dalla porta e se quel giorno non lo fa tutte le aspettative vengono spazzate via in un secondo e tutta la speranza abbandona il mio corpo. E mi spengo. Se ne accorgono tutti, che prima avevo gli occhi ben aperti e le spalle dritte e da un certo punto in poi mi ingobbisco, ingrigisco, ammutolisco. Mi spengo.
“Oh, che hai, all’improvviso?”
“Ma niente, mi annoio.”
“Ma un attimo fa ridevi!”
“Ah sì?”
Quando non c’è, è una delusione enorme. E voi direte: “E questo ti piace?” No! “Ma hai appena scritto che ti piace!” Un attimo, datemi il tempo! No che non mi piace, lo detesto, perché ci resto male, mi sento tipo tradita dall’universo, ma poi torno a casa, mi metto a letto e realizzo che se ci sono rimasta male è perché mi importa e allora penso: “Oh, porca Eva! Mi importa!” e questo mi piace da matti.
Quindi sì, alla fine mi piace anche quando mi lascia un’intera giornata ad aspettarlo inutilmente, dopo che semmai ho passato ore ad arricciarmi i capelli e a farmi il trucco, tutto lavoro sprecato, perché oggi non c’era, eccheccazzo, però è stupendo che impreco perché vuol dire che mi importa! Ché se poi il giorno prima non c’è stato, il giorno dopo deve esserci per forza e io conto le ore. La notte non riesco a dormire e penso: “Ale, dormi! Sennò domani avrai le borse sotto gli occhi!” e sono le 2:00. “Sì, ma che mi metto?” e si fanno le 3:00. “Dormi, dormi, dormi, dormi, dormi!!!!” ed effettivamente mi addormento ma mi sveglio alle 5:00. “È già ora di andare a lavoro?” No. Allora mi riaddormento e mi risveglio alle 7:00. “E adesso? È ora?” No, perché la sveglia doveva suonare alle 8:00 ma mò sono sveglia, tanto vale che mi alzi, ormai. Non ho dormito quasi per niente eppure mi sento piena di energie, un entusiasmo a dir poco sospetto, per chi mi conosce. “Oggi ci sarà o no?” Domanda da un milione di dollari, la domanda attorno cui ruota praticamente tutta la mia vita, da un po’ di tempo a questa parte.
Non riesco proprio a ricordare il giorno esatto in cui il pensiero in sordina è diventato realtà, ma da quando è successo le uniche cose di cui mi preoccupo sono:
— Calcolare bene i tempi e fare in modo di non essere oberata di lavoro quando so che passerà.
— Trovare qualcosa di divertente da dire.
— Lanciare frecciatine ma farlo con nonchalance, sondare il terreno ma senza scoprire le carte.
— Non farmi sgamare dalle mie colleghe. Mai farsi sgamare dalle proprie colleghe!
E invece le colleghe mi hanno sgamato appazzi, perché adesso sono lì che se la sghignazzano ogni volta che io e lui si scherza. A lui dicono: “Ma come mai sei sempre qui? Sono curiosa di sentire la prossima scusa che troverai per entrare.” — Bastarde! — e a me dicono: “Ale, c’è feeling, c’è feeling. Siete proprio carini.” e ancora: “È proprio il tuo tipo!” e io: “Ma che dite? Ma quando mai! Ma siete fuori?” Ma a chi voglio darla a bere? Che quando lo vedo di colpo divento scema e si vede. A volte mi accorgo che mi trema la voce, mi tremano le mani, mi trema il cuore. Mi mancava questa sensazione! Dio, mi mancava come l’aria! Però deve restare un mio segreto, ok? Non ne parlo, non lo ammetto a nessuno. Men che meno a lui, che mi sorride e mi prende in giro. E se provo ad ignorarlo non ci sta, perciò trova un modo per attirare la mia attenzione e farmi voltare; di solito lo fa con un semplice “Ciao, Ale!” e la sua voce è così limpida… Un giorno mi stava parlando, non ricordo di cosa e io ero tutta un: “Mh-mh, certo” ma non stavo ascoltando.
“Certo, certo. Mh-mh. Di che colore sono i tuoi occhi?”
“Verde acqua.”
“Sono bellissimi!”

[*Sospiro*]

   

Dopamina, mi sei mancata tantissimo. Ti ho cercata sul fondo di trecento e una bottiglie e alla fine ti ho trovato in due splendidi occhi verdi.
Pardon, verde acqua.

     

Sto scivolando via.

 

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Ready, Steady, Go!

Ho anche un lato dolce, io. Non sono l’arpia che sembro, non sono davvero acida. Forse faccio troppo sarcasmo, ma non è mia intenzione offendere — di solito. Il mio modo di aggrottare le sopracciglia quando ascolto, quando sto molto attenta, quando mi concentro, non poche volte è stato foriero di fraintendimenti. “Sei sempre arrabbiata!”, mi hanno detto in centinaia di occasioni, ma non è vero. Non sono sempre arrabbiata! È solo la mia faccia. Sono aggressiva. Questo sì, spesso. Devo dire ciò che penso e, per quanto cerchi di stare attenta alla forma, non sempre me ne esco bene. Sono impulsiva e pure permalosa. Sì, lo sono, lo ammetto. Ma sono anche capace di dolcezza, lo giuro!
La maggior parte delle persone non sa cosa significhi vivere in cattività. Quando per anni il mondo intero si riduce a una stanza, quando le uniche facce che vedi si contano sulle dita di una mano, disimpari ad esprimerti. Non è che non sai più parlare, conosci ancora il significato delle parole, ma è la loro combinazione a creare qualche problema.
La formulazione di frasi lunghe, dopo che per tanto tempo ne sono bastate poche, una manciata — e spesso anche solo suoni gutturali — può essere una prova ardua, soprattutto quando il concetto da esprimere è complesso. O meglio, soprattutto quando il concetto è complesso e anche molto personale. Più devi scendere nel profondo e più è complicato, sei talmente disabituato che quasi ti sembra di regredire allo stato di poppante non alfabetizzato, boccheggi, prendi mille pause, fai dei gesti, speri che capiscano… E raramente lo fanno, ma come biasimarli? Non hai detto niente. È curioso, stai per anni da solo con te stesso, ti conosci meglio di chiunque altro e poi, se qualcuno ti chiede di te, non ne sai parlare, è l’argomento più difficile del mondo. Ecco cosa intendo quando dico che si disimpara ad esprimersi. A me è successo questo, non ne ho colpa, o forse sì. Ma nonostante il modo in cui la vita mi ha plasmato, miracolosamente il mio lato dolce è sopravvissuto. Ce l’ho ancora, dovete credermi. Lo mostro di rado, è vero, perché l’esperienza mi ha insegnato a proteggermi, a temere di essere considerata debole. Perché quando l’ho mostrato hanno riso di me. Perché tanta della dolcezza di cui ero capace l’ho mostrata a chi mi odiava. — E non è servita a farmi odiare di meno, men che meno a farmi amare. No… Non è servita…
Ma ne ho ancora, giuro, ne ho tanta! Ho tanta dolcezza qui dentro di me, per chi riuscirà a capire.
È solo che… Se l’unica persona che sembrava capace di capire mi ha abbandonato, mi chiedo… Che speranze ho, allora?
“Evidentemente non aveva capito proprio un cazzo!”
Ok. Allora proverò a ricominciare tutto daccapo, ancora una volta. Proverò a essere dolce e a lasciar entrare qualcuno nello stesso posto da cui un’altra persona è scappata con orrore. Proverò ad aspettarmi appoggio lì dove prima ho trovato egoismo, fiducia lì dove prima ho trovato paura. Cercherò amore e rispetto. Non avendoli mai conosciuti, se mai li troverò, stenterò a riconoscerli, ma prometto che ci proverò. Sarò dolce, premurosa, mi preoccuperò per qualcun altro, spenderò tutte le mie energie per farne il centro dell’universo, sarò affettuosa. Qualcuno forse mi ringrazierà, per questo. Forse stavolta qualcuno lo apprezzerà. Ho bisogno che qualcuno lo apprezzi, ho bisogno che mi apprezzi. Perché non ne posso più di sentirmi indesiderabile e superabile. Voglio sentirmi fondamentale. Duratura.

                      

On Air: “Something for myself” – Dark Dark Dark
( ❤ )

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