G. ed io [pt.8]

Avevo un solo desiderio: passare tutto il tempo possibile con G. Quando non lo vedevo ne sentivo una mancanza reale, fisica e non ero tranquilla, affatto. Mi sentivo mutilata, come se fosse una parte di me, una parte del mio corpo, come se farne a meno fosse una cosa contro natura. Per questo, quando ho avuto l’occasione di organizzare una fuga d’amore, ho fatto di tutto per coglierla al volo ed ero talmente presa da questo progetto che non ho pensato neppure per un attimo alle possibili conseguenze.
Dovete sapere che da quando lavoro ho visto diminuire considerevolmente il mio tempo libero. E questa non è una rivelazione, perché succede a tutti, lo so. È solo che io non c’ero abituata perché per anni ero stata a spasso e avevo avuto tutto il tempo del mondo per andare, tornare, fare tutto quello che mi passava per la testa. Quello che mancava, però, era la voglia e quindi non ho fatto niente di niente. Al contrario, ad Aprile io di voglia ne avevo eccome! Avrei voluto fare un milione di cose, con G, visitare così tanti posti che non sarebbe bastata una vita e purtroppo di tempo non ne avevo più, quindi facevo i conti con un controsenso pratico che, ripeto, conosce chiunque ma che io facevo fatica a digerire. Per il tipo di lavoro che svolgo non avrei mai avuto un weekend libero, mai neanche una domenica libera, avrei sempre avuto solo il martedì, solo il mio preziosissimo martedì, stop. Ma non a Pasqua! Quest’anno ad Aprile si è verificata una fortunata coincidenza che si fa presto a spiegare: a Pasqua non si lavora e neanche a Pasquetta. – Pasqua viene sempre di domenica, Pasquetta di lunedì. – Dopo il lunedì viene il martedì, il mio giorno libero. L’associazione mentale è stata immediata.
“OMMIODDIO! Avrò tre giorni liberi! Ben tre giorni liberi da passare con G! Oh-mio-Dio!”
Quando gliene ho parlato, G. sembrava davvero contento. Abbiamo pensato che sarebbe stato bello andare a Roma, avremmo avuto l’appartamento tutto per noi perché i suoi coinquilini erano tutti a casa con le famiglie e nessuno avrebbe potuto interferire. Un sogno! Io ho cominciato a fare i salti di gioia un mese prima, perché l’idea mi piaceva da morire e non vedevo l’ora di metterla in pratica. Con G. ci sentivamo tutti i giorni e io lo tenevo costantemente aggiornato sull’evolversi della situazione, situazione che non era poi così semplice come l’associazione mentale di cui sopra. Non avevo fatto i conti con gli egoismi personali — e se volete, legittimi — delle persone che lavoravano con me. A tutte faceva gola quel martedì, ad una in particolare, la responsabile, quella con maggior potere. Ho capito che non avrei potuto semplicemente pretendere ciò che mi spettava di diritto, ma avrei dovuto agire con delicatezza e molta, molta attenzione per non rompere equilibri sottili che comunque G. conosceva bene, perché gliene avevo parlato. Per giorni ho camminato sulle uova pur di non rischiare di perdere quel martedì e per giorni gli ho raccontato episodio dopo episodio. Ho dovuto chiedere dei favori e sopportare il malumore di chi restava dietro ma alla fine avevo ottenuto quello che volevo: avrei avuto ben tre giorni da passare con il mio amore. Anzi, più di tre, perché saremmo partiti di sabato pomeriggio e saremmo tornati di mercoledì mattina! Credetemi, ero troppo felice, perché era andato tutto alla perfezione e io raramente ho potuto dirlo. Non immaginavo, però, che G. avrebbe mandato tutto in malora, facendomi addirittura pentire di averci pensato.
Il giorno prima di partire, venerdì, ho scoperto che non ne aveva neanche parlato ai suoi. Mentre a casa mia avevo spiegato già tutto da settimane, mentre mia madre si stava già rammaricando di non poter passare la Pasqua con me, mentre io ero lì che la consolavo bonariamente e le chiedevo di essere contenta e di lasciarmi fare ciò che sentivo, a casa sua nessuno sapeva niente di niente. Era un mese che organizzavo tutto nei minimi dettagli e lui non aveva mai neanche anticipato di avere un’idea in testa, giusto un’idea, no, neanche quella. E se suo padre gliel’avesse impedito? Era grande e grosso ma suo padre ha sempre avuto un forte ascendente su di lui e se gli avesse detto di no, lui gli avrebbe dato retta. Quando ho saputo che non aveva detto ancora nulla mentre io avevo già preparato la valigia, mi sono incazzata.
A: «Cioè, ma ti pare normale che hai avuto un mese per avvisarli e ti riduci a farlo all’ultimo minuto? Ma allora di’ che non vuoi partire! Guarda che siamo ancora in tempo, possiamo ancora rinunciare a tutto.»
G: «Io voglio partire, solo… Magari potremmo farlo domenica mattina, o anche… lunedì…»
A: «Magari potremmo non farlo proprio! Tu lo sai cosa ho dovuto fare per poter partire di sabato pomeriggio! Lo sai che M. me lo rinfaccerà a vita! Avresti potuto dirmelo prima, così almeno non avrei messo su tutto quel teatrino!»
G: «Ma tu hai questa strana mania di programmare le cose con mesi di anticipo… Io non sono così.»
L’ha detto con ostentata leggerezza, come se volesse sottolineare il suo atteggiamento sciolto, tranquillo e farmi passare per la fissata maniaca del controllo che effettivamente a volte sono, ma non mi è piaciuto per niente perché non sono sempre così, insomma, non del tutto, ve lo giuro. Ho cercato di spiegargli che io, tendenzialmente, sono una che se le dai un quarto d’ora di tempo per fare la valigia ti dice: “Dove si va?” – “Non ti è dato sapere.” – “Ok, porto sia il maglione, sia la t-shirt. Quanto tempo mi resta?” – “Dieci secondi.” – “Ok, spazzolino preso. Possiamo andare.” …Io sarei anche quel tipo di persona, se potessi permettermi il lusso, e finché ero disoccupata avrei potuto esserlo eccome! Ma da quando qualcuno aveva avuto fiducia in me e mi aveva dato una possibilità, io non potevo più essere quella persona. E sentirlo ostentare il suo atteggiamento hippy del cazzo mi ha dato sui nervi, anche perché, detto tra noi, lo invidiavo. Ho detto: «Mi dispiace di non poter essere così, ma adesso ci sono delle persone che contano su di me e a cui devo rendere conto delle mie decisioni, non posso fare quello che voglio quando lo voglio, devo programmarlo e comunicarlo per tempo. Ormai va così.»
Mentre lo dicevo, ero perfettamente conscia della tristezza infinita di questa cosa e giuro che ho avuto voglia di licenziarmi e di andare a vivere sotto i ponti con lui ma non lo avrei ammesso neanche sotto tortura. G. non ha saputo fare di meglio che ironizzare, con una punta di acidità: «Non ti preoccupare, un giorno troverai un bravo maritino, tutto preciso, e ve ne andrete a passare la Pasquetta da qualche parte, come una coppietta felice, aprirete l’uovo di cioccolatablablablabla» Sinceramente il resto non lo ricordo, quello che mi ha infastidito è stato il tono con cui faceva l’elenco dei più grigi cliché. Porca misera, mi stava prendendo in giro! Allora ho detto: «Mi dispiace che la pensi così. Sai che c’è? Anche a me piacerebbe fare come fai tu, comportarmi come la figlia di papà che può prendersela comoda, che può decidere le cose all’ultimo minuto e all’ultimo secondo cambiare idea. Ma, a differenza tua, io ho degli impegni. Quindi mi dispiace se ti sembro pesante e noiosa, ma non mi posso più permettere di pensare solo a me stessa. Benvenuto nel mondo degli adulti!»
…Lo so, lo so. Una stronza. Mi dispiace avergli detto queste cose, non volevo offenderlo, è solo che mi sentivo giudicata e… mi sono difesa. Se potessi tornare indietro mi cucirei la bocca. Anzi, ancora meglio, eviterei proprio di proporgli la partenza. La verità è che lui non ci voleva andare, a Roma, e ho sbagliato a fargli tutta quella pressione. La cosa strana, però, è che lui non mi ha mandata a quel paese ma ha confermato l’appuntamento per il giorno dopo e alla fine siamo partiti davvero. Non avremmo mai dovuto.
Sabato pomeriggio il treno è arrivato in stazione e lui era già su, perché ci era salito all’inizio della corsa. I miei genitori mi avevano accompagnata e mi stavano salutando col sorriso sulle labbra ma con la tristezza negli occhi; sarebbero stati solo pochi giorni e se fossi partita con un’amica mi avrebbero lasciata andare a cuor leggero ma il problema per loro era che partissi con G. Mamma aveva un brutto presentimento e al mio ritorno papà mi ha detto che quando sono rientrati in macchina lei aveva gli occhi lucidi.
Mamma: «Non si è neanche affacciato per salutarci. Ha visto che aveva delle borse ingombranti e non l’ha neanche aiutata a salire o a metterle sul portabagagli. Ma con chi l’abbiamo fatta partire?»
In effetti quel giorno G. non è stato un cavaliere, ma mia madre non sapeva — e non saprà mai — che non aiutarmi con le borse era ben poca roba paragonata ad altre sue mancanze di tatto, per così dire. Io non ci ho fatto caso perché avevo deciso che mi sarei concentrata solo sulla nostra felicità; avevo deciso che dovevano essere dei giorni perfetti e mi sono impegnata al massimo per renderli tali. Sono salita sul treno, ho sistemato le borse pesanti di cui sopra, lui non si è mosso di un millimetro e non mi ha neanche salutata, o forse ha detto un ciao stentato. Appariva molto teso, dopo un po’ che eravamo in viaggio ha tirato fuori tutto quello che aveva in borsa per farmelo vedere ed erano quattro o cinque flaconi di pillole diverse. Alcune erano sostanze naturali, altri veri e propri psicofarmaci ma questi ultimi non li aveva ancora mai presi e non era sicuro di volerlo fare.
A: «Allora perché li hai portati con te?»
G: «In caso di emergenza.»
Ma che tipo di emergenza poteva mai sorgere? Stavamo solo andando a Roma, a passare qualche giorno da soli, non avremmo avuto impegni o pensieri vari, avremmo potuto rilassarci, amoreggiare, oziare… Fare cose tranquille, insomma… Non capivo. G. ha disposto i flaconi con ordine, tutti in fila sulla base del finestrino e vederli così mi ha fatto impressione. Nella sua borsa non c’era nient’altro a parte quelle pillole, il cellulare, le chiavi dell’appartamento e qualche bottiglia di Burn. Sì, la bevanda energetica, proprio quella. Sempre per quella stupida convinzione di potersi curare da solo, aveva cercato su internet dei rimedi casarecci per i suoi cali di umore e aveva scoperto — udite, udite! — che la taurina è un antidepressivo naturale. Il genio aveva così pensato di tracannare bevande energetiche fino a scoppiare, nel tentativo di stare bene, seppur temporaneamente. Adesso che ci penso, avrei dovuto capire subito che se aveva bisogno di tutta quella roba per partire, evidentemente era perché non voleva partire. Avrei dovuto chiedergli di scendere con me alla prima fermata e di aspettare lì il treno che ci avrebbe riportato a casa, eravamo ancora in tempo, non era troppo tardi… Ma non gliel’ho detto e ho indossato la maschera sorridente, quella del “tutto va bene, tutto passa, godiamoci la vita!”… La maschera della bugiarda. Peccato che quelle bugie io le abbia raccontate a me stessa, prima di tutto. Davvero molto, molto stupido.
Per tutta la prima parte del viaggio G. ha aperto e finito una lattina dietro l’altra, poi ha fatto lunghe tappe al bagno mentre io guardavo fuori dal finestrino e mi sforzavo di ignorare la verità. Non riusciva a stare fermo, era irrequieto e quelle tappe in bagno erano una scusa per non restare seduto ma poi tornava sempre al suo posto e io cercavo di intavolare una conversazione piacevole, di tenerlo concentrato e per un po’ ho visto che ci provava… Qualche chilometro prima di Latina, però, non ce l’ha più fatta, s’è alzato ed è andato a mettersi davanti alle porte scorrevoli, quella parte del treno in cui stazioni solo quando stai per scendere. Io sono andata ad offrirgli un po’ di compagnia ma voleva stare solo, così me ne sono tornata al mio posto e ho aspettato la fine di quel viaggio; apparentemente ero calma ma dentro sentivo montare l’ansia.
“Deve vedermi calma, molto calma. Forse se mi vede calma si accorge che non c’è niente, assolutamente niente di cui preoccuparsi e si calma anche lui.”
Siamo arrivati a Roma che era esausto. Quella sera non abbiamo fatto niente, non ho osato neanche proporgli di uscire. Mi sono fatta una doccia e mi sono preparata per la notte ma questo non significava che avessi intenzione di arrendermi. Quando è toccato a lui entrare in bagno, ho pensato di fargli una sorpresa. Avevo portato da casa un bel po’ di candele e una scatola piena di petali di rosa rossi, vellutali, morbidissimi! Lo scopo era creare un’atmosfera romantica, rilassata, avremmo anche potuto restare solo a parlare, l’importante era che si sentisse coccolato e soprattutto sereno. Ero già pronta a sistemare tutto ma poi ho pensato alla faccia che aveva poco prima di entrare nella doccia… Non sembrava molto conciliante e io non volevo rischiare di fargli pressioni. In più, lo ammetto, ero anche preoccupata per me stessa: prima di posizionare con cura le candele per tutta la stanza, prima di accenderle e prima di spargere i petali sul letto, prima di mettere su tutto quell’ambaradan volevo accertarmi che ne valesse la pena. Non potevo rischiare di accoglierlo con un sorriso e di sentirmi dire: “Non sono in vena” o peggio, di essere assecondata appena un po’ e poi vederlo girarsi di spalle e addormentarsi senza neanche un bacio. Non potevo rischiare di sentirmi stupida e siccome con G. stava succedendo fin troppo spesso, nell’ultimo periodo, ho deciso di aspettare. Mi sono avvicinata alla porta del bagno, ho bussato e gli ho chiesto: «G, di che umore sei?»
G: «Cosa?»
A: «Di che umore sei?»
G: «In che senso?»
A: «Come stai?»
G: «Sto bene.»
No, che non stava bene, lo sentivo. A malincuore, ho riposto le candele nella borsa, ho chiuso la scatola con i petali e ho nascosto tutto; lui non ha mai saputo cosa avevo portato con me e sono certa che è stato meglio così. Quando è uscito dalla doccia è entrato in camera e si è infilato il pigiama, io ero già a letto ma lui mi ha ignorata. S’è sistemato sotto le coperte, s’è girato dall’altra parte e, senza dire niente, si è addormentato. Io non avevo parole, ho fissato il soffitto per non so quanto tempo, prima di rassegnarmi. Durante la notte si è svegliato e si è avvicinato a me ma senza particolare trasporto. Ho trovato che la meccanicità dei suoi gesti fosse la cosa più avvilente del mondo.
Il giorno dopo era Pasqua. Io volevo tanto andare all’EUR, al parco con il laghetto perché avevo letto che lì c’era tutta una zona piena di ciliegi e che in primavera erano uno spettacolo stupendo. Io adoro i ciliegi in fiore! Ancor prima di partire, gli avevo già detto che mi sarebbe piaciuto andare a vederli e lui aveva risposto: “ok” ma quella domenica non era proprio in grado. È rimasto a letto tutto il giorno e io ho fatto lo stesso perché… Perché non sapevo cos’altro fare. Ci siamo alzati solo per pranzare ma G. era più strano del solito. Se io ero presente, seduta a tavola con lui, torturava il suo cibo riducendolo piano in briciole… Appena mi alzavo e mi allontanavo temporaneamente, prendeva un boccone e masticava… Non ho capito come mai, ma non voleva mangiare davanti a me.
Durante quella giornata si è addormentato e svegliato ripetutamente. Non ha mai dormito davvero, ma ha avuto momenti di scarsa lucidità durante i quali un po’ delirava, un po’ sognava ad alta voce.
«Tu sei una persona normale, troppo normale. Io non lo sono.»
Ho evitato di fare discorsi filosofici sul concetto di “normalità”, sul fatto che secondo me non esiste e ho evitato anche di puntualizzare come mi sembrasse dispregiativo il suo modo di definirmi, come se “normale” significasse “banale”.
«Noi non possiamo essere felici, perché ti arrabbi sempre con me. E poi non mi credi e non credi che sto male. E quando provo a fare qualcosa di carino per te, tu rovini tutto.»
Non potevo credere alle mie orecchie! Non ho saputo cosa dire, soprattutto perché sono rimasta scioccata dal modo in cui lo aveva detto. Era a pancia in giù, con la testa girata in modo che non potessi vederlo, aveva la voce rilassata di chi sta scivolando piano tra le braccia di Morfeo. Proprio un modo insolito per incolpare qualcuno del fallimento di una storia d’amore. Era a dir poco surreale, non sapevo se stesse facendo sul serio.
«Tu non sei normale, neanche tu stai proprio bene e questo è un problema perché se avessimo un bambino e io morissi, vorrei sapere di lasciare mio figlio a una mamma forte che potrebbe prendersi cura di lui.»
Non capivo cosa stesse dicendo, come potesse contraddirsi con tanta nonchalance nel giro di qualche minuto e come potesse dire cose così forti e sconclusionate e tutte insieme. Ad un certo punto si è avvicinato, mi ha abbracciato e ha cominciato a baciarmi, poi ha chiesto: «Dov’è?»
A: «Chi?»
G: «Il Distrattore. Dov’è?»
A: «E chi è il Distrattore?»
G: «Tuo figlio.» e un secondo dopo si è addormentato. Abbastanza strano, devo ammetterlo. Sono rimasta un attimo interdetta a guardare nel vuoto, non ci avevo capito niente. Però poi mi sono messa a guardarlo e a pensare. Avrei pagato per entrare nella sua testa e vedere cosa c’era dentro, avrei voluto fare ordine o almeno aiutarlo a farlo da sé ma non avrei potuto finché non me l’avesse permesso. E intanto dormiva e sembrava indifeso. Strano, molto strano, ma comunque indifeso. Mentre ero lì che pensavo a questo, lui si è girato sul fianco dandomi le spalle. Gli ho detto piano: «Ti amo…» e con mia grande sorpresa ha risposto: «Anch’io.» Ho sgranato gli occhi senza sapere se fosse sveglio o no, voglio dire, fino a quel momento sembrava addormentato e lo è sembrato anche dopo, io… mi sentivo molto confusa. E lui non mi ha certo aiutata. Più tardi me l’ha ripetuto, mentre mi stringeva forte. Mi ha detto: «Ti amo, Ale.» e io non ho detto niente perché lui era sveglio, di questo ero certa, ma a quel punto non sapevo se lo ero io. Davanti alla mia non reazione ha continuato: «Ale, ti amo! Ti amo!» e io sono rimasta zitta. Ho pensato che non me lo diceva da mesi, credo da Gennaio, o al massimo inizio Febbraio. Era una cosa forte, mi ero abituata a non sentirglielo dire e quando l’ha ripetuto ha fatto tanto rumore che per un attimo ho sentito le orecchie fischiare. Ma non ho fatto in tempo a rallegrarmi (e neanche a crederci) che aveva già detto il contrario. Non ricordo esattamente quando, forse qualche minuto dopo o forse qualche ora, ma eravamo di nuovo vicini, molto vicini e io lo stavo abbracciando quando mi ha detto: «Non ti amo. Io non ti amo.»
È stato meschino, da parte sua. Avrei dovuto andarmene e prendere il primo treno per tornare a casa, ero ancora in tempo, ma ero confusa. So che l’ho già scritto… “Ero confusa”, “non ci ho capito niente”… Ma è vero. Voi dovete provare a mettervi nei miei panni, ho passato l’intera giornata in una stanza buia, con le tapparelle calate, con la stessa luce la mattina, il pomeriggio e la sera, ho avuto chiaro che era arrivata la sera solo quando era già notte, accanto a me c’era uno strano essere arrabbiato che si addormentava e si svegliava in continuazione e quando era sveglio diceva cose assurde, la testa mi girava… Non sarei mai riuscita ad alzarmi da quel letto, vestirmi, aprire la porta, prendere il tram, arrivare alla stazione e affrontare il viaggio. Lo so, non ce l’avrei mai fatta e quindi sono rimasta lì, in silenzio e al buio. Quel giorno è passato senza avere nessun senso.
Il lunedì mi sono svegliata e ho pensato: “Oggi deve essere diverso. Farò di tutto perché sia diverso.”
A: «Oggi andiamo a vedere i ciliegi al parco?»
G: «……..»
A: «Dai, ti prego! Mi piacerebbe tanto!»
G: «Ma si sta così bene qui…»
Non so di cosa parlasse, io non ero stata bene per niente fino a quel momento. A Gennaio! Forse a Gennaio avremmo potuto passare tre giorni interi in quella camera e starci bene, ma bene davvero. A Gennaio lui mi diceva di amarmi senza ritrattarlo e mi baciava in continuazione… Ad Aprile no, non era una buona idea.
Mi sono avvicinata alla finestra e ho fatto in modo che la luce invadesse la stanza, poi ho detto:
A: «Vedi quanto sole? È una giornata stupenda, non possiamo restare in casa!»
Per la verità io non ho mai condiviso la passione della maggioranza per le giornate piene di sole; secondo i miei personalissimi e opinabili gusti, una “giornata stupenda” prevede un cielo coperto e il borbottio di qualche tuono in lontananza. Ma in giornate come quelle che piacciono a me non puoi andare al parco ad ammirare i ciliegi in fiore e poi, diciamocela tutta, io stavo provando a trasmettergli gioia di vivere, entusiasmo, tutte cose che purtroppo non mi appartengono molto, quindi ho dovuto fingerle un po’. G. non si sarebbe mai alzato da quel letto, di sua spontanea volontà. Ci ha messo un sacco di tempo a prepararsi, si fermava continuamente, si capiva che stava male al solo pensiero di scendere in strada.
G: «Ma perché hai tutta questa fretta di uscire? Possiamo farlo anche dopo, con calma…»
“Non esiste! Se rimandiamo a dopo, poi lo so, finiremo per non uscire più. E non esiste!”
A: «Ma avevamo detto che avremmo fatto un picnic al parco… È già mezzogiorno, a che ora pranzeremmo? Dai, Cuoro, sbrigati!»
Mentre mi truccavo ho messo su qualche pezzo figo che credevo l’avrebbe messo di buon umore. Io cantavo e saltellavo a tempo di musica, lui sorrideva ma era teso, lo vedevo bene. Dopo non so quanto ha finito di prepararsi e la nostra giornata ha avuto inizio. Io tenevo tanto a quel picnic, ne avevamo parlato per settimane, ma lui l’ha sabotato dal primo momento. Mi sarei voluta dirigere direttamente verso l’EUR ma G. aveva il passo lento, lentissimo e continuava a dire che preferiva vagare senza meta, così, per evitare di indispettirlo, ho smesso di mettergli fretta e mi sono adeguata. Ammetto che non mi è dispiaciuto passeggiare così, sotto il sole primaverile. Ho scoperto che a G. piace l’architettura, i vecchi palazzi e nello specifico i muri dei vecchi palazzi. Non lo sapevo ma può darsi che non lo sapesse neanche lui. Abbiamo camminato per vie sconosciute, accarezzato gattini, incrociato una marea di turisti… Siamo andati persino a piazza San Pietro, e che ci facessero due miscredenti come noi in Vaticano non è dato sapere. Oh, se abbiamo camminato! Abbiamo macinato chilometri e avevamo entrambi fame. Lui voleva offrirmi un gelato ma io volevo disperatamente fare quel picnic sotto i ciliegi e per questo ho rifiutato ma se avessi saputo che all’EUR ci saremmo arrivati dopo le 18, avrei sicuramente mangiato qualcosa prima. All’improvviso, senza programmarlo, siamo sbucati a Trastevere, proprio nei pressi del fiume e quella era un’altra delle mille cose che avrei voluto fare quel giorno, nonostante la sua scarsa collaborazione. Quando ce lo siamo trovati davanti, io ho fatto tipo *o* e lui tipo O__O   Ho già scritto che mi sono sentita sabotata anche se non so spiegare perché, è stata una sensazione sottile ma costante che ho avvertito praticamente dall’inizio di quella giornata ma per un attimo mi è sembrato che quella sua espressione stupita me la confermasse, non so… Probabilmente penserete che sono paranoica, ma mi è sembrato quasi contrariato dalla coincidenza, per la serie “Il lungotevere… Quello che voleva vedere lei… Ma come diavolo…?!” …Ripeto, non so spiegarlo meglio di così.
A: «Cuoro, il Tevere! Oh, mio Dio! Ti prego, scendiamo?»
G: «Ok.»
Mentre camminavamo su uno qualsiasi dei ponti che ci passano su in cerca di una scalinata qualsiasi da usare per raggiungere il fiume, due signori, uno con moglie e figli al seguito e uno senza, mi hanno lanciato delle lunghe occhiate languide. Io gliel’ho fatto notare, ma così, per ridere e lui infatti ha riso ma non mi è piaciuto il modo in cui l’ha fatto.
G: «Ma l’avrai immaginato!»
A: «Be’, no… Non l’ho immaginato.»
Era tanto strano, per lui, che qualcun altro potesse notarmi?
A: «Sai, ultimamente il modo in cui mi guardano gli uomini è diverso, me ne accorgo. Forse è vero che il nostro stato d’animo influenza la percezione altrui, insomma… Da quando sorrido di più, ho notato qualcosa nei loro occhi che prima non c’era, come una specie di… Un accenno di desiderio.»
G: «Forse ti hanno sempre guardata così, ma prima non ci facevi caso.»
A: «No, non è questo, credimi. Io sono sempre passata inosservata, voglio dire… Le persone che si sono interessate a me l’hanno fatto dopo che avevo trascorso un po’ di tempo a parlarci, ma quasi mai mi si sono avvicinate sulla base della semplice attrazione fisica. Non sono mai stata una che quando la vedi ti giri a guardarla, ecco. Be’, comunque… In compenso sono simpatica.»
G: «E chi lo dice? Non è vero, sei brutta e anche antipatica.»
G. ha ridacchiato un po’ e io ho fatto lo stesso ma poi ho girato la testa con la scusa di guardare qualcosa altrove e ho pensato ad alcuni commenti simili che aveva fatto già tre anni prima. Battute più o meno divertenti e più o meno serie che mi avevano sempre fatto dubitare del mio aspetto. Chi mi conosce lo sa, non è che ci volesse molto; io ho sempre fatto di più che dubitare del mio aspetto, io mi sono sempre odiata. Ho sempre odiato il mio viso, il mio corpo, ogni più piccolo dettaglio, non ho mai salvato niente. Per questo, quando M. venne da me, durante quelle notti solitarie di fine Agosto, io mi lasciai distrarre così volentieri. Mi diceva che ero bella e che aveva notato e amato tutte le espressioni diverse che assumeva il mio viso quando mi arrabbiavo, quando mi spaventavo, quando mi intristivo… E tutti i più piccoli gesti delle mie mani e il mio modo di camminare e di entrare e uscire dall’auto. Diceva che esprimevo sensualità e che era geloso di chi poteva vederla tutti i giorni, mentre lui era lontano. Cose del genere, cose che a ripeterle mi sento molto, molto in imbarazzo perché era evidente che le dicesse con la speranza di ottenere i suoi luridi scopi, lui mi ha preso in giro dal primo momento… Che sciocca donnicciola, sono stata. Mi vergogno molto per aver osato crederci, anche solo per cinque minuti. È solo che… Mi sono sempre chiesta cosa si provasse a sentirsi… Va be’, lasciamo perdere. Il punto è che nessuno ha mai pensato queste cose di me e neanche G, me l’aveva fatto capire bene tutte le volte che aveva ironizzato sulla mia mancanza di autostima e anche quel giorno, forse non ha detto niente di che, forse era solo una battuta, ma io ci sono rimasta male. Lui mi ha guardata, l’ho visto, e ha notato la mia reazione. Avrebbe potuto sdrammatizzare, dire, che so, “a me piaci” o darmi anche solo un bacio sulla guancia. Ma non ha detto niente, né tantomeno io, che l’ultima cosa che volevo era elemosinare un complimento. Giuro che quegli uomini mi avevano guardata davvero e giuro che in quel periodo capitava spesso. Forse G. non ci credeva, forse credeva che avessi voglia di pavoneggiarmi e così ha pensato di dovermi ridimensionare. Comunque questo è niente, ne aveva dette di peggiori tre anni prima e, credetemi, ne avrebbe dette di terribili solo poche settimane dopo. Ma finalmente eravamo arrivati sul Tevere e io avevo negli occhi le immagini de “La grande bellezza”, di Paolo Sorrentino, e non mi pareva vero essere proprio lì. Ho chiesto a G. di scattare delle foto che probabilmente adesso non ha più, al fiume, ma soprattutto alla luce del sole che veniva fatta a fette dai rami degli alberi su un lato della via. In quel momento si trovavano alla nostra sinistra e ci facevano ombra e quando ho alzato gli occhi al cielo e ho visto quello spettacolo ho capito subito che mi sarebbe mancato, per questo mi sono affrettata a farglielo immortalare. Ogni tanto guardo quella foto e mi sembra di essere lì, e sorrido. G. ne ha scattate anche altre e un paio persino a me, mentre ero seduta sul bordo del minuscolo pontile di legno su cui transitano solo quelli che vogliono salire sul minuscolo battello che ogni tanto passa di lì. Credo abbia cancellato anche quelle, assieme a tutti i miei messaggi e forse anche il mio numero.
Ad ogni modo, io probabilmente non sono un granché, lo ammetto, ma G. è bellissimo. La luce del sole lo illuminava così bene, era meraviglioso guardarlo e sarei rimasta lì per ore a fare praticamente solo quello, ma lui s’è stancato presto e ha voluto che ce ne andassimo. Abbiamo ricominciato a vagare come prima, finché non gli ho fatto notare che si stava facendo tardi e non avevamo visto ancora i ciliegi. Avremmo dovuto prendere la metropolitana per arrivare all’EUR e in quel momento ho visto il terrore nei suoi occhi. Forse era per questo che preferiva camminare senza meta, per avere i piedi cautamente poggiati sull’asfalto. Avevo intuito che non amasse restare a lungo in luoghi chiusi e piccoli, come i tram, il treno, la sua stessa auto… Ma credevo si verificasse solo in alcuni momenti, solo quando si sentiva parecchio stressato, non avevo capito che fosse una costante per lui. Insomma, quando lo era diventata? Perché non aveva mai avuto questo problema, proprio mai, gli era nato da poco, ma quando? Eravamo alla fermata della metro e lui non voleva salirci e una volta salito non voleva restarci. L’ho visto sofferente, tanto, sudava e si è come accartocciato su sé stesso. Mi è dispiaciuto vederlo star male e mi sono sentita in colpa per avercelo fatto salire però, mi sono detta, doveva superare quel blocco e poteva riuscirci solo se lo affrontava. Ho cercato di fargli capire che non c’era niente di cui preoccuparsi, che aveva viaggiato in metro centinaia di volte prima di quella e che in fondo eravamo quasi arrivati. Non credo che mi ascoltasse, era sordo e cieco, voleva solo scendere di lì e intanto continuava a toccarsi la fronte. Probabilmente si è trattato di una corsa di pochi minuti ma a lui sono sembrate ore e a guardarlo soffrire anche a me è sembrato lo stesso, finché poi siamo arrivati a destinazione, siamo usciti di nuovo all’aria aperta e mi sono sentita più sollevata. Il parco era davanti a noi, quando ci sono entrata ho tirato un sospiro di sollievo. Tanto verde tutto insieme gli avrebbe fatto bene, si sarebbe sentito subito meglio, ne ero sicura. E non avevo tutti i torti, perché tempo dopo gliel’ho chiesto e ha ammesso che gli è piaciuto stare lì. Ero contenta che si fosse ripreso, in quel momento non restava altro da fare che cercare la famosa “Passeggiata del Giappone”, la via alberata e tutta rosa di cui avevo letto e che era diventata praticamente il mio chiodo fisso da quando ero scesa dal treno. Ho chiesto a dei passanti come potevamo arrivarci e ci hanno risposto che era chiusa al pubblico per dei lavori di manutenzione o che ne so, ad ogni modo il pacco è stato enorme.
“Cioè, tutto ‘sto casino per arrivare qui e alla fine niente ciliegi. Oh, mio Dio, l’ho trascinato sulla metro per niente! Mi odierà, adesso.”
A: «Va be’, è un peccato, ma possiamo farci un giro comunque, no? C’è il laghetto…»
Sorridevo ma volevo sprofondare sotto terra. Per fortuna si era calmato davvero e non ha avuto obiezioni da fare, così ci siamo incamminati in cerca di un posto carino dove metterci a sedere. Per un po’ siamo stati bene, poi lui si è stranito di nuovo. Avevo portato un telo grande abbastanza per tutti e due, il mio sogno era adagiarlo sotto un albero pieno zeppo di fiori, talmente fitti da creare un’ombra fresca e piacevole, stendermici sopra accanto a G. e da quella posizione guardare davanti a noi. Avrei voluto semplicemente restare lì così per un’ora o poco più, intrecciare le mie mani con le sue, pronunciare qualche sciocca frase d’amore o ascoltarlo mentre raccontava qualcuno dei suoi aneddoti divertenti o quello che voleva, insomma, avrei voluto semplicemente stare lì sotto con lui… Per questo, quando mi è sembrato il caso, ho sistemato il telo alla perfezione e mi ci sono seduta, facendogli cenno con la mano di venire a mettersi vicino a me, ma lui è voluto restare in piedi. Avevamo preso dei muffin e sarebbe stato carino mangiucchiarli mentre chiacchieravamo di questo o quello ma lui ha finito il suo in pochi morsi e sempre in piedi. Non l’ho convinto a sedersi neanche per un attimo e ci sono rimasta molto male. Appena ho finito il mio muffin ce ne siamo andati di lì, tanto non sarei mai riuscita a vivere il momento perfetto che desideravo. Aveva comprato un’altra di quelle schifezze alla taurina che si era convinto potessero aiutarlo e siccome l’aveva bevuta avidamente e in poco tempo, mi ha detto che aveva bisogno del bagno e che ne avrebbe cercato uno. Un bagno nel parco dell’EUR? Francamente non ricordo di averne visto neanche uno, infatti è dovuto uscire fuori e mi ha chiesto di aspettarlo sul limite. Io mi sono seduta lì e ho aspettato, non so neanche quanto, a occhio e croce un secolo. Quando è tornato aveva in mano un’altra di quelle lattine. Non è passato molto perché avesse di nuovo bisogno del bagno, ma la seconda volta è stato via ancora più a lungo. Questa volta mi ero sistemata in un punto ancora più bello, da cui si vedeva anche il lago; avevo steso il telo sperando che nel frattempo gli fosse venuta voglia di riposarsi un po’, ma mi ha detto: «Aspettami qui, torno subito.» e io, a malincuore, ho detto: «…Ok.» Mi sono stesa a pancia in giù, da sola, ed ero l’unica ad esserlo. Attorno a me c’erano coppie di amici, coppie e basta, tutti parlavano e ridevano e sembravano felici. Era proprio una bella giornata di sole e anche se stava per tramontare era ancora così caldo… Dopo non so davvero quanto tempo, G. è tornato e mi ha trovata così, immobile. Mi ha salutata come se niente fosse e io non mi sono neanche girata a rispondere. Ha capito che mi sentivo triste ed è venuto a stendersi vicino a me, appoggiando la testa sulla mia schiena. Io non parlavo più, non ero arrabbiata o cose del genere, ero solo… Delusa. Non avevo voglia di litigare, non era la classica strategia punitiva — tipicamente femminile — del silenzio, era solo che non avevo voglia di dire niente. Dopo un po’ mi sono alzata e ho piegato il telo alla come viene, poi l’ho rimesso in borsa e gli ho chiesto di andare via. Lui mi ha seguito e ha provato a dire due cose carine, ma ormai non aveva più senso. Ho cercato di non farglielo pesare, giuro, perché non aveva nessuna utilità rinfacciargli un comportamento che gli avevo già fatto notare altre volte, tanto più gli chiedevo di provare a cambiarlo più insisteva a portarlo avanti e forse non era neanche una sua decisione razionale, non lo sapevo, sapevo solo che non volevo discutere e quindi ho cercato di farmela passare ma la verità è che mi ha rovinato la giornata. Ho sorriso, certo, quando mi ha dato un rapido bacino sulla guancia l’ho accettato, certo, ma non era più la stessa cosa.
Era già sera e cominciava a fare freddo. Siamo tornati indietro ma ci siamo fermati dalle parti della stazione a cercare un posto dove cenare. Abbiamo optato per il ristorante cinese e io sono andata a lavarmi le mani prima di sedermi al tavolo. Mi sono guardata nello specchio e mi sono detta: “Ale, è andata com’è andata. Poteva andare meglio, ma va bene così. Adesso esci di qui e sforzati di apparire tranquilla, cerca di salvare almeno la serata. Pronta? Via.”
Io sono uscita e lui è entrato, mentre lo aspettavo ho dato un’occhiata al menu ma volevo che fosse G. a ordinare per me perché l’aveva già fatto una volta e l’avevo trovato piacevole, insomma, era sembrato sicuro di sé e non l’avevo più visto così, dopo quella volta. Quando mi ha raggiunto aveva la faccia strana. Ho creduto che la stanchezza cominciasse a farsi sentire, in fondo eravamo in giro dalle 12:30 e sarebbe stato comprensibile, ma c’era di più. Lui ha dato un rapido sguardo al menu e poi ha ordinato per sé, non ho fatto neanche in tempo a dirgli che avrei voluto un consiglio che lo aveva già restituito al cameriere che a quel punto aveva già iniziato a guardarmi come a dire “ok, ti muovi a scegliere?” A me, purtroppo, se mi metti fretta viene l’ansia, quindi ho letto un po’ qui e un po’ lì ma mi sembrava tutto uguale e alla fine ho ordinato una cosa qualsiasi, il cameriere s’è tolto dalle palle e siamo rimasti soli. In quel momento G. ha chiuso la bocca e non l’ha più riaperta per tutto il tempo che abbiamo passato nel ristorante. Ho provato a coinvolgerlo in una conversazione sui classici più e meno ma sembrava che la mia voce non gli arrivasse neanche all’orecchio, sembrava su un altro pianeta. Ha fatto cadere nel vuoto tutti gli spunti che gli ho offerto e mi sono sentita molto in imbarazzo a parlare da sola e a sforzarmi di tenere tesi i muscoli delle guance in un sorriso fintissimo che facevo solo per proteggermi, ma forse non ci ha neanche fatto caso. Lui non era veramente lì, era davanti a me ma non era presente. Continuava a prendere una forchettata dietro l’altra del suo riso e a portarla alla bocca, con una lentezza unica e che sembrava robotica. Il suo volto era totalmente privo di espressione, apriva la bocca e la chiudeva, ingoiava quello che ci aveva messo dentro senza neanche masticare, o così pareva e ad ogni boccone la sua schiena si curvava sempre di più, c’è stato un momento in cui i suoi occhi si sono chiusi e si è piegato di qualche grado a sinistra, pendeva da un lato e dava l’idea di essere in trance. Fino a quel momento mi ero sentita solo molto a disagio a parlare da sola, ma davanti a quell’immagine mi sono proprio spaventata. Ho finito in fretta il mio piatto di spaghetti e gli ho chiesto se volesse andare via. G. ha annuito lentamente e senza dire una sola parola, così ho preso la borsa e mi sono alzata, siamo passati alla cassa per pagare il conto e siamo usciti in strada.
A: «Stiamo tornando a casa, tesoro. Tra un po’ potrai riposarti. Stiamo tornando a casa, non ti preoccupare.»
G. ha camminato un passo dietro di me e in completo silenzio, poi l’ha rotto dicendo: «Dobbiamo ancora ordinare il secondo. Ritorniamo nel ristorante?»
A: «………..Cosa?»
G: «Cuora, torniamo indietro, non abbiamo finito.»
Non so, probabilmente l’aria fresca della sera l’ha fatto riprendere un po’, perché all’improvviso sembrava normale. Ero a dir poco confusa. Mi ha abbracciato e mi ha chiesto di scusarlo.
A: «Per cosa?»
G: «Ti sei spaventata?»
A: «No, figurati!»
Ho mentito spudoratamente e l’ho fatto sorridendo forte perché quando sorridi la tua voce cambia. Lo insegnano durante i corsi per centralinisti, bisogna sempre sorridere, anche quando sei al telefono e non possono vederti perché se ne accorgono lo stesso. Lui mi stava abbracciando e non poteva vedere il mio sorriso ma io lo trattenevo lo stesso per modulare la mia voce e rendere quelle parole credibili e nel frattempo i miei occhi si erano riempiti di lacrime.
“Calmati, Ale. Continua a sorridere e resta calma. È tutto a posto.”
Abbiamo preso un pullman per tornare a casa ma non ce l’ha fatta, ha mostrato segni di cedimento sin dal primo metro percorso e alla prima o alla seconda fermata gli ho chiesto: «Vuoi scendere?»
G: «Sì.»
A: «Ok, andiamo a piedi.»
Abbiamo camminato ancora ma in un attimo mi è piombata addosso tutta la stanchezza che avevo scacciato durante l’intera giornata e ho sentito troppo, davvero troppo freddo. Non vedevo l’ora di mettermi sotto le coperte, al buio. Forse era lì che saremmo dovuti restare, al buio, come il giorno prima, non lo so. Ad un tratto il cellulare di G. ha squillato: erano E. e R, ci avvisavano che stavano arrivando. Sapevo che sarebbe successo, G. me l’aveva detto quando eravamo già a Roma, ma non immaginavo così presto. Sapevo che il giorno dopo, martedì, F. avrebbe dovuto sostenere un esame e che avrebbe preso il treno in mattinata, sapevo anche che E. e R. avevano deciso di assistere per rendersi conto dell’indole dei professori e delle domande che avrebbero fatto ma quando ho saputo che erano già praticamente arrivati ci sono rimasta male. Il tempo a disposizione per giocare a fare la coppietta era finito, non avremmo più avuto la casa tutta per noi, non avremmo più avuto privacy e, cosa più importante, G. avrebbe ricominciato a distrarsi e l’avrei perso di nuovo. E così è andata.
Siamo arrivati noi per primi, a casa, e dopo un po’ gli altri hanno bussato alla porta.
“Tre… Due… Uno… Via. Addio, G.”
E. e R. sono saliti e hanno portato un po’ di allegria, certo, ma ne avrei fatto volentieri a meno. E. si è rivolto verso G. e gli ha chiesto come si sentisse e io non avevo idea che E. sapesse del suo problema, voglio dire… A me l’aveva detto ma sempre con tanta, tanta fatica, centellinando le parole, spiegando poco e niente e lasciandomi sempre tanti punti interrogativi. Con E. invece parlava tranquillamente, sembrava la cosa più naturale del mondo.
G: «Siamo stati al ristorante cinese, mi sono spento.»
E: «In che senso “ti sei spento”?»
G: «Mi sono spento, blackout.»
L’ho guardato bene, lo stava dicendo con la stessa naturalezza di chi dice: “Sai, ho preso il riso alla cantonese. Era abbastanza buono.” Io ero a bocca aperta e non sapevo cosa pensare. Hanno parlato tra di loro per un po’ ed E. gli ha fatto le stesse domande che gli avevo fatto io nei giorni precedenti, decine di volte, ma a me non aveva mai voluto dare una risposta, mentre al suo amico sì. Non sapevo se sentirmi più offesa o più sconcertata o più… Non lo so.
E: «Oh, G, domattina mi accompagni a prendere i biglietti per la finale di Coppa Italia?»
G: «Va bene.»
Va bene… Io devo insistere per giorni prima di convincerlo a prendere uno stramaledetto gelato al centro e ad E. dice subito va bene….”
E: «In verità non è domattina… È stanotte. Mi vorrei muovere di qui verso le 5:30, così arriviamo primi. Sai che fila, altrimenti?»
“Le 5:30? Cosa?! No, adesso rinsavisce e gli dice che non se la sente. Adesso gli dice che a quell’ora è una pazzia, la butta sulla stanchezza, gli dice che è stata una giornata lunga e che ha bisogno di riposarsi. Se sono fortunata gli dice pure che non gli sembra carino lasciarmi da sola a casa, visto che ero partita solo per stare con lui. Sì, adesso glielo dice.”
G: «Va bene.»
“…………………………!!!!!!!!”
Senza parole. Quando li abbiamo salutati per andare a dormire, G. e io siamo andati a metterci in camera. Non ho fatto neanche in tempo a dirgli che mi sembrava una pessima idea che in quel momento l’ha chiamato sua sorella. Voleva sapere se avesse intenzione di tornare a casa, il giorno dopo, per partecipare a una seduta di famiglia con una psicologa. Quando G. ha attaccato mi ha detto che era un appuntamento fissato da un po’ ma l’aveva dimenticato. Certo, certo. Dimenticato. Le ha risposto che non credeva ci sarebbe andato, visto che la seduta era alle 15 e intorno alle 13 sarebbe cominciato l’esame di F. All’improvviso aveva deciso che era importantissimo andare a seguire quel benedetto esame e quindi tutto passava in secondo piano. Chissà come mai. Gli ho suggerito di pensarci bene, che aveva bisogno di partecipare a quella seduta, non fosse per altro che per iniziare, in qualsiasi modo, quel percorso di analisi di cui tanto si era parlato e che poi era rimasto solo un’idea. Ma lui no, aveva trovato una scusa stupenda, il fottuto esame di F, esame a cui non avrebbe dedicato neanche dieci secondi, se non avesse avuto il mio fiato sul collo oltre a quello di tutta la sua famiglia. Ero arrabbiata, ero delusa, ero stanca, ero triste! Ci siamo addormentati in quel modo, immersi in un silenzio che diceva tanto ma che non aveva nessuna utilità. G. mi ha dato le spalle per tutta la notte, poi, poco prima dell’alba, mi ha svegliato per chiedermi un po’ di contatto fisico, per così dire, ma senza chiederlo, bensì pretendendolo. Io ho fatto resistenza, all’inizio, ma poi l’ho assecondato. È stato orribile. Dopo quella breve parentesi, si è voltato di nuovo di spalle e si è riaddormentato. Io sono corsa a lavarmi, come se l’acqua potesse lavare via l’umiliazione, e poi sono tornata a letto. Poco dopo, E. è entrato in camera e l’ha svegliato; non erano le 5:30 ma comunque era troppo presto per i miei gusti.
E: «G, che vuoi fare? Se non ti va, non fa niente, non mi offendo.»
“Ok, hai l’ultima occasione per fare la cosa giusta. Ti prego, di’ di no.”
G: «No, vengo. Mi vesto e scendo.»
Ed è proprio quello che ha fatto. S’è alzato dal letto senza aspettare neanche che E. uscisse dalla stanza, si è infilato le prime cose che ha trovato ed è andato via. Non ricordo se mi ha salutata o meno, ma ricordo che l’ho guardato a bocca aperta per tutto il tempo, senza avere la forza di dire A. Non ci potevo credere, l’ho visto schizzare fuori dal letto e poi dalla camera in così poco tempo che mi ha stordito, dopodiché ho sentito la porta di casa chiudersi e poi più niente. Niente di niente. Ero sola, senza parole e immobile. Non ci aveva pensato due volte, era… Era semplicemente andato via. Solo una manciata di minuti prima mi aveva usata come si usa una prostituta e poi… E poi era andato via. Ancora oggi mentre lo scrivo faccio fatica a capire cosa diavolo gli sia passato per la mente. Credetemi, resto con le dita sospese sulla tastiera e mi sento di nuovo di gesso, di nuovo assolutamente inerme. Credo che quella volta abbia toccato il fondo, con me, e mi domando se ne sia consapevole o no.
Alle 8:30 mi ha chiamata e appena ho visto il suo nome sul display il mio cuore ha sussultato. Ho pensato: “Ok, sta già tornando, ha capito di aver sbagliato e vuole farmelo sapere.” …Faccio molto ridere, vero? Lo so. L’amara verità è che voleva solo avvisarmi che F. stava per tornare e che, se non volevo farmi trovare in pigiama, dovevo alzarmi. A ‘sto punto non so se la premura dimostrata fosse davvero per me o proprio per F.
Gli ho chiesto a che punto fossero e mi ha detto che il botteghino apriva alle 10 ma che davanti a loro c’era già una quindicina di persone, che erano lì da ancora prima.
“Fanatici del cazzo! Stupida partita del cazzo! Stupido E.! Stupido, stupido G.!”
Mentre ero lì che maledicevo tutto, il telefono di casa ha squillato e siccome R. stava dormendo, mi sono alzata per rispondere. Era il signor V, il padre di G. Voleva sapere se quest’ultimo avesse cambiato idea, se avesse intenzione di andare alla seduta delle 15 e mi ha stupito che si fosse finalmente convinto dell’urgenza della terapia, proprio lui, che era partito così scettico. Ci ho parlato per una mezz’oretta, circa, è stato piacevole. Gli ho dovuto spiegare l’assenza di suo figlio da casa e lui ha subito fatto una riflessione sulla sua tendenza ad assecondare gli amici, sempre e comunque, e a non fare altrettanto con la famiglia o, diciamolo — perché esistevo anch’io — con la sua ragazza. Quello che ha detto mi è parso davvero giusto e non ho potuto fare a meno di dargli ragione.
A: «Secondo lei, perché fa così?»
V: «È una questione di sicurezza. Riesce a dire di no più facilmente a chi gli vuole più bene perché sa che tanto questo non lo abbandonerà mai, qualunque cosa faccia.»
Non faceva una piega.
V: «Come lo vedi? Com’è stato in questi giorni?»
A: «…Be’, non voglio mentirle. Per me ha bisogno di aiuto, di una terapia seria e ha già perso troppo tempo. Non so come si concilierà questa cosa col tirocinio, ma ne ha bisogno e il prima possibile.»
Suo padre ha detto che del tirocinio e della laurea non fregava niente a nessuno, che a casa sua tutti sapevano che la priorità assoluta era la salute di G. Parole sante. Mi ha fatto bene parlare un po’ con lui, scoprire che era più ragionevole di quanto pensassi. Ci siamo salutati cordialmente, verso la fine mi ha ringraziato per la pazienza che stavo dimostrando con suo figlio e mi ha fatto piacere che lo notasse anche lui. Me l’aveva detto sua sorella, sua madre e ora anche suo padre. A casa di G. tutti lo notavano e tutti lo apprezzavano, tutti meno G.
Mentre parlavo con il signor V, F. ha aperto la porta ed è entrato, aveva portato con sé un amico a fargli da supporto morale. A quel punto anche R. si è svegliata e dopo esserci intrattenuti un po’ tra saluti e convenevoli, ci siamo preparati per uscire e andare all’università. Io credevo che avremmo aspettato G. ed E. ma i ragazzi hanno voluto muoversi in anticipo, così li ho seguiti per strada, poi sul tram e poi di nuovo per strada, chiedendomi solo quando G. si sarebbe fatto vivo. R. mi si è avvicinata per chiacchierare e inevitabilmente il discorso è virato su di lui e sul tipo di rapporto che stavamo costruendo. R. ha sempre sostenuto che in una coppia c’è sempre chi è più avanti dell’altro, sentimentalmente parlando. Tra me e G, secondo lei, ero io quella più avanti. Ha detto che, sempre secondo lei, lui mi voleva bene ma non provava quello che provavo io ed era evidente dal modo in cui si comportava, dal fatto che quando lei ed E. gli chiedevano come andasse con me, se ci sentissimo, se avesse intenzione di chiamarmi o meno, lui rispondeva che non ne aveva voglia, che era meglio di no o qualcosa del genere. Sono certa che si riferisse a momenti specifici, probabilmente risalenti a Febbraio, a quando avevamo vissuto quella fase di stallo durata circa tre settimane, o a una di quelle sere che non ci siamo sentiti perché semmai avevamo discusso la sera prima o cose così, insomma… Stava sicuramente generalizzando e non dico che avesse tutti i torti ma lei non poteva sapere cosa provava G, non poteva, ok? E la sicurezza con cui parlava mi ha innervosito e fatto sentire giudicata, oltre che un’emerita stupida. Vista dall’esterno dovevo sembrare davvero una povera disperata, un’illusa… Questo mi pareva abbastanza umiliante.
Insomma, tra chiacchiere pessimiste e considerazioni negative il mio umore non è certo migliorato, anzi. Più passava il tempo, più mi saliva l’ansia, mi sentivo come una pentola a pressione, prima o poi mi sarebbe uscito il fumo dalle orecchie. Siamo arrivati all’università e abbiamo incontrato altri ragazzi, erano lì per sostenere lo stesso esame e hanno cominciato a parlare di questo, dei corsi, dei caposala, di cose di cui non mi fregava assolutamente nulla, io volevo solo vedere G. Ho cercato di stare tranquilla, lo giuro, ma più parlavano, più guardavo l’orologio, ogni minuto sembrava un’ora. Vedevo le loro bocche muoversi, aprirsi e chiudersi, che diavolo stavano dicendo? Avevo smesso di ascoltare. Loro fumavano e vedevo il fumo salire verso l’alto al rallentatore, tutto era lento, maledettamente lento e io pensavo: “Adesso urlo! Giuro che adesso urlo! Dove cazzo è G?!” Pensavo a quella giornata, a quel martedì libero che avevo ottenuto con tanta difficoltà e che doveva per questo essere sfruttato al massimo, fino all’ultimo minuto! Doveva essere felice, pieno di risate, di abbracci, di amore, e come lo stavo passando? In piedi sotto il sole, con dei perfetti sconosciuti, senza poter fare niente, senza poter andare da nessuna parte, senza sapere dove fosse l’unica persona di cui avevo bisogno e allora ecco che urlare mi sembrava l’unica reazione sensata, perché mi sentivo in trappola! E intanto gli altri parlavano ancora, ed erano tutti composti, se ne stavano lì fermi, in piedi, non si sono mossi neanche di un centimetro, sembrava che avessero i piedi inchiodati all’asfalto e a guardarli sentivo i muscoli delle mie gambe tremare. Avrei voluto correre da lui ma non sapevo neanche dove fosse! R. ed E. si sono sentiti, lui le aveva detto di essere ancora in fila, stavolta all’interno del botteghino, mentre G. era fuori ad aspettarlo. Sapevo bene perché, G. non riusciva a stare a lungo in posti affollati, così me lo sono immaginato tutto solo, esattamente come me, fermo, senza sapere cosa fare e dove andare e ho pensato che era stato un tale stupido a fare quello che aveva fatto! Poteva chiedermi di andare con lui, ad esempio, così avremmo aspettato insieme e la sostanza non sarebbe cambiata, sarebbe stato comunque tempo sprecato, ma almeno non l’avremmo sprecato in due punti diversi della città! Anche adesso che ne scrivo, mi sento male, sono agitata, come se rivivessi quel momento ed è stato orrendo. Sono state le ore più lunghe della mia vita. Avevo preso e rimesso in tasca il cellulare così tante volte che avevo perso il conto, tutte le volte che lo prendevo era per chiamarlo o scrivergli, tutte le volte che lo posavo era perché mi dicevo che era meglio di no, e desistevo. L’ultima cosa che volevo era mettergli fretta, ma l’attesa era diventata insostenibile e alla fine ho dovuto chiamarlo per forza, non ce la facevo più. Mi ha detto che stava tornando a casa per farsi una doccia e poi ci avrebbe raggiunto ma io conoscevo i suoi tempi. C’avrebbe messo un’ora per rincasare, mezz’ora per farsi la doccia, avrebbe perso un’ora (se non di più!) prima di trovare il coraggio di uscire di nuovo e prendere il tram, un’ora per raggiungerci… E l’esame sarebbe praticamente finito. Gli ho detto di sbrigarsi e nel frattempo i ragazzi con cui ero hanno deciso di andare a prendere un caffé. Io facevo avanti e indietro dal bar all’incrocio da dove mi aspettavo di vederlo da un momento all’altro e all’improvviso eccolo, è spuntato all’orizzonte e l’ho visto avvicinarsi, passo dopo passo, e un po’ alla volta ho potuto rendermi conto dell’atteggiamento che aveva portato con sé. Camminava piano, ma non come al solito, non mostrava segni di fatica, bensì di calma. Oggi lo so, mi sono sicuramente sbagliata perché calmo non poteva essere, considerato che era stanco, aveva dormito pochissimo ed era rimasto ad aspettare per ore in mezzo a un sacco di gente. Calmo no, non poteva esserlo, ma lo sembrava, aveva la faccia che diceva “Embé? Qual è l’urgenza?” e io non l’ho retta. L’ho aggredito, lui mi ha guardata offeso, come se non lo meritasse e allora io, accigliata e scossa, ho cercato di abbracciarlo. Non so dire cos’ho provato in quel momento. Ancora oggi non capisco se abbia prevalso la gioia di vederlo o la rabbia per essere stata lasciata sola, so solo che le ho esternate entrambe, contemporaneamente e questo non è normale, è solo strano e lui non poteva capirmi se non mi capivo nemmeno per conto mio. Dicevo, ho provato ad abbracciarlo, ma lui mi ha scansato, a quel punto ero io a sentirmi offesa, gli ho lanciato un’occhiata che diceva “come osi?”, mi sono girata e sono andata via; voltato l’angolo, pochi metri dopo, c’era il bar e le stesse persone con cui ero stata fino a quel momento, nessuno si era accorto di niente. Sono tornata da loro convinta, assolutamente convinta che G. mi stesse seguendo ma quando mi sono voltata per accertarmene lui non c’era già più. Non so che fine abbia fatto, so che l’ho visto entrare nel cortile dell’università assieme ad E, qualcosa come venti minuti dopo. L’ho seguito con lo sguardo dal momento in cui ha oltrepassato il cancello a quando si è fermato davanti all’allegra compagnia: non mi ha degnato neanche di un’occhiata, ma neanche per un nanosecondo. Quando si è avvicinato sorrideva amabilmente, non c’era traccia di negatività sul suo volto, sembrava fresco come una rosa, rilassato, contento. Ha salutato tutti, s’è fumato pure una sigaretta quando aveva detto di aver smesso completamente. E nel frattempo io continuavo a guardarlo, scioccata da una tale e invidiabile padronanza di sé, e lui non mi guardava mai. Mai. Ero proprio lì davanti a lui e lui non mi ha guardata neanche una volta. Ero invisibile, mi sentivo come i fantasmi che nei film non sanno ancora di essere tali. Rideva, fumava e rideva e intanto io cercavo con tutte le mie forze di soffocare un urlo che avrebbe rotto i timpani di tutti. Mi sono allontanata da loro, sono andata a sedermi su una panchina poco distante per raccogliere le mie mille idee confuse. Non so se E, o chi per lui, gli ha consigliato di venire a parlarmi o se è stata una sua iniziativa, comunque dopo qualche minuto l’ho visto avvicinarsi e per un attimo ne ho avuto paura, me lo ricordo bene, ma non so di cosa. Quando mi ha raggiunto, mi si è parato davanti e mi ha chiesto: «Che ti è preso prima?»
“Che mi è preso? Mi è preso che mi hai lasciato da sola nel letto, stamattina, e sei andato chissà dove a prendere un fottuto biglietto di una partita a cui neanche andrai e nel frattempo io ero con i tuoi stupidi amici a cercare di non fare una strage e non mi hai fatto neanche una cazzo di telefonata per dirmi a che punto eri, quanto ci avresti messo, o anche solo per scusarti! Dei tuoi modi osceni, cattivi, irrispettosi, del fatto che mi hai rovinato la giornata, il viaggio, la vita! Del fatto che mi tratti come un oggetto e che mi ignori e che mi dici che mi ami e subito dopo che non mi ami! Del fatto che mi hai messo a soqquadro la testa e che questo ti diverte! Ammettilo, ti diverte! Ecco che mi è preso!”
Non so cosa sarebbe successo se avessi detto quello che avevo in mente, forse niente di buono. Così non ho detto assolutamente nulla, non una sola parola. In quel momento, giusto in quel momento, i professori avevano avvisato i ragazzi che potevano salire, ho visto un piccolo gregge di pecore muoversi ed entrare nell’edificio e non so perché, giuro che non lo so, ma mi sono alzata e li ho seguiti. Ancora una volta ero sicura, sicura come è sicura la morte, che anche G. ci avrebbe seguiti. Siamo entrati in aula, ci siamo sistemati nei banchi, io ne ho scelto uno in fondo, mi sono seduta e ho pensato: “Che cazzo ci faccio qui?” e subito dopo: “G. dov’è?”
L’ho aspettato, prima o poi sarebbe entrato in aula, avrebbe poggiato il culo su una di quelle stramaledette sedie e avrebbe assistito a quello stramaledetto esame, per forza, altrimenti non avrebbe avuto senso tutta la trafila che aveva fatto, aver preso il tram, essersi sorbito tutto il traffico di Roma, camminare fino all’università, incontrare i suoi amici, far credere loro che sarebbe entrato… “Senso”… “Non avrebbe avuto senso”… Perché, G. faceva mai qualcosa che avesse senso? La risposta è no, purtroppo, e quella volta non ha fatto eccezione perché la verità è che se n’era andato via. Sono scesa di nuovo, l’ho cercato dappertutto, per le scale, nel cortile, per strada, all’incrocio, ma niente, se n’era già andato. Porca puttana! Ho iniziato a piangere di rabbia, tanto non c’era nessuno ed era proprio quello il punto! Non c’era nessuno, ero da sola! Da sola in un’altra citta, da sola in un ambiente non mio, senza il mio fottuto ragazzo che sembrava ci godesse a lasciarmi sempre, sempre, dico sempre da sola! Sono rimasta un po’ nel cortile a chiedermi se fosse il caso di tornare a casa ma non sapevo come! Per un attimo ho pensato che forse era andato alla stazione, che aveva deciso di partire per Napoli e andare alla seduta di famiglia e una parte di me quasi lo preferiva, almeno sarebbe stato utile. Ma poi ho guardato l’orologio e ho capito che non sarebbe mai arrivato in tempo e quindi non ho avuto idea di dove potesse essere andato. Non ho potuto fare altro che salire di nuovo le scale, rientrare in aula e sedermi, fermarmi, prendere fiato, riposare il corpo, mentre la mente si assentava. Un ragazzo dietro l’altro, una bocciatura dietro l’altra, poi è arrivato il turno di F. che per fortuna era preparato. E. ed R. ascoltavano attenti, così l’amico che F. si era portato da Caserta per fare il tifo. Io non vedevo l’ora di andare via. Alla fine F. ha preso 30, tutti ci siamo congratulati con lui, ma francamente mi importava poco, l’unica cosa che volevo da loro era che mi riportassero a casa. Quando ci siamo arrivati abbiamo visto che G. era lì. Aveva sistemato la sua camera, il suo letto, aveva fatto la doccia, si era cambiato e sembrava pronto per uscire. Per andare dove? Io mi sono distaccata dal gruppo di amici per raccogliere le mie cose e ficcarle nel trolley, dopodiché l’ho chiuso e l’ho appoggiato nel corridoio, vicino alla porta. L’avrei usato per partire, avrei preso il treno delle 16. G. mi ha vista ma non ha detto niente. Mi sono seduta ad aspettare che si facesse l’ora, G. mi è passato davanti una volta o due o forse di più e non mi ha rivolto la parola. Stavo per andare, era ormai ora, ma prima sono entrata in bagno per darmi una sistemata. Neanche il tempo di chiudere la porta che ho sentito bussare.
Toc, toc…
G: «Ciao.»
Silenzio… Rumore della porta che si apre… Che si chiude… Poi più niente.
Ho aperto la porta del bagno e sono uscita fuori, R. mi ha guardata sconvolta e mi ha detto: «Alessa’, se n’è andato!»
A: «Cosa?»
R: «Sta partendo.»
A: «MA COME SAREBBE A DIRE?!»
Neanche il tempo di finire la frase che ero già in fondo alle scale. Lui era appena fuori al portone del palazzo, giusto davanti al citofono. Si è girato, mi ha vista e si è fermato. Non vado fiera di quello che è successo dopo.
Appena mi sono trovata davanti a lui l’ho afferrato per i capelli e l’ho strattonato, ho iniziato a ripetere: «Vaffanculo! Hai capito? Vaffanculo!» e l’ho graffiato senza rendermene conto, fino a fargli sanguinare l’orecchio. Giuro che non volevo. È stata una scena brutta, disgustosa, adesso che sono lucida me ne rendo conto, ma in quel momento io pensavo solo a quel “ciao” detto attraverso la porta del bagno! Cazzo, era tutto il giorno che stavo male, tutto il giorno! Era tutto il giorno che implodevo, un’implosione dietro l’altra e alla fine sono esplosa. Ed è stato brutto, brutto da vedere, brutto da vivere. Non avrei mai saputo spiegargli a parole quanto male mi aveva fatto, neanche tra un milione di anni. Io, che ho sempre glorificato il dono potente e magnifico della razionalità, non ero in grado di pensare a nulla, assolutamente a nulla. All’improvviso ero istinto animale allo stato puro e ho usato la violenza per far valere le mie ragioni, come i criminali, come la feccia della società. Me ne vergogno molto, non dovete credere che lo racconti con facilità. Me ne vergogno terribilmente. Ad un certo punto mi sono fermata, mi mancava il respiro, il cuore mi batteva all’impazzata e lo sentivo all’altezza della gola. Mi faceva male, ho creduto che mi stesse per venire un infarto. G. mi ha guardato offeso, s’è preso un attimo per accertarsi che non avrei ricominciato… Poi è andato via, ancora, e ancora una volta senza dire niente. Non riuscirò mai a spiegare quanto dolore ho sentito in quel momento e quanta paura ho avuto. Non ci provo nemmeno, perché non ci sono parole. È stato terrificante. Mi sono accasciata per terra, con la testa tra le mani e i gomiti sulle ginocchia. Ho pianto forte, come quasi mai ho pianto nella vita. Poi qualcosa dentro di me è scattato, mi sono alzata in piedi e ho cominciato a correre, più veloce che potevo, per raggiungerlo. Mentre correvo pensavo solo che non poteva partire senza di me, non poteva! Lui si è accorto di me solo quando ero a pochi metri, si è voltato e ha indugiato. Gli ho gettato le braccia al collo e l’ho stretto forte, continuando a piangere, visto che ormai non riuscivo più a fermarmi. Singhiozzavo, non riuscivo a respirare, non riuscivo a riprendermi, riuscivo solo a stringerlo. Lui ha ricambiato l’abbraccio ma forse per pena, non lo so. Stavo cercando di fargli capire che avevo paura di perderlo e lui era già distante anni luce. Stavo ansimando, ho dovuto provare a calmarmi se non volevo svenire. Mi sono staccata da lui e ho tenuto la testa china perché non avevo il coraggio di guardarlo in faccia. Mi ha detto: «Va’ a prendere le tue cose.» e io ho obbedito. Sono tornata indietro, ho voltato l’angolo e ho ricominciato a correre. Per strada, per le scale, poi ho bussato alla porta, mi ha aperto R. e mi ha detto: «Devi smetterla di farti condizionare la vita da lui. Non puoi continuare così.»
R… Mi era stata così tanto sulle palle in mattinata, ma solo perché diceva la verità. Quella è stata l’ultima volta che l’ho vista.
Mentre ero di nuovo in strada ho temuto di non trovarlo più e conoscendolo non ci sarebbe stato da stupirsi, ma per fortuna era ancora lì, dove l’avevo lasciato. L’ho raggiunto, ci siamo guardati ma nessuno dei due ha proferito parola. Ci siamo incamminati verso la fermata del tram e l’abbiamo aspettato così, in silenzio, poi questo è arrivato, si sono aperte le porte, io sono salita a fatica perché il trolley pesava. Una volta su mi sono girata, l’ho visto immobile e mi sono chiesta: “Perché non sale? Che sta aspettando?” …In quel momento le porte si sono chiuse e il tram è ripartito. L’ho guardato incredula, attraverso i finestrini, diventare sempre più piccolo, finché non l’ho visto più.
Vorrei poter dire che è finita in quel modo, che ho proseguito da sola fino alla stazione, che ho preso il mio treno e sono tornata a casa mia, che non l’ho più incontrato, che l’ho lasciato in quel momento e che ormai è solo un ricordo amaro da cancellare il prima possibile. Vorrei poter dire che quel giorno me ne sono liberata per sempre, che mi sono messa al sicuro dalla distruzione perché è questo che rappresentava, la completa distruzione di tutto ciò che di buono c’era in me. Vorrei potervi dire che sono stata forte, che ho ritrovato un minimo di contegno e di lucidità, che l’ho mandato al diavolo e che non ci ho più pensato. Ma purtroppo non è così che è andata.
Quando ho visto le porte del tram chiudersi giusto in mezzo a noi, mi ha preso il panico. Che stava succedendo? Perché non era salito? Era stato tutto un bluff per indurmi a partire il prima possibile? Aveva mai avuto intenzione di partire davvero? Se sì, perché aveva cambiato idea? Per fortuna su quel tratto di strada c’è una fermata ad ogni passo e così sono scesa alla successiva e l’ho chiamato.
A: «G, che stai facendo?»
G: «Dove sei?»
Gliel’ho detto e lui mi ha raggiunta.
A: «Che stai facendo?»
G: «In che senso?»
A: «Non ce la faccio più.»
G: «A fare che?»
A: «Ti prego… Non ce la faccio più.»
Ero così stanca… Così esausta, mi sentivo svuotata.
A: «Non ho più tempo, il mio treno sta per partire. Devo prendere questo treno, capisci? Vieni con me. Il tirocinio comincerà tra una settimana, nel frattempo torna a casa. Qui non hai niente da fare, lì c’è la tua famiglia. Torna a casa, starai bene.»
G: «Se adesso me ne vado, non torno più.»
A: «Non è vero, tornerai. Però avrai il tempo di riposarti, di riprenderti. Torna a casa, G.»
Ha scosso la testa, io ho sentito un tuffo al cuore.
A: «Ti prego! Ti prego, non farmi partire da sola!»
Solo allora ha accettato di seguirmi, ma credo che in quel momento mi abbia odiata.
È arrivato un altro tram e stavolta c’è salito anche lui. Eravamo entrambi in piedi vicino al finestrino, lo guardavo ma lui non guardava me. Aveva la faccia scura e arrabbiata, a un certo punto ha rotto il silenzio e ha detto: «Chi me l’ha fatto fare?»
È stato come se un pugnale mi trafiggesse il cuore non una, ma dieci volte, ho sentito la punta e la lama, ho sentito tutto. Gli ho chiesto a cosa si riferisse e lui ha voltato la testa dall’altra parte, rendendomi chiaro che non avrebbe risposto. Ma non ce n’era bisogno, io conoscevo perfettamente la risposta. Si stava pentendo di avermi ricontattato. Si stava pentendo di essere tornato nella mia vita, di essere venuto a parlare con me, quel famoso 3 Novembre. Si stava pentendo di tutto quello che era venuto dopo, di tutto. Stava guardando la strada e io gli ho visto uno sguardo cattivo che non aveva mai avuto in mia presenza. Mai.
A: «Tanto lo so, cosa volevi dire. Chi te l’ha fatto fare, G? Eh? Chi te l’ha fatto fare?»
Lui ha scosso la testa con insofferenza, con la faccia di chi dice “sta’ zitta!” e io l’ho fatto, sono rimasta zitta.
Siamo arrivati alla stazione e siamo scesi dal tram. Io camminavo in avanti ma mi giravo praticamente ad ogni passo per controllare che lui ci fosse. L’ansia era tanta e mi aspettavo che da un momento all’altro sparisse in mezzo alla folla. Siamo arrivati che il treno era già lì ma completamente vuoto. Ha voluto salire sull’ultimo vagone e l’ho seguito, ma ha detto che non voleva sedersi in carrozza, bensì restare nella zona di transito, quella in mezzo alle porte scorrevoli. Mi ha preso il trolley e l’ha sistemato su un portabagagli ma io l’ho tirato di nuovo giù. Voleva che mi sedessi sulla poltrona, lontano da lui, ma non ci sono stata. Se voleva viaggiare in quel modo, allora l’avrei fatto anch’io. Mi sono seduta su una delle micropoltroncine che si tirano via dalla parete, una roba scomodissima ma l’ultima cosa che mi sembrava il caso di fare era parlare di comodità. Lui s’è seduto davanti a me ma poi si è alzato perché già non ce la faceva più a stare lì, nonostante le porte fossero ancora aperte e non ci fosse nessuno intorno a noi. È sceso dal treno, ho sudato freddo per un attimo perché per quanto ne sapevo poteva anche aver deciso di andarsene, ma poi l’ho visto sedersi su un muretto. Non significava che sarebbe risalito, però, quindi mi sono alzata anch’io per tenerlo d’occhio. Ha controllato il biglietto e si è accorto di averne obliterato uno sbagliato, uno che invece di “Roma Termini-Napoli C.le” riportava “Napoli C.le-Roma Termini”. Non so come abbia fatto a sbagliare ma a quel punto doveva per forza farne un altro. Ammetto che in quel momento ero paranoica e mi ha sfiorato l’idea che l’avesse fatto apposta; il treno sarebbe partito di lì a poco e se avesse perso più tempo del dovuto avrebbe avuto una scusa per non salirci. Così ho preso il trolley e sono scesa anch’io per accompagnarlo a fare questo maledetto biglietto. La mia presenza era una sorta di ricatto: sapeva che avrei dovuto prendere quella corsa e quella soltanto, se l’avesse persa lui l’avrei persa anche io, quindi ho sperato che non se la sentisse di attardarsi per non crearmi un disagio. Non so cosa sarebbe successo se l’avessi fatto andare da solo, ma non potevo permettermi di rischiare e così ho fatto praticamente l’ostaggio. Lo so che state pensando: “Perché? Perché non potevi semplicemente lasciargli fare quello che voleva? Perché ci tenevi tanto che partisse con te, in quelle condizioni? Perché sei così masochista, così stupida, così debole?” …Ero in paranoia. Ero impazzita, forse. Forse ero impazzita.
Ha fatto un nuovo biglietto e siamo tornati indietro, andando a metterci esattamente dove eravamo prima. Lui si è seduto di nuovo sulla micropoltroncina e potevo leggergli in faccia quanto fosse furioso. Mentre guardavo fuori dal piccolo vetro che era sulla porta, ho sentito un rumore fortissimo e mi sono voltata di scatto, sussultando. Era lui che in preda all’ira aveva colpito violentemente un corrimano con il suo ombrello. Ho avuto paura, perché era evidente che non ce l’aveva con il corrimano, ma con me, perché l’avevo costretto a partire contro la sua volontà… Solo che non poteva colpire me, ecco l’unico motivo per cui aveva infierito su quel pezzo di ferro. Un solo colpo, comunque, secco, poi si è ricomposto ma si vedeva che avrebbe voluto urlare. E anch’io. Senza che mi accorgessi del momento preciso, le lacrime avevano ricominciato a rigarmi le guance, forse non avevano mai smesso di scendere, ma in quel momento avevo avuto paura e mi si era accumulata troppa adrenalina, veramente troppa per non avere reazione alcuna. Di nuovo secchi d’acqua sotto i miei occhi, ho realizzato che stava peggio di quanto mi era sempre sembrato e ho provato tanta pena per lui. Si è alzato ancora e si è appoggiato alla porta che stava sul lato opposto a dove ero io. Nel frattempo la gente continuava a salire, orde di sconosciuti lo hanno riempito tutto, hanno preso tutti i posti disponibili e alla fine si sono riversati negli spazi di passaggio, proprio come quello in cui eravamo noi. Ad ogni persona che saliva e si fermava lanciavo uno sguardo carico d’odio, velocemente l’abitacolo si è riempito sempre di più e una signora ha pure preso il posto che G. aveva lasciato libero. Le ho detto che era occupato ma lui gliel’ha ceduto, preferendo restare dov’era. Ha viaggiato tutto il tempo lì, seduto sul gradino sotto la porta, con le gambe tirate dietro e la faccia praticamente schiacciata, con l’obbligo di alzarsi e scendere ad ogni fermata per agevolare il passaggio. A conti fatti, se avesse deciso di sedersi come una persona normale su una poltrona a caso, avrebbe avuto più spazio e più aria di quanti gliene servissero. Quando siamo arrivati in stazione il treno era completamente vuoto, poteva scegliere tra almeno un centinaio di poltrone, aveva l’imbarazzo della scelta. Ma probabilmente non aveva considerato che quella corsa sarebbe stata la più gettonata, non immaginava che il treno si sarebbe riempito così, probabilmente credeva che saremmo rimasti i soli ad occupare quello spazio. È rimasto fregato, siamo rimasti fregati, perché si sono accalcati tutti lì, praticamente addosso a noi e spero tanto che se ne sia pentito.
Comunque, l’ho tenuto d’occhio per tutto il tempo perché ormai mi aspettavo di tutto da lui, avrebbe anche potuto scendere pochi istanti prima della partenza. A quel punto sarei stata costretta a proseguire da sola, non avrei potuto fermarlo e il pensiero mi metteva un’angoscia indescrivibile. Credo di aver trattenuto il respiro fino a che le porte non si sono chiuse e non mi sono accertata che fosse dentro. Da quel momento in poi ho potuto allentare un po’ la presa ma non significa che sia stato un viaggio piacevole, anzi. Avevo una tizia che mi stava a pochi centimetri dalla faccia e, siccome mi aveva vista provata, si è incuriosita e mi ha fissato fino a che non è scesa, lo stesso la signora che ha rubato il posto a G. Hanno visto che lo tenevo d’occhio, la signora mi ha chiesto: «Sta bene?» e io ho scosso la testa, senza dire nulla. Per la prima parte del tragitto sono stata girata verso di lui, odiando ferocemente quelli che si mettevano davanti e mi costringevano a sporgermi a destra o a sinistra. È stato un viaggio scomodissimo ma scomodissimo è dir poco, perché magari si fosse limitato tutto al mal di schiena. Dicevo, durante la prima mezz’ora l’ho fissato e basta, non so neanche se se ne sia accorto o meno. Poi gli ho mandato un sms perché non ce la facevo più a stargli lontana e avevo bisogno di parlare.
A: “Se vengo a sedermi vicino a te, ti alzi?”
G: “Lì dove sei stai benissimo.”
Mi sarei già alzata, se fosse dipeso da me, ma avevo paura della sua reazione, quindi per un po’ ho continuato a scrivergli sms.
A: “Non so come fai a odiarmi così tanto. Nonostante tutto quello che tu hai fatto a me, io non riesco ad odiarti. Possiamo parlare? Anche se fosse l’ultima volta.”
Non ha risposto.
A: “Ormai sei nel treno e ci devi restare per altre due ore. Vuoi sprecarle così? Possibile che non ti importi proprio niente? Parlami, almeno.”
G: “Ora no.”
Ma io ne avevo bisogno, ne avevo bisogno in quel momento, non potevo farne a meno. Tutto mi stava sfuggendo di mano, tutto era in disordine, fuori e dentro di me. A quel punto avevo già toccato il fondo, credevo, quindi non avevo niente da perdere. Ho deciso che avrei rischiato, mi sono fatta coraggio e sono andata a sedermi accanto a lui. Per fortuna non si è alzato, ma non ne è stato contento. La prima cosa che gli ho detto è stata: «Mi dispiace.» Ovviamente mi riferivo all’incontro di lotta libera e lui ha capito benissimo. Ha scosso la testa e ha detto: «Non è successo niente» ma si vedeva che era offeso. Gli ho chiesto di parlare un po’ ma non era affatto conciliante, anzi, ha ribadito che voleva che lo lasciassi in pace. Con prudenza e un filo di timore, ho provato a mettergli una mano sul ginocchio ma me l’ha spostata dicendo qualcosa che non ricordo, come un “per favore”, per dissuadermi dal contatto fisico. Credo che in quel momento gli desse fastidio tutto di me e non potevo sopportarlo. L’ho implorato di degnarmi di uno sguardo ma non ha mai voluto; mi ha fatto sentire un’appestata per tutto il tempo. Ad un certo punto mi ha persino detto: «Che devo fare, mi devo trasferire in un altro paese? Va bene, mi trasferisco!»
Era molto arrabbiato, non l’avevo mai visto così… Mi ha fatta sentire in colpa, mi sono addirittura scusata perché avevo cercato di aiutarlo e avevo fallito e lui ha avuto il coraggio e la freddezza necessari per dirmi che non potevo aiutare nessuno, che ero io per prima ad aver bisogno di aiuto, che non sono mai guarita, che stavo male, ero malata! Non sapevo da dove tirasse fuori tutta quella cattiveria, ai miei occhi G. non è mai sembrato cattivo, mai. Semmai immaturo, un po’ egoista, ma mai cattivo. Eppure stava dimostrando di esserne capace e di sentirsi piuttosto a suo agio nel vomitare tutto quel veleno… E mi sono resa conto di non conoscerlo davvero. Mi ha chiesto di stargli lontana per un po’ ed io, in lacrime, gli ho chiesto come avrei potuto riuscirci. Mi ha risposto che dovevo farlo. Mi ha stupito la freddezza che riusciva a mantenere di fronte a tutto quel dolore. Era visibile, era così schifosamente visibile. Giuro che non volevo sbatterglielo in faccia, è solo che non sono riuscita a nasconderlo, perché era troppo. Ho cercato di mantenere un certo contegno, sussurrando appena ed evitando di gesticolare, ma chiunque poteva vedere quanto stessi male, chiunque si girasse a guardarci. E a me non importava, in fondo, per me in quel treno non c’era nessuno, solo noi due. Non me ne fregava niente dell’opinione di qualche pendolare senza volto che ho visto mezza volta e non rivedrò mai più, lo stavo perdendo e questo era tutto ciò che contava.
A: «Come la mettiamo col fatto che ti amo?»
G: «Ti sei fissata, con me. La tua è diventata un’ossessione.»
Mi sono offesa da morire, come osava dire quelle cose? Come se lui sapesse cos’era l’amore, come se lui avesse mai amato davvero qualcuno! Che ne sapeva, intrappolato così com’era in sé stesso? Era ai limiti dell’autismo, sentimentalmente parlando!
A: «Non puoi giudicare il mio modo di amare, non puoi chiamarlo fissazione o ossessione e in questo modo sminuirlo. Io ho fatto degli errori, è vero, ma almeno ci ho provato, tu neanche questo. Ti ho dato tutto… Non ho più niente.»
G. ha scosso la testa come se non significasse nulla, come se lo trovasse stupido o falso ma era vero, era la cosa più vera che potessi dire in quel momento. Voi non potete capire perché, vi mancano dei tasselli fondamentali, ma dovete credermi, era tutto penosamente vero. Era così che mi sentivo, un involucro senza niente dentro.
Quando gli ho chiesto come potesse restare così impassibile, ha tipo sbuffato e ha fatto un gesto di stizza prima di allontanarsi di qualche centimetro, di più non poteva. A vederlo così avevo voglia di sbattere la testa contro il vetro, c’è stato un attimo in cui non sono riuscita a respirare ed è stato spaventoso. Ho cercato di prendere dei lunghi respiri ma sembrava che non potesse entrare aria, né dal naso né dalla bocca; era una percezione, ovviamente, ma sembrava reale. E siccome non riuscivo a trattenere quell’aria, presto sono andata in iperventilazione e ho sentito un formicolio intenso e a tratti pungente su tutta la faccia, oltre la testa che girava. Alla prima fermata ho cercato di aprire la porta ma ero nel panico e non capivo come funzionava la maniglia. G. aveva già aperto la sua parte ed era sceso. Mi ha vista in quello stato e non ha fatto niente per aiutarmi, ad un certo punto ho visto la mano di un uomo che lo faceva al posto mio; ricordo solo il suo braccio che si allungava in avanti e la sua voce che mi spiegava brevemente cosa fare ma non so neanche che faccia avesse, non mi sono voltata a guardarlo, né a ringraziarlo, tutto quello che volevo era uscire da lì e respirare aria fresca. Ho preso dei lunghi respiri, tenendo il collo teso verso l’alto, come se in quel modo fosse più semplice far scivolare l’ossigeno nei polmoni. Credo di essermi ripresa un po’ ma purtroppo non sono potuta rimanere a lungo fuori dal treno, ché stava già ripartendo. E allora sono rientrata, assieme a G, ci siamo seduti sullo stesso gradino lurido e di nuovo abbiamo tirato indietro le ginocchia per non farcele colpire da quello schifo di porta automatica in cui a momenti sprofondavamo la faccia. È stato un incubo, un vero incubo e una parte di me sperava finisse presto, un’altra invece ne aveva paura. Sentivo che dopo quel viaggio non l’avrei più rivisto, che sarebbe finita lì e odiavo il fatto che non si voltasse neanche un secondo, neanche un maledetto secondo a guardarmi per dirmi addio. Aveva distrutto tutto quello che avevo cercato di costruire e alla fine stava cercando di farmi passare anche per pazza, per la malata della situazione, quella che si fissa, che non sa amare e al contempo pretende un amore che non merita. Non è giusto, nessuno dovrebbe mai sentirsi così, mai.
Ero ormai quasi arrivata a destinazione, mancavano pochi minuti alla mia fermata. Stava per finire, ma non poteva finire in quel modo! L’ansia che montava e l’adrenalina in circolo mi hanno dato la forza di fare un gesto rischioso che al 90% sarebbe fallito, lo sentivo: gli ho preso la mano e l’ho pregato di non tirarla via. Contrariamente a quanto mi aspettassi, non l’ha fatto, ma neanche me l’ha stretta a sua volta, semplicemente è rimasto fermo. Mi ha detto che dovevo stare tranquilla.
A: «Tranquilla? Come faccio? Questa è l’ultima volta che ti vedo e vuoi che stia tranquilla?!»
Come poteva pensare che ci sarei riuscita?! Era lui il pazzo, era completamente dissociato, non provava più niente, neanche empatia! Non era più un essere umano!
G: «Sei la persona più pessimista che conosco. Questa non è l’ultima volta. Ti chiamerò io. Non so quando, può essere tra qualche giorno o stasera stessa, ma devi stare tranquilla.»
La mia fermata era lì, il treno stava rallentando e si sarebbe fermato entro pochi secondi. Mi sono alzata con molta fatica e ho preso le cose che avevo appoggiato in un angolo. L’ho guardato dall’alto e lui a stento s’è voltato a dirmi ciao. Non ricordo cosa gli ho detto, ricordo che ero spossata, esausta e che mi sembrava davvero un addio. Sono scesa e mi sono voltata di nuovo a guardarlo, non credo se ne sia accorto. Aveva la spalle ricurve, era provato, appariva debole, l’ombra di sé stesso. Per un attimo ho avuto una specie di fermo immagine, una fotografia di quello che era diventato, un essere infelice che se non si fosse fatto aiutare non sarebbe durato a lungo. Ho visto chiaramente la sua difficoltà a stare al mondo, ho visto la sua incapacità di convivere con sé stesso e mi ha fatto una pena che non so descrivere. Forse era per me stessa che dovevo provare pena ma per me lui è sempre venuto prima di tutto, anche prima di me stessa. Quel fermo immagine mi resterà per sempre impresso negli occhi, anche se ce l’ho avuto davanti solo per due secondi. Dopodiché le porte si sono chiuse e il treno è ripartito, mancava un’ultima fermata, la sua. Di lì a poco sarebbe arrivato a casa e avrebbe rivisto la sua famiglia. Con loro sarebbe stato bene, questo era l’unico pensiero che mi rassicurava.
Anche io ho ritrovato la mia famiglia, per primo mio padre, e non so dire quanto bene mi abbia fatto rivederli. Strano, non mi è mai successo con loro. Proprio le loro facce, le loro voci… Credo siano state quelle a salvarmi da me stessa, quella notte.
Ero ancora fuori dalla stazione, avevo appena salutato mio padre e in quel momento ho sentito vibrare il cellulare: era G. Non sapevo se rispondere o meno, per la verità non sapevo se mi stesse chiamando davvero o se stessi avendo un’allucinazione.
A: «Pronto?»
G: «Come stai?»
A: «Come sto?!»
O_O Che razza di domanda era? “Sto come stavo un secondo fa, cretino! Uno schifo! E tutto per colpa tua!”
Non ero libera di parlare, c’era mio padre accanto a me, quindi ho tagliato corto. Ho guardato il display, una volta attaccato, e ci ho trovato un sms che aveva inviato giusto un attimo dopo che ero scesa dal treno, diceva solo: “Sta’ tranquilla” e niente più. Non so cosa fosse, un monito un consiglio… Sinceramente, lasciava il tempo che trovava. Dopodiché, il nulla. Sono entrata in macchina sforzandomi di sorridere e di comportarmi normalmente, ma papà si è accorto subito che c’era qualcosa che non andava. Ha detto che avevo la faccia gonfia e ha avuto paura che mi avessero picchiata. Stava cominciando ad allarmarsi, quindi ho dovuto raccontargli qualcosa, per forza. Giusto i concetti basilari, senza scendere in dettagli, gli ho detto solo che avevamo discusso, che l’ultimo giorno non era stato piacevole e che per quello non ci eravamo salutati benissimo, tutto qui. Per tutta risposta lui si è molto arrabbiato con G, ha detto che aveva voglia di chiamarlo e dirgliene quattro ma non lo faceva solo per rispetto verso me e la mia volontà. L’ho difeso, ancora una volta, dicendo che era malato e non era consapevole di quello che faceva, ma papà ha detto che non poteva usare la sua malattia come alibi per giustificare il fatto che mi deludeva, sempre.
Dentro di me sapevo che aveva ragione. Non l’avrei mai ammesso davanti a lui, ma aveva ragione.
A: «Bene, adesso lo odi e lui non se lo merita. Lo sapevo, non dovevo dirti niente!»
G: «Ale, che c’entra? Io non lo odio e se domani le cose tra voi cambieranno, io cambierò idea su di lui e ci andrò d’accordo. Ma adesso, per me, non è un uomo.»
Mio padre aveva 54 anni e quelle cose, dette da lui, avevano un peso maggiore. Lui non lo conosceva e non poteva sapere fino a che punto avesse ragione, ma io sì. G. parlava come un adulto, fumava e beveva come un adulto, ma non era mai cresciuto davvero e questo mi faceva rabbia. Così tanto potenziale inutilizzato… Era ingiusto. E ingiusto era anche il modo in cui era andato tutto, sin dall’inizio. E non mi riferisco solo alla fuga d’amore che avevo organizzato tanto bene e che avevo visto fallire miseramente… Mi riferisco a tutto quello che c’era stato tra noi, era tutto grottesco, frammentato, era tutto sbagliato. Sbagliato era il suo tempismo, sbagliato era il modo in cui si arrendeva sistematicamente. Sbagliata era la sua malattia e la sua paura, sbagliato era il modo in cui credevo di aiutarlo, sbagliata era la mia insistenza, la mia continua insistenza che aveva raggiunto il culmine proprio quel giorno. Tutto era sbagliato. Quella sera, mentre ero finalmente nel mio letto, con la testa sotto le coperte, c’era una cosa che mi appariva molto chiara e cioè quanto G. fosse deleterio per il mio stato psicofisico. Avrei dovuto stargli lontana il più possibile, eppure ne ero attratta, come la falena è attratta dalla lampada. E sappiamo che fine fa la falena quando si avvicina troppo alla lampada.

  

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G. ed io [pt.7]

Dopo aver parlato con la madre di G. e dopo averle promesso di prendermi cura di suo figlio, ero ancora più determinata a stargli vicino, anche se tutti me lo sconsigliavano. Paolo, il mio migliore amico, una volta mi ha detto: «Ale, io capisco cosa provi, ma credimi, è molto meglio perderlo.»
Io ho sempre preso sul serio i suoi consigli perché è probabilmente la persona che stimo di più al mondo e c’è stato un tempo in cui ogni nuova conoscenza subiva un paragone con lui e ne usciva sempre perdente. Quando Paolo parla, io ascolto in religioso silenzio, quello che Paolo dice è sacro. Per questo quando Paolo mi ha detto che dalla mia ostinazione non poteva venir fuori niente di buono, io ho avuto un presagio di sventura. Paolo aveva ragione, Paolo ha sempre avuto ragione, ma non gli ho dato retta e mi sono gettata ad occhi chiusi in questa irrealistica missione di salvataggio che mi fa sembrare molto stupida, lo so. Quindi alla fine Paolo ha detto: «Ok, fa’ quello che senti. Ma per favore, cerca di proteggerti.
»
N
eppure allora l’ho ascoltato. Ormai il mio destino era segnato.
Quel mercoledì sono partita con un brutto presentimento e il senno di poi mi ha dato ragione. Il vento freddo e forte che mi ha tormentato in stazione, mentre aspettavo il treno, aveva un non so ché di disperazione, di violenta e sferzante disperazione. Se era un segno divino, l’ho colto appieno, ma non è servito a farmi tornare indietro. Sono arrivata a Roma e mi sono messa ad aspettare G, credevo che mi sarebbe venuto a prendere, come aveva sempre fatto, ma quando l’ho chiamato per dirgli che ero arrivata e che non lo vedevo, lui mi ha risposto con una voce che non sembrava la sua: «Prendi il 5 o il 14, ci vediamo a casa.»
Ci sono rimasta un po’ male, sul momento, ma il mio cervello aveva già deciso che doveva esserci una spiegazione razionale per quel suo ritardo.
A: «Capisco, sei ancora in ospedale e non sei riuscito a liberarti, giusto?»
G: «No, sono a casa.»
A: «………..Ah.»
G: «Prendi il 5 o il 14, ti aspetto qui.»
A: «……Ok.»
Immaginatemi. Ero immobile, guardavo la gente camminare in tutte le direzioni, tutto attorno a me, che ero trasparente. C’è stato un istante in cui ho avuto voglia di prendere il primo treno e tornare a casa e sarebbe stata la cosa più giusta da fare ma purtroppo sono un’idiota e mi sono incamminata fino alla fermata del tram. Io non ho mai avuto un buon senso dell’orientamento, lo sa chiunque mi conosce che potrei perdermi anche in una cabina armadio ma a G. non è fregato nulla. Per fortuna sul tram ho incontrato un ragazzo gentile che si è offerto di indicarmi la mia fermata in tempo e il caso ha voluto che fosse anche la sua perché abitava proprio nei paraggi dell’appartamento di G, quindi siamo scesi e per fortuna abbiamo fatto parte della strada insieme, dopodiché l’ho salutato e ho proseguito da sola. Quando sono arrivata a destinazione, ho avuto modo di vedere come G. si era ridotto. Aveva iniziato a prendere delle compresse di valeriana credendo di risolvere così il suo problema di insonnia ma quella sera ne aveva prese cinque, forse tutte insieme, non lo so, ed era uno straccio. Non si sentiva in grado di venire a prendermi alla stazione, non si sentiva in grado di fare niente. Non mi ha salutata, non mi ha chiesto come stessi, non mi ha chiesto scusa per il modo in cui si era comportato al mio compleanno, né per non avermi avvisata del suo ritorno improvviso a Roma. Mi ha detto solo: «Andiamo a dormire?»
A vederlo in quello stato ho provato tanta rabbia, sembrava strafatto e a conti fatti lo era. Ho ripensato a quel consiglio molto saggio che ognuno di noi ha ricevuto almeno una volta, ossia di contare fino a dieci prima di parlare. Gli ho detto: «Ok, tu va’ a dormire, io vado a farmi un giro.» e mi sono incamminata per le strade desolate del quartiere. L’ho fatto perché avevo accumulato troppo nervosismo e forse camminare mi avrebbe aiutato a disperderlo. O quello o una sfuriata, non c’erano alternative. G. inizialmente mi seguiva, silenzioso e a distanza, poi non l’ho più visto. Se n’era tornato a casa, lasciandomi sola in un posto che non conoscevo e lo so che la mia reazione non è stata delle migliori, ma non ci sono parole per descrivere la sua. Mentre camminavo senza meta, cercando di non scoppiare a piangere, ho incrociato di nuovo lo stesso ragazzo di poco prima, quello che avevo incontrato sul tram e lui si è molto stupito di questa coincidenza, nonché dell’espressione cupa che avevo sul viso.
«Sei diversa da com’eri mezz’ora fa. Che è successo?»
«Il mio ragazzo è un cretino!»
Lui si è dimostrato subito molto disponibile e comprensivo, mi ha proposto di fare una passeggiata e di chiacchierare un po’ e io avevo bisogno di sfogarmi, quindi ho accettato. Siamo rimasti insieme un’ora, credo, durante la quale io gli ho parlato della mia storia assurda e lui della sua, finita da poco, con una ragazza malata anche lei di depressione — ma che cazzo, sono tutti malati? — Mi ha detto: «Per esperienza personale, ti capisco se cerchi di aiutarlo, se fai tutto quello che è in tuo potere e anche di più, ma non aspettarti che lui apprezzi e non aspettarti che le cose si sistemino. Se lui sta davvero male, niente di quello che farai sarà sufficiente. Fidati.»
Mentre chiacchieravamo il tempo è passato in fretta; E. (il coinquilino di G.) mi ha chiamata per farmi tornare il prima possibile, ché non era raccomandabile girare in strada da sola e a quell’ora della sera. Dopo un po’ ho salutato il mio nuovo amico e sono tornata all’appartamento, G. era in camera sua e non si è scomodato neppure a venirmi incontro. Sembrava un bambino smarrito, dava l’idea di non sapere cosa fare e quindi non ha fatto niente, è rimasto in camera sua ad ascoltare musica mentre io mi intrattenevo con i suoi amici aspettando che si decidesse a dire qualcosa, qualsiasi cosa. Dopo un po’ così, con una scusa sono entrata in camera e ho visto che era sul letto, a pancia in giù. Ho spento la luce per sottolineare la mia protesta silenziosa, poi sono andata in bagno a prepararmi per la notte e ho considerato chiusa la serata, una serata totalmente inutile. Io volevo andare a San Lorenzo, nello stesso locale stupendo in cui eravamo stati la sera che avevo pianto di felicità, volevo abbracciarlo seduta lì, sullo stesso divanetto e dirgli che se lui stava male stavo male anch’io e che non lo accettavo. Ma G. ha preferito evitare il confronto e si è arreso prima di provarci.
In quella camera ci sono due letti perché G. la condivide con un altro ragazzo, F. Ma F. era a Caserta dai suoi e così mi sono messa nel suo letto anche se era l’ultima cosa che volevo fare. Tutto quello che desideravo era addormentarmi abbracciata al mio stupido ragazzo ma lui non dava segni di vita. Ho sperato che prima o poi mi dicesse “che ci fai lì? Vieni a metterti vicino a me!”, ma non è mai successo. Ci siamo ritrovati al buio e silenziosi, nella stessa stanza eppure lontanissimi. Non mi andava giù. Ho dovuto trovare un modo per rompere il ghiaccio e così gli ho consigliato almeno di mettersi il pigiama, visto che era ancora vestito. Lui si è alzato, è andato a chiudersi in bagno e ci è rimasto un’eternità, poi ne è uscito e si è fermato in cucina a mangiare. Non ha avuto neanche la premura di offrirmi una briciola, nonostante sapesse che non avevo cenato e vi anticipo che non ho toccato cibo per tutto il tempo che sono stata lì, ma niente di niente, ho mangiato solo quando sono tornata a casa dai miei e lui non mi ha mai detto, che so, “oh, ma non hai fame?” …Non che pensassi al cibo, francamente, anzi. Lo scrivo solo per sottolineare la sua assenza di riguardo e la mia stupidità. Ad ogni modo, dopo aver finito di mangiare è tornato in bagno, c’è rimasto ancora un sacco di tempo, dopodiché si è rimesso a letto senza dire una sola parola. Io trovavo tutto ciò troppo assurdo per essere vero e non riuscivo a farmene una ragione. Non ricordo cosa ho detto per spronarlo a parlare, ma so che avrei fatto meglio a stare zitta. È stata la notte più lunga, pazzesca e orribile della mia vita. Ho provato a parlarci, a chiedergli come stesse ma era evidente che non stesse bene. G. mi ha chiesto ancora una volta cosa pensavano i miei di quella storia e io non ho mentito, gli ho risposto che a loro dispiaceva tanto sapere che stava male e non osavano consigliarmi di lasciarlo ma erano preoccupatissimi. Lui ha fatto di nuovo finta di fregarsene e poi ha detto che i suoi, invece, mi amavano. Ha detto che a casa sua tutti gli consigliavano di trattarmi bene, perché me lo meritavo, e non nego che sentirlo mi abbia lusingato ma l’unica persona da cui volevo sentirmi amata era lui e neanche mi guardava in faccia. Ricordo che a un certo punto mi sono alzata dal letto di F. per andare a sedermi su un lato del letto di G. La mia intenzione era di accarezzargli i capelli, niente di più, ma lui si è alzato a sua volta, è schizzato fuori dal letto e mi ha impedito di avvicinarmi. Stava cominciando ad agitarsi, sembrava un animale in trappola, così per calmarlo gli ho promesso che non l’avrei toccato. Si è seduto con le spalle contro il muro, sul letto di F. e io sono rimasta in piedi contro la finestra, eravamo ai lati opposti della stanza. Ho cercato di spiegargli che non c’era pillola che tenesse, il suo problema di insonnia aveva evidentemente radici profonde e solo parlarne l’avrebbe aiutato; lui aveva bisogno di esorcizzare i suoi demoni, non di stordirli. Nella speranza che servisse a fargli considerare altri punti di vista, gli ho parlato del modo in cui mi sentivo quando andavo dalla psicologa. G. sembrava curioso, ha cominciato a farmi un sacco di domande sul mio stato d’animo di quel periodo, sui miei sintomi. Ho avuto la sensazione che volesse farmi parlare di me per impedirmi di fare domande a lui personalmente, ma non ci sono cascata. Gli ho detto solo che restavo a letto tutto il giorno in completa apatia e non avevo voglia di vivere. Ma lui ha continuato a fare domande su domande e a me quelle non hanno mai fatto paura, eppure mi ha infastidito il suo modo di porle. In quella stanza non era poi così buio, perché dalla finestra arrivava la luce dei lampioni in strada. Un fascio di quella luce illuminava seppure debolmente una parte del suo viso e giurerei di averci visto un accenno di ironica diffidenza. Non mi stava prendendo sul serio, non ci stava credendo. Mi sono sentita offesa, perché non era semplice parlare di quel periodo buio
e sentirmi giudicata non mi aiutava, ma ho tenuto duro. Gli ho detto: «In questo momento ti senti solo, incompreso, come se nessuno avesse idea di quello che stai passando, ma sbagli, perché tutti capiscono queste cose, bene o male. A tutti noi piace sentirci speciali, ma non lo siamo mai. L’umanità intera è accomunata dagli stessi sentimenti, dalle stesse paure e dalle stesse esperienze. Non c’è una sola persona al mondo che non abbia sperimentato, direttamente o indirettamente, le stesse gioie e le stesse delusioni, che non abbia avuto a che fare con l’amore, il tradimento, la malattia, la morte… Chi più e chi meno, tutti noi capiamo che significa e figurati se non lo sa un professionista, qualcuno che ascolta l’esperienza altrui per mestiere! Quando vai dallo psicologo, scopri che lui sa già cosa stai per dirgli e questo ti fa sentire banale, scontato e paradossalmente ti infonde conforto. Perché se lui ne ha già sentite altre di storie come la tua, se ne ha sentite anche di peggiori, allora tu non sei l’unico, non sei anormale. Sei come tutti gli altri e se gli altri ce la fanno ce la puoi fare anche tu.»
G. mi ha lasciata parlare a lungo e mi ha sentita, ma non mi ha ascoltata davvero. Me ne sono accorta, non era presente. Ho cercato di nuovo di avvicinarmi a lui ma ha avuto la stessa reazione di prima, alzandosi di scatto dal letto di F. e allontanandosi da me. Esausta, mi sono rassegnata e mi sono messa di nuovo sotto le coperte, così ha fatto anche lui. Nella stanza è ripiombato di nuovo il silenzio, finché lui non ha detto una cosa che non mi sarei mai aspettata di sentire.
G: «Ti ho preso in giro.»
A: «Quando?»
G: «Sempre.»
A: «Non ho capito… Sin dall’inizio?»
G: «Sì. Eri una sfida per me. Non potevo accettare che M. ti avesse avuta e io no. Volevo solo il tuo corpo.»
Non so dire se ci ho creduto davvero o no, per un attimo mi sono sentita molto confusa. Invece di sbraitare come chiunque si sarebbe aspettato da me, ho tirato fuori una voce flebile che tradiva l’enorme stanchezza: «Ma… Ma M. non mi aveva avuta…»
G: «Lo so adesso. Prima non sembrava così.»
A: «Ma… Dopo tre anni? Non ha senso…»
G: «Sì, anche dopo tre anni.»
Mi sono presa un attimo per mettere a fuoco… Non ero sicura di aver capito bene. Mi sono sentita bruciare e mi sono alzata dal letto per uscire sul balcone a prendere una boccata d’aria ma appena s’è reso conto di dove volevo andare si è alzato anche lui per venire a fermarmi. Appena ho fatto per aprire la finestra, G. mi si è fiondato addosso e mi ha tirato per la maglietta. Cosa credeva, che volessi suicidarmi? Io volevo solo un po’ d’aria fresca e comunque non ho tollerato le sue luride mani addosso, quindi ho cercato di divincolarmi ma lui mi ha letteralmente sbattuta sul letto e mi si è messo sopra per impedirmi di muovermi. Ho lottato per togliermelo di dosso, ansimando di fatica e sferrando colpi quando potevo. Gli ho graffiato il collo e gli ho lasciato un segno che il giorno dopo era ancora visibile. Poi gli ho afferrato l’inguine con le unghie e solo allora si è alzato e mi ha lasciata libera. Femminuccia. Sono uscita sul balcone e lui mi ha seguito a ruota, ma mi è rimasto lontano. Sempre a distanza di sicurezza, comunque, e infatti se ne stava lì come se da un momento all’altro potessi provare a buttarmi di sotto e lui per questo dovesse restare vigile e agire con prontezza. Certo, certo. Io volevo solo respirare liberamente, visto che ero in preda all’affanno e alla rabbia e non riuscivo a calmarmi. Ho cercato di prendere respiri profondi e dopo qualche minuto è tornato tutto alla normalità, l’iperventilazione è cessata e sono tornata dentro. Ho iniziato a vestirmi, proprio così, mi sono tolta il pigiama e mi sono infilata i jeans e il maglione, anzi, due, uno sopra l’altro.
G: «Cosa vuoi fare?»
A: «Me ne vado.»
G: «A quest’ora?»
A: «Non ci resto qui con te.»
Mi stavo infilando le scarpe quando l’ho visto andare a mettersi contro il suo armadio. Ricordo benissimo la scena, ci si è appoggiato con la spalla sinistra e giuro che mi è sembrato stesse trattenendo una risata. L’ho guardato bene in faccia, la luce era ormai accesa. Ho scosso la testa un’infinità di volte perché non sapevo cosa dire, poi gli ho chiesto: «Non ti senti in colpa?» facendo appello alla sua umanità, se gliene era rimasta almeno un po’. Mi sentivo come se mi avessero appena pugnalato e lui, impalato lì davanti a me, non faceva una piega.
A: «Non ti senti in colpa? Neanche un po’?»
G:
«No. Mi dispiace, ma non mi sento in colpa, perché io ti avevo avvisata. Ti avevo detto che sono pericoloso.»
Ho trovato terrificante la sua calma apparente e la crudeltà con cui pronunciava certe parole. L’ho guardato con gli occhi spalancati sperando con tutta me stessa che fosse un incubo ma purtroppo ero maledettamente sveglia. Mi sentivo senza forze, mi stavo allacciando le scarpe e non ricordavo più come si facesse. A quel punto lui ha atteggiato il viso a un’espressione da schiaffi e ha detto: «È tutto teatro. È improvvisazione.»
A: «…..Cosa?»
G: «Lo vedi? A me ogni tanto capita questo, dico bugie. Non ti conviene stare con me.»
A quale bugia si riferiva? Cosa aveva “improvvisato”? Non ci stavo capendo niente, ma sul serio, cioè, avevo perso di colpo il 90% delle mie facoltà mentali. Ero inebetita e muta, sconvolta è dir poco. Lui ha continuato, dicendo che voleva darmi una dimostrazione della sua follia, di quanto fosse pericoloso avere a che fare con lui, di quanto fossero imprevedibili le sue azioni. Voleva dirmi di salvarmi, finché ero in tempo, e aveva messo su quella terribile scenetta da telenovela… Piano piano ho cominciato a capire… Aveva osato giocare con la mia mente, scommetto che si era pure divertito perché giuro che l’ho visto trattenere un sorriso più di una volta, lo giuro! Mi sentivo come se la mia testa fosse appena stata presa a pugni, ero profondamente delusa. Non avevo più parole, in quel momento ho capito che ero davvero fuori posto e che da sola non sarei mai riuscita ad aiutarlo, perché lui non voleva farsi aiutare, anzi. Preferiva distruggermi per farmi desistere.
Ho indossato il cappotto, ho preso la borsa e mi sono avvicinata alla porta d’ingresso con il passo lento di chi segue il feretro, e in effetti avevo tanta morte nel cuore. G. mi ha chiesto dove pensavo di andare a quell’ora — erano le 4:40 — ma quando ho aperto la porta e ne sono uscita lui non ha provato a fermarmi. L’ho richiusa dietro le mie spalle e ho sceso le scale, un gradino alla volta, le gambe erano di piombo.
Quando sono arrivata al portone del palazzo, l’ho aperto e mi sono resa conto che stava diluviando, ma io non avevo l’ombrello. Sono rimasta in strada per qualcosa come quindici minuti, riparata sotto il gazebo di un bar, ma la pioggia era fortissima e il vento gelido. Stavo tremando, quando ho capito che non potevo andare lontano, in quelle condizioni. Mi sono vergognata molto di quello che ho fatto, ma era davvero l’unica soluzione… L’ho chiamato, gli ho detto: «Piove. Apri.» e sono tornata su. Mentre salivo le scale ho sentito la porta di casa fare uno scatto ma quando l’ho aperta per entrare lui non era lì, bensì in camera sua, seduto sul suo letto che era di nuovo perfettamente rifatto. Durante il breve incontro di lotta libera di non so più quanto tempo prima, si era ridotto a un ammasso informe di coperte ed era ancora così quando me ne sono andata. Quando mi ha vista uscire da quella porta, avrebbe dovuto infilarsi le scarpe, corrermi dietro, chiedermi perdono per il suo comportamento inqualificabile e impedirmi di andare… Ma dando una rapida occhiata alla sua stanza, ho scoperto come aveva passato quei lunghissimi quindici minuti: rifacendo il letto. Di nuovo, le sue priorità mi scioccavano.
Gli ho detto piano: «Me ne vado appena smette di piovere.» poi sono andata a sedermi in cucina, appoggiando braccia e testa sul tavolo e ho passato così almeno un paio d’ore. G. è rimasto sul limite tra il corridoio e la cucina per qualche minuto, proprio qualche centimetro dietro lo stipite, a fissarmi. Non diceva niente, mi guardava e basta, dopodiché, con la coda dell’occhio, l’ho visto allontanarsi e immagino sia andato in camera sua, ma c’è rimasto poco, perché è ritornato quasi subito nello stesso punto. Ha fatto questo per non so quanto tempo, camminava avanti e indietro, veniva a controllarmi, poi tornava in camera, poi tornava a controllarmi. Ho avuto la sensazione che si sentisse spaesato, che non sapesse come comportarsi, cosa dire, dove andare… Io non dicevo niente e neanche lo guardavo, anzi, ho finto di essermi addormentata, ma come avrei potuto? Stavo davvero scomoda e in più stavo gelando, nonostante avessi ancora su il mio cappotto. Lui mi ha vista tremare e non ha detto niente, mi guardava e basta. Dopo aver fatto su e giù per non so quanto, era un po’ che non lo vedevo più tornare. Ho pensato che si fosse addormentato e ne ho approfittato per andare in camera sua a prendere qualcosa da mettere addosso. L’ho trovato seduto sul bordo del suo letto, curvo in avanti, con la testa appoggiata su una mano. Ho preso una sua giacca e l’ho appoggiata sulle mie spalle e nel farlo mi sono accorta di avere male ovunque, tutti i miei muscoli erano tesi. Era stata una notte difficile ma per fortuna la luce dell’alba era arrivata. Ho visto che era ancora sveglio e mi sono rivolta a lui giusto il tempo di dire: «Uso il computer.» dopodiché mi sono collegata ad internet per capire a che ora partisse il primo treno per Napoli e ne ho trovato uno alle 8:14. L’ho detto tra me e me e lui mi ha sentito ma non ha fiatato. Ad un certo punto ha detto solo che era stanco e si sarebbe messo a letto, e così ha fatto. Erano le 6:00 del mattino. L’ho guardato, mentre si copriva accuratamente con le coperte, io ero ancora irrigidita dal freddo e non mi ha detto mai, neanche una volta, che so, “appoggiati un po’ qui” o “mettiti comoda”… Si è addormentato e io me ne capacitavo. Sono rimasta seduta alla scrivania per un po’, basita, poi siccome ero davvero stanca mi sono avvicinata al letto di F, l’ho rifatto per bene e poi mi ci sono messa sopra, su un fianco, con il mio cappotto addosso e la giacca di G. sulle gambe, ma tremavo lo stesso. Faceva davvero tanto, tanto freddo e da quella posizione lo guardavo, tranquillo, che se la dormiva beato, incurante di tutto, di me… Va da sé, non ho dormito per niente, ma c’è stato un attimo in cui la stanchezza ha preso il sopravvento e ho chiuso gli occhi… Non ho potuto tenerli chiusi a lungo, però, perché proprio allora è tornato F. Erano le 9, circa, il treno l’avevo perso e non me ne ero resa conto, mi sono alzata di scatto quando ho sentito G. che mi diceva: «Ale! Ale! È arrivato F!»
In quel momento, la cosa principale per lui era che non mi facessi trovare sul letto del suo coinquilino, anche se l’avevo rifatto con cura e mi ci ero solo appoggiata. Quindi ok, mi sono alzata, confusa e stordita, e mi sono seduta di nuovo alla scrivania, con la testa appoggiata sulle braccia incrociate. F. è entrato e ci ha salutato, poi è andato ad abbracciare G. e G. ha ricambiato l’abbraccio. È vero, non ero lucida, ma non ci voleva un genio per capire che c’era qualcosa di strano.
“Ma come? Si lascia abbracciare? Che fine ha fatto l’afefobia?”
Era evidente che si manifestava solo con me.
F. ha cominciato a ridere e scherzare e G. sembrava divertito, riposato, contento. Non c’era traccia di stanchezza o di debolezza; se stava recitando ancora, sapeva farlo molto bene. Lo guardavo allibita e senza dire niente, allo stesso modo sono uscita dalla stanza, lasciandoli soli e andando a cercare aiuto dove potevo perché mi sentivo davvero male. Le gambe mi hanno portato in camera di G, un’altra coinquilina di G. Lo so che se scrivessi i nomi per intero fareste meno confusione, ma non posso. Erano in 5, in quell’appartamento: G. (il mio G.) poi E, R, F, e un’altra G. L’avevo vista una sola volta e di certo non eravamo amiche, ma non sapevo con chi parlare. Mi sono fermata sull’uscio della sua stanza mentre lei stava infilando i lacci nelle scarpe bianchissime che aveva appena lavato. Le ho detto: «Ciao. Posso entrare?»
Lei ha notato subito in che condizioni fossi e mi ha invitato a sedermi sul suo letto, poi si è seduta vicino a me. Non mi ha abbracciata, forse mi ha sfregato solo una mano sulla schiena per qualche secondo, ma quel contatto mi ha commosso e sono scoppiata in lacrime. Mi ha chiesto cosa fosse successo e le ho raccontato della notte insonne, della mattina passata seduta su una sedia e lei non ci poteva credere. Alla fine mi ha detto di aver notato quanto G. fosse strano, negli ultimi tempi. È stata lei a dirmi che spesso non andava neanche a fare il tirocinio, che la sera cenava da solo, che non usciva mai e che, mentre tutti loro socializzavano, lui se ne stava sempre da solo in camera sua. Le ho chiesto cosa dovevo fare, come se lei avesse la risposta, ma non ha saputo dire molto, perché giustamente non ne aveva idea. Mi ha detto solo che quello era un momento difficile per lui e mi ha consigliato di trovare un modo per stargli vicino ma ha anche aggiunto che forse non era la vicinanza fisica che dovevo cercare. Forse dovevo lasciargli i suoi spazi.
G: «Lascialo andare per un po’, vedrai che quando starà meglio tutto andrà a posto.»
A: «Non posso.»
G: «Perché?»
A: «Perché se lo lascio andare di nuovo, stavolta non tornerà.»
Lei non ha più saputo cosa dire e mi è rimasta vicino in silenzio, finché F. non è entrato anche lì a portare caos. Si stavano preparando tutti per andare all’ospedale, solo G. non ci sarebbe andato. S’era seduto sul suo letto, con la schiena appoggiata contro il muro e mentre uscivano tutti, uno per uno, mi sono seduta anch’io nello stesso modo, ma sul letto di F. Quando finalmente ho sentito la porta chiudersi, ho capito che eravamo rimasti soli. Qualche minuto di silenzio e poi ho sussurrato: «Cos’è successo stanotte?»
G: «Non lo so, non lo ricordo bene.»
Facevo fatica a crederci, era troppo comodo. Non so se abbia mentito o meno ma se era vero, non c’è che dire, era una bella fortuna. Considerato il livello basso a cui eravamo arrivati, anche io vorrei poterlo dimenticare. Comunque, gli ho fatto un riassunto degli avvenimenti e mi ha fatta parlare, dopodiché ha ribadito il concetto di poche ore prima, ossia che non sapeva chi me lo facesse fare a stargli vicino, visto che lui era pazzo e pericoloso e che avrei fatto meglio a rinunciare.
A: «Ormai mi sono spinta troppo oltre, non si torna indietro.»
G: «Perché?»
A: «Mi dispiace che tu me lo chieda, perché significa che non hai capito.»
…E lo so che anche voi che leggete, adesso, non capite cosa significhi quest’ultima frase perché per capirlo dovreste essere a conoscenza di una cosa successa esattamente un mese prima di quella conversazione, ma non l’ho mai scritta qui e mai lo farò. Vi basti sapere che era vero, quella cosa ha rappresentato un punto di non ritorno, per me. Io non avrei mai potuto tornare indietro. Lui sapeva a cosa mi riferivo, però fingeva di no o forse non aveva ancora razionalizzato, era visibilmente stranito, si è alzato dal letto e si è messo a muoversi nervosamente avanti e indietro, guardando il pavimento. Sarà stata la mia enorme stanchezza, ma in quel momento ho dimenticato di essere arrabbiata con lui e mi sono tornate in mente le parole di sua madre, quando mi ha detto di essere convinta di una cosa e cioè che lui si sentisse in colpa nei miei confronti.
Lei: «Secondo me, lui si comporta in questo modo perché crede di non poterti dare nulla. Sente che meriti di più, ecco perché ti sfugge.»
In quel preciso istante l’ho guardato ancora e mi è sembrato piccolo, spaventato e perso. Mi sono alzata anch’io e gli sono andata incontro. Stranamente non si è allontanato. Ho allungato le braccia con cautela e lui ha capito cosa volevo fare ma non si è scansato. L’ho abbracciato piano e inizialmente è rimasto fermo, poi ha sollevato le sue, di braccia, e le ha portate intorno alla mia vita. Non succedeva da non so quanto. È stato allora che tutto è diventato chiaro. Mi sono avvicinata al suo orecchio e gli ho parlato piano, dolcemente…
A: «Cosa senti quando ti abbraccio?»
G. non ha risposto.
A: «Cosa senti? Non vuoi dirmelo?»
G: «………»
A: «Vuoi sapere cosa sento io?» e poi ho sussurrato: «Ti amo.»
…L’ho detto. L’ho detto davvero. Era la prima volta.
Ho rimandato quelle parole così a lungo… L’ho fatto perché volevo essere sicura che fossero vere, prima di pronunciarle. E alla fine ho scelto proprio quel momento lì. Qualcuno penserà che è stato stupido da parte mia, ché avevo avuto decine di occasioni migliori di quella ma il punto è che in nessuna ho mai avvertito così tanta consapevolezza. Aveva un senso e non me ne pento. Sarebbe stato più bello dirlo quella sera a San Lorenzo, la degna conclusione di una serata perfetta. Sarebbe stato più facile dirlo dopo un bicchiere di vino, o più di uno… Più logico dirlo mentre eravamo a letto insieme, dopo aver ricevuto un suo tenero bacio… O una di quelle sere che abbiamo passato a ridere… Vedevo già la scena: dopo l’ennesima risata avrei potuto prendere un respiro profondo, poi, dopo aver trattenuto l’aria nei polmoni per un secondo, l’avrei tirata fuori dalla bocca, con fare liberatorio, e un “ti amo” sarebbe potuto venir fuori così, con leggerezza… Sarebbe stato tipo: “…aaaah, quanto ti amo!”
Sì, ho avuto occasioni migliori di quella, eppure è stato proprio quando mi stava facendo più male che ho realizzato cosa provavo per lui. Quel pomeriggio di fine Marzo io non avevo più difese, ero come una foglia al vento e sapevo che mi avrebbe portata lontano. “Va bene così”, ho pensato. Non aveva più senso opporsi, ormai l’avevo capito. Lo amavo più di qualsiasi altra cosa o persona al mondo e finalmente gliel’avevo detto.
«Ti amo…»
G. mi ha stretto forte, ma non ha detto una sola parola. Darei tutto quello che ho per sapere cosa gli è passato per la testa. Mi ha dato un bacio a stampo e poi s’è allontanato, ha preso la chitarra (il prolungamento delle sue braccia) e ha cominciato a suonare qualcosa. L’ho visto sorridere. Ha detto: «Perché stavo male?» e io, che non avevo capito: «Cosa?» e lui: «Perché stavo male? Non c’è motivo!»
Sembrava felice, giuro, e forse per un attimo lo è stato davvero ma ho peccato di ingenuità quando ho sperato che durasse a lungo. Non ricordo quando né ho capito perché, ma a un certo punto si è intristito di nuovo, ha posato la chitarra, si è appoggiato contro la finestra e ha cominciato a piangere. Non l’ho visto in faccia, ma non ne dubito. Voglio dire, come si può pensare di fingere il pianto? Anche quello no, dai! Ho cercato di abbracciarlo da dietro ma non ha voluto, così gli ho solo poggiato una mano contro la schiena e gli ho accarezzato quella e le spalle. Un minuto così, poi si è andato a mettere sul letto, a pancia in giù e con la faccia rivolta verso il muro. Mi sono seduta accanto a lui evitando di toccarlo, sono rimasta con la mano sospesa in aria ma ho temuto di avvicinarla alla sua testa, quindi poi l’ho ritirata.
A: «È una bella cosa, quella che sta succedendo.»
G: «Sì, certo, proprio bella!»
A: «Lo è. Benvenuto nel mondo degli umani. Non reprimerti, piangere fa bene. È bello, significa che senti ancora qualcosa.»
Era la prima volta che piangeva in mia presenza, credevo che non sarebbe mai successo. L’ho ringraziato per aver condiviso le sue lacrime con me e sono rimasta a guardarlo mentre sembrava così indifeso da far male al cuore. Ho sperato con tutta me stessa che quel pianto segnasse una svolta, che avesse ormai abbandonato le resistenze, ma le ha ritrovate presto. S’è alzato dal letto e ha ricominciato a sfuggirmi, a quel punto non ce la facevo più. Mi sono stesa io, su quello stesso letto, nella stessa posizione assunta da lui poco prima, mentre G. riprendeva in mano la chitarra. Forse pizzicare le sue corde gli serviva per calmarsi o forse aveva solo bisogno di un oggetto ingombrante da mettere tra noi, a mo’ di barriera. Non sapeva che non era più necessario, che non mi sarei più avvicinata perché mi sentivo già abbastanza patetica. Così dopo un po’ è stato lui ad avvicinarsi a me, che avevo gli occhi chiusi, si è seduto sul bordo del letto ma non mi sono voltata. Ha detto: «Grazie per essere venuta.» e io ho aperto istintivamente gli occhi. Nella mia mente mi sono avvinghiata a lui e l’ho baciato, ma nella realtà non ho osato farlo perché se mi avesse rifiutata ancora ci sarei rimasta troppo male.
Precedentemente, tra un rifiuto e l’altro, gli avevo detto che avrei preso il treno delle 18:36 e lui mi aveva chiesto di non farlo. Era andata come segue:
G: «Perché vuoi partire?»
A: «Che senso ha stare qui?»
G: «No, non partire!»
A quelle parole avevo creduto che mi volesse lì con lui e perciò mi sono permessa il lusso di rilassarmi, al punto che mi poi sono assopita. Però non vi ho detto che quella mattina, assieme a F. era arrivato anche suo padre. L’aveva accompagnato ma appena arrivato a Roma gli avevano rubato il portafogli con tutti i documenti, per cui aveva passato il pomeriggio alla stazione di polizia per sporgere denuncia. Eravamo abbastanza tranquilli quando questo signore ha bussato alla porta e ha fatto irruzione nella nostra bolla, facendola scoppiare bruscamente. G. è come me, odia apparire scortese ed è sempre molto gentile con gli estranei. Quindi è andato in cucina e si è intrattenuto con lui, mentre io ero sul suo letto che mi riposavo. Mi sono accorta che stavano mangiando e il mio stomaco brontolava, ma non li ho raggiunti. Mi sono addormentata e non so quanto ho dormito, a occhio e croce una mezz’ora scarsa, dopodiché G. mi ha svegliato nel peggiore dei modi.
G: «Ale… Ale, sveglia. Non devi prendere il treno?
»
O__o
A: «Sono un po’ confusa… Prima dici “non partire”, adesso mi cacci…»
G: «Non ti sto cacciando, ma… Dove dormi?»
Solo allora avevamo realizzato che, essendoci anche il padre di F, non avrei avuto un posto dove dormire. O meglio, in teoria ce l’avevo. Avrei potuto dormire accanto a lui, nel suo letto, come avevo sempre fatto, ma non me l’ha offerto e mi sarei sentita una poveraccia a chiederglielo, così mi sono rassegnata. Mi sono messa a sedere con le gambe raccolte e gli ho detto: «Perché non vieni con me? Ho promesso a tua madre che ti avrei riportato a casa, domani. Partiamo stasera, insieme.»
Sulle prime ha detto che non poteva, che aveva impegni universitari, ma poi ha accettato, ha preso dei vestiti puliti dall’armadio, è andato a farsi una doccia e ne è uscito raggiante. Era un’altra persona, era entusiasta. Ho sistemato in fretta le mie cose e ho aspettato che fosse pronto, poi, pochi minuti prima di andarcene è tornata R.
R: «Dove andate?»
G: «A Napoli!»
R: «Come, a Napoli? E quando torni?»
G: «Mai più!»
A: «Non dargli retta, torna lunedì.»
G: «MAI PIù!»
Eravamo già per le scale, che ridevamo come due pazzi, e R. era ancora sull’uscio a guardarci confusa. Deve aver chiamato il suo ragazzo, E., per informarlo e mentre eravamo sul tram quest’ultimo ha chiamato G. Non ho sentito quello che gli ha detto, ma solo quello che G. gli ha risposto, ossia che sarebbe tornato, certo, per il lunedì successivo e che non doveva preoccuparsi, sarebbe stato via solo un weekend. Lo guardavo sorridere, ero piena di felice riconoscenza, euforica. Ma dopo la telefonata di E, tempo pochi minuti e il cellulare di G. ha squillato ancora: era suo padre. E. aveva chiamato il signor V. per avvertirlo e lui voleva accertarsi che fosse tutto in ordine. A casa di G, a Ponticelli, la sua famiglia si divideva tra quelli che capivano il suo problema e quelli che lo sminuivano. Sua madre e sua sorella lo volevano a casa e premevano perché andasse da uno psicologo, suo padre e suo fratello preferivano pensare che fosse solo un momento di stress e davano pochissimo peso alla cosa. Era stato il signor V. a metterlo sul treno, il giorno del mio compleanno, per farlo tornare a Roma, perché ha ritenuto che la sua priorità fosse lo studio. E anche quella sera, mentre eravamo sul tram, l’aveva chiamato per dirgli di restare. Inizialmente non ho capito con chi stesse parlando G, credevo ancora una volta con E, ma ho capito che c’era qualcosa di strano quando l’ho visto cambiare espressione. All’improvviso non sorrideva più, aveva abbassato la testa e anche la voce, diceva solo: «Ok, resto. Non ti preoccupare, resto.» Anche io ho cambiato espressione, l’ho guardato con terrore e ho scosso la testa, l’ho supplicato silenziosamente di non lasciarsi convincere, poi l’ho visto voltarsi, mi ha dato le spalle per non essere costretto a guardarmi mentre diceva: «Va bene, non ti preoccupare, papà.» e allora ho capito che avevo fallito.
Nessuno dei due ha fiatato per tutto il tragitto e anche quando siamo arrivati alla stazione, nessuno ha detto nulla per un po’. Mi sono avvicinata a lui, ho avvolto entrambe le mie braccia attorno al suo e ho stretto forte, camminando così fino ai tabelloni degli orari. Poi gli ho detto: «Cosa vuoi fare?» e lui ha scosso la testa: «Non lo so ancora.»
Ha comprato anche il biglietto, ma non sapeva se l’avrebbe usato o no. Io non osavo parlare, ma continuavo a stringerlo forte. Dopo aver fatto il biglietto, ha camminato fino alla farmacia e mi ha detto che voleva entrare a cercare l’iperico, una sostanza a suo dire naturale che, combinata con la valeriana, avrebbe dovuto avere effetti simili a quelli di certi psicofarmaci. A quel punto ha avuto inizio un incubo ad occhi aperti. Il nostro treno sarebbe partito entro mezz’ora e lui è rimasto oltre venti minuti in quella stramaledetta farmacia, a parlare con un’incompetente che non conosceva la percentuale di iperico nelle compresse che voleva vendergli e tutti e due parlavano così piano, così lentamente, mentre il tempo scorreva e io continuavo a guardare l’orologio e poi lui, implorandolo con lo sguardo umido di venir via da lì ma non se n’è nemmeno accorto, perché non si è mai girato a guardarmi, era troppo assorto nelle etichette di quegli stupidi flaconi di pillole! Ero nervosa e insofferente, un altro farmacista che si era messo accanto a loro — senza però essere d’aiuto — si è reso conto che non stavo bene e infatti mi guardava incuriosito. Il mio cervello stava per esplodere e se non volevo imbrattare di sangue e di schizzi di materia cerebrale tutta la farmacia, dovevo uscirne immediatamente e così ho fatto, sono letteralmente corsa fuori e a quel punto ho rotto gli argini e ho pianto davanti a tutti. Non me n’è fregato niente.
Il tempo volava e lo guardavo, da lontano, attraverso la vetrina, mentre continuava a parlare con quella e a leggere le etichette, come se non si fosse neanche accorto che io non ero più vicino a lui, come se non fosse importante!
«Ti prego, esci! G. ti prego, esci!» ripetevo tra me e me. Sembravo una pazza.
«Ti prego! Ti prego, esci!»
Non era ancora chiaro cosa avesse deciso di fare e questo mi metteva un’ansia indescrivibile. Se dovevamo partire insieme doveva sbrigarsi, ma se dovevo partire da sola allora doveva sbrigarsi due volte! Stavo per andare via, ho guardato l’orologio e mancavano solo cinque minuti prima dell’arrivo del treno e lo so che non erano gli ultimi cinque minuti della nostra vita, ma mi sono sentita come se lo fossero. Cazzo, ero in paranoia! Stavo per urlare talmente forte da far crollare il soffitto dell’intera stazione! Porca miseria, è venuto a me lo stramaledetto attacco di panico e lui non era nemmeno nei paraggi! Quando finalmente è uscito, con tutta la calma del mondo, avevo ormai le guance completamente bagnate. Mi ha guardato ed è caduto dalle nuvole, non capendo il perché del mio stato.
A: «Che cosa hai fatto?»
G: «Ale, se devo restare qui, mi servono le medicine.»
A: «Ma le potevi comprare pure dopo! Ormai ti sei liberato di me, ok? Sto partendo, me ne vado! Ma dovevi per forza comprarle adesso?»
G: «Ale, non mi vendono gli psicofarmaci, senza prescrizione. Questi qui hanno l’effetto de…»
A: «MA PERCHÉ ADESSO?!»
Forse in quel momento ha capito che aveva sprecato troppo tempo, il tempo di cui avevo bisogno per salutarlo, per stringerlo forte e dirgli che mi sarebbe mancato come l’aria! Non ne restava più, non-c’era-più-tempo! Il regionale delle 21:00 era già arrivato e dovevo correre se volevo prenderlo, ché dopo non ce ne sarebbero stati altri. G. mi ha seguita ed eravamo al binario quando mi ha promesso che mi avrebbe raggiunta presto. Io ero talmente scossa che non smettevo di piangere, lui mi ha abbracciata e mi ha detto che la prima parte del tirocinio sarebbe finita proprio quel sabato, poi avrebbe avuto circa un mese di pausa e l’avrebbe passato tutto a Napoli, con me. Mi ha chiesto di stare tranquilla, mi ha promesso che sarei stata la prima persona a vederlo, quel sabato, me l’ha promesso! A un certo punto sono dovuta salire per forza e mi sono seduta sul primo posto che ho trovato, uno dei pochissimi ad essere rimasti vuoti. Davanti a me c’era una tizia che si sbatteva perché non riusciva a trovare il tizio che doveva partire con lei, e lo chiamava al cellulare, alzando la voce, e si piazzava davanti al finestrino per vedere di beccarlo e fargli segno ma fuori dal finestrino c’era G. e io stavo cercando di guardarlo e quella stronza mi intralciava e faceva confusione e questo mi agitava ancora di più, ho rischiato davvero di schiaffeggiarla! “Sta’ zitta, capito?! STA’ ZITTA!” avrei voluto gridarle!
Nel frattempo G. era lì, non s’è mai mosso di lì, mi guardava con una calma che non capivo! Mi ha scritto dei messaggi mentre mi guardava. Io gli facevo cenno di salire, lui mi scriveva un sms dietro l’altro, cose tipo: “Ci vediamo sabato” o come: ” Non cambia niente, perché tu andresti comunque a casa tua” …E poi ancora: “Io sto bene”, “Ti raggiungo presto”, “Grazie per tutto quello che fai per me”, “Devi essere forte”… Alla fine il tizio è riuscito a raggiungere la pazza e si sono messi a mangiare proprio davanti al finestrino. Giuro! Ci hanno appoggiato le buste, da cui hanno tirato fuori dei disgustosi panini del McDonald’s e anche le patatine e le bibite! E facevano un casino pazzesco, io… Io li ho odiati profondamente! Cazzo, mi hanno vista piangere, si sono girati a guardare dove stavo guardando io e hanno visto G., si sono resi conto che si trattava di un addio difficile e hanno continuato a fare casino! Umanità zero! Maledetti, spero che si siano sentiti male la notte stessa! G. ha provato a scherzare, mi ha scritto: “Non hai fame?” e io ho scosso la testa. “Non ci credo. Con questi che mangiano avanti a te?” Proprio in quel momento il treno è partito e l’ho visto scivolare via; il mio lungo, lunghissimo, interminabile viaggio ha avuto inizio ed è stato orribile. Il regionale delle 21 è il più affollato che abbia visto in vita mia. Sono sicuramente i pendolari a riempirlo, non certo i turisti. Comunque, ero circondata da un sacco di gente eppure mi sono sentita molto sola e ho avuto paura per tutto il tempo. A me piace la sera e mi piace viaggiare di sera. E poi mi piace la pioggia e mi piace vederla infrangersi contro i finestrini. Giusto? Giusto. Eppure quella sera mi ha preso un’angoscia indescrivibile, mai provata, al pensiero che fuori si stesse scatenando l’inferno. Io ero dentro, al riparo, ma mi sentivo come nel bel mezzo della tempesta del secolo. L’acqua scrosciava violenta contro i vetri e il vento faceva talmente tanto rumore che a momenti copriva quello del treno che correva sulle rotaie, che pure era forte e costante e terribilmente metallico. Mi trapanava i timpani, ma forse lo preferivo all’ululato del vento, che giuro, era spaventoso. Per la prima volta in tutta la mia vita ho avuto paura della pioggia. E del buio. Mia madre mi ha raccontato che una volta, a due anni, mi sono alzata in piena notte e sono andata a prendere un bicchiere d’acqua in cucina e non ho acceso neanche la luce. Ho sgambettato sicura nel buio pesto della casa addormentata e poi me ne sono tornata a letto, serena. Io non ho mai avuto paura del buio, mai, ma mentre guardavo fuori da quel finestrino non vedevo assolutamente niente, neanche una luce in lontananza, solo nero e questo mi ha terrorizzata. Non so se si possa definire un attacco di panico, so che sono stata davvero molto male. Sono stata all’erta per tutto il tempo, come se potesse succedere qualcosa di tragico da un momento all’altro, avevo la sensazione che il vento avrebbe divelto il tetto del vagone in cui ero e ci avrebbe scaraventato tutti via, chissà dove. Ho sentito un freddo pungente, glaciale, da quando il viaggio è iniziato a quando è finito, senza interruzioni. Appena ho potuto ho cambiato posto e mi sono allontanata da quei due cretini, mi sono rannicchiata in un angolo in posizione fetale e ho provato a stare calda, ma niente. La gente scendeva poco a poco, sempre troppo lentamente e qualcuno si è reso conto che non stavo bene, ma nessuno mi ha importunato. Puoi sempre contare sulla noncuranza degli estranei, per fortuna. Quando quel maledetto treno si è fermato e sono scesa, sono quasi corsa incontro a mio padre, il quale non ha capito — come avrebbe potuto? — quanto avessi bisogno di tornare a casa. Non dormivo e non mangiavo da 48 ore, ero un rottame, fuori ma soprattutto dentro. Non vedevo l’ora di poter appoggiare la testa sul cuscino, tirare le coperte fin sopra al naso e sentirmi al sicuro, come quando ero piccola e non avevo idea che si potesse stare tanto male.
Il giorno dopo G. mi ha chiamata e io ho pensato che fosse successo qualcosa, mi sono allarmata, ma a quanto pare voleva solo sentirmi e chiedermi come stessi. Eventi del genere erano più unici che rari, perciò quando capitavano ne gioivo profondamente e influenzavano tutta la mia giornata, nel senso che andavo a lavoro col sorriso sulle labbra e quando mi chiedevano a cosa fosse dovuto, io dicevo: «G. mi ha chiamata per chiedermi come sto.» Dopo averlo detto mi rendevo conto di sembrare ridicola, insomma, come mi ero ridotta? Mi entusiasmavo per una telefonata di cortesia perché per cos’altro avrei potuto farlo? Non c’era granché, lo so. Eppure me la facevo bastare e sorridevo fino a sera, potevano vederlo tutti che il mio umore era diverso. Anche quel venerdì, io ero contenta, pure perché mancavano poche ore al suo ritorno. Poche ore e l’avrei avuto tutto per me, me l’aveva promesso.
Doveva partire quel sabato, ma non l’ha fatto e neanche me l’ha detto. È stata sua sorella ad informarmi che sarebbe arrivato a Napoli alle 20:30 circa di domenica sera.
“Ok, è solo un giorno in più, non è niente. Ok, l’ho saputo da sua sorella, non me la prendo.”
L’ho chiamato, quella sera, e lui era esausto. “Per il viaggio — pensavo — Gli ci vuole una bella dormita, poi starà subito meglio.”
Ma quanto doveva dormire, per stare meglio? G. non ha fatto praticamente nient’altro per settimane. La pausa universitaria durava un mese, tutti noi speravamo che avrebbe usato quel mese per rimettersi in sesto. Io, sua madre e sua sorella l’abbiamo spronato a iniziare quel percorso di terapia che ci sembrava l’unica strada per la guarigione; un mese non sarebbe bastato, ma almeno avrebbe gettato le basi. Ma G. dormiva, dormiva tutto il giorno, credo si svegliasse solo per i pasti e che rimanesse sveglio quel tanto che bastava per non allarmare i suoi, che comunque stavano iniziando a capire, persino suo padre.
Il suo modo di evitare il problema, la sua debolezza, spesso ha suscitato malumori in famiglia. Sua madre credeva che costringerlo a fare cose di cui non aveva voglia, tipo uscire e vedere gli amici, potesse risultare controproducente, quindi lo lasciava fare quello che voleva e G. voleva solo dormire. Per questo quando suo padre tornava a casa la sera e scopriva che non si era mosso dalla sua stanza per tutto il giorno, si arrabbiava e se la prendeva con sua madre, che non gliel’aveva impedito. G. si sentiva colpevole di quei malumori e reagiva chiudendosi ancora di più in sé stesso. Io capivo bene, perché anche a me è successo di essere la causa dei litigi dei miei, durante quegli anni bui, perché restavo a letto per intere giornate e non mi alzavo neanche per mangiare. Potevo passare anche 10 giorni di fila senza mangiare — e ho scritto 10 per darvi un’idea ma una volta ho resistito anche di più, però non ricordo quanto. Mio padre credeva di potermi guarire con la paura, mi diceva che ero pazza e che prima o poi avrebbero dovuto internarmi. Mia madre aveva le idee più confuse, a volte mi parlava dolcemente, a volte mi ignorava del tutto perché sperava che il suo biasimo silenzioso bastasse a farmi avere uno scatto di orgoglio. Ma nessuna strategia serviva a niente, con me che avevo deciso di morire, e questo li rendeva tristi e furiosi allo stesso tempo e a volte sfogavano quella rabbia su di me, altre volte tra di loro e li sentivo urlare fuori dalla mia porta, poi mio padre la apriva con violenza, mi diceva: «Hai sentito? È colpa tua!» e la richiudeva sbattendola. Poveri, i miei genitori. Non erano preparati ad affrontare la situazione. Non hanno mai saputo come affrontare me, una figlia malata. E malata di cosa? Non sanguinavo, non avevo ferite o altri problemi fisici, i miei organi interni funzionavano alla perfezione, le mie ossa stavano bene, potevo mettermi dritta e camminare con le mie gambe, se volevo. Era solo che non volevo. Il problema era nella testa ma loro non lo capivano davvero, ne avevano una vaga idea per aver visto qualche film o sentito qualche storia di parenti lontani, ma non capivano. Sono stati pessimi con me, ma non li biasimo, perché non è stata colpa loro. Avevano paura per me e la paura ci fa fare cose stupide. Anch’io ho fatto cose stupide, quando avevo paura per G. Ad esempio ho preteso di vederlo quando era chiaro che non volesse venire da me. Lo chiamavo tutti i giorni e gli proponevo qualcosa, qualsiasi cosa per farlo uscire di casa. Gli ho proposto il cinema non so quante volte, gli ho proposto improbabili serate danzanti (G. non balla mai), gli ho proposto cene a base di sushi, di pizza, di tutto quello che è commestibile, ma lui non aveva voglia di fare niente e mi diceva sempre di no.
«No, sono stanco.»
Gli ho proposto anche degli appuntamenti letterari. Mi avevano appena prestato un libro molto bello e non volevo leggerlo senza di lui. Gli ho detto: «Potremmo dedicare un giorno alla settimana alla lettura di questo libro. Le giornate si stanno allungando, inizia a fare caldo, potremmo vederci, che so, di martedì, e andare in spiaggia, o al bosco, in qualche altro posto tranquillo e bello da vedere, e leggere una storia.»
Già ci vedevo. Avremmo fatto a turno, un martedì avrebbe letto lui e io mi sarei stesa su un fianco, con la testa appoggiata su una mano, a guardarlo per tutto il tempo. Il martedì successivo sarebbe toccato a me e lui avrebbe appoggiato la testa sulle mie gambe e avrebbe ascoltato tenendo gli occhi fissi sul cielo, io avrei tenuto il libro con una mano e con l’altra gli avrei accarezzato i capelli, all’improvviso uno stormo di uccelli avrebbe attraversato la distesa azzurra sopra di noi e lui si sarebbe sentito in pace per un paio d’ore. Sarebbe stato bello, ma non ha voluto. G. diceva di no a qualsiasi cosa gli proponessi e il più delle volte ci restavo male, dicevo: «Ah…. Ok.» e mi arrendevo, salvo poi riprovarci il giorno dopo. Ma nonostante i suoi rifiuti, rimanevo fortemente convinta che avesse bisogno di uscire, riempirsi gli occhi di sole, di camminare all’aria aperta, perché l’unico posto in cui si muoveva in quel periodo erano le stanze di casa sua; era come il criceto sulla sua ruota che gira, gira, ma resta sempre nello stesso punto. Così una volta ho insistito talmente tanto per andare a prendere un gelato che devo averlo preso per sfinimento e alla fine ha detto di sì. Non ci potevo credere! Ero entusiasta! Ci siamo visti intorno alle 17:30, il programma era andare a via Caracciolo a vedere il mare, ma per arrivarci avremmo dovuto camminare un bel po’ e passare sia per le viuzze storiche e vissute dei quartieri popolari, sia per quelle più belle e famose, quelle battute dai turisti, quelle da cartolina. Ero così felice per avuto l’occasione di vederlo che ho avuto un sorriso gigantesco stampato sulla faccia per tutta la prima parte del pomeriggio. Non potevo vederli, ma sono sicura che i miei occhi brillassero come diamanti. Erano posti che conoscevo abbastanza bene, e lo stesso lui, eppure mi guardavo intorno come se stessi vedendo tutto per la prima volta. Era bella, la mia città, ed era ancora più bella con lui al mio fianco. E lui era… Dov’era? Forse ero io che camminavo troppo velocemente, perché ogni volta che lo cercavo lui era sempre almeno tre passi dietro di me. Così ho rallentato in maniera considerevole, ma il risultato non è cambiato. Lui non voleva essere lì, sembrava sofferente, come se potesse accasciarsi da un momento all’altro. Forse era per non farmelo notare che faceva di tutto per restare dietro di me, ma io l’avevo notato e ho provato più volte a offrirgli il mio braccio e lui si scansava sempre. Gli tendevo la mano colma di speranza, desideravo che me la tenesse anche solo per cinque minuti, ma lui la lasciava vuota per troppo tempo, allora la riabbassavo e assieme a lei anche la testa. Ad ogni rifiuto un po’ del mio entusiasmo moriva, finché il sorriso di cui sopra si è letteralmente capovolto.
Siamo arrivati davanti al mare e ci siamo seduti lì come avevo detto di voler fare; alla fine il programma è stato rispettato, ma non mi è piaciuto neanche un po’. Ho fatto appello a tutta la mia forza, a tutta quella che ancora mi restava, per tentare di risollevare le sorti di quell’incontro deludente, ma G. non era per niente collaborativo. Mentre eravamo lì seduti, non ho potuto fare a meno di notare che vicino a noi c’era una coppia di innamorati. Il sole era tramontato da poco ma l’aria era già abbastanza fredda, lui la teneva stretta e la riparava dal vento. Era dolcissimo. Li ho guardati incantata e ho sorriso istintivamente, poi ho guardato noi e la distanza che c’era tra le nostre mani. Non ho detto nulla, ma sono sicura che ha capito come mi sono sentita. Non ha fatto niente per avvicinarsi a me, neanche un timido gesto, non mi ha nemmeno sfiorata. A un certo punto ho realizzato che faceva troppo freddo per restare ancora lì, freddo fuori e dentro… Gli ho detto che volevo andare via e lui, assolutamente passivo, s’è alzato. Era ormai sera, avrei voluto che mi chiedesse di intrattenerci un po’ lì attorno, di restare a cena insieme, ma non parlava più. Non che avesse parlato tanto, fino a quel momento. Mi sono fatta coraggio e fatto la domanda da un milione di dollari. Gli ho chiesto se non credesse di aver già sprecato troppo tempo a dormire, mentre avrebbe potuto vedere qualcuno, iniziare la terapia… Ché stava facendo volare le settimane e poi come avrebbe fatto, quando sarebbe stato costretto a tornare a Roma?
G: «Non ci voglio stare, a Roma.»
A: «Be’… Bel problema, visto che hai iniziato l’università lì. Non puoi farti spostare a Napoli?»
G. ha bofonchiato qualcosa di incomprensibile, con aria insofferente. Mi sono ammutolita per un po’ e ho camminato guardando avanti. Poi mi sono voltata di nuovo verso di lui e gli ho chiesto: «Che progetti hai? Insomma, tu vuoi guarire?»
G. ha annuito senza troppa convinzione.
A: «E come pensi di fare? Mh? Se non ti fai aiutare, se non fai niente di niente, come pensi di poterci riuscire?»
Lui non rispondeva, io ho cercato di tenere la voce bassa, anche se più lo vedevo arreso, più mi veniva istintivo alzarla.
A: «Come ti vedi tra un anno? Dove credi che sarai?»
G: «Tra un anno forse sarò in ospedale, con la camicia di forza.»
È stato allora che mi sono arrabbiata. Cosa stava facendo? Era un modo sadico di attirare la mia attenzione o ci credeva davvero? E se ci credeva, come diavolo poteva permettere a sé stesso di sabotarsi così? Non si rendeva conto di quanto stupidamente si stesse sprecando, non sembrava rendersi conto di niente, si muoveva per inerzia, camminava con la testa così bassa che il mento combaciava quasi con il collo, a vederlo così rassegnato mi sono incazzata come una biscia! Gli ho chiesto di guardarmi un attimo negli occhi, ma ha ignorato la mia richiesta come se neanche l’avesse sentita, così l’ho fermato prendendolo per un braccio e gli ho detto: «Guardami!»
G. ha tirato via il braccio e ha continuato a tenere la testa bassa; almeno si era fermato, ma non voleva in nessun modo rispondere alle mie domande.
A: «G, guardami! Tu vuoi guarire? G.! Guardami! Vuoi guarire oppure no?»
Cercavo in tutti i modi di incrociare il suo sguardo ma lo posava ovunque tranne che su di me. Era uno spettacolo raccapricciante, non ho retto. All’ennesimo tentativo fallito mi sono voltata e sono andata via, a passo spedito, lasciandolo lì da solo. Ho dovuto farlo, perché altrimenti avrei dato di matto. Faceva finta di non sentire quello che gli chiedevo, non voleva guardarmi, sembrava un bambino di 4 anni che fa i capricci! Non potevo restare, non ce la facevo più! Sono andata via, quindi, ma per tutto il tempo che ho camminato — tanto — ho sperato di sentirmi chiamare da lontano, di sentirmi picchiettare su una spalla, ho sperato che mi raggiungesse, ma nulla. Mi ha lasciato andare via e non so neanche a cosa ha pensato. Ero così arrabbiata che mi sono fatta strada tra la folla bruscamente, quasi usando i gomiti, li odiavo tutti. Così placidi, così lenti, “levatevi di mezzo! Vi odio!”
In questo modo sono arrivata alla stazione e ho preso il mio treno; era già sera e prima di uscire ero convinta che sarebbe giunta dolcemente, dopo un pomeriggio tranquillo, piacevole… E invece era stato orrendo. Pensavo a questo quando sua sorella mi ha chiamata, voleva sapere dove fosse suo fratello e le ho dovuto dire del saluto non proprio felice. Lei era preoccupata perché stava provando a chiamarlo e lui non rispondeva, così per ore. Mi sono preoccupata anch’io e non ho potuto fare a meno di sentirmi in colpa. Non avrei mai dovuto lasciarlo da solo in quel modo, è solo che… Non ho saputo controllare la rabbia, non ce l’ho fatta. Per fortuna, dopo non so quanto, sono riusciti a rintracciarlo; s’era messo in testa di tornare a casa a piedi, da via Caracciolo a Ponticelli. A piedi! Che incosciente! Suo padre è sceso per andare a prenderlo e a me non è rimasto che aspettare un po’ perché si riprendesse, cenasse e si riposasse, dopodiché l’ho chiamato per dirgliene quattro.
A: «Tu non puoi fare così! Ma ti pare normale?!»
G: «Potevo farcela benissimo, a piedi. Non era poi tanta strada.»
A: «Ma ti rendi conto che ci hai fatto preoccupare? Non puoi fare così!»
Dopo essermi sfogata, ho cercato di parlargli come si fa con un bambino, perché era proprio quello che sembrava. Gli ho spiegato che non si accorgeva delle fortune che aveva, tanti amici, una famiglia amorevole, tutta la vita davanti e mille possibilità, se solo avesse voluto coglierle.
A: «Ti rendi conto che hai tutto quello che chiunque desidera? Ti rendi conto di quante persone ti amano? Me, per esempio. Ti rendi conto che hai una ragazza che ti ama da morire?»
G: «No. Cioè, se me lo fai notare realizzo che è vero, ma non me ne rendo conto. Non sempre.»
A: «G. io non so più cosa fare, sul serio…»
G: «Non sei tu il problema, tu sei perfetta. Quello che fai è sempre giusto, il tuo comportamento è impeccabile. Un altro ragazzo ti coprirebbe d’oro. Sono io che sto morendo. Non sento niente.»
Non so descrivere quanto male mi ha fatto sentirgli dire queste cose. Mi sono sentita impotente e mi sono vergognata per questo. Ma, a pensarci bene, c’era una cosa che potevo fare. Potevo parlargli di me, di quando stavo male. Potevo rompere l’ultima barriera e mettermi completamente a nudo, affidandogli i ricordi più dolorosi che avevo, sperando che ascoltare la mia esperienza gli avrebbe evitato di commettere i miei stessi errori. Se gli avessi parlato col cuore in mano, lui avrebbe capito che ero sincera e, avendo un’idea di quanto poteva essere buia e squallida la via che stava percorrendo, avrebbe deciso di cambiarla, per il suo bene. Gli ho raccontato dell’apatia estrema che mi impediva di provare interesse per qualsiasi cosa, della totale mancanza di autostima e del modo che avevo trovato per nascondermi al mondo intero.
A: «Evitavo gli specchi, pur di non essere costretta a vedere la mia immagine. Cercavo sempre nuove scuse per non uscire e quando non potevo evitarlo mi coprivo il più possibile e mi guardavo intorno con sospetto, tutti quelli che mi circondavano erano potenziali nemici, ero diventata paranoica. La mia vita era vuota, ero una fallita, non avevo senso di esistere.»
G: «Perché dici questo?»
A: «Perché è vero!» ho detto, con la voce rotta dalle lacrime. «E tu stai assomigliando spaventosamente a quella che ero! Ma sei ancora in tempo! Ti prego, devi fare qualcosa, non puoi lasciarti andare così!»
Gli ho parlato con tutta l’onestà di cui ero capace e non è stato semplice, per me. Non perché non sia onesta di mio, ma solo perché non è bello ammettere di aver toccato il fondo e anche descrivere come. Mi sono sforzata di riportare alla mente tutte le cose che volevo dimenticare e l’ho fatto solo per lui, perché speravo che condividendole gli avrei aperto gli occhi. G. sembrava morbosamente interessato a quei racconti, ogni tanto mi ha chiesto di riparlarne e di essere più precisa, più prodiga di dettagli; era difficile ma io mi prestavo. All’inizio credevo che stesse davvero facendo tesoro della mia esperienza, poi ho cominciato a sentirlo scettico. Una volta ha ammesso di non riuscire a credere che passassi tanto tempo a letto, senza mangiare e senza fare nulla. Non riusciva a credere che nessuno mi avesse mai portato di peso in ospedale e ha giudicato molto male i miei genitori, ma non mi sono offesa, anzi, ho provato a spiegargli che nessuno ha il manuale di istruzioni per situazioni così delicate, situazioni in cui probabilmente come ti muovi sbagli. Ma lui non ci stava, ha sputato sentenze su tutto e su tutti, aveva molti pregiudizi e la presunzione di conoscere il problema meglio di me. Ecco, stava qui la chiave dell’incomprensione: nel paragone. G. paragonava il suo malessere al mio e rispondeva a tutto ciò che gli dicevo con un tono di sfida che mi straniva. Sembrava volesse indurmi ad ammettere che lui stava molto peggio di quanto sia mai stata io. Mi chiedeva, per esempio, se avevo mai avuto attacchi di panico forti come i suoi e quando gli dicevo di no, restava in un silenzio soddisfatto, come a dire: “Visto? Non puoi capire.”
Quello che non capivo era perché reagisse così, davanti alle mie confidenze. Voglio dire, io mi stavo aprendo molto, gli stavo raccontando delle cose imbarazzanti, cose che non si confessano con leggerezza… E lui non faceva altro che sminuirle e spesso risultava offensivo. Io ci rimanevo male ma cercavo di non prendermela troppo, avevo letto che è una dinamica comune alla maggioranza dei depressi, ferire intenzionalmente chi offre loro aiuto, perché non riescono ad accettarlo. Io non ricordo di averlo mai fatto, mi estraniavo e basta, ma presumo che se avessi avuto più contatti col mondo esterno e con le persone avrei anche potuto averne l’occasione, chi può dirlo. Comunque, a volte era divertente. Pur di aver ragione, si contraddiceva in maniera grossolana e io evitavo di farglielo notare per non indispettirlo ancora di più, ma era uno spasso.
Nel frattempo i suoi avevano preso per lui ben due appuntamenti con ben due dottori: una psicologa freudiana che non proferiva parola e ha lasciato parlare solo lui (avrei pagato per vedere la scena!) e uno psichiatra che a lui è piaciuto abbastanza ma che a me è stato da subito sulle palle perché dopo un solo incontro gli aveva già prescritto non uno ma ben due farmaci. Tipico.
Dopo questo incontro in particolare, G. mi ha detto di essersi trovato meglio di quanto credesse perché si era sentito capito. La cosa che l’aveva colpito di più era stata sentirsi anticipare le risposte, proprio come se il dottore riuscisse a vedere dentro la sua testa, segno che forse di storie come la sua ne aveva ascoltate tante e quindi non era l’unico a stare male. Se vi sembra di aver già letto questo pezzo è solo perché aveva detto le stesse cose che gli avevo detto io quella notte infausta a Roma, quando avevo cercato di fargli capire che se avesse cercato aiuto l’avrebbe trovato più facilmente di quanto pensava. Oh, come sono stata tentata di dirgli: “Hai visto? Non volevi darmi retta! E chi aveva ragione? Io!” …Ma mi sono accorta che ne parlava con sincera sorpresa, come se fosse una rivelazione totalmente inedita e inaspettata. Era evidente che non ricordava nemmeno che ne avevamo già parlato, così come molte altre cose che erano successe anche in tempi recenti. Ho già scritto che la sua memoria faceva pietà, quindi mi sono limitata a sorridere e a dire: «Davvero? Ma dai? Mi fa molto piacere.» ma soprattutto a sperare che, avendo avuto una prima esperienza positiva, avrebbe deciso di continuare. Non era importante chi aveva ragione e chi aveva torto, tutto ciò che contava era che si curasse. Però G. aveva già deciso che un solo appuntamento potesse bastare e ha rimandato il secondo il più possibile. Io gli chiedevo perché e lui tornava a punzecchiarmi sperando di zittirmi e non essere costretto a rispondere del suo lassismo. Mi poneva domande disarticolate su argomenti complessi nel tentativo di mettermi in difficoltà e quando mi prendevo un attimo per riflettere lui diceva: «Se non vuoi rispondere, non importa.» come a dire “guarda come sono magnanimo, ho capito che non sai che dire e ti risparmio la brutta figura.” Giuro, aveva proprio quel tono lì. Irritante è dire poco.
A: «G. non è che non voglio rispondere, è che l’ho già fatto molte volte ma tanto non mi credi. Ti ho capito, sai? Stai cercando di dimostrarmi che tu soffri tantissimo e che non so di cosa parli, ma io non ti devo dimostrare proprio niente.»
G: «Mah, in fondo non mi frega niente se capisci o no, visto che ormai posso parlare con qualcuno che ne sa molto più di te perché, se permetti, ha dedicato la sua vita a questo, ha studiato…»
Cosa credeva, di offendermi? Ma magari avesse parlato con lui, o con chiunque altro! Io sarei stata solo tanto contenta se si fosse affidato davvero a un professionista! Purtroppo però G. aveva iniziato a leggere tutto quello che trovava su internet e si era convinto di potersi curare da solo. Si trincerava dietro paroloni difficili imparati a memoria per sottolineare la mia incompetenza, sembrava che per lui la cosa più importante fosse dimostrarmi che non potevo fare niente. Più importante ancora della sua guarigione, era che io mi sentissi inadeguata. Forse in quel modo avrei allentato la presa, credeva. Ma io non l’allentavo, anzi. Più si inacidiva, più mi affannavo per dimostrargli la mia completa disponibilità. Non perché abbia mai ambito alla santità o al premio Nobel per la pace, ma solo perché gli avevo fatto quella famosa promessa, quella di “metterci impegno”. Ecco, ce lo stavo mettendo. Eppure lui mi trattava con una indifferenza che avrebbe fatto indietreggiare chiunque e ne soffrivo.
A: «Mi stai allontanando perché io sono l’unica persona che ti contraddice, al momento. Ecco perché lo fai, perché sono scomoda, perché ti sbatto in faccia la verità che non ti va di vedere.»
G: «Ti sto allontanando perché me l’hai chiesto tu.»
A: «Come sarebbe a dire?»
G: «Tu sei stata la prima a fare dei passi indietro.»
A: «Non sono d’accordo. Io sono partita piano ma sono sempre andata avanti. Solo molto lentamente. Tu, piuttosto, hai fatto molti passi avanti, poi ne hai fatti mille indietro, poi altri in avanti, poi ti sei fermato, poi di nuovo indietro…»
Ha riso.
A: «Sembra che non ti importi…»
G: «Non è che non mi importa, è che l’abbiamo affrontata in modi diversi. Tu eri fredda.»
A: «Perché? Solo perché mi hai detto che mi amavi e io non ci ho creduto e quando te l’ho chiesto un mese dopo hai detto che in fondo non era vero? Chi aveva ragione, allora? La colpa è tua che lo hai detto prematuramente o mia che non ci ho creduto?»
G: «Tu mi hai detto che non dovevo dirtelo, e io non te l’ho più detto.»
Ecco! Ecco che cominciava a scoprire le carte! Tutte quelle volte che pronunciava il mio nome senza un motivo apparente… Era quello che voleva dire!
Vi spiego. Quando eravamo a Roma e lui stava bene, di notte, nel suo letto, mi abbracciava e mi chiamava. Diceva: «Ale? Ale?» io rispondevo: «Sì?» e lui non diceva nulla. Poi di nuovo: «Là?» [Là era uno dei miei soprannomi] e io: «Dimmi!» e lui zitto. Poi ancora: «Ale?» e io: «G, cosa vuoi dirmi? Sono qui, ti ascolto.» e lui mi baciava. Porca miseria, lui voleva dirmi “Ti amo” ma si censurava perché aveva paura che non ci avrei creduto!
G: «Tu mi hai detto che non dovevo dirtelo, e io non te l’ho più detto.»
Ma cos’era, una specie di dispetto? Ma che diavolo credeva di fare, punirmi per il mio scetticismo degli inizi negandomi la dolcezza che cercavo disperatamente in lui? Per la serie “Adesso te ne stai a stecchetto, così impari a fare troppe domande”… Assurdo.
G: «Tu hai fatto il casino. Tu mi hai detto di non dirti più certe parole.»
A: «Ma perché cerchi scuse? Perché è sempre colpa degli altri? Io volevo solo chiarezza e sincerità, non distacco. Non ti ho mai chiesto di essere freddo, solo di non dirmi bugie!»
G: «Mi hai rovinato la favola. Io ero partito in quarta e volevo quello, l’eccesso, forse l’illusione, perché forse è questo che sono, un illuso… Ma la tua continua insistenza ha rovinato tutto, ha fatto diventare questa storia normale, come tutte le altre.»
Io non credevo alle mie orecchie! Avrei dovuto essere ormai abituata a quella tecnica vile e meschina, visto che l’aveva usata altre volte, con me. Lui voleva farmi sentire in colpa per zittirmi. Crudele, da parte sua… Avrei voluto dirgli: “Oooh, poverino, ti ho rovinato la favola? Be’, benvenuto nel club! Anche io vivo di emozioni e più sono intense meglio è, quindi anche a me sarebbe piaciuto viverla come volevi tu, ma in condizioni diverse. Se ti stessi conoscendo oggi, è così che la prenderei, ma ti ho conosciuto tre anni fa, hai un precedente! E poi chiarisciti le idee, per favore. Prima dici che non vuoi sentire niente, che vuoi annientare ogni brandello di umanità rimasto in te, poi dici che vuoi la favola, le bolle di sapone, l’effetto dissolvenza. Sei romantico? Hai bisogno di sognare? Sai che c’è? Anche io! È sempre stato così anche per me, ma mi hai delusa così tante volte che scusami se non ero molto propensa al romanticismo!”
…Già, avrei voluto rispondere proprio così. Ma lui si sarebbe risentito, avrebbe detto qualcosa di stupido e io l’avrei salutato bruscamente per andare a sbollire la rabbia altrove. Non aveva senso, quindi ho optato per una risposta meno aggressiva e comunque valida. Gli ho detto che avevo tutto il diritto di insistere a pretendere risposte e spiegazioni che meritavo, ché lui mi aveva abbandonata una volta e poteva farlo di nuovo e per questo io avevo il diritto di andarci con i piedi di piombo. Poi, curiosa, gli ho chiesto: «Ma tu? Cosa volevi, tu?»
G: «Io avrei voluto continuare così.»
A: «In quarta?»
G: «Sì.»
A: «Allora avresti dovuto essere più forte di me e continuare. Ti basta che uno metta un paletto per fermarti. Forse ti ho messo i paletti perché volevo vederteli scavalcare, ci hai mai pensato?»
G: «Ma io ci ho provato.»
A: «Quando?»
G: «Tante volte. Tipo quando insistevi a parlarmi del passato.»
A: «È vero, ti chiedevo sempre le stesse cose. Ma è anche vero che le tue risposte non erano chiare e che ogni volta mi davi nuovi dettagli. Vuoi capire che tu sei tornato nella mia vita dopo aver lasciato una voragine e avresti dovuto dimostrarmi molto di più?»
G: «Tu volevi farmela pagare.»
A: «No, non ho mai voluto questo, ma solo che mi dimostrassi la tua buona fede.»
G: «È la stessa cosa.»
A: «No, non lo è. “Farla pagare” significa vendicarsi. Io non volevo vendicarmi, io volevo solo che tu ti impegnassi. E non mi pare che non hai avuto riscontri da parte mia, non mi pare che non ho mai fatto niente per te. Credo sinceramente di aver fatto più io per te che tu per me. Eri tu quello che doveva dimostrare qualcosa e non l’hai fatto, non importa, me ne sono fatta una ragione. Ma adesso dovremmo essere ad un livello successivo, fatto di intimità, di confidenza, dovremmo poterci sentire liberi di parlare senza timori. Invece tu non ti fidi di me e non ti apri con me e questo mi dispiace moltissimo.»
Di colpo, G. aveva abbandonato il tono aggressivo e saccente, così anch’io ho addolcito il mio.
A: «Ma tu ci credevi mentre lo dicevi?»
G: «Credo di sì. O forse avevo soltanto voglia di dirlo. Me lo sono chiesto.»
A: «E ti sei dato una risposta?»
G: «No.»
A: «Quindi hai ancora il dubbio?»
G: «Secondo te ci credevo?»
Ho sospirato.
A: «Non lo so, non sto nella tua testa. Per me non era verosimile, soprattutto perché prima lo dicevi e poi sparivi per giorni… E poi ti sei rimangiato tutto, e quando ti rimangi tutto mi dai la conferma che ho fatto bene a restare scettica, che il mio istinto aveva ragione. Se tu ci avessi creduto veramente, avresti perseverato.»
G: «Bisogna che parli un po’ con il tuo istinto…»
A: «Ce l’hai avuto davanti agli occhi, ce l’hai avuto tra le mani…»
G: «Il tuo istinto ti ha mai detto che era meglio lasciarmi perdere?»
A: «Mai. Ci pensavano già tutti quelli che mi stavano intorno, ma il mio istinto non ha mai voluto. E anche quando tu mi chiedi di sparire, il mio istinto dice no, infatti ti richiamo.»
G: «Il tuo istinto è incoerente.»
A: «Ma io sono incoerente. E pure tu. E anche incostante.» E poi: «Ti pentirai moltissimo se mi lascerai andare di nuovo.»
Io so che dentro di lui, in fondo, molto in fondo, ne era consapevole. Stava cercando di soffocare quella consapevolezza perché non sapeva gestirla ma ogni tanto usciva fuori, era evidente, poteva vederla anche una scettica pesantona come me.
Ad esempio una volta, durante il mese di pausa, ha avuto necessità di andare a Roma a sbrigare delle cose. C’è andato di domenica e la sera ci siamo sentiti come facevamo sempre. La cosa insolita è avvenuta durante la telefonata, quando all’improvviso mi ha chiesto: «Tu martedì hai il giorno di festa?» Io ero tipo così: O_O
A: «….Sssì. Perché?»
G: «No, così…»
A: «….Vuoi che salga a Roma?»
G: «Sì.»
O____O
A: «…Ok. Ma è un’idea tua o è un’idea mia?»
G: «Mia. Non te lo volevo chiedere per non crearti problemi, ma è mia.»
*_______*
Vocina: “Ale, frena. Rimanda i canti di giubilo.”
A: «Ma passerai tutto il tempo a scansarti e a non guardarmi in faccia?»
G: «No, perché te l’ho chiesto io.»
A: «Ok. Domani vengo a Roma.»
Lo so che adesso siete voi a pensare: “Oooh, poverina! Ti lancia una briciola e ti ci avventi come una disperata… Che tenerezza!” Ditelo pure, ma io ero pazza di gioia. Forse avrei dovuto dire di no per non dargli l’ennesima conferma che sì, potevo arrabbiarmi mille volte, ma tanto c’ero sempre per lui e che poteva darmi per scontata. Forse avrei dovuto fingere di non potermi liberare, di avere altri impegni, giusto per fargli tremare un po’ la terra sotto i piedi, ma non ce l’ho fatta. Aveva passato mesi ad allontanarmi e improvvisamente mi voleva vicina. Magari stava iniziando a fidarsi di me, magari stava pensando che era ora di aprirsi e di lasciarmi avvicinare un po’ di più al nucleo.
Quel lunedì sono partita con un’espressione disgustosamente felice stampata in faccia, espressione che mi ha accompagnato per tutto il viaggio e che poi è svanita quando mi ha chiamata per dirmi che non sarebbe venuto a prendermi in stazione e che avrei dovuto raggiungerlo col tram.
“Ok, Ale, abbiamo appurato che non ti perdi, la strada la conosci. È poco gentile, da parte sua, ma non ti arrabbiare. Non fa niente.”
Mi sono incamminata verso la fermata con due borse in mano, quella con tutte le mie cose e quella con la cena che mi ero fermata a prendere. Pesavano. Non mi sarebbe dispiaciuto se fosse venuto ad aiutarmi. Dalla stazione a casa sua non ci voleva molto, di solito, ma quella sera c’era un traffico mostruoso, quindi ho avuto tanto, troppo tempo per raffreddarmi; quando sono arrivata e l’ho rivisto, chissà perché, non ho avuto voglia di gettargli le braccia al collo come solo un’ora prima, mentre ero nel treno, immaginavo di fare. La prima cosa che ha fatto quando sono entrata in casa è stata offrirmi una birra e io ho notato che nel cestino della spazzatura c’era già più di una bottiglia vuota, troppe per una sola persona, considerato il tempo che era rimasto lì, ossia meno di 24 ore. Quando le aveva bevute? E soprattutto, a distanza di quanto? Ci sono rimasta male perché mi aveva detto che non stava bevendo più e io come una scema c’avevo creduto. Ho finto di non essermene accorta perché qualunque cosa avessi detto l’avrebbe presa come un rimprovero e io non volevo inasprirlo. Quello che non sapevo era che non serviva un mio commento sull’alcol per inasprirlo, G. era già sul piede di guerra e non ho mai capito perché. Dopo aver aperto un’altra bottiglia di birra (di quelle grandi, eh!) ha voluto sedersi fuori, sul balcone. Faceva freddo ma non volevo costringerlo a rientrare, conoscendo la sua recente — ma sporadica — claustrofobia. La prima cosa che mi ha detto quando ci siamo sistemati — ma davvero subito, cioè immediatamente — è stata che secondo lui io non gli credevo, che ero convinta che facesse i capricci e che non avevo compreso la gravità e la realtà della sua depressione. Mi ci è voluto un attimo per riprendermi dalla sorpresa, insomma… Come poteva pensare che io non prendessi sul serio il suo problema? Ma stava scherzando? Il discorso era serio, molto, e io avrei voluto parlarne per bene ma non sapevo cos’altro dire se non mi credeva quando gli dicevo “ti credo!” e poi ero abbastanza stanca di giustificarmi sempre, di essere sempre fraintesa… “Forse ha voglia di litigare. Ebbene, non mi ci troverà.”
Nell’appartamento non c’era nessun altro, i suoi coinquilini erano tutti a casa con le rispettive famiglie. Eravamo noi da soli, era un sogno che si avverava ma con G. anche i sogni hanno il loro prezzo.
Era strano, dopo la nostra breve discussione ed è rimasto sul balcone per molto, forse a smaltire un eccesso d’ansia, mentre io, che non volevo imporgli la mia presenza, sono andata a stendermi sul letto ad ascoltare musica e ad aspettare che si sentisse pronto. Quando è rientrato mi ha raggiunto in camera ma credo di non essermene accorta subito — lui ha un passo molto leggero, ricordo che si muoveva tra quelle stanze come un fantasma, non faceva rumore alcuno. Mi ha trovato a pancia in giù, con le ginocchia piegate e i piedi rivolti verso l’alto, che muovevo avanti e indietro, ciondolanti. Senza dire una parola, è venuto a stendersi sopra di me e si è accanito contro la mia schiena. Mi ha morso, forte. Molte volte. Sono stata tutto il tempo tesa come la proverbiale corda di violino, rigida e silenziosamente agitata. Ad ogni morso sussultavo un po’, ma non gli ho mai chiesto di fermarsi. E più mi vedeva docile, più stringeva, probabilmente per vedere fino a che punto avrei resistito. Credo che mentre affondava i denti nella mia carne bianca si sia sentito potente e frustrato allo stesso tempo. Forse è stata la brama di potere a farlo iniziare, ma è stata sicuramente la frustrazione a rendere i suoi morsi sempre più feroci. Suppongo volesse dirmi qualcosa, ma non sapeva come, quindi ha usato la bocca sia per usarla sia per tapparsela. Un paio di volte ho sobbalzato in maniera vistosa e, essendomi vietata di urlare, mi sono lasciata scappare un gemito di dolore. Mi ha chiesto scusa, ma poi mi ha morso esattamente nello stesso punto di un attimo prima e io ho percepito un pizzico di cattiveria… Forse… anche di odio. C’è stato un momento in cui mi ha chiesto se mi piacesse e io ho scosso la testa, così ha detto: «Allora perché mi lasci continuare?»
A: «Perché sembra l’unica via per avere un contatto con te.»
G. è rimasto un attimo immobile, io guardavo in avanti e non ho visto la sua espressione. Non so cos’ha pensato, non so se ha capito che quello che avevo appena detto non era affatto bello. So solo che è andato avanti così per un po’, con la stessa intensità, se non maggiore. Nel rispondergli avevo pensato a tutte le volte che avevo provato ad abbracciarlo e lui si era scansato, intimorito o infastidito… In quel momento io stavo non solo sopportando il dolore fisico ma lo stavo addirittura preferendo a quello emotivo, quello di sempre. In quel momento io mi ero rassegnata al fatto che se volevo stargli vicino dovevo accettare di soffrire e questo era profondamente sbagliato. Ma non so se è stato in grado di capirlo, nelle condizioni in cui era. Da quando si è ammalato, non sono sicura che sia più stato in grado di capire cosa provasse chiunque altro, chiunque non fosse lui.
Quella notte ha avuto un incubo, credo, perché l’ho visto girare la testa con scatti veloci, da un lato all’altro, come fa chi vede una cosa che non gli piace e scuote il capo per negare a sé stesso di averla vista. Per un po’ ha fatto dei movimenti bruschi e mi meraviglio che non si sia svegliato. Comunque, incubo o non incubo, almeno ha dormito; io sinceramente temevo che l’insonnia si ripresentasse ma per fortuna non è successo e non so se è merito mio oppure no. Anche io dormivo poco, quando stavo male, ed ero sempre stanca. Mi ero accorta, però, che quando dormivamo insieme riposavo molto meglio. Anche quando litigavamo, anche quando mi sentivo triste, a me bastava la sua sola presenza per essere in grado di chiudere gli occhi e cadere in un sonno profondo. Questo perché sapere che era lì, accanto a me, mi tranquillizzava. Potevamo anche addormentarci arrabbiati, ma eravamo vicini e quindi ero tranquilla. I litigi potevano capitare, certo, ma in fondo si sarebbero risolti, l’unica cosa importante era la sua presenza; se nel letto c’era lui, io dormivo bene. Forse sono presuntuosa a pensarlo, ma credo che anche per lui sia stato lo stesso, quella notte, anche se non lo avrebbe ammesso neppure sotto tortura.
Non ho ricordi nitidi delle cose successe il giorno dopo, piuttosto della sera. G. mi stava parlando un po’ di sé e, stranamente, sembrava onesto. Ad un tratto, però, ha avuto difficoltà a continuare, credo si trattasse dell’inizio di una crisi. Io avrei potuto allarmarmi ma sono rimasta calma, l’ho guardato con tenerezza e sorridendo gli ho detto: «Ricordi quando ti ho detto per la prima volta che ti amo?» G. ha annuito.
A: «Non era un bel momento. Sai perché ho scelto proprio quello per dirtelo?»
G: «No.»
Gli ho spiegato che poteva sembrare paradossale, dirlo proprio quando le cose stavano andando peggio tra noi e non aver approfittato dei momenti migliori. Ma io avevo sempre fatto distinzione tra innamoramento e amore. Innamorarsi è molto facile, basta sentire un po’ di attrazione e qualche farfalla nello stomaco. Amare, invece, è difficile, richiede impegno e abnegazione. Già da tempo mi ero convinta che puoi essere sicuro di amare davvero qualcuno solo quando hai visto i suoi lati peggiori e non ti spaventa restargli accanto, solo quando hai ben chiari i suoi difetti e i dettagli semmai detestabili e decidi che vuoi stare con lui/lei nonostante tutto. Gli ho spiegato che in quel periodo ma soprattutto quel giorno io l’ho guardato e ho visto demoni neri svolazzare intorno a lui. Ho visto chiaramente il suo lato meschino, ho visto la sua vigliaccheria e il suo egoismo… Eppure ho pensato: “Voglio stare con lui per sempre!”. Ecco perché ne ero stata così sicura e perché lo ero ancora. G. mi ha ascoltata attentamente, poi ho visto il suo viso oscurarsi. Gli ho chiesto a cosa pensasse e lui ha scosso la testa, poi ha risposto: «Io sono stupido» ed è andato a chiudersi in bagno. Ho avuto una gran voglia di stringerlo forte e ho bussato alla porta perché la aprisse, così avrei potuto baciargli la fronte e dirgli: “Non sei stupido, hai solo bisogno di aiuto. Voglio dartelo, ma devi permettermelo.”
Purtroppo non ho potuto dirglielo, né ho potuto abbracciarlo, perché non mi ha lasciata entrare e non è uscito per un bel po’. Non so perché abbia avuto quella reazione, forse in quel momento ha realizzato che stava sprecando una cosa preziosa e si è sentito in colpa.
Quando è tornato da me, era parecchio provato. Avrei voluto che mi parlasse di quello che era appena successo ma non volevo forzarlo. Sembrava stanco quindi non l’ho tenuto sveglio, anzi, sono stata attenta affinché riposasse bene. Durante la notte mi sono svegliata più e più volte, per controllare che tutto fosse a posto; non lo facevo apposta, né mi è costato fatica, semplicemente succedeva perché mi veniva istintivo. Sono rimasta a guardarlo mentre dormiva e per fortuna sembrava rilassato, come un bambino ignaro dei pericoli del mondo. Ho dovuto fare appello a tutte le mie forze per non baciarlo e quindi rischiare di svegliarlo, ma giuro che avrei voluto.
La mattina dopo era di nuovo sfuggente, mi ha lasciato intendere di non aver voglia di accompagnarmi alla stazione ma poi l’ha fatto, credo perché sapesse che altrimenti ci sarei rimasta troppo male. Sul tram, però, ha vissuto un brutto momento. Era stracolmo ed eravamo tutti appiccicati, G. ha cominciato a sudare. Quando ne ha avuto l’occasione, s’è seduto e io sono rimasta in piedi davanti a lui, gli ho accarezzato la testa e lui l’ha appoggiata contro di me, all’altezza dello stomaco. Lo so che non dovrei averne un bel ricordo, perché stava male, ma è stato uno dei momenti più teneri che ho vissuto con lui. Durato poco — purtroppo e per fortuna — perché un attimo dopo eravamo già scesi per raggiungere il binario. Il treno non era ancora arrivato, si vedeva solo un puntino lontano ma G. aveva già iniziato a scalpitare e ho capito che voleva andare a casa. Non l’ho trattenuto e non me la sono presa quando l’ho visto andare via, mi sono seduta accanto al finestrino, come al solito e ho cominciato a dire addio a Roma, finché il cellulare non ha squillato: era G. che mi chiedeva di guardare fuori. Lui era ancora lì, non so bene dove, era tornato indietro perché voleva salutarmi ancora ma, siccome non era presente quando sono salita, non sapeva in quale vagone fossi, così ha sbagliato quello e pure il lato, ma alla fine l’ho visto lo stesso, mentre il treno già si muoveva. Un’immagine di un paio di secondi, lui con la mano sollevata e un sorriso dolcissimo, era un’immagine stupenda.
Durante il viaggio ho messo su i soliti auricolari e ho fatto partire la solita musica, ricordo che c’era tanto sole, tantissimo sole. Ho tirato fuori dalla borsa una barretta di cioccolato che mi aveva comprato la sera prima e ci ho pensato su. Era uscito per poco, giusto il tempo che ci voleva a prendere qualcosa da mangiare al supermercato sotto casa, perché in frigo non c’era niente. Aveva optato per dei panini farciti perché s’è ricordato che mi piacciono molto. Quando è tornato su e s’è messo all’opera l’ho guardato mentre mi preparava la cena; si muoveva lentamente, molto lentamente, e lui non è mai stato una scheggia ma da quando si era ammalato aveva rallentato ancora di più ogni suo movimento. Faceva sembrare tutto, anche il più piccolo gesto, un’impresa titanica. Però ci si è messo d’impegno ed era troppo carino mentre provava a fare le cose per bene e alla fine quel panino era davvero buono. Ma a un certo punto ha posato sul tavolo due barrette di cioccolato, così, con l’atteggiamento di chi non ci dà peso ma io l’ho apprezzato tantissimo. Una l’abbiamo divisa quella sera stessa, l’altra l’ho mangiata nel treno mentre guardavo fuori. L’ho immaginato tra gli scaffali del supermercato, mentre ha pensato tipo: “Questi li prendo per Là” e mi ha intenerito molto. Non so perché, non è niente di eccezionale, è il gesto più semplice del mondo eppure se ci penso mi commuovo come una scema. Mentre mangiavo quella cioccolata pensavo: “Lo vedi che riesce ad essere carino, se vuole? Perché non lo vuole più spesso?”
Quando sono rincasata dopo il lavoro, l’ho chiamato e lui era già a letto. Aveva la voce impastata di sonno e gli ho proposto di riattaccare e di rimettersi a dormire, ma lui ha insistito per restare al telefono. Mi ha detto che gli mancavo e io ho fatto tipo così: O__O
G: «Perché te ne sei andata?»
A: «Amore! Perché dovevo tornare a lavoro…»
G: «Sei una stupida Cuora!»
“Cuora” era un altro dei miei soprannomi. Ne avevo molti. Per esempio, ero Ale quando parlavamo seriamente, ero quando chiacchieravamo di musica, di viaggi o di qualsiasi altra cosa ci piacesse ed ero Cuora quando ci sentivamo romantici e/o in vena di cazzeggio. Anche lui era Cuoro. “Cuoro e Cuora”, che stupidaggine… Forse adesso state ridendo perché effettivamente sono nomignoli ridicoli, ma li adoravamo. A tal punto che li usavamo sempre; per fare un altro esempio, quando ci rimproveravamo in maniera ironica lui era “Stupido Cuoro!” e io “Stupida Cuora!”
Lo Stupido Cuoro mi stava dicendo che gli mancavo e che avrebbe voluto che restassi con lui, allora io, civetta, ho colto l’occasione per lanciargli una frecciatina e restare a vedere la sua reazione.
A: «Sì, adesso dici così, ma tu fino a ieri non hai fatto altro che allontanarmi…»
G: «Ma tu non ti sei allontanata.»
A quelle parole mi sono sciolta, mi sentivo come un gelato al limone sotto il sole di Ferragosto. L’ultima cosa che mi aspettavo era che rendesse onore alla mia perseveranza.
A: «…No, non l’ho fatto.»
G: «No. E le persone che restano sono quelle importanti.»
In quel momento mi è parso di sentire le campane suonare a festa. Forse stava cominciando ad apprezzare i miei sforzi, forse stava cominciando non solo a capire per quale motivo mi affannassi tanto, ma anche… a condividerlo? Quella sera ho creduto davvero che tutto si sarebbe sistemato e che avrebbe smesso di avere paura e di trasmetterla a me. Ero stanca della paura, volevo vivere di speranza, di ottimismo e di amore. E sembrava che anche lui lo volesse! Ma quello era solo un breve momento di quiete prima dell’ennesima tempesta. È stato sciocco da parte mia credere che il peggio fosse passato, perché la persona che mi stava dicendo quelle cose era la stessa che solo una manciata di ore prima sembrava sul punto di strapparmi la pelle a morsi. Il giorno dopo mi sono messa contro lo specchio, girata di spalle, poi ho sollevato la maglietta e mi sono voltata quel tanto che bastava per avere una visione decente e quello che ho visto mi ha scioccato: viola ovunque. Avevo la schiena completamente livida e in alcuni punti era ancora visibile l’impronta dei suoi denti. Quei segni sono rimasti a lungo e giuro che erano impressionanti, eppure poco alla volta sono spariti. Quelli che non sono mai spariti sono i segni che G. mi ha lasciato dentro, quelli che nessuno può vedere, neanch’io, ma sono qui, proprio dentro di me, indelebili.

   

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G. ed io [pt.6]

G. si è trasferito a Roma presto, troppo presto, ma non potevo farci proprio nulla. Mi sono concentrata sui lati positivi, se ce n’erano, per esempio ho pensato che finché avevo il martedì libero potevo raggiungerlo e allora avremmo avuto un appuntamento fisso alla settimana, più o meno, che rispetto a quanto ci vedevamo prima era già un passo avanti. Ma la cosa che più mi rassicurava, quando ne sentivo la mancanza, era sentirlo e sapere che avrebbe passato la serata a casa, con i suoi coinquilini. Non ero contenta perché si annoiava, s’intende, ma solo perché così non avrebbe avuto modo di distruggersi. Una volta lasciata Napoli e certe compagnie sopra le righe, le sue notti brave erano ufficialmente finite. E questo era un bene. E. ed R. erano due persone responsabili, l’avrebbero coinvolto in uno stile di vita più sano, sarebbe andato a letto a un’ora decente e soprattutto avrebbe avuto più tempo per ripulirsi e pensare. A tutto. G. aveva sempre fatto in modo di evitarlo, distraendosi in mille modi diversi e con tutto quello che gli capitava, ma aveva un gran bisogno di pensare a quello che era, a cosa voleva e come fare per raggiungerlo. Aveva essenzialmente bisogno di rimettersi in contatto con quella parte di sé che stava cercando disperatamente di soffocare con alcol e droghe, che poi era la parte migliore e non lo sapeva. Un po’ di sana introspezione, sapete, aveva bisogno di fermarsi un attimo e respirare, prima di ripartire.
Tra noi le cose andavano abbastanza bene, a Gennaio. Lo sentivo molto presente, mi chiamava spesso, mi scriveva, adoro quando qualcuno mi scrive e non lo fa quasi nessuno. Stavamo bene, ad oggi lo so, Gennaio è stato il nostro mese. Lo raggiungevo appena potevo e passavamo 38 ore magnifiche insieme, ma poi mi accompagnava alla stazione, l’odiata stazione del mercoledì mattina e appena arrivava il treno mi salutava con un bacio veloce e andava via. Forse era anche per questo che la stazione mi pareva odiosa, non so… Sembrava che non vedesse l’ora di sbarazzarsi di me. Io… non me lo spiegavo, perché eravamo stati bene, molto bene e non aveva senso. Cioè, immaginate la scena: il treno arrivava, si fermava, la gente scendeva, altra gente saliva, lui mi accompagnava alla porta scorrevole, un bacetto di circostanza, ma non facevo in tempo a ricambiare che già s’era voltato, aveva messo le mani in tasca e s’era incamminato, senza il minimo tentennamento, proprio spedito e io restavo lì a bocca aperta a fissarlo mentre si faceva sempre più piccolo, finché non spariva del tutto, al che mi rassegnavo, aspettavo sempre quei 10/15 minuti perché il treno ripartisse e poi affrontavo il viaggio, noioso, interminabile, estenuante, poi arrivavo a casa, giusto il tempo di posare le mie cose e uscivo di nuovo per andare a lavoro, fino alle 21:00/21:30/22:00… Era uno sbattimento assurdo, se considerate pure che quei mercoledì arrivavano sempre dopo due notti praticamente insonni; ero esausta, ma felice. Ne valeva la pena e se tornassi indietro rifarei tutto, lui poi sembrava felice e andava tutto bene, lo so che l’ho già scritto ma è così, andava bene tra noi, l’unica cosa strana erano quei saluti frettolosi e freddissimi alla stazione. Non gli ho mai chiesto perché si comportasse in quel modo perché altrimenti mi avrebbe preso in giro, sostenendo che probabilmente avrei voluto lacrime e fazzoletti sventolati ai lati dei binari su uno sfondo in bianco e nero e giuro che non volevo quello, ma anche un “ciao, mi mancherai” sarebbe stato qualcosa. Era incoerente in una maniera che spiazzava, quand’ero a Roma mi abbracciava e sbaciucchiava per tutto il tempo e quando ripartivo dava l’idea di non desiderare altro che vedermi sparire. A stare con lui, a volte, si aveva la sensazione di conoscere sia Dr. Jekyll, sia Mr. Hyde e, va da sé, Mr. Hyde mi stava sulle palle. Purtroppo ho dovuto farci i conti sempre più spesso, finché è rimasto praticamente solo lui e di Dr. Jekyll nessuna traccia. Ad esempio a volte gli capitava di tornare a casa nei weekend, me lo diceva con largo anticipo e ci divertivamo a fare il conto alla rovescia. Mi diceva che ci saremmo visti, che avremmo pranzato/cenato insieme, che avremmo fatto tante cose ma poi non ci vedevamo mai. Mai. Aveva sempre altro da fare e il peggio era che neanche mi avvisava. Lo chiamavo io, gli chiedevo che programmi avesse e lui rispondeva che avremmo dovuto rimandare i nostri, ogni volta. Mi dicevo: “Ok, tanto lo rivedrò presto, quando tornerò a Roma”, ma era ben poco gratificante rendermi conto di qual era la lista delle sue priorità, quando era lui a tornare a Napoli. Io ero praticamente alla fine, forse non c’ero neppure e questo mi ha sempre reso molto triste. Anche perché per me era proprio il contrario, io non vedevo l’ora di vederlo! Cambiavo i miei turni per lui, organizzavo tutto il resto della mia vita in modo che non potesse sorgere il minimo impedimento, ero sempre prontissima e poi? E poi niente. Giuro che ho cercato di non fargli pressioni, anche perché mi dicevo: “Se sono io a chiedergli di venire da me, come faccio a sapere se fa piacere anche a lui o se lo fa solo perché gliel’ho chiesto?” …Quindi, ecco… Lo lasciavo sempre molto libero e mi dispiaceva tanto constatare che alla fine non sceglieva mai me. Quando sentiva che ci ero rimasta male, diceva che sapeva di aver sbagliato e abbozzava delle scuse poco convincenti, ma poi faceva sempre le stesse cose. Una volta eravamo in auto, sotto la benedetta pioggia e lui ne è uscito dicendo che non sarebbe rientrato finché non l’avessi perdonato, a rischio di prendersi una polmonite. Ha detto: «Amore, mi perdoni? Mi perdoni se sono così?» e io non ho potuto fare altro che dire: «Ok, ti perdono, ma adesso rientra in macchina!»
Al di là del lato tragicomico della scenetta, il punto è che non sapevo più tenergli testa. Io, che prima dovevi rigare dritto con me e che appena sgarravi finivi sulla lista nera, io che ero così precisa e così intransigente, io che ho interrotto amicizie decennali alla minima mancanza di rispetto, mi sono ritrovata ad accettare qualsiasi cosa venisse da lui, solo perché era lui. Mi vedevo cambiare e quello che stavo diventando non mi piaceva per niente, anzi. Alimentava la mia insoddisfazione e ce l’avevo con lui, per questo, ma anche la mia insicurezza perché non mi riconoscevo più. Io non sono una ragazza sicura di sé, vorrei tanto esserlo, giuro. Vorrei essere una di quelle che le invidi, per quanto sono sicure, una di quelle che tengono sempre la schiena dritta, ridono in faccia alla vita e se ne fregano dell’opinione altrui. Una di quelle che non hanno bisogno di un uomo che le faccia sentire importanti, perché si sentono importanti a prescindere. Mi dispiace davvero, ma non sono così. La mia autostima è così bassa che fa pietà. Non so se dipenda dal fatto che mio padre non mi ha mai detto “brava!” o dal fatto che a scuola ero sempre lo zimbello di qualcuno, non so se c’entrano queste che poi sono le classiche stronzate da telefilm per teenager, boh… So che tutto quello che desideravo era qualcuno che mi facesse sentire speciale, imprescindibile e a ‘sto punto ho capito di aver sbagliato proprio persona, perché G. non l’ha mai fatto, almeno non con me. A volte, quando parlavamo al telefono, qualcuno entrava in stanza e gli chiedeva delle cose, ma cose semplici, senza particolare importanza, insomma… Cose per cui si poteva tranquillamente aspettare. Però G. rispondeva volentieri, a prescindere da quello che stavamo dicendo io e lui, sia che fossero facezie, sia che fossero discorsi seri, e quello allora si fermava e restava un po’ a chiacchierare, mentre io ero dall’altra parte del telefono che li sentivo ridere e pensavo: “…Cosa?!” …Cazzo, se era irritante. E il peggio è che se poi quando avevano finito — con calma, senza fretta — e lui tornava a parlare con me, io gli facevo notare la mancanza di rispetto o facevo, che so, del sarcasmo, del tipo “oh, ma continuate pure!”, lui cadeva dalle nuvole, come se non fosse successo proprio niente di strano. Ma strano lo era e anche molto. G. è passato di colpo dai sonetti di Shakespeare dedicati a notte fonda a una specie di noncuranza che mi feriva molto. Prima il telefono squillava in continuazione, da un certo punto in poi l’ho chiamato sempre e solo io. Non ricordo da quando, ma giuro: sempre e solo io. Quando gli ho chiesto il motivo di quella freddezza, lui me ne ha dato la colpa. Ha detto che sono stata io a fargli fare tutti quei passi indietro, quando non ho creduto a ciò che mi diceva. Ho cercato di spiegargli che era difficile per me credere a certe parole, se restavano solo parole, ma lui s’è sempre risentito per la mia prudenza, avrebbe voluto che chiudessi gli occhi e mi gettassi nel baratro col sorriso sulle labbra. Continuava a chiedermi: «Ale, mi ami?» e io non rispondevo. Credo si sentisse sempre un po’ deluso da quelle non risposte.
Per la verità ci sono stati momenti in cui ho risposto, ma lui non se n’è accorto. Per esempio, un paio di volte gliel’ho sussurrato al telefono, di notte, mentre parlava e non mi ha sentito. Una volta eravamo a letto, io avevo la testa appoggiata sul suo torace e ho usato l’indice per scriverglielo sulla pelle. Una lettera alla volta, lentamente… Ma non ha capito, ha creduto che fosse solo un modo strano di accarezzarlo. Mi chiedeva: «Ale, mi ami? Ale… Mi ami?» e io volevo dirgli di sì ma c’era sempre qualcosa che mi frenava. Gli ho spiegato che non l’avevo mai detto a nessuno e che non volevo dirlo solo perché ci stava bene, perché il momento lo richiedeva, io volevo dirlo perché non potevo farne a meno, quando la consapevolezza sarebbe stata così grande e sfolgorante da non poterlo più tenere per me.
A: «Dovresti essere contento del fatto che peso così tanto le parole, così quando te le dirò potrai essere assolutamente certo che è vero e che lo penso sul serio.»
Credo davvero che il mio fosse un ragionamento giusto ma era proprio questo il problema: G. non voleva che io ragionassi, voleva che mi lasciassi andare. Quando ha visto che non ci riuscivo, ha fatto così tanti passi indietro da tornare a prima dell’inizio. Spariva, non mi cercava più. Se non ero io a chiamarlo, non lo sentivo affatto. Le persone che mi vogliono bene mi guardavano affannarmi per cercare di capire il motivo di quel cambiamento radicale e soprattutto mi ascoltavano mentre chiedevo, a loro ma soprattutto a me stessa, cosa fosse più giusto fare e mi dicevano che non dovevo fare niente, che il suo comportamento era inammissibile e che non potevo buttarmi via con una persona che stava palesemente giocando con me. Io ho sempre ascoltato il parere di tutti ma il mio istinto mi diceva che sbagliavano, che valeva la pena di insistere con lui, perché mi voleva bene, anche se non riusciva a dimostrarmelo. Era rude, con me. Non mi ha mai toccata con dolcezza ma sempre con nervosismo e impazienza. A volte mi accarezzava premendo le mani contro le ossa, specialmente le costole, come se volesse entrare sotto la pelle e afferrarmi il cuore per stritolarlo nel suo pugno. Mi lasciava dei segni, ogni tanto, che nascondevo sotto i maglioni con la stessa inquietudine di chi nasconde un segreto che vorrebbe rivelare al mondo. A dire il vero all’inizio non mi dispiacevano. Ci passavo la mano su e sentivo un leggero dolore, che mi ricordava la sensazione provata quando me li aveva fatti. Mi piaceva il pensiero di avere qualcosa di visibile e tangibile che mi ricordasse il suo passaggio su di me, mi faceva sentire sua, come se fosse stato un marchio. Non era una cosa che capivo, razionalmente, non era mai appartenuta al mio modo di fare e di pensare. Né credevo che lui potesse essere così aspro, nei modi; lui, che tre anni prima avevo osservato così attentamente, dava l’idea di avere cinque piume per mano, al posto delle dita, dava l’idea di essere soffice e gentile, forse per il suo modo di camminare e per il fatto che non gesticolava mai, era così elegante nei suoi movimenti, era il mio opposto. Ma tre anni prima non si era avvicinato abbastanza, non lo conoscevo. Non dico di essere rimasta delusa, quando l’ho conosciuto meglio, questo no… Ma non me l’aspettavo.
Molte cose non mi aspettavo, da lui, eppure le ha fatte. Molte altre cose, invece, me le aspettavo e non le ha mai fatte. Sembrava che una piccola parte di lui godesse a deludermi, sistematicamente, giorno dopo giorno. Io non capivo cosa ci fosse dietro, non capivo perché si stesse allontanando proprio mentre mi esponevo di più. Mi affannavo a dimostrargli quello che non avevo ancora il coraggio di dirgli e lui reagiva come se a malapena si accorgesse della mia esistenza. Ci ho messo tutto l’impegno di cui sono stata capace e non ho ricevuto praticamente nulla. Mi sentivo tradita, da lui, dalla mia stessa vita. Guardavo al mio passato e quello che era il presente e non sapevo se essere più arrabbiata o triste. Credevo di meritare di più, dopo tre anni di attesa. Credevo che se fossi stata paziente, prima o poi avrei avuto la mia ricompensa, che mi sarebbe stato concesso ciò a cui avevo diritto e avevo deciso da sola di averne il diritto, come se soffrire facesse accumulare punti su una scheda premi e dopo tot lacrime si vincesse per forza qualcosa, un amore, la felicità, o un tostapane. Tutto il tempo che ho sprecato non è stata colpa sua, siamo onesti. L’ho sprecato io, lui non mi ha mai puntato una pistola alla tempia dicendomi: “O mi aspetti o sparo!” …No, l’ho aspettato io, di mia spontanea volontà, ben consapevole che lui non stava aspettando me. Quindi era solo me che dovevo biasimare per aver perso tre anni di vita, non lui. È solo che mentre aspettavo mi dicevo che se solo avessi avuto un’altra occasione, l’avrei colta appieno, avrei fatto di tutto per non sprecare anche quella e che avrebbe portato a una felicità profonda e infinita e avrebbe non solo dato un senso all’attesa, ma l’avrebbe anche recuperata in blocco. Non stava andando così. C’era ben poca felicità, in quella storia e non ci stavo più capendo niente. Piuttosto che dare a lui la colpa di quella battuta d’arresto, l’avevo data a me stessa, perché incolparmi e vergognarmi di me è una mia vecchia abitudine e sapevo farlo fin troppo bene. Davanti alla sua totale mancanza di attenzione, mi sono detta: “Sto esagerando, sto facendo tutto io! Sia maledetta la mia mania del controllo! Forse vuole solo avere l’occasione di sorprendermi e io gliele brucio tutte. È chiaro che se non gli lascio margine d’azione, non ha modo di dimostrarmi un bel niente!” Così per un periodo non ho mosso un dito, sono rimasta a distanza di sicurezza dal cellulare per essere sicura di non chiamarlo nemmeno. Risultato? Tre settimane in cui non ho saputo niente di lui. Niente di niente, non mi ha cercata mai, neanche una volta. Alla fine non ce l’ho fatta più, l’ho chiamato io e sono pure andata a Roma. Quando ci siamo rivisti, lui mi ha sorriso e mi ha salutata come se niente fosse successo e in effetti era vero, non era successo proprio niente ed era proprio quello il punto. Io sono rimasta senza parole, mentre mi sbaciucchiava e mi diceva che gli ero mancata; ho questo ricordo assurdo di lui che mi abbraccia e di me ferma, di gesso, con le braccia lungo i fianchi, troppo pesanti per essere sollevate sulle sue spalle. Era uno di quei momenti in cui G. avrebbe voluto che stessi zitta, che mi lasciassi abbracciare senza pretendere di capire ma non ce l’ho fatta, ho dovuto aprire il discorso. Non subito, si intende, gli ho lasciato almeno mezz’ora per farlo da sé, perché dimostrasse di essere adulto e capace di chiedere scusa, perché trovasse le parole giuste per iniziare a parlare di qualcosa che era sempre stato lì, proprio in mezzo a noi, e che aveva sempre ignorato, ma mentre camminavamo senza meta lui non faceva altro che guardare a terra, poi in aria e poi di nuovo a terra, così ho fatto quello che facevo sempre, ho rotto il ghiaccio e gli ho fatto una domanda. Anche lui ha fatto quello che faceva sempre, ovvero mi ha ascoltata fino alla fine e poi, quand’era il suo turno di parlare e di spiegare, è rimasto zitto. C’era qualcosa di nuovo, però, nel suo sguardo, come un velo scuro… Non sembrava solo impacciato, come al solito, ma proprio rassegnato.
A: «Quando sei venuto da me, la prima sera dopo tre anni, mi hai detto: “Non penso che sparirò ancora.” …Ebbene, lo stai già facendo.»
G. ha annuito con aria stanca, senza dire niente.
A: «Ti accorgi che ti arrendi sempre con me? Lo hai fatto tre anni fa e lo stai facendo anche adesso.»
G: «Sì, è vero.»
A: «Perché?»
Ma G. non ha risposto, ha scosso solo la testa e mi ha lasciata in balìa dei dubbi che mi stavano logorando dall’interno; li sentivo proprio fisicamente, come se fossero concreti e avessero dei denti piccoli e affilati che mi laceravano la carne. Quella notte, nel suo letto, mi ha stretto forte come se avesse bisogno di me per respirare, ma il giorno dopo era un pezzo di ghiaccio. Ha detto che sarebbe stato meglio finirla lì, perché l’ultima cosa che voleva era ferirmi. Io non ho saputo cosa dire per un po’, quello che mi lasciava letteralmente interdetta era la velocità con cui cambiava atteggiamento e non ho potuto fare a meno di notare che solo poche ore prima mi aveva detto di amarmi. Mi sono chiesta, e l’ho chiesto anche a lui, quanta verità ci fosse in quelle parole, se era pronto a lasciarmi in quel modo, con la solita frase da film di serie C. Mi era già capitato, una volta o due, di dubitare apertamente di quel “Ti amo” detto così di fretta e lui aveva sempre detto qualcosa per rassicurarmi, sempre a modo suo, si intende, nel suo modo poco rassicurante. Quella sera non ci ha nemmeno provato.
A: «Che bisogno c’era di dire certe cose se non ci credevi?»
G: «In quel momento ci credevo, ma forse hai ragione, forse non era vero.»
…B…o…o…m… Un’implosione al rallentatore.
G: «Te l’ho detto qui a Roma?»
Non ricordava neanche la circostanza…
A: «No, eravamo a Napoli. Era il 23 Dicembre, la sera in cui ci siamo scambiati i regali.»
Non lo ricordava e saperlo mi ha fatto tanto male. In quel momento ho provato emozioni contrastanti. Per la prima volta, a una mia domanda diretta avevo ottenuto una risposta diretta… Questo mi ha fatto sentire come uno scalatore che raggiunge la vetta della montagna che ha preso di mira. Solo che una volta in cima, ho guardato giù e quello che ho visto non mi è piaciuto. Una parte di me ha pensato che finalmente si fosse ripristinata un po’ di verità, che quel “Ti amo” così prematuro era destinato ad essere smentito e che fosse giusto così, in fondo non era normale, non era normale. Un’altra parte di me, però, ha sentito tanta tristezza. Tutto sommato era una bella bugia a cui credere. Avrei voluto essere capace di crederci e mi è dispiaciuto tanto non esserci riuscita. Mi è dispiaciuto tanto avere ragione e mentre mi rammaricavo di questo, la solita vocina mi sussurrava: “Dai, era così ovvio. E tu lo sapevi. Chi mai potrebbe innamorarsi di te?”
Mi sono presa un attimo per pensare al fatto che nessuno me l’aveva mai detto, a parte G, ma era appena stato appurato che era una bugia. Doveva per forza esserci un motivo, o più di uno. Mi sono girata verso di lui e gli ho chiesto: «Perché nessuno si innamora mai di me?»
Lui non ha risposto, così ho insistito: «Sul serio, parlami come si parla a un amico. Perché nessuno si innamora mai di me? Sono tanto orribile?»
G: «Tu non sei orribile.»
A: «E allora cosa mi manca? Cosa c’è che non va, in me?»
G: «Sei troppo razionale.»
“Troppo razionale”… Secondo G. il mio problema era la troppa razionalità. Aveva un senso, lo capivo. Inizialmente ho pensato: “Sì… Ha ragione.” ma poi ho sentito una specie di indignazione salire piano lungo le vene, partire dal basso e arrivare ad avvamparmi il viso e davanti ai miei occhi ho rivisto una scena di tre anni prima: l’ultima volta che ho visto G, prima che sparisse dalla mia vita lasciando un buco enorme. Eravamo nei pressi della stazione, stavo aspettando il mio treno ma ne avevo per molto, quindi nel frattempo mi sono intrattenuta in strada con lui, che mi parlava con una voce che non gli avevo mai sentito, una voce fredda e distaccata. Mi stava dicendo di aver portato a casa questa nuova ragazza, X, che l’aveva già fatta conoscere ai suoi e io ascoltavo silenziosa mentre guardavo a terra. Non volevo saperlo ma non gli ho mai chiesto di stare zitto; lui me lo stava dicendo per ferirmi e io credevo di meritarlo, quindi l’ho lasciato parlare ma non ho potuto guardarlo negli occhi e per questo ho trovato una scusa per non farlo, mi sono messa a giocare con il fango semi asciutto che era rimasto dopo un temporale ormai lontano. Ho usato la suola delle mie scarpe per raccoglierlo e portarlo tutto nello stesso punto, poi, con una precisione certosina, ho fatto in modo che quell’agglomerato indistinto assumesse una sembianza uniforme, livellandolo piano e con delicatezza, mettendoci un impegno che la faceva quasi sembrare una cosa importante. Ma dopo aver concluso il mio lavoro sono rimasta un secondo a contemplare il risultato, quindi ho usato la punta del piede destro per fare dei solchi su quella superficie perfettamente liscia, dei solchi profondi e irreparabili e G. ha detto: «Ecco che Alessandra distrugge tutto quello che crea.»
Era un colpo basso, voi non potete capire quanto. Aveva appena usato contro di me una confidenza che gli avevo fatto qualche tempo prima. Una volta mi ero aperta con lui, gli avevo detto che avevo paura di toccare qualsiasi cosa perché qualsiasi cosa io toccassi si rovinava. Gli avevo detto che avevo paura di creare un legame con chiunque perché, conoscendomi, avrei potuto distruggerlo e non me lo sarei perdonato. Quel giorno lui ha usato quella mia confidenza contro di me e l’ha fatto con un tono crudele che mi ha raggelato il sangue. Non l’ho guardato in faccia ma sono sicura che se l’avessi fatto ci avrei visto un ghigno, la sua voce era quella di uno che sta sorridendo di scherno.
«Ecco che Alessandra distrugge tutto quello che crea.»
Non si riferiva all’agglomerato di fango asciutto sfregiato dalla punta della mia scarpa, ma a quello che poteva esserci tra noi e che non c’è stato. Mi stava dando la colpa di tutto, mi stava sbattendo in faccia la sua storia appena nata e il sottotitolo era: “È nata dalle ceneri che hai lasciato tu, quando hai bruciato ogni possibilità. È colpa tua se non stiamo insieme. Tu distruggi tutto quello che crei.”
Quel giorno io non ho detto niente, ho incassato il colpo e sono tornata a casa. Da quel momento sono passati tre anni e non c’è stato un solo giorno in cui non mi sia tornata in mente quella sua frase. Per tre anni mi sono privata di tutto, ho mortificato il mio corpo e la mia anima, se me ne restava una, mi sono punita perché mi aveva fatto credere che meritavo una punizione, perché io distruggo tutto e tutto è colpa mia.
Ma quei tre anni erano passati, io ero uscita fuori dalla mia bolla, avevo guardato le cose sotto un’altra luce e avevo smesso di flagellarmi. Così, quando gli ho chiesto perché nessuno si innamorasse di me e lui mi ha risposto che il motivo ero io, la mia eccessiva razionalità, ho pensato: “Come osa? Come osa farlo di nuovo?”
Si era affrettato a dare la colpa a me perché sapeva bene che avrei incassato in silenzio e infatti dopo averlo detto è rimasto a bearsi di una sadica soddisfazione, la stessa che aveva provato quella mattina alla stazione, perché per una volta, anzi, per ben due volte mi aveva messa a tacere. Credo che l’abbia adorato perché non gli succedeva mai, anzi, era sempre l’inverso. Ero sempre io che lo zittivo, anche senza volerlo. Quando gli sottoponevo una questione dal mio punto di vista, una qualsiasi, notava che il mio ragionamento era quasi sempre impeccabile e così restava senza parole. Lui non lo sopportava, quindi appena ne aveva l’occasione cercava di tirarmi una stoccata, e a volte risultava cattivo. Io non ho mai voluto essere cattiva e non credo di esserlo mai stata, lui invece lo è diventato intenzionalmente. Questa è una delle differenze che c’erano tra noi: io non ho mai scelto di fargli del male, lui sì.
Vi chiederete perché sopportavo tutto questo. I suoi silenzi, la sua assenza, i suoi ritardi e gli appuntamenti saltati… Perché, soprattutto, sopportavo la sua sempre più frequente meschinità? Me lo chiedevano tutti, perché proprio non capivano. Mi dicevano che mi stavo accontentando, che credevo di non poter avere di meglio e che mi sbagliavo, perché il mondo era pieno di persone migliori di G, persone che mi avrebbero trattato come meritavo, eccetera eccetera. Ma nessuno sapeva, e nemmeno voi sapete, quanto fosse meraviglioso quando stava bene. Se G. stava bene, tutto sembrava migliore. Ogni cosa che toccava, ogni persona che gli si avvicinava, iniziava a brillare di luce riflessa. Era il Sole, giuro, era uno spettacolo che avreste dovuto vedere. Se lui stava bene, io ero felice. Sentirlo ridere mi rendeva felice, guardarlo suonare mi rendeva felice, quando guidava e canticchiava una canzone stupida qualsiasi, io ero felice. Erano quei piccoli, preziosi momenti in cui stava bene che giustificavano la mia pazienza. Ma nessuno avrebbe potuto capirlo, e forse neanche voi potete, perché nessuno tranne me ha assistito a quel miracolo che era G. quando stava bene.
Purtroppo non gli succedeva spesso. Da un certo punto in poi gli è successo sempre più di rado, finché non ha ammesso “quello che era sempre stato lì, proprio in mezzo a noi, e che aveva sempre ignorato”. G. era depresso. Me l’ha detto all’inizio di Marzo, fino a quel momento aveva attribuito le sue mancanze nei miei confronti alla scarsa fiducia che aveva in me, per via di quello che era successo tre anni prima, o semplicemente a sfortunate coincidenze o sequenze di eventi; da un certo punto in poi, però, le sue scuse ridicole non reggevano più e ha dovuto parlare chiaro. “Chiaro”… Per quanto può esser chiaro un discorso fatto da G. Mi ha confessato di non riuscire a dormire, di non aver voglia di fare niente e di non riuscire a sentire niente. Ma mentre diceva queste cose le sminuiva aggiungendo che era solo un periodo e sarebbe passato presto, io gli facevo notare quanto fosse importante parlarne ma lui non voleva mai. Mesi dopo ho saputo che il primo attacco di panico gli è venuto la sera in cui s’è trasferito e non mi aveva detto niente. Io sono andata da lui due giorni dopo, il famoso 7 Gennaio, e ricordate quando ho scritto del momento in cui mi ha chiesto di stare con lui ufficialmente? Ho scritto anche che a un certo punto ha iniziato a parlare da solo e a fare dei discorsi incomprensibili usando parole strane… Quella sera avevo intuito che ci fosse qualcosa che non andava, ma ero tutta presa dalle mie fantasie romantiche e non ho prestato sufficiente attenzione a quello che stava cercando di dirmi. In più aveva bevuto e ho pensato che fosse il classico sproloquio da ubriaco, mai avrei immaginato che avesse vissuto un momento così difficile solo qualche ora prima. Forse sono stata cieca e sorda, forse lui era abile a nascondersi, a distrarsi e a distrarmi, non lo so, ma se me ne avesse parlato apertamente sin dall’inizio, tutto sarebbe stato diverso. Stavamo insieme, no? Avrebbe dovuto spiegarmi come si sentiva, avrebbe dovuto sfogarsi con me, avrebbe potuto chiamarmi quando non riusciva a dormire, gliel’ho proposto così tante volte che ho perso il conto, gli ho detto: «Chiamami! A qualsiasi ora del giorno e della notte. Io sono qui, per te, e non preoccuparti di disturbarmi, tu non mi disturbi mai!» Non so cosa avrei potuto fare per aiutarlo, forse niente o forse sarebbe bastato tenergli compagnia per un po’, lasciare che parlasse di ciò che voleva, anche del più e del meno, purché si rilassasse un attimo. Io so cos’è l’insonnia e so che è inutile costringersi a chiudere gli occhi, tanto quelli si riaprono. Più pensi “Devo dormire! Perché non riesco a dormire?! Devo dormire!” meno riesci a farlo e notte dopo notte puoi perdere anche la testa, un pezzo alla volta. È molto meglio quando puoi parlare con qualcuno, io ne so qualcosa. C’è stato un periodo in cui una voce amica mi ha aiutato ad arrivare viva all’alba, per questo so che funziona. Potevo aiutarlo a non impazzire, nel mio piccolo, poteva affidarsi a me e non ha mai voluto farlo.
Col tempo, gli attacchi di panico sono peggiorati, ma anche questo l’ho saputo dopo. Lui non parlava con me, non mi raccontava niente di quello che gli succedeva. Per esempio, solo ad Aprile ho saputo in cosa consisteva il tirocinio in ospedale; lui era stato assegnato al reparto di geriatria e mi aveva raccontato solo qualche scenetta divertente di lui che dava da mangiare a una vecchietta malata di alzheimer che dimenticava di aver mangiato un secondo dopo aver mandato giù l’ultimo boccone. Non mi ha mai detto, prima di Aprile, di aver visto dei cadaveri, di aver aiutato a prepararli, di essere stato esposto alla morte. Ci ho pensato molto e mi sento davvero stupida perché avrei potuto arrivarci da sola. Geriatria=Anziani e Anziani=Alta probabilità di morte. Mi sono chiesta come ho fatto ad essere così ingenua o, se volete, superficiale al punto di non pensare minimamente a questa cosa. Sarebbe bastato fare una domanda in più, non farmi bastare il suo “bene” quando chiedevo “com’è andata oggi?”, piuttosto insistere e dire: “Che hai fatto? Racconta”. Perché non gliel’ho mai chiesto? Purtroppo conosco la risposta. Per un periodo siamo stati troppo impegnati a litigare, io ero troppo impegnata a bacchettarlo e lui a sciorinare scuse stupide, contraddittorie e ciniche. Siamo stati troppo impegnati a svilirci a vicenda per fare una cosa così scontata come raccontarci le nostre giornate. Mi sento molto in colpa per non aver fatto quella domanda in più, ma adesso che ci penso, neanche lui manifestava interesse per le mie giornate tutte uguali. Su questo siamo pari, però io parlo per me e so che ho sbagliato a dare per scontato che anche le sue lo fossero. Oggi mi rendo tristemente conto che non deve essere stato affatto piacevole essere costretto a fare i conti con certe immagini e certi pensieri, soprattutto mentre temeva di perdere sua madre. Sua madre… Aveva anche smesso di andare a trovarla. C’è stato un periodo in cui trovava sempre una scusa per non tornare a Napoli e io, con tutta la dolcezza di cui ero capace, ho provato a spiegargli che stava evidentemente scappando e non era giusto. Gli ho detto che le difficoltà ci fanno crescere e ci cambiano, ma non per forza in meglio. Il modo in cui stava affrontando quella difficoltà diceva tanto della persona che sarebbe diventata e lui non stava affrontando un bel niente, stava solo chiudendo gli occhi. Si era nascosto dietro questa fantasia di lui che viveva a Roma, come se fosse un’altra vita, ma doveva capire che era temporanea e che prima o poi sarebbe dovuto tornare qui, dalle persone che lo amavano davvero e a cui doveva qualcosa. Ha detto che vederla in quello stato era uno strazio e io non potevo dargli torto, ma ho provato a farlo riflettere su quanto bene avrebbe fatto a lei vederlo ogni tanto, a quanta gioia avrebbe potuto donarle.
A: «Non oso affermare di capire cosa stai passando, perché non è così e neanche vorrei che fosse il contrario, ma ti guardo dall’esterno e capisco che ti stai nascondendo, a te stesso prima di tutto.
G: «Io non voglio sentire niente.»
A: «Perché hai paura, ma è un peccato. I sentimenti ci rendono umani. Forse pensi che non sentire niente sia meglio, ma è orribile. A volte ringrazio il cielo di essere ancora capace di piangere, almeno è una prova che non sono morta. Abbraccia la felicità e allo stesso modo abbraccia anche il dolore, G. Se non lo fai, presto diventerai una persona arida e sarebbe uno spreco. Sei bellissimo, dentro e fuori, non capisco perché ti censuri.»
Dopo una conversazione che è stata quasi un monologo, si era convinto a scendere in città il weekend successivo e in effetti l’ha fatto, ma è tornato a Roma peggio di prima. Mi ha detto di aver avuto delle crisi di cui non aveva memoria, tant’è che gliele hanno raccontate i suoi. S’è svegliato e s’è messo a urlare ma senza un motivo apparente, poi si è riaddormentato e il suo cervello ha resettato tutto. Mentre ascoltavo avevo i brividi e mi sono accorta che stavo piangendo. G. non ha potuto vederlo perché eravamo al telefono e il telefono è tutto ciò che abbiamo avuto per molto tempo perché non voleva più vedermi. Ha iniziato a trovare irritante la mia presenza, la mia voce, tutto. All’improvviso ero una nemica per lui e ne soffrivo tantissimo. Volevo fare qualcosa per aiutarlo, ma lui mi teneva all’oscuro di tutto.
«Ti prego, non mi escludere! Non mi allontanare!» gli dicevo, ma lui non mi ascoltava. Una volta mi ha addirittura chiesto di evitare di chiamarlo per un po’, non voleva neanche più sentirmi. Io ero scomoda, molto scomoda. Continuavo a dirgli che aveva bisogno di parlare con qualcuno, un professionista, e lui minimizzava. Una volta mi ha detto che sì, gli era capitato di pensare al suicidio ma non era poi così importante, ché in fondo “tutti dobbiamo morire e lui non ha mai desiderato di vivere a lungo”. Era un tipo di ragionamento che conoscevo fin troppo bene, per questo ero terrorizzata. Ho cercato in tutti i modi di fargli capire che stava giocando col fuoco, ho affrontato il discorso da tutti i punti di vista e usando più di un tono ma poi lui rispondeva: «Ale, ma ormai io sono così.» e mi sentivo tremare di rabbia. Si era rassegnato e la rassegnazione è il pericolo più grande per un depresso! In più G. beveva. Beveva anche quando avrebbe potuto farne a meno, beveva per stordirsi, per uccidere i pensieri. Ma assieme a quelli stava uccidendo anche la sua umanità e quando gliel’ho detto lui ha risposto: «Ah, lo farei volentieri.»
A: «Che diavolo stai dicendo?!»
G: «Voglio pace.»
A: «………..»
Sentirgli dire certe cose mi gelava il sangue nelle vene. E vederlo non era certo meglio. Lo sguardo assente, distante, la sensazione che avesse sempre la testa da un’altra parte, una memoria che faceva pietà, anche a breve termine, e una totale mancanza di empatia. Mi trattava ancora peggio, aveva iniziato a trovare delle scuse per non farmi partire per Roma, diceva che aveva da fare in ospedale e qualche tempo dopo ho saputo dai suoi coinquilini che il più delle volte neanche ci andava. Stava uccidendo anche la nostra storia appena nata, ma se non riuscivo neanche a convincerlo del valore della sua stessa vita, come potevo convincerlo del valore della nostra storia? Era un’impresa impossibile, oggi lo so. Era diventato l’ombra di sé stesso, avevo voglia di prenderlo a schiaffi, urlargli contro e abbracciarlo contemporaneamente. Ma non avrei potuto farlo, perché da un certo punto in poi non mi ha quasi più permesso di avvicinarmi a lui, intendo proprio fisicamente. Non sopportava più il contatto, almeno non quello con me. Se provavo ad abbracciarlo si scansava e mi lasciava con le braccia sospese a mezz’aria e con un senso di tristezza mista a umiliazione. Io cercavo di essere forte, più forte della sua stupida paura e la volta dopo ci riprovavo ma era sempre frustrante per me vedere che non riusciva neanche a sopportare una mia carezza affettuosa. Una sera ero particolarmente giù di morale e dopo averlo visto nel bel mezzo di un attacco di panico, una volta calmato, gli ho chiesto di descrivermi come si sentisse. Gliel’ho chiesto non certo per girare il coltello nella piaga, ma perché volevo capire, io volevo disperatamente capire cosa gli stava succedendo e se c’era qualcosa che potevo fare per lui, qualsiasi cosa! Lui non ha voluto rispondere e allora gli ho detto che se non voleva parlare non potevo certo costringerlo, ma stavamo insieme e credevo che questo da solo bastasse a mettermi nelle posizione di fare domande. Lui non ha detto niente.
A: «Ma se non vuoi parlarne con me, allora cosa siamo? Allora basta dirlo…»
G: «Cosa?»
A: «Lo sai…»
Stavamo camminando ognuno per conto suo, io avevo le mani in tasca perché non mi aveva permesso di avvolgerle attorno al suo braccio. Mentre camminavo guardavo a terra e dopo l’ultima risposta mi sono ammutolita. Allora mi ha detto: «Fermati.» e l’ho fatto.
G: «Io sto bene con te.»
A: «Non è vero.»
G: «Sì. Sei l’unica persona con cui non mi vengono le crisi.»
A: «Ne hai avuta una prima!»
G: «Ma mi è durata poco.»
A: «Be’… Non direi. Perché, di solito quanto ti durano?»
G: «Possono durare anche giorni.»
A: «Ma scusa, se è vero che con me stai bene, perché non vieni da me più spesso?»
G. ha annuito, chiudendo un attimo gli occhi con aria grave, poi ha detto: «Lo so, sbaglio a non vederti.»
Dopo un po’ ha alzato il tono della voce in una maniera a dir poco incoerente e, proprio come si chiede “Sai mica che ore sono?”, ha chiesto: «Sono più strano di due settimane fa, eh?»
Quel tono mi ha lasciato perplessa; per un attimo mi è sembrato di vederlo sorridere, ho avuto la sensazione che ci tenesse a sembrarlo.
Gli ho ripetuto che l’unica cosa sensata da fare era parlare con uno psicologo e magari andare anche a un incontro degli alcolisti anonimi e mi sono offerta di accompagnarlo, se non a Napoli — dove qualcuno avrebbe potuto riconoscerlo — almeno a Roma. Per tutta risposta lui si è irrigidito e mi ha detto: «Non possono costringermi a curarmi, se non voglio.»
Sentirlo mi ha fatto male. Cosa significava? Che non aveva alcuna intenzione di curarsi? Non voleva venirne fuori? Voleva continuare in quel modo fino alla morte? Non potevo crederci, non poteva volere questo, allora, per farglielo capire, gli ho ripetuto ciò che lui stesso aveva confidato a me, parlo del suo sogno di farsi una famiglia, sperando che descrivendogli bene la sua fantasia ricordasse ciò che aveva sempre voluto e capisse che non l’avrebbe ottenuto in quel modo. Ma G. ha alzato un po’ le spalle e poi ha detto: «Mah… Non ci ho mai pensato seriamente.»
Bugiardo! Aveva deciso persino quale sport far praticare ai suoi figli! Perché fingeva di non tenerci?
A: «E che fine fa la stanza della musica? Quella piena di strumenti… E i bambini che dovevano imparare a suonarli? Che fine fanno loro?»
Non ha risposto. Ha scosso la testa senza dire niente e allora ho provato a rincarare la dose per spronarlo: «G. io voglio stare con una persona, non con il suo fantasma, o con il suo involucro. Ti prego, smettila di annientarti, non è giusto! Hai così tanto da dare!»
Ma non ho neanche finito di dire quest’ultima cosa che è intervenuto, dicendo: «Ma perché, che ti posso dare io, Ale?»
Avrei voluto rispondere: “Te stesso! Dammi te stesso!” ma aveva un tono così rassegnato che non ho trovato la forza di ribattere. Ho abbassato la testa fino a guardarmi le scarpe e lui ha fatto due passi in avanti per darmi un bacio, sulla testa appunto, poi ha fatto altri due passi indietro, come i gamberi, e se n’è tornato al suo posto, in fretta, come se ad aver accorciato le distanze per un attimo avesse fatto un grosso sacrificio. Mi ha detto che si pentiva di avermi raccontato del suo problema, che non avrebbe dovuto dirmelo. In fondo era un suo problema, non mio ma ho risposto che non è così che funziona! Stavamo insieme, quindi ogni suo problema era anche un mio problema! Ha detto che dovevo vivere normalmente e lasciarlo fare, ché ne sarebbe uscito da solo. Gli ho fatto notare come tutto quello che stava dicendo si potesse riassumere con il classico “smetto quando voglio”, così banale, così finto… Gli ho detto che ero molto triste, perché non lo vedevo da due settimane e non avevo neanche potuto abbracciarlo, che mi sarebbero bastati dieci secondi e a quel punto lui ha accettato di prestarsi. L’ho stretto forte, per un attimo mi è sembrato che mi annusasse i capelli, però è durato pochissimo, forse ha davvero contato dieci secondi, perché si è allontanato subito e quando ho cercato di trattenerlo lui non ha voluto concedermi un secondo di più.
G: «Siamo sempre così, noi. Sempre sospesi tra la distruzione totale e la perfezione.»
Era vero, molto vero. Mi si è spezzato il cuore, a sentirlo.
A: «Ci siamo promessi che ci avremmo messo impegno, tu ed io, per far funzionare questa storia. Quando l’hai detto tu, io sinceramente non ci ho creduto troppo, conoscendoti, ma non importa. Ciò che contava era che quando te l’ho promesso io ci credevo. Ci sto provando davvero. Nelle ultime due settimane io ho provato a superare i miei limiti, a cambiare atteggiamento, te ne sei accorto almeno?»
Mi riferivo all’enorme pazienza che stavo dimostrando, io, che di pazienza non ne ho avuta mai, con nessun altro. Lui lo sapeva e infatti ha risposto che sì, se ne era accorto.
A: «Cosa avrebbe fatto la vecchia Alessandra?»
G: «Mi avrebbe mandato a ‘fanculo.»
A: «Probabilmente. Ma io mi sto impegnando, perché te l’ho promesso. Dov’è il tuo impegno? Non lo vedo.»
Quando suo padre l’ha chiamato sul cellulare per fargli promettere che non avrebbe tardato, gli ho proposto di salutarci. Lui ha detto che non sarebbe mai riuscito a guidare e non so quanto tempo mi ci è voluto per convincerlo ma alla fine è salito in auto. Io ero seduta sul sedile posteriore, perché non ha voluto che mi sedessi davanti, vicino a lui. In quel momento ho capito che aveva sviluppato anche una specie di claustrofobia e non voleva sentirsi troppo stretto. Ha guidato per qualche chilometro ma poi s’è fermato in autostrada, in una piazzola di sosta, è sceso dall’auto e ha cominciato a camminare nervosamente avanti e indietro. Io ero preoccupata e spaventata, ha iniziato a salirmi l’ansia, non voleva rientrare! Ho cercato di fargli capire che era facile, aveva già guidato milioni di volte, poteva farcela, ma lui non ne voleva sapere, così ho fatto per prendere il cellulare e chiamare mio padre, in modo che ci venisse a prendere; non sapevo proprio cos’altro inventarmi. Solo a quel punto s’è deciso a rimettersi al volante.
G: «Ale, non lo chiamare, ti accompagno io!»
Sembrava addirittura spaventato quando l’ha detto. G. ha sempre finto che non gli importasse niente dell’opinione altrui, neanche di quella dei miei ma non era vero, lui ci teneva che lo accettassero e quando, rispondendo a una sua domanda esplicita, gli dicevo che in effetti erano un po’ preoccupati per me e scettici rispetto a lui, ci restava male. Diceva: «Va be’, tanto non mi importa cosa dicono loro.» ma se non ti importa non lo chiedi nemmeno, no?
Credo non volesse rischiare di fare una brutta figura con mio padre, è solo per quello che ha accettato di salire in macchina, così dopo un’infinità di tempo si è seduto, ha chiuso lo sportello, ha messo in moto e ha cominciato a correre, fregandosene dei limiti di velocità. L’ho guardato, era tesissimo, leggermente curvo e ha tenuto per tutto il tempo un dito in bocca. Mi sono spaventata davvero, è stato orribile. In quei mesi io mi sentivo sempre così, spaventata e in ansia, come se qualcosa di brutto potesse succedere da un momento all’altro. Cercavo di sentirlo più spesso che potevo, la prima cosa che facevo quando tornavo a casa dal lavoro era chiamarlo e quando dico la prima cosa, credetemi, era davvero la prima. Nel senso che entravo in casa, chiudevo la porta, mi fiondavo in una stanza vuota e componevo il suo numero. Una piccola parte di me aveva bisogno di accertarsi che fosse dove doveva essere, a casa, con i suoi coinquilini, in procinto di cenare, o giù di lì. Quando attaccavo mi rendevo conto che avevo ancora su non solo il cappotto ma anche la borsa! Non avevo fatto in tempo neanche a spogliarmi, ve l’ho detto che chiamarlo era la prima cosa che facevo. Avevo paura per lui e lui lo sapeva e se da un lato gli faceva piacere, dall’altro si sentiva oppresso. Una volta me l’ha chiesto esplicitamente, mi ha detto: «Di cosa hai paura?» ed io: «Di perderti. Ho paura di perderti. Non posso perderti di nuovo, stavolta muoio.»
G. è rimasto in silenzio a lungo, allora ho continuato: «Le poche volte che siamo stati felici, io ho sentito che avevo trovato il mio posto nel mondo. Non me lo puoi portare via. Per favore. Non andare via.»
È passato un minuto, o forse due, dopodiché ha rotto il silenzio con una domanda strana: «Chi è che ti conosce meglio?» ed io, senza pensarci affatto: «Patrizia.» [la mia più vecchia amica]
G: «E che dice?»
A: «Di cosa?»
G: «Del tuo carattere.»
A: «Le solite cose, che sono troppo insicura, che mi impedisco di essere felice, che guardarmi dall’esterno mentre mi faccio del male è uno strazio, perché merito tanto e blablabla. Ma perché ti interessa? Piuttosto, che mi dici tu?»
G: «Che sei un miracolo.»
Non ero sicura di aver capito il senso, quindi gli ho chiesto di spiegarsi meglio. Come volevasi dimostrare, non era un complimento.
G: «Le persone come te, fragili come te, non ci sono più. Avresti dovuto estinguerti secoli fa.»
A: «Quindi cosa sono, una specie di scherzo dell’evoluzione?»
G: «Ti dà fastidio la tua debolezza?»
A: «Sì.»
G: «Perché? È una cosa bella.»
A: «No, perché se ne approfittano tutti. Non c’è niente di bello. Quando posso venire un po’ a Roma?»
G: «Non ha senso.»
A: «Come?»
G: «Non ha senso finché non sto bene.»
A: «Non starai mai bene finché non elabori il problema e non puoi farcela da solo.»
G: «Forse sei tu il problema.»
Non me l’aspettavo. Mi sono presa un attimo per pensare e per non rispondere in maniera affrettata, ho capito che stava facendo la stessa cosa che faceva sempre quando si sentiva un cretino, ossia dare la colpa a qualcun altro, nello specifico a me. Avrebbe detto qualunque cosa per non ammettere che si stava comportando come un bambino capriccioso, quindi mi sono detta: “Ale, sta’ tranquilla. Non farti trascinare nel suo tranello. Respira.”
A: «Perché secondo te sono io il problema?»
G: «Non ho detto che lo sei, ho detto che potresti.»
Tipico di G. Mi stava accusando del suo malessere e non aveva neanche il coraggio di abbandonare quel ridicolo condizionale di comodo.
A: «Perché potrei?»
G: «Potrei sentirmi schiacciato, privato della libertà.»
A: «Solo perché ti consiglio di non bere, ti privo della libertà? Tanto lo fai comunque.»
Ha riso un po’, non so se per quello che avevo detto — anche se non era una battuta — o di me.
A: «Io non voglio farti sentire schiacciato, io voglio farti sentire amato. Mi dispiace se non lo so fare. Scusa. Però invece di scappare via da me, potresti insegnarmi. G, tu lo sai che ti voglio bene?»
G: «Sì.»
A: «Lo senti?»
G: «Sì.»
A: «E come reagisci? Scappando.»
G: «Perché scappo?»
A: «Non lo so… Forse credi di non meritarlo?»
G: «Autostima… Ti ho mai detto che se aprirò una carrozzeria la chiamerò “Auto Stima”? E che se aprirò un negozio di scarpe lo chiamerò “Scarpe Diem”?»
G. faceva sempre così, ogni volta che provavo ad andare più a fondo. Faceva una battuta, ci rideva su e cambiava argomento. Era preda di un inutile blocco emotivo che gli avrebbe sempre impedito di diventare una persona completa, un adulto. Io volevo fargli capire che la sua abitudine a far finta di niente non era solo infantile, ma anche malsana, che sarebbe stato meglio per lui affrontare i suoi sentimenti perché continuando a reprimerli prima o poi gli si sarebbero ritorti contro.
A: «G, non è giusto che lasci morire le tue emozioni, fanno di te quello che sei e tu sei bello.»
G: «Che ne sai?»
A: «Ti ho visto.»
G: «Mi hai intravisto.»
A: «Ti ho visto mentre non te ne accorgevi. Quando vieni da me?»
G: «Forse non vengo.»
A: «Devi venire e basta. Non puoi non venire questo weekend.»
G: «Perché, che succede questo weekend?»
A: «È il mio compleanno.»
Se avessi saputo quello che stava per succedere, giuro che non gliel’avrei detto. Sarebbe stato meglio tenerlo per me, avrei avuto una scusa da raccontare a tutti quelli che, curiosi, mi hanno chiesto: «Allora? Com’è andata?» … Avrei potuto dire loro: “Be’, è rimasto a Roma, ma non è colpa sua, non gliel’avevo detto, non lo sapeva. Ma se l’avesse saputo, aaah, se l’avesse saputo… Mi avrebbe trattata come una principessa, potete giurarci.”
Sì, sarebbe stato meglio non dirglielo, mi sarei protetta dall’ennesima delusione, una delle più cocenti e imbarazzanti della mia vita.
Quella notte l’ho salutato fiduciosa, dopo che l’avevo sentito cambiare voce. Mi aveva parlato con superficialità per tutto il tempo, rispondendo di getto a domande complesse, ostentando un atteggiamento da duro con il giubbotto di pelle, classico stereotipo degli anni ’60. Poi, dopo avergli detto del 23 Marzo, aveva usato un tono più onesto e l’avevo sentito dire qualcosa che mi aveva fatto lasciato ben sperare. Il giorno dopo dal mio cellulare è partita Enola Gay e sulle prime mi sono stranita, poi ho realizzato che non la sentivo da un bel po’. Mi stava chiamando e per voi è una cosa da niente, in fondo è normale che uno chiami la sua ragazza, no? Per me non era normale manco per niente perché, l’ho già scritto, aveva smesso di chiamarmi da settimane. E così, in preda a una ridicola euforia, ho risposto e quello che ho sentito mi è piaciuto tantissimo. Era una di quelle giornate in cui stava bene, o almeno così sembrava. Mi ha fatto delle domande criptiche che non sono riuscita a decifrare, l’unica cosa chiara era che fossero legate al regalo che voleva comprarmi. Era in giro per Roma, “in un posto dove poteva ascoltare i Beatles”, mi stava preparando una sorpresa e a pensarci ridevo come una bambina.
A: «Ahahaha! G, che stai facendo?»
G: «Fossi in te non riderei. Sono serissimo.»
Ma non era serio neanche un po’, aveva la voce divertita, ridevo io e rideva anche lui. Quando ha saputo quello che gli interessava, mi ha salutata formalmente: «Va bene, La saluto.»
A: «Dai! Sono curiosa, dimmi qualcosa!»
G: «No, non Le è concesso sapere niente. ArrivederLa.»
Ero pazza di gioia.
Sabato 22 sono andata a lavoro e le mie colleghe mi hanno dato il loro regalo. È un errore che fanno praticamente tutti, quello di anticipare gli auguri al 22, perché all’anagrafe e su tutti i documenti che mi riguardano la mia data di nascita è proprio il 22 Marzo; ma si tratta di un errore compiuto da non ho ben capito chi, forse dell’infermiere che ha compilato chissà quale modulo e chissà in quale stato psicofisico, considerato l’orario, ma la verità è che io sono nata alle 2:08 di notte e a quel punto era già 23 Marzo. G. questo lo sapeva e non mi aspettavo che mi facesse gli auguri il 22, piuttosto che mi venisse a prendere la sera, per essere lì con me allo scoccare della mezzanotte. Durante quel pomeriggio non facevo altro che dire: «Oh, ragazze, stasera chiudiamo presto, eh! Ché stasera mi viene a prendere G.!» E loro, scettiche: «Davvero? E dove ve ne andate di bello?» E io: «Ma non lo so, non mi importa! Ho solo voglia di vederlo!»
«Ma sei sicura che verrà?»
«Certo! È il mio compleanno!»
«…….»
«!!!!»
Appena tornata a casa sono corsa a prepararmi. Ho tirato fuori dall’armadio le cose che avevo intenzione di indossare, le ho disposte con ordine sul letto e poi sono andata a farmi una doccia, dopodiché ho temporeggiato aspettandomi una sua telefonata da un momento all’altro, una telefonata che stentava ad arrivare. A un certo punto non sapevo più come intrattenermi e avevo davvero necessità di sapere che programmi avesse, anche per capire quanto tempo avevo a disposizione per farmi trovare pronta. L’ultima cosa che volevo era chiamarlo, non spettava a me in nessun modo, ma mi sono detta: “E se poi chiama e mi dice ‘Sono già qui sotto, scendi!’ e io sono ancora in pantofole?” Così ho deciso di farlo. La telefonata è stata surreale e mi ha svuotato. G. aveva una voce che mi sembrava serena, stranamente squillante. Gli ho chiesto dove fosse e lui: «Sono a Napoli. Sto girovagando per il centro.»
A: «Ah, quindi riesci a guidare?»
G: «Sì, sto bene.»
A: «Sei da solo?»
G: «Sì. Ho cenato con mia sorella e mio cognato, lui ha portato del cibo giapponese perché è il loro anniversario, ma io non lo sapevo. Poi me ne sono andato.»
Io ero muta, aspettavo di sentire il resto prima di soffocare la mia speranza.
G: «Volevo venire da te, ma sono sceso di fretta, senza farmi la doccia, non so’ pronto…»
A: «Come facevi a non sapere del loro anniversario? Lo sapevo persino io… Tra l’altro me l’hai detto proprio tu, l’altra sera.»
G: «Ma me lo sono dimenticato.» E poi, subito dopo: «Non ti preoccupare, non mi sono dimenticato che domani è il tuo compleanno. So anche che tutti ti fanno gli auguri oggi, ma noi lo sappiamo che il tuo vero compleanno è domani.»
A: «Già… E quindi, adesso cosa fai?»
G: «Non so, giro un po’.»
Ero sconvolta, ho fatto del sarcasmo per non degenerare: «Be’, ma è sabato sera, devi fare qualcosa di questa serata. Non so, chiama qualcuno…»
G: «Ma chi? Prima contavano tutti su di me, adesso non ci sto mai, ormai i miei amici si sono creati delle alternative, Luca esce con delle persone, Aristide e Gianfranco escono con altre… Ormai le strade si sono separate, e non mi sorprende che sia così.»
Più parlava, più mi rendevo conto che non aveva neanche considerato l’idea di prendere un appuntamento con me. Di sabato sera, ha preferito cenare con sua sorella e il suo ragazzo, immischiandosi nel loro anniversario invece di invitarmi a prendere uno schifo di trancio di pizza da qualsiasi parte… E gli amici, nel suo ragionamento l’alternativa alla cena in famiglia erano gli amici, non io. Non ho più saputo che dire e infatti non ho detto più niente. Lui se n’è accorto e a un certo punto ha capito: «Ma se dopo passo a trovarti?»
A: «Dopo, quando?»
G: «Più tardi.»
A: «Più tardi, quando?»
G: «Non lo so, adesso che ore sono?»
A: «Le 23:00»
G: «Eh, più tardi. Tanto fino alle 2:07 sono ancora in tempo, no?» e ha riso. Io stavo zitta, con un groppo in gola che faceva un male cane e se avessi aperto bocca per dire una cosa qualsiasi, sarei scoppiata in lacrime, quindi dovevo tenerla chiusa. Lui ha ripetuto di nuovo la proposta, con la stessa semplicità dell’hostess che sull’aereo ti mette davanti il carrello degli snack e ti dice: “Dolce o salato?”. A quel punto ho dovuto ingoiare il groppo e forzarmi a parlare. Gli ho detto che non me la sentivo di costringerlo a guidare in piena notte e poi, con un’amarezza abbastanza palese, ho aggiunto: «Tanto a me non importa niente del mio compleanno.»
G: «A me importa!»
A questo punto è toccato a me, ridere. E ho riso. Una risata di stizza, ovviamente, e pesava tantissimo.
A: «Questa era buona!»
G: «Cosa? Non ho sentito.»
A: «Niente.»
G: «Ma i tuoi non ti fanno uscire?»
A: «Come no…»
G: «Allora vengo dopo.»
A: «……..»
G: «Pronto, ci sei?»
A: «…….»
G: «Tanto tu resti sveglia fino alle 2, no?»
A: «No, io adesso vado a dormire.»
G: «Ma come? È il tuo compleanno, devi stare sveglia! Tu non eri quella che dormiva poco? Vuoi dirmi che proprio stasera hai sonno?»
A: «Mh-mh.»
Se avesse ascoltato con attenzione mi avrebbe sentita piangere, ma molto probabilmente non se n’è accorto.
G: «Lo so che tutti ti fanno gli auguri oggi, ma il tuo compleanno è domani. Oggi è il giorno che va bene sui documenti, per le statistiche. Ma a noi le statistiche non piacciono, le statistiche sono tristi. Noi lo sappiamo che è domani, vero?»
Era più strano del solito, non sapeva più su quale specchio arrampicarsi, era una scena ridicola. Ho tagliato corto, l’ho salutato e ho messo giù, poi sono tornata in camera, ho guardato i vestiti che avevo preparato sul letto e ho provato pietà per me stessa. Li ho messi a posto e mi sono infilata il pigiama, poi mi sono messa sotto le coperte, ma questo non significa che abbia dormito. Affatto. Sono stata sveglia tutta la notte e da parte sua non è arrivato niente. Niente, giuro, neanche un sms. Né a mezzanotte, né alle 2:08, né mai. Non avrei mai dovuto dirgli del 23 Marzo, sono stata una stupida. Mi ero veramente illusa di potermi sentire importante per qualche ora… Mi sentivo così patetica…
Il giorno dopo, il 23, ero uno zombie. Avevo dei crampi allo stomaco tanto forti da non riuscire a stare dritta, gli occhi scavati per la notte insonne. Ho spalmato due chili di correttore sulle occhiaie e sono andata a lavoro, temendo già le domande delle ragazze; mi vergognavo come una ladra per l’ingenuità che avevo sbandierato senza alcun contegno, il giorno prima.
Verso le 19:00 il mio cellulare ha squillato ma non era G, bensì sua madre. Mi ha salutato con la sua solita cortesia, ma aveva la voce provata. Stava per crollare, ha fatto appena in tempo a dirmi che suo figlio mi aveva preso dei regali ma li aveva lasciati lì e sulle prime non ho capito cosa intendesse con “lì”, poi mi è stato tristemente chiaro. Ha detto: «Mio figlio sta male!» dopodiché ha cominciato a piangere. E io l’ho seguita a ruota. Mi ha detto che appena tornato a casa, il giorno prima, aveva avuto una forte crisi, durante la quale aveva rivelato ai suoi di non riuscire più a dormire e di avere paura per la sua vita. Loro si erano spaventati e per reazione l’avevano rispedito a Roma col primo Frecciarossa utile. Non capivo perché ritenessero che Roma fosse meglio di casa loro, non capivo perché l’avessero allontanato da qui, da me, dalle mie braccia, e proprio il giorno del mio compleanno! Mi sono arrabbiata così tanto, con loro che avevano fatto quella che mi sembrava una scelta sbagliata, con lui che non ha fatto obiezione, con me che ancora speravo in uno straccio di sorpresa, con il mondo intero! Ma quella povera donna piangeva, maledicendo la cecità della sua famiglia… Ha detto che nessuno si era accorto di niente, che G. aveva sempre tenuto tutto nascosto e si incolpava di non aver capito prima in che condizioni fosse, ma soprattutto di essere malata, perché dava per scontato che lui si fosse ammalato da quando si era ammalata lei. Mi ha chiesto aiuto, sua madre, mi ha chiesto di stargli vicino e di cercare di capire cosa fare con lui, perché lei non riusciva a capirlo, perché “lui è così chiuso, non comunica, non parla di sé” e io non ho potuto fare altro che dire: «Lo so, lo so bene» perché si comportava allo stesso modo anche con me.
La telefonata è durata qualche minuto ma è stata estenuante; io ero a lavoro e non ho potuto continuarla oltre un certo punto, così le ho dato appuntamento alla sera. Le ho promesso che l’avrei chiamata appena tornata a casa per continuare quella conversazione ma così non è stato perché quando ne ho avuto l’occasione mi sono resa conto che non sapevo cosa dirle. Conoscevo l’abitudine della famiglia di G. di tenere segreti con la signora A. G. mi aveva detto che sua madre era la persona più pura e più ingenua che avesse mai conosciuto e tutti i componenti di quella famiglia, a partire da suo marito, le avevano sempre nascosto le cose più scomode, tristi o difficili, per non corromperla. Io avrei voluto parlarle della depressione di suo figlio, della sua tendenza a rifugiarsi nell’alcol, del suo estremo bisogno di farsi curare, soprattutto credevo che lei meritasse onestà da parte di qualcuno, ma alla fine non mi sono sentita in diritto di essere io quel qualcuno. L’unica cosa da fare era consultarmi con G, fargli prendere atto della situazione e cercare di far entrare finalmente in quella sua testa bacata l’idea che non poteva andare avanti così, ché stava facendo del male non solo a sé stesso, ma anche alle persone che lo amavano. La solita vocina urlava: “Non chiamarlo! Non osare! È il tuo compleanno e lui ti ha ferito! È tornato a Roma e non ti ha neanche inviato un messaggio di scuse!” …Se fosse stata una situazione normale, non l’avrei mai chiamato, mai più. Ma avevo promesso a sua madre che gli sarei stata vicino e ancora una volta ho dovuto mettere da parte il mio orgoglio. Ho dovuto.
G: «Pronto?»
A: «So dove sei.»
G: «Mh. Allora?»
A: «Allora non ti avrei mai chiamato, perché non meriti un cazzo. Non l’avrei mai fatto se non avessi ricevuto una telefonata.»
G: «Da chi?»
A: «Da tua madre!»
G: «E che ti ha detto?»
Aveva una voce talmente tranquilla e rilassata da risultare irritante oltre ogni misura. Probabilmente dentro di sé non era poi così tranquillo, ma quella voce… Quella voce mi ha fatto venire voglia di urlare!
A: «Mi ha chiesto aiuto, le ho promesso che l’avrei richiamata, ma cosa dovrei dirle? Dimmelo tu, cosa dovrei dirle?»
E lui mangiava. Mangiava, capite? Lo sentivo masticare, aveva la bocca piena. Io gli stavo dicendo che sua madre mi aveva chiamato in lacrime perché non sapeva come aiutare suo figlio, il suo stupido figlio con la testa piena di spazzatura, e lui aveva il coraggio di mangiare.
G: «Be’, che devo fare? Ho fame.»
Certo. A me si sarebbe chiuso lo stomaco, ma si vede che è soggettivo. Mi ha detto che dovevo rassicurarla, dirle che lui stava bene e che si sarebbe ripreso presto. Insomma, mi ha chiesto di mentirle. Ha detto che dovevo essere una “buona spettatrice”, non fare niente che non mi fosse esplicitamente richiesto e questo mi ha offeso molto, perché sua madre aveva dimostrato di tenermi in maggiore considerazione di quanto abbia mai fatto lui. È stato a dir poco offensivo, davvero… L’ho odiato, in quel momento. Gli ho detto in malo modo che era la persona più immatura ed egoista che avevo incontrato nella vita, che avrei fatto bene a stargli lontana e altre cose poco carine. Ormai ero in acido. Poi ho detto che probabilmente avrei rassicurato sua madre, certo, che avrei minimizzato il problema, che avrei cercato di tirarla su, ok, ma non l’avrei fatto perché me lo stava chiedendo lui!
A: «La tua scala di valori è completamente sballata, quindi non sei in grado di stabilire cosa è giusto e cosa è sbagliato. Se le dico che è tutto a posto non lo faccio per te, ma solo per lei! Per non farla stare peggio!»
G: «Va bene.»
Aveva un tono di sufficienza che mi mandava al manicomio, ho dovuto interrompere quella conversazione per non trascendere nel volgare. Ma una volta calmata ho capito che, per quanto comprensibile, non aveva senso urlargli contro. L’ho richiamato e gli ho fatto una proposta piuttosto delicata, sperando davvero che l’apprezzasse: «Senti, credi ti possa essere utile se vengo a Roma? Credi che possa esserti utile parlarne con calma, di persona? G, tu hai bisogno di parlarne con qualcuno… Ti può servire se vengo lì?»
Era l’ultima cosa al mondo che chiunque altro avrebbe fatto, chiunque altro, dico! Ma ho pensato che se scoppiava a piangere davanti ai suoi, il suo malessere doveva essere davvero grande e che anche se lui non voleva spiegarmelo, anche se stava provando in tutti i modi ad allontanarmi, io avevo il dovere di insistere, di provare ad entrare. O meglio… “Forse non ne ho il dovere… — ho pensato — Nessuno mi biasimerebbe se rinunciassi… Ma io voglio stare con lui… E quindi voglio insistere. Mi farò malissimo, lo so, questa sarà la mia rovina, la mia caduta definitiva.”
Mi ero messa in gioco, in tutto e per tutto e mi è dispiaciuto molto sentirgli dire solo: «Be’, tu puoi fare quello che vuoi.» senza un briciolo di gratitudine. Mi ha detto che mi consigliava di stargli lontana, che aveva vissuto una situazione del genere con X (sempre lei) e che si era pentito di essere andato fino in fondo. Mi ha detto proprio così: «Se vuoi un consiglio spassionato, lascia perdere.»
Lasciar perdere… Che bella espressione del cazzo. Io non volevo lasciar perdere, non potevo. Se tornassi indietro forse ci penserei più a lungo ma credo che comunque non lascerei perdere. Da quando l’ho conosciuto, G. è stato sempre la persona più importante, per me, più importante anche di me stessa. Quindi non potevo “lasciar perdere”. No, che non potevo.
Dopo averlo salutato ho chiamato sua madre e per fortuna sembrava un po’ più tranquilla. S’è scusata per la telefonata del pomeriggio, per la sua reazione emotiva e per avermi rovinato il compleanno ma a quello ci aveva già pensato benissimo suo figlio, quindi lei non aveva colpa alcuna. Mi ha fatto molta tenerezza, non aveva idea che G. stesse così. Ha detto che è sempre stato troppo sensibile, che si è sempre preoccupato troppo di non ferire o allarmare gli altri e che anche lei, a sua volta, per non intristirlo stava evitando di dirgli quanto si sentisse male da quando aveva cominciato le chemio. Quando ci siamo interrogate sulla natura del suo malessere, un po’ ha dato la colpa alla sua malattia, un po’ alla lontananza di G. da casa.
Lei: «Ha bisogno di stabilità, dei suoi affetti…»
Io sapevo che era vero, ma sentivo che c’era anche dell’altro, molto altro. Ci siamo dette d’accordo sulla necessità di interpellare un professionista e lei mi ha rivelato di essersi fatta promettere da G. di tornare a casa, il weekend successivo, e di accettare di iniziare una cura. Temeva però, che non avrebbe mantenuto la promessa e così siamo rimaste d’accordo che sarei andata a Roma quel mercoledì, per non lasciarlo solo, e che ci sarei rimasta fino al venerdì, poi avrei fatto di tutto per metterlo sul treno e riportarlo a casa dai suoi. Avrei dovuto cambiare i miei turni al lavoro e il giorno di festa, ma si poteva fare. Avrei spostato anche le montagne, per lui.
Le ultime cose che ci siamo dette erano imbevute di speranza, la signora A. mi ha ringraziato molte volte e molte volte ancora per averla ascoltata, ché le aveva fatto tanto piacere parlare con me e credo soprattutto scoprire da parte mia un sincero interesse per suo figlio. Io le ho detto che niente era perduto e che G. si sarebbe ripreso.
A: «Starà bene. Da questo punto di vista è fortunato, ha un sacco di persone che lo amano e per questo tutto si risolverà. Lui starà bene.»
L’ho detto per rassicurare lei o me stessa? Probabilmente entrambe. Il giorno dopo ho sentito sua sorella, la quale mi ha spiegato bene cos’era successo quel sabato sera. G. aveva cenato con lei e il suo ragazzo ma poi aveva assistito a un mezzo litigio tra loro e questo gli aveva causato una specie di tilt, per cui era praticamente scappato via. Dopo un po’ era tornato, si era infilato nella vasca da bagno dicendo che poi sarebbe venuto da me, così lei è andata a dormire ma quando sono rientrati i suoi, alle 3:00, s’è guardata intorno e suo fratello non c’era. L’ha cercato e lui… Era ancora nella vasca. Ne è uscito solo a quell’ora, poi è rimasto a fare non so bene cosa fino alle 4:00, finché si è arreso ed è andato a dormire. Mentre mi descriveva la scena mi sono sentita molto in colpa. Per aver osato mettermi al primo posto per una sera, insomma… Le persone normali ne hanno il diritto, almeno una volta all’anno, ma evidentemente io no. G. non stava bene, lo stavo capendo sempre di più e sempre con più terrore. Dovevo assolutamente correre da lui, dovevo andare a dirgli che ci sarei sempre stata, anche se non voleva il mio aiuto, anche se mi aveva detto di “lasciar perdere”. Oggi mi rendo conto che quel mercoledì, quando sono salita sul treno, io stavo per offrirmi come vittima sacrificale e, considerate le premesse, suppongo di non potermi lamentare di quello che è successo dopo.

     

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G. ed io [pt.5]

A G. piaceva definirci “perfetti”, ma eravamo molto lontani da questa definizione. Suppongo sia anche normale, considerato da quanto poco stavamo insieme, la scarsa conoscenza reciproca e, soprattutto, la nostra naturale incoerenza. Eravamo imperfetti, dunque, ma ho sempre creduto che un giorno avremmo trovato un modo per smussare gli angoli; bastava solo volerlo davvero e sarebbe successo, io avevo fiducia in noi. Anche se non me la rendeva facile. Ho vissuto dei momenti meravigliosi con lui, alcuni dei quali li avete letti, ma la cosa di cui mi rammaricavo di più era l’attesa. Tra un appuntamento e l’altro potevano passare settimane. Giuro, settimane! Per fare un solo esempio, tra il primo bacio e il secondo sono passati 15 giorni. Non è normale, all’inizio di una storia. Vi prego, ditemi se anche a voi sembra anormale o se sono io la pazza. Mi chiamava spesso e questo mi piaceva, restavamo ore al telefono, ma raramente mi ha chiesto di uscire. Era sempre in compagnia dei suoi amici e io non sono mai stata possessiva, ma mi sembrava evidente che non fremesse dalla voglia di vedermi e non me lo spiegavo, non dopo le cose che aveva detto quando era tornato da me. Insomma, era un controsenso.
Per quanto mi riguarda, invece, era molto diverso. Immaginate una cicciona che sta a dieta ferrea per tre anni, sognando solo di poter mangiare una fetta di torta al cioccolato e poi all’improvviso se la ritrova davanti. Ma non se ne mangia un pezzetto, se permettete, ma neanche una fetta: quella la divora intera! Perché non può resistere, capite? Io ero quella cicciona e G. era la mia deliziosa torta al cioccolato ricoperta di cioccolato e ripiena di cioccolato. Io volevo uno shock iperglicemico con i fiocchi, ecco la verità. E non riuscivo proprio a farmi bastare il pochissimo tempo che mi dedicava, mi stava stretto. Non dicevo niente, eh, sia chiaro. Cercavo di mantenere un finto distacco che credevo mi avrebbe salvato la faccia, del tipo “ah, è sabato e vuoi uscire con i tuoi amici? Fa’ pure, figurati, io esco con i miei. Divertiti!” ma in realtà ci restavo molto male. Più che altro non capivo, insomma… Aveva detto di voler recuperare tutto il tempo perso, no? E cosa aspettava? Io ero qui, dove sono sempre stata, doveva solo venire a prendermi. E non lo faceva quasi mai. Di sicuro non nel weekend, oh, quello era sacro! Io non sono mai stata una ragazza da weekend, per lui, piuttosto una ragazza da lunedì. Ma mi stava ancora bene, bastava vedersi! Ero ben contenta di cedere il fine settimana ai suoi amici, se potevo averlo dal lunedì al venerdì! Purtroppo però ogni volta ce n’era una e, quando finalmente trovava un po’ di tempo per me, era sempre in ritardo, sempre. Ma non è che tardava di qualche minuto, no, proprio di ore! Una volta abbiamo fissato un appuntamento per il pomeriggio e lui è venuto da me alle 21:00. Se restavamo d’accordo per le 22:00, lui si presentava sotto casa a mezzanotte passata. Io, cretina, mi preparavo sempre in anticipo, sempre con le solite stupide farfalle nello stomaco, canticchiando davanti allo specchio tra un colpo di spazzola e uno di mascara, ma quando ero pronta non mi restava altro da fare che sedermi e aspettare e, inevitabilmente, mi raffreddavo. Sfido chiunque! Partivo con una quantità di adrenalina scandalosa, avrei potuto conquistare il mondo, per quanto mi sentivo forte ed entusiasta ma minuto dopo minuto, ora dopo ora l’entusiasmo si affievoliva sempre di più fino al punto che ne restava davvero poco. A volte lo chiamavo per capire che fine avesse fatto e mi sentivo dire che proprio in quel momento stava salutando i suoi amici e tempo mezz’ora sarebbe arrivato da me. Io pensavo: “Cosa…? Ma scherza?” Purtroppo no, non scherzava mai. Lo so, a quelle risposte avrei dovuto dire: “Sai che c’è? Restaci pure, con i tuoi amici, non ti scomodare neanche a venire qui, tanto non scendo!” È solo che… Ci vedevamo così poco… Non mi andava di perdere le poche occasioni che mi capitavano, in più lui era sotto pressione per la questione di sua madre e io avevo sempre un po’ paura a fare la voce grossa per cose che tutto sommato non erano così gravi, mi dicevo. Così mi sforzavo di cancellare la smorfia scocciata dalla faccia, lo salutavo, abbozzavo un sorriso, dopo un po’ mi passava pure e mi divertivo ma, ammettiamolo, a quel punto non era più la stessa cosa. Solo un paio di volte mi sono fatta valere. Ad esempio una domenica, avevamo deciso che avremmo pranzato insieme. Doveva venire a prendermi all’uscita dal lavoro, alle 13:30, ma io avevo pensato di trattenermi ancora fino al suo arrivo. Il tempo passava e di lui nessuna traccia. Ad un certo punto l’ho chiamato per sapere dove fosse e mi ha risposto che era al bar, stava parlando con un amico che non vedeva da un po’ e aveva perso la cognizione del tempo.
«Fa’ una cosa, va’ a mangiare, ci vediamo dopo.»
O__O “Ho perso la cognizione del tempo”? “Ci vediamo dopo”?! Cioè, il pranzo era saltato e non aveva avuto neanche la decenza di avvisarmi! Se non l’avessi chiamato io, come avrei fatto a saperlo? (E intanto stavo pure continuando a lavorare perché in fondo ero lì… Altri straordinari non pagati.) Indignata, gli ho detto che poteva anche risparmiarsi il viaggio e l’ho salutato bruscamente. Morale della favola: è venuto alle 16:00, con la coda tra le gambe, chiedendomi scusa eccetera eccetera. Parole, soltanto parole. Una sera, poi, ha usato una scusa favolosa. Era sabato e io ero già lì che dicevo “ma come? Sto davvero per vederlo? DI SABATO SERA?! Ok, è troppo bello per essere vero, secondo me qualcosa sta per succedere…” E infatti quella sera mi ha chiamata e mi ha detto che un suo amico aveva trovato un gattino e lo dovevano portare dal veterinario, quindi “avrebbe tardato un po’, ma all’una al massimo si sarebbe liberato”. All’una? Di notte? Cosa?! Adesso, anche se adoro gli animali e ancor più i gattini, ma quanto può essere umiliante per una ragazza sentirsi dire “vengo all’una, perché devo pensare prima al gattino”? Non ridete, per favore, ok? Era una cosa che mi mandava ai pazzi — e avrò modo di tornare su questo più avanti.
Ma la poca puntualità era proprio nulla al confronto col suo più grande difetto: l’assenza di spontaneità. G. non ha idea di come si conduca una conversazione onesta e aperta, non ce l’ha, è più forte di lui. Parlare con G. significava fare un monologo e i monologhi sono la cosa più sterile che mi viene in mente. Ci sbattevo la testa mille volte, ma non ho mai e dico mai ottenuto una risposta spontanea e diretta. Restava sempre zitto e solo ogni tanto proferiva parola ma niente di quello che diceva sembrava sincero, se ci metteva così tanto tempo per dirlo. Io parlo troppo, lo so, dico tutto quello che mi passa per la testa, ma non mi pento quasi mai perché sono tutte cose che penso. Posso pentirmi del modo in cui le ho dette, ma non del contenuto, perché mi rappresenta. Spesso mi sono pentita del contrario, ossia di non aver detto delle cose che mi sembravano importanti, ma mai di averle dette. E mai, mai mi sentirete ritrattare qualcosa che ho detto! Ho sempre detestato il modo in cui i paraculi che ho incontrato, senza distinzione di sesso e di età, mettevano fine a una discussione dicendo: “Ma no, io quella cosa l’ho detta solo perché ero arrabbiato/a, ma non la pensavo davvero”. Non esiste, io non ci credo. La rabbia è un sentimento forte, la conosco molto bene e nei momenti di furia assassina mi è capitato di dire qualcosa di poco delicato, ma era pur sempre un mio pensiero originale. Io mi assumo sempre la responsabilità di quello che dico, nel bene e nel male e quindi non riuscivo davvero a concepire il suo atteggiamento. Parlavo per mezz’ora e sembrava che mi capisse, poi gli chiedevo qualcosa in maniera diretta e lui non rispondeva. E già così è frustrante, perché parlare con un muro non è utile a nessuno. Solo se insistevo, ci pensava un bel po’ e alla fine mi concedeva una risposta ma non sembrava mica sicuro, nooo. Infatti, se il giorno dopo gli facevo la stessa domanda, lui quella risposta l’aveva già cambiata. Era più che frustrante, era odioso! Diceva tutto e il contrario di tutto e quando lo mettevo alle strette, portandogli come esempi le centinaia di risposte diverse che mi aveva dato, si chiudeva a riccio e si ammutoliva di nuovo, oppure mi accusava di essere pesante e cervellotica. Ma scusa, tu non parli mai, quando parli ti contraddici… A cosa devo credere? Come faccio a conoscerti, a capirti? Chi sei? Chi diavolo sei?!
Io, invece, cercavo in tutti i modi di farmi conoscere. Tre anni prima aveva interrotto il nostro rapporto — o quello che era — molto prima di conoscermi realmente e per questo ho sempre avuto un enorme rimpianto, ossia esser stata costretta a sparire dalla sua vista senza aver avuto neanche il tempo di farmi vedere davvero. Mi sono sempre chiesta, se mi avesse conosciuta per quello che sono, mi avrebbe allontanata lo stesso? Il dubbio mi ha torturata per così tanto che appena ne ho avuto l’occasione ho deciso che mi sarei messa a nudo, completamente. G. ha visto molti lati di me, alcuni sconosciuti a tutti e alcuni sconosciuti anche a me stessa. Per esempio mi ha vista felice come una bambina e non mi sono mai preoccupata di sembrare eccessiva nelle mie manifestazioni di felicità, anche se quando sono troppo felice spesso sembro un’ebete perché mi confondo e non distinguo neanche la destra dalla sinistra, quindi di solito mi limito per non destare perplessità e/o ilarità, ma con lui no, con lui ero tipo “guardami, non ci sto capendo più niente, perché sono troppo felice!”. Mi ha vista anche furiosa e, per quanto mi sforzassi di abbassare la voce per non risultargli molesta, non ho mai fatto mistero della rabbia che provavo se credevo di avere ragione a provarla. Ma, cosa più importante, G. mi ha vista piangere e se per qualcuno le lacrime sono sintomo di fragilità, il più delle volte io le ho sfoggiate con fierezza, continuando a guardarlo dritto in faccia, come a dire “guardami, sto male, puoi vederlo con i tuoi occhi. Questa è una delle cose che mi feriscono, sono fatta così. Io sono così.”   Ho lasciato che mi leggesse come un libro aperto perché volevo che vedesse. G. invece guardava sempre a terra e aveva sempre la stessa espressione, ecco perché non ho mai capito davvero a cosa pensasse, cosa sentisse. Ma non mi arrendevo, gli chiedevo sempre quello che avevo bisogno di sapere e lui prima diceva A, poi diceva B, poi se glielo richiedevo diceva C e io mi sfasciavo il cranio contro il muro. Una volta mi ha fatto capire che la mia ossessione per la conoscenza vera e profonda era inutile se non addirittura controproducente, dato che a lui piacciono le “persone misteriose, quelle che non sai mai davvero perché fanno le cose che fanno”. La sua ex faceva così. X, ho deciso di riferirmi a lei come X. X si spogliava in web cam per un tizio che la umiliava e quando G. l’ha scoperto non l’ha lasciata. Lei gli ha promesso che non l’avrebbe più fatto e forse ha mantenuto la promessa o forse no, ma non ha fatto differenza per lui. Io non sarei più riuscita a fidarmi di lei, dopo averlo scoperto, la maggior parte delle persone che conosco non sarebbero più riuscite a fidarsi di lei, ma G. ci è rimasto ancora insieme e pure per tanto. Probabilmente gli piaceva l’idea che quella ragazza avesse un segreto così losco e che non se ne capisse l’origine. Questo forse la rendeva “misteriosa”… Ma io non volevo essere misteriosa, io volevo essere me stessa, con tutto quello che comporta. Dopo essermi nascosta al mondo intero per anni, io volevo solo essere vista. Capite che si partiva da due presupposti diversi.
Mi accorgo che ho appena nominato X. Ecco, questo è un argomento su cui tornavamo spesso, all’inizio. Io non mi capacitavo di come fosse riuscito a restare con lei per due anni e mezzo e quindi gli facevo un sacco di domande, cercando di capire il senso di quella storia. O meglio, le domande non erano poi tante, erano sempre le stesse ma sembravano decine perché mi costringeva a farle e rifarle. Mi diceva che non l’aveva mai amata e che con lei non aveva condiviso praticamente nulla, che avevano gusti diversi e che lui snobbava i suoi con altezzosa indifferenza, che aveva un brutto carattere e la trovava persino antipatica. Ma poi, incalzato da me (e mica subito!) ha confessato che era diventata un’ossessione. Non si capisce di che tipo, ma l’uso di quella parola mi ha fatto morire di gelosia. Ha detto che con lei è stato il fidanzato modello: preciso, puntuale, affettuoso, generoso…
A: «Perché, se non l’amavi?»
G: «Volevo essere perfetto.»
A: «Ma perché con lei?»
G: «……..»
A: «Ma allora l’amavi!»
G: «No.»
A: «…Ma scusa, che senso ha impegnarsi così tanto con una persona che non ami? Non capisco!»
E ho continuato a non capire, perché non me l’ha mai voluto spiegare. Mi ha raccontato com’è iniziata tra loro due. Era a casa di un amico, che cazzeggiava davanti al computer, poi è arrivato il fratello di questo e gli ha chiesto un resoconto della sua vita sentimentale. G. gli ha parlato di me e della delusione subita, poi non so perché si sono collegati a Facebook. Probabilmente per una squallida scommessa tra maschi, G. ha dato un’occhiata alla lista delle ragazze online, ha contattato la prima che fosse almeno carina e le ha chiesto di uscire. Era X. Ha detto che in quel momento ha iniziato a fingere e non ha più smesso per due anni e mezzo.
A: «Come sarebbe a dire che hai finto?»
G: «Ho finto tutto.»
A: «Ma come si fa? Per due anni e mezzo?!»
G: «Credimi, è possibile.»
Io non lo capivo. Detto tra noi, qualche mese dopo mi sono ritrovata a parlarne con sua madre. G. di questo non sa nulla e siccome gli avevo promesso che non avrei più toccato l’argomento, non gliel’ho mai detto. Lei mi stava parlando di suo figlio, della sua sensibilità e della sua generosità e, nonostante fossi già d’accordo su tutto, ha ritenuto necessario portare un esempio a sostegno di quanto stesse dicendo. Così ha fatto il nome di X.
Lei: «L’ha fatto soffrire molto… Ora ha bisogno di una persona che lo tratti bene, è sensibile.»
A: «Be’, veramente lui mi ha detto di non averla mai amata davvero.»
Lei: «Ma che sciocchezza! Non dargli retta! Ha speso tutti i suoi soldi per lei, per un periodo è stata depressa e lui andava a casa sua, l’aiutava a vestirsi e mangiare, ha trovato un lavoro a suo fratello, stravedeva per lei!»
A: «…….»
Siccome in un altro post ho già scritto che non ho intenzione di apparire migliore di quello che sono in realtà, non vi mentirò: quando sua madre ha ribaltato completamente la storia che G. mi aveva raccontato, io sono diventata verde di invidia. Lo so che l’invidia è un sentimento basso, ma dovete capirmi. Non so quale problema abbia avuto, so solo che non riusciva a smettere di dimagrire e per una come lei, che ha sempre fatto affidamento sull’aspetto fisico, è stato un duro colpo. Gli diceva: «Guardami, sono un mostro!» e lui faceva di tutto per tirarla su di morale. Il pensiero mi irritava oltre misura. Ripeto, non conosco il suo problema, non l’ho mai neanche incontrata, ma so che non è stata corretta con lui. L’ha tradito e l’ha trattato male, l’ha offeso e l’ha umiliato e io non capivo cosa giustificasse tutta quell’abnegazione, quella di G. e perché l’abbia riservata a una persona che non gli dava niente. Avrei preferito che mi dicesse: “Ok, Ale, è vero, l’amavo. Era una stronza ma l’amavo.” ma il punto era che continuava a negare e a spacciare tutti i suoi sforzi per il frutto di un senso di responsabilità e di pietà che non aveva una spiegazione logica! Una volta mi ha detto che era consapevole di esser stato usato da X. Ha detto proprio così, che l’aveva usato e che quando non aveva più avuto bisogno di lui l’aveva scaricato per uno più ricco, sbattendogli in faccia tutte le cose in cui quest’ultimo sarebbe stato migliore. Un mostro, un’arpia. Non c’era amore, tra loro, mi ha detto G., solo opportunismo e sensi di colpa. Poi sua madre ha detto l’esatto opposto e mi è esploso il cervello. Chiamatemi egocentrica, chiamatemi meschina, ma non posso fare a meno di sentirmi derubata di qualcosa. Perché so quanto IO sono stata male e quanto IO avessi bisogno di aiuto! Io non riuscivo ad alzarmi dal letto, e lui dov’era? Io ho perso tre anni di vita e so che è solo colpa mia, ma lui dov’era? Mi sarebbe bastata una telefonata ogni tanto, ma non c’è mai stato per me. I miei sentimenti per lui sono sempre stati sinceri e perdonatemi se lo ammetto senza vergogna, ma credo davvero che io meritavo tutto quello che ha avuto lei; tutta quella dedizione, tutta quell’abnegazione, spettavano a me soltanto e mi faceva infuriare il pensiero che lui fosse stato tanto cieco e tanto stupido da donarle a una persona così arida e cattiva e non a me. Ovviamente questo non ho mai avuto il coraggio di confessarglielo ma gli facevo notare le incongruenze di cui sopra e invece di prenderne atto e fornire finalmente una versione che avesse un senso, G. tentava di zittirmi dicendo che ero ancora troppo legata al passato, mentre lui era andato avanti, anzi, per la precisione “troppo avanti” rispetto a me.
A: «Sai com’è, io non ho ricevuto nessun aiuto, me la sono dovuta vedere da sola, completamente.»
Sì, lo ammetto, a volte davo delle risposte davvero acide. Nutrivo ancora troppo rancore per il modo in cui mi aveva abbandonata e per questo avevo bisogno di parlarne, perché solo parlandone avrei potuto esorcizzarlo e liberarmene. Giuro che tutto quello che volevo era liberarmene! Ma lo ascoltavo mentre diceva che aveva finto tutto il tempo, che non mi aveva mai dimenticata, che aveva sempre voluto ricontattarmi e che addirittura non era riuscito ad essere felice mai, neanche nei momenti più belli, perché continuava a pensare che al posto suo, al posto di X, ci dovevo essere io… E mentre lo ascoltavo dire questo, io non smettevo di pensare che non era possibile, che nessuno si priva così a lungo dell’amore della sua vita, quando lo riconosce, e non riuscivo a credere alle sue parole. Una volta mi ha detto: «Tu non sai accettare le cose belle.» dando per scontato che tornare dopo tre anni e dirmi “Ti amo” e poi sparire per settimane intere fosse bello. Ogni volta che mi salutava, io sapevo che ci saremmo sentiti ancora… Visti chissà quando, ok, ma sapevo che ci saremmo sentiti… Eppure una parte di me percepiva sempre una strana sensazione… Come una previsione di abbandono. Lui diceva “Ciao” o “Buonanotte” e a me sembrava di sentire “Addio”.
«Hai paura di me?» mi ha chiesto una sera.
«Sì» gli ho risposto.
«Hai paura che sparisca? Ma io non vado via, io non ti lascio. Ti voglio. Dammi il tempo di dimostrartelo.»
Ma di quanto tempo aveva bisogno, esattamente? Siamo stati insieme per mesi e non l’ha mai fatto. Io volevo sentirmi al sicuro, protetta. Con lui mi sentivo sempre sull’orlo del baratro e sapevo bene che se fossi caduta, lui non mi avrebbe presa. Ci siamo visti così poco… Ecco, credo che parte del problema fosse proprio la mancanza di contatto. Credo davvero che se ci fossimo visti più spesso, se ci fossimo vissuti sul serio e non ci fossimo limitati al telefono, io mi sarei sentita più tranquilla. Più che dirmi che mi amava, avrebbe potuto dimostrarmelo correndo da me quando mi sentiva scettica, abbracciandomi e rassicurandomi. A me bastava poco, giuro, proprio poco per sciogliermi come neve al sole. Mi bastava che mi guardasse e mi sorridesse e se l’avesse fatto più spesso io non avrei avuto bisogno di tartassarlo con le mie domande. Era nell’attesa che rimuginavo, era nell’attesa che dubitavo e i suoi comportamenti incostanti lasciavano molto tempo all’attesa. Così, appena ne avevo l’occasione, tornavo ad affrontarlo e a cercare una chiarezza che mi serviva; ne avevo bisogno, perché altrimenti non avrei proprio potuto fidarmi di lui. Gli ho detto che se era riuscito a fare a meno di me per tre anni, poteva riuscirci ancora e io ero terrorizzata da questa possibilità, ecco perché volevo sapere come aveva fatto, volevo proprio una spiegazione logica, anche se può sembrare assurdo. Mi ossessionava la certezza di mancare in qualcosa, di non essere abbastanza, mi ossessionava il paragone con X. Tra loro era finita ma ai miei occhi lei era pur sempre “quella che l’aveva avuto al posto mio”, quella che aveva preferito a me e volevo capirne il motivo.
A: «Cosa aveva in più?»
G: «Ma niente, semmai aveva qualcosa in meno.»
A: «Allora come hai fatto a starci insieme tutto quel tempo?»
G: «Ho finto.»
A: «….Cosa ti piaceva di me?»
G: «……»
A: «Allora cosa non ti convinceva? Perché qualcosa c’era, altrimenti non saresti andato via.»
G: «Forse non volevo una storia importante.»
O____O
A: «Ma subito dopo ti sei messo con X e ci sei rimasto due anni e mezzo! Avevate la fedina!»
G: «…….»
Niente da fare, potevo anche disintegrarmi il suddetto cranio con un piccone, G. sarebbe sempre rimasto a guardare senza nemmeno provare a fermarmi. Una volta ha detto che “i miei dubbi erano stupidi” e che non aveva intenzione di perdere tempo a togliermeli, ma se solo mi avesse concesso un briciolo di sincerità, se solo mi avesse spiegato come stavano davvero le cose, se solo avesse scelto un’unica versione, sarebbe bastata una volta, solo una volta e non avrei più avuto bisogno di scavare. Purtroppo non ha voluto e dopo l’ennesimo litigio mi sono arresa a restare nel dubbio. Un dubbio stupido, forse, ma tant’è. Vedete, io avevo bisogno di capire da dove venivamo, prima di poter immaginare dove saremmo potuti andare, ma per lui il passato era un tabù. Lui era andato avanti, anzi, “troppo avanti”… Giusto? Sbagliato. Perché quando discutevamo e non sapeva come uscirsene pulito, mi rinfacciava il mio sbaglio di tre anni prima e mi lasciava a bocca aperta. Mi riferisco a M, quell’essere disgustoso che mi aveva distratta da lui, il mio sbaglio più grande, la mia più grande vergogna. Bastava che si innervosisse appena e lo sentivo dire: «Perché, tu ti sei comportata bene tre anni fa?»
Mi diceva che se non si apriva con me era perché non riusciva a fidarsi, era perché gli avevo lasciato un brutto ricordo dopo quello che avevo fatto (e che diavolo avevo mai fatto?!) e non riusciva a lasciarselo alle spalle. Ma non aveva detto di essere andato avanti?
A: «Allora non ero l’unica ad aver bisogno di parlare di quello che è successo! Allora lo vedi che aveva senso?! Neanche tu l’hai superata, se riapri il discorso in questo modo, rinfacciandomi una cosa per cui mi sono già scusata a sufficienza!»
Mi ero scusata eccome… Di più, gli avevo raccontato quanti modi avevo trovato per punirmi, in tutto il tempo passato chiusa in casa… Gli avevo raccontato quanto male mi ero fatta e quanta vita avevo perso per espiare una colpa che oggi mi appare minuscola ma ieri… Oh, quanto era grave e deprecabile ai miei occhi. Per questo è sempre stato meschino da parte sua tirare di nuovo in ballo il mio senso di colpa, giocarci a suo piacimento, usarlo all’occorrenza, quando non sapeva come mettermi a tacere, per questo ogni volta che lo vedevo affondare il coltello nella piaga perdevo un po’ di stima per lui. Era troppo facile, facile e crudele.
A: «Ma va bene, rinfaccia pure! Magari! Rinfacciami tutto! Non vedo l’ora di sentirti dire quanto schifo ho fatto, almeno elabori! Tu, con la tua nonchalance, con il tuo atteggiamento “che ce ne fotte del passato, andiamo a bere”, volevi farmi credere di essere l’unica a trovarlo importante, ma non è vero!»
Quando gli ho detto questo, lui si è ammutolito di nuovo. L’ho sfidato a lapidarmi, se poteva servirgli a qualcosa, e lui non si è mosso. Non ha avuto il coraggio di rinfacciarmi un bel niente, quindi non si è sfogato, quindi non ha elaborato, quindi eravamo punto e a capo. Come sempre. A quel punto ero esausta. Moralmente, però, non fisicamente. Ero stanca del suo tergiversare, dei suoi silenzi comodi e codardi, del perenne ostruzionismo, ero stanca della sua mancanza di polso e di interesse verso la mia esigenza di chiarezza. È stato allora che mi sono arresa. Gli ho promesso che non avrei più parlato del nostro incerto, confuso e ingombrante passato, mai più. Una delle tante cose su cui, a malincuore, ho dovuto cedere. Verso la fine della nostra storia, G. mi ha accusata di essere autoritaria e si è rammaricato di esser stato costretto a fare cose che non voleva fare. Io non so se è vero oppure se l’ha detto per costruirsi una ragione, ma ho cercato di spiegargli che mi sono sentita anch’io così, ché anche le sue non-reazioni mi hanno condizionata profondamente e che se mi avesse preso a schiaffi mi avrebbe fatto meno male di quando ostentava quell’odiosissimo atteggiamento menefreghista. Non so se mi ha capita, comunque non si è mai scusato. Né per questo, né per tutte le volte che mi ha lasciata sola ad aspettare un gesto che non è mai arrivato. Aveva un talento eccezionale nel disattendere le mie aspettative. Ad esempio a Natale. Il 23 Dicembre mi ha dato il suo regalo e mi ha detto che mi amava. Io stavo facendo i conti col mio scetticismo — stando ben attenta a non darlo a vedere — ma volevo crederci a tutti i costi e stavo quasi per riuscirci, poi ho dovuto fare un altro passo indietro. Il 25 non mi ha neanche chiamato, neanche per un saluto. In seguito ho saputo che sono stati giorni intensi per lui, o meglio, notti brave. Alla vigilia è rincasato alle 9 del mattino, a Natale alle 7. Mi ha detto di essere andato ad alcune feste assurde, dove c’era persino la coca sul tavolino, a disposizione di chi volesse usufruirne. Mi ha detto che non l’ha toccata e io ci credo pure, ma non è questo il punto. Ogni volta che usciva con me mi faceva pesare la strada che aveva dovuto percorrere, perché non abitiamo proprio vicini. Suo padre lo chiamava in continuazione, preoccupato, del tipo “quando torni? è tardi, quando torni?” e invece quando era con i suoi amici poteva tornare alle 9 del mattino e nessuno faceva una piega. E in tutto questo folleggiare, neanche due minuti per mandarmi un messaggio. E a capodanno, poi… A capodanno ha toccato il fondo. Dovevamo andare a Londra, dovevamo andare a Roma, dovevamo fare un sacco di cose e alla fine? Non mi ha neanche fatto gli auguri. Adesso, sia chiaro, a me degli auguri non importa proprio niente, figuratevi. Ma sono un simbolo, a Capodanno gli auguri te li fa pure il salumiere, come non aspettarseli dalla persona che ti ha appena detto “ti amo”? E invece niente. È vero, qualche giorno prima avevamo discusso, ma che vuol dire? Almeno un messaggio me lo poteva mandare. Tenevo tanto a quel capodanno. Chi ha letto il mio blog prima di oggi, sa che del Natale e di qualsiasi altra festa religiosa mi frega meno di zero. Ma il Capodanno è diverso e non solo perché non ha radici religiose. Non so per quale motivo, ma la prima notte dell’anno è sempre stata importante per me e l’ho sempre aspettata con molta serietà. Volendo fare della psicologia spicciola, probabilmente mi lascio influenzare da quella storia di “anno nuovo, vita nuova” o una cosa del genere, come se riponessi davvero fiducia nello scoccare della mezzanotte. Una parte di me — la parte irrazionale — spera sempre di poter lasciare una vita intera di fallimenti alla notte, di incatenarla al buio e di vederla svanire lentamente alle prime luci dell’alba. Una parte di me — la parte sciocca — spera sempre di poter risorgere all’alba dell’anno nuovo. Negli ultimi anni, però, c’era una immagine che mi tormentava. Era solo nella mia testa ma non voleva lasciarmi in pace e per ucciderla dovevo berci su. Era sempre la stessa scena, come ripresa da una telecamera, vedevo G. sotto un cielo nero e senza nuvole, X era al suo fianco. Qualcuno contava alla rovescia, meno tre, meno due, meno uno e alla fine tutti urlavano la loro gioia, si abbracciavano, brindavano… A quel punto uno spettacolo di fuochi d’artificio aveva inizio, colore ovunque, G. si girava verso X con quel suo sorriso dolce, le diceva piano “Auguri, amore” e la baciava. Ogni anno, sempre la stessa scena. Se non volevo esplodere davanti a tutti dovevo sedarmi e così facevo, tracannando qualsiasi cosa mi trovassi davanti, così, stordita e nauseata, potevo congedarmi il prima possibile e correre a casa, appoggiare la testa esausta sul cuscino e perdere i sensi. L’ultima cosa che volevo era vivere un capodanno uguale, ecco perché ci tenevo tanto a passarlo con lui. In quel periodo ci ho ripensato e ho rivisto la stessa scena, lo stesso cielo nero e senza nuvole, la stessa baraonda in sottofondo e gli stessi spettacolari fuochi d’artificio, poi al meno uno ho visto G. voltarsi a guardare una ragazza avvolta in una sciarpa bianca e dirle piano “Auguri, amore” e quella ragazza ero io. Ero finalmente io. Per un po’ l’ho ritenuto possibile, poi è stato evidente che non era ancora arrivato il mio momento. G. ha approfittato di una discussione come tante per togliersi di torno ed essere libero di passare il capodanno come gli pareva, con chi gli pareva, presumo con i suoi amici tossici da qualche parte giù in città. E a me non è rimasto altro da fare che continuare la tradizione, ho bevuto, ho stordito i sensi, sono andata a dormire molto presto e molto presto mi sono svegliata. Ho provato a riaddormentarmi ma invano. Era ancora tutto buio, fuori, quando mi sono arresa e sono andata a sedermi sul divano a guardare la tv. La notte di capodanno, sul divano a guardare la tv. Le immagini sullo schermo, lo sguardo inespressivo e statico. Non era questo il modo in cui doveva andare.
Se pensate di aver letto la cosa più patetica del mondo, andate avanti, vi sorprenderete.
Chiunque al posto mio avrebbe tagliato i ponti con una persona così, qualunque donna con un briciolo di amor proprio. Ma pure io, eh!, che sono molto orgogliosa, non l’avrei mai richiamato, mai! Ma il primo Gennaio avevamo un appuntamento fissato già da un po’… Qualche tempo prima avevo scoperto che Bach è il compositore preferito di G. e quando ho letto che un famoso pianista avrebbe fatto tappa nella nostra città per suonare proprio quel repertorio, mi sono precipitata a prendere i biglietti. Già ci vedevo, tutti eleganti, seduti tra donne raffinate con lo chignon e gli orecchini di perle e uomini distinti in abito nero, completamente assorti, rapiti da una musica senza tempo. Volevo tanto regalargli una serata da sogno, qualcosa di cui in seguito avremmo riparlato sorridendo e sospirando. Tenevo talmente tanto a quella serata che non ho potuto evitarlo: l’ho chiamato. Quella non è stata la prima volta che ho messo da parte l’orgoglio per lui, ma è stata sicuramente la più sfacciata e ridicola. Sul serio, se adesso ridete di me lo capisco.
I miei genitori erano ospiti a casa di una zia, le mie sorelle erano in giro, io sono rimasta a casa da sola perché non riuscivo a pensare a nient’altro. C’era così tanto silenzio che non potevo non sentire, lei, la solita vocina che mi diceva di non chiamarlo, di non osare! “Che si fotta, lui, il pianista, Bach e tutto il mondo. Non-chiamarlo!”
Ma poi ho sentito un’immensa tristezza e ho pensato a tutti gli sforzi che avevo fatto fino a quel momento. A tutte le parole delle mie amiche, quelle che dicevano che l’orgoglio non paga mai e che, anzi, ci impedisce di vivere spontaneamente… Spontaneità… Quante volte l’avevo accusato di non sapere cosa fosse, quante volte ne avevo fatto il mio vessillo… Non potevo cedere alla parte più buia di me, al rancore. Lui stava rischiando di rovinare tutto e non potevo permetterglielo, quindi mi sono armata di coraggio e ho composto il suo numero. Volevo invitarlo a casa mia, passarci insieme qualche ora, parlare di quello che era successo e poi farmi bastare le sue solite scuse, timide e appena accennate. Dopodiché mi sarei solo dovuta infilare il tubino nero che avevo comprato apposta per l’occasione e le scarpe col tacco che qualche giorno prima avevo cercato fino allo stremo. Chi non mi conosce non ha idea di quante cose strane abbia appena scritto. Prima di tutto, io non metto i tacchi da… Da sempre. Poi, il tubino? I miei hanno perso la voce per anni a furia di consigliarmi un abbigliamento più femminile ma i vestiti, per me, avevano il solo scopo di nascondere i miei mille difetti e mai e poi mai avrei indossato una gonna! Ma la cosa più strana che ho scritto e di cui chi non mi conosce non si è accorto è l’invito a casa. Per questo dobbiamo fare un passo indietro, ma sarò breve: io non ho mai invitato nessuno a casa mia. No, non è corretto, alle elementari ho ricambiato l’invito di un paio di compagne di classe per giocarci insieme, ma non fa testo perché ero troppo piccola, non ero niente ancora. Da quando sono diventata me e specialmente da quando mi sono ammalata di depressione ho cominciato a vedere “casa” come un rifugio dal mondo esterno. No, neanche questo è corretto, o meglio, non è completo. Non era solo questo, spesso “casa” significava “prigione”, o “trappola” e starci mi asfissiava ma era pur sempre la “mia prigione”, la “mia trappola” e a nessuno era consentito oltrepassare quella soglia, nessuno che venisse da fuori. Ho frequentato le case degli altri, certo, ma nessuno poteva entrare nella mia. Durante la fase più acuta del mio malessere — quei lunghi tre anni di cui vi sarete stancati di leggere — è successo che un’amica di vecchia data si è autoinvitata da me. Ora, io sono abbastanza abile a svincolarmi dalle proposte ipotetiche e spegnerle prima che diventino specifiche, ma quando malauguratamente lo diventano, non so più cosa fare. Di solito accetto perché odio sembrare sgarbata, ecco perché di solito preferisco avere pochi contatti con le persone, sennò poi manifestano la volontà di interagire con me a lungo. Questa mia cara amica disse: «Quando posso venire da te? Passiamo tutto il giorno insieme. La settimana prossima? Che hai da fare l’8 Agosto?» e a me non restò altro che dire: «……….Niente… Ok….»
Non fraintendete, io la adoravo e la adoro tutt’oggi, ma a guardarla andare da una stanza all’altra o semplicemente sedersi alla mia tavola non potevo fare a meno di pensare “Che cosa ci fa qui, nel mio spazio?”. Questo perché quello spazio era l’unico in cui mi muovessi da così tanto tempo che ne conoscevo ogni dettaglio e in parte mi angosciava e in parte mi rassicurava, quindi un elemento nuovo inserito in quel contesto mi spiazzava e a tratti mi irritava pure. Da quando vedevo G. ero migliorata, non ero più in quella fase acuta ma comunque ero rimasta restia a fare inviti. Fino a quel giorno. Quel giorno ho pensato che aprirgli la porta di casa mia fosse necessario per dare una svolta alla nostra storia perennemente in bilico. L’ho chiamato col cuore in gola e ha risposto sua madre, la quale mi ha informato della sua ennesima notte brava e dell’orario assurdo in cui era rincasato. Mentre parlavamo s’è avvicinata al suo letto e l’ha svegliato, lui ha preso il telefono e con una voce distrutta mi ha salutata, senza un briciolo di entusiasmo, nonostante non ci sentissimo da giorni. Mi sono sentita in colpa per averlo disturbato e gli ho detto che avrei aspettato una sua telefonata, quando si fosse svegliato del tutto, perché volevo chiedergli una cosa, una cosa che gli avrebbe rubato poco tempo. Lui mi ha liquidata in fretta e si è rimesso a dormire, io non sapevo cosa fare e ho deciso di pulire da cima a fondo la casa, molto in disordine per i festeggiamenti della notte appena trascorsa. Ho passato tutta la prima parte della giornata a farmi il proverbiale mazzo, senza sapere neanche se avesse un senso. Per ore intere mi sono chiesta che stesse facendo, perché non mi richiamasse e per tenere le mani lontane dal telefono ho strofinato e lavato qualsiasi cosa mi capitasse a tiro, finché non è rimasto niente da pulire e ho guardato l’orologio; erano le 16:30 e il concerto, se mai avessimo deciso di andarci, sarebbe cominciato alle 21. Se volevamo avere il tempo di parlare e di riappacificarci, doveva sbrigarsi, così l’ho richiamato. Stava ancora dormendo.
A: «G, sto aspettando…»
G: «Eh, lo so, però… Va be’, ma tu hai detto che vuoi chiedermi una cosa breve, che ci vorrà un minuto. Cos’è?»
Ecco, “vaffanculo” sarebbe stato troppo poco! Quella sufficienza, quell’arroganza, mi ha fatto sentire minuscola! Per la serie “muoviti, dimmi ‘sta cosa e poi lasciami tornare a dormire”. Non so come ho fatto ma sono rimasta calma, non volevo vanificare tutto e ho fatto il mio invito. Sono stata stupida, però, perché ho dato per scontato che potesse capire lo sforzo che stavo facendo. Non gli avevo mai spiegato perché, ma gli avevo detto che non amavo far entrare le persone a casa mia e ho dato per scontato che davanti a un invito fatto da me in persona sarebbe scattato in piedi con gli occhi sgranati e avrebbe detto: “Sì, arrivo immediatamente!” Ma G. non è molto empatico già di suo, figuriamoci quando sta smaltendo i postumi di una sbornia. Ha bofonchiato qualcosa, senza un briciolo di calore, tipo che sarebbe venuto dopo essersi riposato o giù di lì. Alle 19 mi ha richiamata e, come se niente fosse, ha detto: «Ale, ma noi dobbiamo andare al concerto!»
Sicura di conoscere già la risposta, ho chiesto: «Dove sei?»
Non ci crederete: era ancora a casa e stava appena iniziando a prepararsi. Non c’erano parole. Aveva intenzione di passare a prendermi appena in tempo per andare al concerto, ma con quale spirito ci saremmo andati? Era evidente che c’era tanto di cui parlare, anzitutto doveva spiegarmi come diavolo aveva potuto sparire ancora una volta e soprattutto lasciarmi sola a capodanno! Era per quello che l’avevo invitato, per avere uno spazio tranquillo in cui ascoltarlo e sforzarmi di capire le sue motivazioni. Dopodiché potevo pure andarci, a ‘sto concerto, ma con l’animo disteso. Solo che per ottenere ciò, avevamo bisogno di un po’ di tempo e lui l’aveva sprecato tutto a dormire! Non aveva capito niente, non aveva apprezzato niente, così ho sbottato: «Ci vai da solo al concerto! Io non ci vengo, in queste condizioni!»
Avevo iniziato quella telefonata con un tono volutamente pacato e giuro che ho provato davvero a mantenerlo, ma a un certo punto non ho più potuto. Lui mi ha sentita sconvolta e solo a quel punto ha capito che ci stavo male, così s’è precipitato a casa mia, mentre ormai ero in preda alla rabbia più nera. Se avessi immaginato quella reazione, mai e poi mai avrei fatto quello stramaledetto invito. Dovevo dare ascolto alla fottuta vocina e tagliarmi le mani, piuttosto che chiamarlo.
Quando ha suonato il campanello ho capito che era arrivato il momento che avevo tanto atteso e al contempo temuto: quello cui gli avrei aperto la porta di casa mia. L’avevo immaginato per anni ma era sempre diverso da come è stato in realtà. Sognavo che l’avrei accolto con un sorriso, che gli avrei offerto un tè… Che ci saremmo messi ad ascoltare musica in camera mia, o a guardare un film sul divano, o che mi avrebbe aiutato a preparare i muffin o qualcosa del genere. Invece ha fatto tutto schifo. Appena ha suonato il campanello io ho aperto un po’ la porta, ho allungato la testa per guardarlo da quell’angolino e poi, istintivamente, l’ho richiusa. L’ho sentito ridere, segno che non aveva capito niente di niente. Ha suonato ancora, a quel punto l’ho fatto entrare, ma senza dire una parola. Aspettavo che mi chiedesse scusa, che mi chiedesse come stavo, che mi chiedesse qualsiasi cosa, che parlasse! Ma lui non ha detto nulla, ha preso solo a camminare lentamente avanti e indietro, finché non è tornata mia sorella e ho perso completamente le speranze. G. si distrae molto facilmente e in quel momento cercava solo una scusa. Non avrebbe potuto affrontare l’argomento con mia sorella e il suo ragazzo che schiamazzavano in cucina, no? Ottimo. Punto per lui. Una volta capito come si erano messe le cose, avevo due possibilità: restare a casa e vederlo tergiversare e poi andare via senza aver concluso niente o accettare di andare al concerto e cercare di salvare il salvabile. Sono andata in bagno a prepararmi e ne sono uscita che ero tutta in tiro, cosa davvero troppo insolita. G. mi ha guardata senza dire niente mentre mia sorella mi sollevava la zip del vestito sulla schiena. Me ne sono accorta e ho subito distolto lo sguardo perché mi intimidiva, ma me ne pento perché avrei tanto voluto vedere la sua faccia, notarci un’eventuale approvazione che non ho mai ricevuto, non da lui. Poi ho preso la borsetta, mi sono diretta verso la porta, ho salutato e sono scesa, lui mi ha seguita, muto come un pesce, siamo entrati in macchina e siamo partiti. Ogni tanto mi guardava e con la coda dell’occhio vedevo che sorrideva. Ho fatto finta di niente, continuando a guardare fuori dal finestrino. Lui ha rotto il silenzio dicendo: «Sei bella.»
Mi ha dato un attimo per reagire ma quando ha visto che non coglievo lo spunto, s’è affrettato a concludere la frase ostentando un tono fin troppo leggero, come per farmi capire che l’aveva detto così, tanto per dire qualcosa.
G: «Sei bella… Niente, lo stavo notando… E te l’ho detto.»
Io non avevo fatto una piega, è vero, ma solo all’esterno. La verità è che dentro ho sussultato, perché quella era la prima volta che me lo diceva.
Aveva la voce bassa, più bassa del solito, sembrava un ragazzino impacciato e per un attimo ho avuto voglia di sorridere di tenerezza, poi ho ricordato che ce l’avevo a morte con lui e ho tenuto duro. Ha fatto un timido tentativo di aprire il discorso, quando ha chiesto: «Sei arrabbiata perché non mi sono fatto sentire?»
Mi sono girata a lanciargli uno sguardo che avrebbe potuto trapassarlo, poi sono tornata a guardare il finestrino e lui si è ammutolito di nuovo. Durante il viaggio in auto nessuno parlava, io pensavo solo che era tutto molto triste e sbagliato, che dovevamo fare quella cosa, ok, la stavamo facendo, ma in che modo? Senza un briciolo di entusiasmo. Tanto valeva non farla proprio, non so perché mi sono prestata comunque. Guardavo l’orologio ed era tardi, molto tardi, non saremmo mai arrivati prima dell’inizio del concerto e infatti quello cominciava alle 21 e noi siamo arrivati solo alle 21:20. Ma non è finita lì! Il caso ha voluto che nel parcheggio lavorasse un vecchio amico della famiglia di G. e quando si sono riconosciuti hanno iniziato a parlare dei bei tempi andati e intanto le lancette correvano e G. continuava a ridere e scherzare come se fossimo capitati di lì per caso, come se non avessimo niente da fare. Io sono rimasta ferma e basita, vi ricordate la storia dell’implosione? Dentro di me era Hiroshima. Quando finalmente si è mosso di lì, ho preso a camminare velocemente, con scatti nervosi, e lui a seguirmi, pregandomi di calmarmi. Io non so camminare sui tacchi e sicuramente sono apparsa molto ridicola in quel momento, ma dovevamo sbrigarci. Continuavo a pensare alla sua flemma odiosa, ché se si fosse mosso da casa sua in tempi decenti, non avremmo avuto bisogno di correre. Mi ha offerto il braccio e l’ho allontanato in malo modo, poi per scavalcare un muretto mi si sono smagliate le calze e sono stata sul punto di urlare, ma per fortuna ho fatto solo un gesto di stizza.
G: «Ale, non fa niente, sta’ calma!»
Calma?! Come potevo stare calma? Avevo solo voglia di piangere, era tutto sbagliato! Avevo organizzato quella serata con tanto affetto e con tanta attenzione e stava andando tutto a rotoli e quando dico tutto intendo qualsiasi cosa! Siamo arrivati al teatro con più di mezz’ora di ritardo, pensavo già all’imbarazzo che avrei provato ad entrare in sala a quell’ora, notata da tutti, soprattutto perché avevo preso i posti in primissima fila; sarei morta dalla vergogna. Ma una volta arrivati allo sportello ci siamo resi conto che tutto taceva, non una nota, neanche il ronzio di una mosca. La tizia dietro il vetro, che poi era la stessa che mi aveva venduto i biglietti, mi ha guardata come per dire “povera scema!” e mi ha detto che il concerto era stato annullato! E che loro avevano messo la notizia sul sito e io avrei dovuto controllare ma che cazzo ne potevo sapere?! Tutto era andato in fumo, tutto era rovinato. In quel momento ho smesso di correre, è stato come se qualcuno avesse appena premuto un interruttore, i muscoli che prima erano in tensione di colpo si sono rilassati, il cuore è sceso giù fino ai piedi e ho trattenuto a stento le lacrime. Sono uscita dal teatro che non avevo neanche la forza di parlare, camminavo lentamente, per inerzia, con aria sconfitta e delusa, guardando a terra. G. ha detto che non importava, che potevamo restare in quella zona e farci un giro, ma io, con un tono monocorde che aveva poco di umano, ho risposto: «Voglio andare a casa.» Ha cercato di avvicinarsi, io l’ho scansato e ho detto, con un filo in più di enfasi: «Se mi tocchi, mi metto a urlare.» e poi, come prima: «Voglio andare a casa.»
Mi sono diretta verso l’auto con passo deciso e lui non ha più osato contraddirmi. Ci siamo fermati ancora mezz’ora a parlare con il tizio del parcheggio, o meglio, loro parlavano, parlavano, quanto parlavano, mentre io restavo zitta, impalata e infreddolita che cercavo di respirare profondamente e non dare di matto. Era evidente che non volessi stare lì, ma G. non mi degnava di uno sguardo e si comportava come se non ci fossi. Quando finalmente si sono salutati, siamo saliti in macchina e lì sono esplosa. Ovviamente non ho parlato solo del fallimento di quella serata e non solo del capodanno, ma di tutte le questioni irrisolte, della sua incoerenza, della sua incostanza, delle sue continue mancanze di rispetto e della sua assenza, la sua stramaledetta assenza reiterata. Lui mi ha ascoltato attentamente e ha annuito più di una volta, mi ha dato ragione su tutto e non ha aggiunto molto altro. Quando siamo arrivati sotto casa mia non avevo ottenuto le risposte che volevo, ma almeno mi ero sfogata. Mi sono presa un attimo per respirare, poi ho abbassato il tono in maniera vistosa.
A: «Che senso ha questa sottospecie di relazione che abbiamo?»
G: «In effetti così non ha senso…»
A: «Già…»
G: «Non è un bel periodo. Mia madre sta male, prende oppiacei tutti i giorni. Si droga per non sentire il dolore e io non riesco ad accettarlo. Non riesco ad essere triste, non riesco ad essere felice.»
Ok. L’aveva fatto. Quello che temevo… L’aveva fatto.
All’inizio non ho saputo come rispondere, perché l’ultima cosa che volevo era risultare offensiva. L’ho ascoltato con rispetto mentre si sfogava, mentre diceva che stava conducendo una vita dissoluta solo per distrarsi e non pensarci, mentre diceva che non me ne parlava mai perché non voleva che provassi provi pena per lui… Ho ascoltato tutto, ma poi ho provato a spiegargli che se aveva un po’ di stima per me, avrebbe fatto bene a rendermi partecipe della sua vita, delle cose belle ma anche delle cose brutte. Che io non avrei potuto fare niente per risolvere il problema di sua madre, ma avrei potuto dedicare a lui il mio tempo, tutto il tempo e l’attenzione che desiderava, che avrei provato a stargli accanto come già stavo cercando di fare, con la differenza che se mi avesse parlato apertamente avrei potuto farlo con cognizione di causa. Ho cercato le parole più giuste e misurate per spiegargli anche che il suo modo di affrontare la situazione non era maturo. Ottenebrarsi i sensi per non pensarci, ha un effetto solo momentaneo. Sua madre stava seguendo una cura e sarebbe anche potuta guarire, ma se era vero che aveva pochi anni di vita avrebbe dovuto viverseli diversamente, essendo presente, prendendo quello che di buono c’era ancora, in modo da sfruttare ogni singolo, preziosissimo istante.
A: «Lei è ancora qui, non è andata via. È ancora qui!»
Era ancora lì e di sicuro non amava assistere alla lenta discesa negli inferi di suo figlio, che di giorno restava in pigiama a fare zapping con sguardo assente e di notte frequentava chissà chi e tornava all’alba dopo aver fatto chissà cosa.
Lui mi ascoltava, annuiva, ma credo che dentro di sé pensasse “ma tu che ne sai?” e io non potevo fare altro perché poi è vero, che ne so? La verità è che siamo tutti impotenti davanti a queste cose. E forse è proprio perché non capivo davvero ciò che stava passando che ho insistito a parlare di noi, invece di dargli tregua. Gli ho chiesto scusa se mi permettevo di essere diretta, perché in quel momento mi sentivo davvero una stronza, ma ho detto anche che temevo la stesse usando come scusa. Il nostro rapporto altalenante non si poteva giustificare con questo, perché così si sminuiva. Era più complesso di così e se mi evitava, se mi ignorava, se non voleva parlare con me, il problema era evidentemente a monte, non riguardava sua madre.
G: «Capisco che possa sembrare una scusa, ma non lo è. Non so come farti capire che il problema non ce l’hai tu, ce l’ho io.»
Lì per lì è sembrata una frase da film di serie C, come quando il protagonista dice “Ti lascio perché ti amo troppo” o una roba del genere. Poi ha iniziato a fare un discorso strano, sempre nel suo modo criptico, si intende, ma alla fine mi è parso di cogliere il concetto principale. In sostanza ha detto che lui era pericoloso. Era molto serio mentre lo diceva, quindi l’ho ascoltato con attenzione. Gli ho chiesto cosa intendesse con “pericoloso” e per un po’ si è rifiutato di rispondere, a quel punto ho provato a spronarlo facendo della facile ironia: «Ma “pericoloso” in che senso? Tanto non puoi farmi più male di quanto me ne hai già fatto. A meno che non mi picchi. Che vuoi fare, picchiarmi?»
E lui ha ribadito che stava dicendo una cosa vera, più vera di quanto sembrasse.
A: «Cioè, pericoloso nel senso che domani puoi decidere di andare a schiantarti con la macchina in un muro? O che ti possono ritrovare dietro un cassonetto con un ago in vena?»
Lui ha detto che erano esempi probabili e io ho voluto credere che stesse enfatizzando per ridere di un macabro senso dell’umorismo. Poi ha continuato: «Anche io penso, come gli altri, che tu meriti di più. Per questo devi pensare bene a come sono fatto, devi valutare se ti conviene. Io sono così, sono squilibrato. Pensaci.»
A dire il vero mi ha un po’ infastidita, quell’avvertimento. Ho risposto che stava mettendo le mani avanti e non era un buon modo per iniziare. Sottolineare solo le difficoltà senza provare a superarle… Mi sono vista di lì a un anno, tipo, a dirgli: “G, non ce la faccio ad andare avanti così!” e lui a rispondere: “Che vuoi, io te l’avevo detto che dovevi fare bene i tuoi conti.”   Non mi è piaciuto, l’ho trovato troppo facile e soprattutto vile. Così ho deciso che avrei scoperto le mie carte, sperando di convincerlo a fare lo stesso.
A: «Tu devi capire che ci sei sempre stato, dentro di me. Era tutto per te. Per esempio ad Agosto non partivo perché tu avresti potuto chiamare da un momento all’altro e io volevo essere pronta. I miei non ci sono mai ad Agosto, ti avrei detto: “Ho la casa libera. Prepara una borsa e vieni a stare qui da me”. Tu non hai chiamato, ma se l’avessi fatto è questo che t’avrei detto perché io non aspettavo altro. Quando ho deciso che avrei tappezzato la mia stanza di poster, ne ho fatto uno con la copertina di Glósóli perché tre anni fa ti avevo detto che quella è la tua canzone… L’ho appeso per averti almeno sul muro, per svegliarmi la mattina, trovarti lì e pensare a te. Ho vissuto la mia vita in funzione tua anche mentre non c’eri e mentre tutto lasciava pensare che non saresti tornato. Posso farlo anche adesso che ci sei. So che rimando indietro di decenni la condizione della donna, ma io non basto. Non posso vivere per me, ho bisogno di qualcuno a cui pensare. Le nostre bisnonne femministe si staranno rivoltando nella tomba, lo so, ma è quello che penso: io da sola non sono sufficiente. Se c’è da affrontare un problema, prima di trovare la pace, io sono pronta, voglio farlo. Ma devo capire se anche tu lo vuoi.»
G. è rimasto un attimo in silenzio, poi ha detto che non voleva perdermi. E così ho proseguito, dicendo che nessuno sarebbe riuscito a farmi cambiare idea, né le mie amiche — che lo odiavano — né lui stesso, con i suoi avvertimenti, con i suoi “pensaci bene!”. Non sapevo se fosse solo spirito di contraddizione o… Amore… Non lo sapevo, sentivo solo che neanche io volevo perderlo, non in quel modo, non in quel momento e che avrei fatto di tutto per evitare che succedesse.
Ad un certo punto si è sentito male, diceva di avere delle fitte al cuore e non respirava bene. Gli ha preso una specie di attacco di panico ed è uscito dall’auto per provare a riprendersi. Io lo guardavo senza poter fare niente e pensavo a cosa poteva avergli scatenato quella reazione. G. non è abituato a parlare di sé, non è abituato a scoprire l’anima. Credo di averlo messo in seria difficoltà tutte le volte che gli ho fatto certe domande e tutte le volte che gli ho fatto certi discorsi e forse in quel momento aveva somatizzato l’ansia, non lo so, non parlava più. Quando è rientrato non stava meglio. Mi si è appoggiato addosso, così ho accolto la sua testa sul mio seno e gli ho chiesto di imitare il mio respiro per calmarsi. All’inizio non ci ha neanche provato, poi pian piano c’è riuscito. Quando è stato in grado di controllare il suo stesso respiro, si è sentito meglio e mi ha detto: «Quando sto con te sto bene, sono felice.» Mi sono chiesta perché allora non faceva in modo di starci più spesso, con me…
Quella serata era partita malissimo ed era andata sempre peggio, fino al punto che per un attimo ho creduto davvero che sarebbe stata l’ultima. Ma poi lui si è aperto un po’, quel tanto che bastava a lasciarmi intravedere un accenno di umanità e io l’ho trovata stupenda e non ho avuto dubbi su quello che volevo: stare con lui, con lui e basta.
Dopo quella sera, G. è sembrato più sereno per qualche giorno e io ho iniziato a pensare che potevamo trovare un equilibrio e forse se avessimo avuto più tempo ci saremmo anche riusciti, ma era arrivato il momento della sua partenza per Roma. Il famoso 5 Gennaio… Era stato per mesi come la spada appesa sopra la testa di Damocle e alla fine il filo s’era spezzato. Non avevo assolutamente idea di come avremmo affrontato la separazione forzata ed ero spaventatissima. G. di certo non mi ha aiutata continuando ad anticipare il trasferimento e soprattutto la sera dei saluti. In un altro post vi avevo anticipato che è stata molto deludente, ebbene: sabato 4 Gennaio dovevamo vederci di pomeriggio ma, come al solito, non mi ha chiamata per fissare un appuntamento preciso. Il mio cellulare ha squillato solo la sera e, fa niente, ci ho messo poco a prepararmi, ma poi è stata solo attesa. Ho già scritto “come al solito”? Ecco. Mi ha chiamata alle 23:30 e mi ha detto che stava tardando perché era passato prima a salutare un amico, come se potesse farlo solo a quell’ora, come se non avesse avuto tutto il giorno a disposizione.
“Ale, sta’ calma, è la sua ultima sera a Napoli. Avrà tante persone da salutare, non importa se vengono tutte prima di te e tu sei l’ultima tappa della sua giornata.”
A mezzanotte mio padre era ancora sveglio e, siccome mi vedeva girare per casa con il cappotto addosso, mi ha chiesto: «Ma com’è possibile che venga a prenderti sempre così tardi? Ma non ti sembra una mancanza di rispetto, di considerazione…?»
Mio padre aveva ragione da vendere, ma non potevo dirlo. Quando G. è arrivato, alle 00:15, avrei dovuto dirgli di invertire la rotta e tornare a casa sua, se lo sarebbe meritato tutto, ma continuavo a pensare “ultima sera a Napoli, ultima sera a Napoli” e sono scesa lo stesso. Siamo andati in un locale troppo illuminato per i miei gusti e abbiamo preso una cosa da bere, ma col senno di poi sarebbe stato meglio non vedersi affatto. Si è accorto da subito che qualcosa non andava, che ero triste e preoccupata, ma non ha mai toccato l’argomento, mai neanche una volta. Ha preferito fare quello che faceva sempre quando non sapeva che dirmi, ossia parlare dei suoi amici, di gente che non conosco affatto e che non ho mai visto in vita mia. Io ho a stento camuffato il mio stato d’animo, sorridevo un po’, dicevo “mh-mh” e mi sforzavo di trovarlo interessante ma non riuscivo a tenere la posa per più di qualche secondo e così mi giravo a guardare quello che avevo intorno, qualsiasi cosa pur di non incontrare il suo sguardo. Se n’è accorto, sì, ma non ha fatto niente. Mi ha detto che doveva ancora preparare la valigia, ma ci pensate? Doveva partire entro poche ore e non aveva ancora preparato la valigia! Questo ci ha fornito un pretesto per darci un taglio, così mi ha riaccompagnata a casa e ho pensato: “grazie a Dio!”. Ero triste al pensiero di salutarlo ma per come stava andando non aveva senso rimandare ancora. Lo sentivo già troppo distante, era ancora lì, davanti a me ma era già distante ed era uno strazio. Credo che siamo stati insieme un’ora, minuto più minuto meno, un’ora durante la quale è stato ben attento a tenere il suo corpo lontano dal mio, non mi ha abbracciato neanche una volta. Quando mi ha salutato mi ha dato un paio di bacetti a stampo che non avevano senso, poi è andato via, lasciandomi il dubbio che fosse venuto solo perché sentiva di doverlo fare, non perché lo voleva. Pochi minuti dopo avermi lasciata mi ha chiamata per dirmi che già gli mancavo e io ho alzato un sopracciglio in segno di scetticismo, naturale conseguenza di una serata — un’ora si può definire una serata? — tanto triste. Per fortuna non ha potuto vederlo, altrimenti avrebbe attaccato di nuovo con la storia di me che non so accettare le cose belle, che sono troppo pessimista eccetera eccetera. Ho risposto che anche lui mi mancava già e ho evitato di aggiungere che aveva cominciato a mancarmi già mentre eravamo al locale, perché eravamo seduti sullo stesso divanetto ma sembrava ci fosse un continente tra noi. Ci siamo chiesti come avremmo fatto con la distanza ma la verità è che non potevamo trovare una risposta a quel quesito, dovevamo solo aspettare e vedere. Nel frattempo io mi stavo preparando per la sorpresa del 7 Gennaio, ne avete già letto.
Nonostante la sua incapacità di mettermi a mio agio, quella notte mi sono addormentata “solo” un po’ delusa, ma non arrabbiata o disperata. Stava per iniziare una nuova fase del nostro rapporto, una fase in cui probabilmente alcuni nodi sarebbero venuti al pettine. Ero lucida, avevo paura ma mi sentivo anche determinata. Sapevo che mi sarei dovuta impegnare molto e avevo intenzione di farlo, speravo solo che anche lui avrebbe fatto lo stesso. La sera del mancato concerto, dopo la sfuriata, quando gli animi erano un po’ più distesi, gli ho detto: «Se è vero che mi vuoi bene, smettila di trattarmi male.» e G. ha fatto un cenno con la testa che mi era sembrata una promessa. Ho sperato tanto che la mantenesse, ma G. non ha mai mantenuto una promessa in vita sua.

 

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G. ed io [pt.4]

Natale era alle porte. In quel periodo G. appariva particolarmente su di giri, era elettrico. Aveva degli atteggiamenti che non sempre capivo e che spesso mi lasciavano interdetta ma mi sforzavo di non farne un dramma perché volevo a tutti i costi che andasse bene. Negli anni precedenti al nostro riavvicinamento, ogni Natale era stato orribile. Mentre tutti mi festeggiavano intorno, io mi stordivo con il vino per non pensare a lui che apriva la porta di casa sua a X e la invitava a trascorrere le feste con la sua famiglia mentre io mi sentivo sola come un cane e andavo a dormire il prima possibile per accorciare l’agonia. Ma quell’anno sarebbe stato diverso, finalmente avrei avuto un Natale felice. Andavo a lavoro tutti i giorni e guardavo le vetrine illuminate e la città addobbata e mi accorgevo che tutto iniziava ad assumere un senso nuovo. G. mi ha fatto una sorpresa, una sera, ed è venuto a prendermi senza preavviso. Mi ha chiamato e mi ha detto che era sotto casa mia, al di fuori del grande cancello automatico che separa la zona condominiale dalla strada poco trafficata dove ci fermavamo sempre a parlare e poi a salutarci per ore e ore. Ho oltrepassato il cancello e ci ho trovato la sua auto parcheggiata al solito posto, ma dentro lui non c’era. Ho guardato prima a sinistra, poi a destra, ma di lui non c’era traccia. Finché non l’ho visto, in un angolo contro un muretto, ci si era nascosto per spiarmi mentre camminavo per raggiungerlo. Gli ho gettato le braccia al collo e l’ho baciato in preda a un’euforia evidente, poi mi sono allontanata quel tanto che bastava per guardarlo bene in faccia, la sua faccia perfetta, e godermi lo spettacolo. Lui ha distolto lo sguardo e ha voltato la testa, poi mi ha chiesto: «Perché mi guardi sempre così?»
A: «Così, come?»
G: «Con quegli occhi…»
A: «Quali occhi?»
G: «Quelli lì… I tuoi.»
A: «Con quali altri occhi dovrei guardarti?»
Neanche lui sapeva come spiegarlo, ma col senno di poi credo di aver capito cosa voleva dire. Credo che abbia sempre trovato i miei occhi troppo grandi e che gli facessero un po’ paura. Credo che quando lo fissavo si sentisse nudo, come se i miei occhi enormi riuscissero a vedere qualcosa che aveva sempre cercato di tenere nascosto a tutti e che si sentisse spaventato da questo. Ecco perché, in tutto il tempo che siamo stati insieme, le volte che mi ha guardato dritto negli occhi si contano sulle dita di due mani, ecco perché la maggior parte delle volte mi concedeva solo il suo profilo. Quella sera, comunque, ha detto che voleva chiedermi una cosa, ma quando gli ho chiesto cosa non ha avuto il coraggio di continuare. Allora mi sono avvicinata e gli ho detto che forse, se non avesse avuto i miei occhi invadenti puntati in faccia, sarebbe stato più semplice per lui esprimersi. Eravamo guancia contro guancia quando mi ha detto, a voce bassa: «Ti volevo chiedere se mi ami.» Ebbene, è stato meglio essere in quella posizione, altrimenti mi avrebbe visto fare più o meno questa faccia –> O_O
In quel momento non ho saputo cosa dire, so solo che mi ha preso il panico e ho cercato di non darlo a vedere. A differenza sua, io sono molto loquace, fin troppo. Parlo sempre, giuro, ed è raro che non trovi le parole per esprimere ciò che penso. Quando resto zitta è il segnale che qualcosa sta succedendo dentro di me, possono essere esplosioni devastanti di bombe atomiche o magnifici fuochi d’artificio, dipende, ma è sempre qualcosa di forte. Quando parlo di qualcosa che mi colpisce magari mi agito molto, gesticolo, a momenti balbetto pure, ma tutto sommato è ancora una condizione gestibile, finché reagisco esteriormente va ancora tutto bene. Ma quando resto zitta e ferma significa che sto per avere una crisi. Con gli anni ho imparato ad implodere silenziosamente per limitare i danni, così nessuno si è mai ferito, certo, ma dentro di me era un paesaggio di guerra. Quella domanda mi aveva sconvolto e non ho potuto rispondere quindi, dopo l’ennesima implosione, ho sorriso e ho cambiato discorso ma quando mi sono ritrovata da sola nel mio letto ho iniziato a pensare. Lo amavo? Sembrava di sì, insomma, cos’altro a parte l’amore avrebbe potuto tenermi legata a lui così a lungo mentre neanche lo vedevo o lo sentivo? Per tre anni era stato il mio pensiero fisso, significava qualcosa, no? Forse era amore, o forse era solo la cocente delusione subita, forse la mia malattia. Ma cos’era l’amore? Io non ne avevo mai avuto neanche la più pallida idea, nemmeno dopo aver guardato un’enormità di film, a colori e in bianco e nero, e ascoltato un’enormità di canzoni, a colori e in bianco e nero. Vedevo la maggior parte delle persone attorno a me giurarsi amore eterno dopo solo una settimana insieme e poi lasciarsi, odiarsi e giurare lo stesso amore eterno ad altre persone. E ci credevano pure. La velocità con cui pronunciavano quelle parole l’ho sempre trovata a dir poco colpevole e mi irritava. Ho visto mariti tradire le proprie mogli e fare discorsi disgustosi sulla distinzione tra sesso e amore e sulla presunta possibilità di vivere le due cose separatamente. Mi ha sempre dato il voltastomaco. Gli scienziati dicono che l’amore è nient’altro che uno squilibrio ormonale e dura da statistica tre anni, dopodiché i livelli di ossitocina si abbassano drasticamente e tutto si spegne. Questo riuscivo a capirlo. Mi rendeva triste, ma almeno aveva un senso. Ciò che non aveva senso era quella domanda, fatta quella sera, in quel momento, dopo appena un mese di frequentazione. Non stavamo neanche insieme, voglio dire… Lui non me l’aveva ancora chiesto. Veniva sotto casa e mi baciava ma non mi aveva ancora detto cosa voleva da me, cosa si aspettava da me. Ho evitato accuratamente l’argomento per tutto il tempo che ho potuto, fingendo che non l’avesse mai sollevato, ma G. era strano, in quel periodo, era elettrico, come ho già scritto e non aveva intenzione di starsene buono ad aspettare. La sera in cui ci siamo scambiati i regali di Natale è tornato all’attacco, con quella sua sfrontata semplicità. Mi stava parlando della vita sregolata che conduceva da un po’ di tempo e del fatto che sua madre stava sempre a preoccuparsi e a raccomandargli di essere più assennato, se non altro più morigerato. Ad un certo punto mi ha guardata dritto negli occhi e mi ha chiesto: «Tu non cerchi di cambiarmi, vero?» e io: «No.» e lui, annuendo come per dire “Lo sapevo”,  ha risposto: «Anche per questo ti amo.»
“Ti amo”… Due parole così brevi e così facili da pronunciare… C’è chi se l’è sentito dire molte volte, io mai. Era tutta la vita che aspettavo quel momento e quando è arrivato non ho saputo fare altro che rimanere in silenzio. Implosione. Non credo che si aspettasse quella reazione, da parte mia, lui mi guardava e sorrideva sornione, come per dire “e allora? Non hai niente da dirmi?” …Sì, probabilmente si aspettava che gli rispondessi allo stesso modo, ma io zitta… Immobile. La verità è che mi aveva spaventato il suo tempismo e la cosa che più di tutte mi frenava era il dubbio che non fosse vero. L’aveva detto così presto… I miei tempi sono diversi, non potevo capire. Mi dispiace tanto, ma non potevo crederci. E tra l’eccitazione e la confusione è arrivata la doccia fredda. Il tirocinio sarebbe cominciato solo a Febbraio ma l’appartamento a Roma era già stato affittato a partire da Gennaio; l’aveva preso insieme ad altre quattro persone e due di loro, una coppia, avevano deciso che valeva la pena occuparlo da subito, per iniziare ad ambientarsi o solo per sfruttarlo, già che lo stavano pagando, o non lo so. Sta di fatto che io credevo di avere ancora un mese per abituarmi all’idea, ancora un mese per saperlo vicino, prima di rassegnarmi alla sua partenza e invece quel mese mi è stato rubato. Da cosa, poi? Mi sono chiesta molte volte cosa lo spingesse ad andare via prima del dovuto proprio mentre eravamo in quella fase così delicata. Avevamo appena iniziato a frequentarci e lui aveva appena iniziato ad aprirsi… Avrebbe dovuto desiderare di passare quanto più tempo possibile con me, prima di fare i bagagli per andare a vivere in un’altra città. Io non mi sono mai azzardata a fare obiezioni e ogni volta sorridevo e dicevo: «Oh, sono contenta. Sarà un’esperienza stupenda! Fanne tesoro.» e ci credevo, ve lo giuro un’altra volta, ma dentro di me una voce bisbigliava: “Hai visto? Fai bene a restare scettica. Ti ha appena detto che ti ama e già ti lascia. E per fare cosa?” Niente. Non aveva assolutamente niente da fare, a Roma, prima dell’inizio del tirocinio. Niente di niente. Perché ha deciso di partire un mese prima? Forse la risposta a questa domanda sta in una confessione che mi ha fatto un paio di giorni prima della sua partenza. Ha detto che aveva bisogno di allontanarsi da casa perché doveva interrompere subito la vita che stava conducendo, se non voleva fare una brutta fine, doveva cambiarla radicalmente. In più mi aveva fatto capire che non reggeva più la vista di sua madre malata, gli dilaniava il cuore. Io ho pensato che quest’ultima cosa in particolare fosse poco matura ma assolutamente umana e comprensibile e non ho osato ribattere. Forse cambiare aria per un po’ l’avrebbe davvero aiutato a riordinare le idee, a riconoscere le sue priorità e a capire come affrontare le difficoltà. Lo speravo così tanto…
Una sera eravamo al telefono e, tra il serio e il faceto, mi ha chiesto come ci saremmo dovuti regolare, sapete, con la storia della distanza… Io ci ho giocato un po’, perché mi divertiva l’idea di stuzzicarlo e restare a vedere come avrebbe reagito. Gli ho detto che, va be’, finché eravamo entrambi single, poteva succedere di tutto.
G: «Di tutto, cosa?»
A: «Ma non lo so, voglio dire… In fondo non stiamo insieme.»
G: «Ah, no?»
A: «Mah, veramente tu non me l’hai mai chiesto.»
G: «Ma sai, a me non piace mettere le etichette…»
A: «No, ma infatti, non mettiamo etichette, figurati. Però, sai, quand’è così… Può succedere qualsiasi cosa.»
G: «Ma perché… Tu hai intenzione di uscire con qualcun altro?»
A: «Al momento no. Ma non si sa mai… Potrei averne l’occasione. Perché, ti darebbe fastidio?»
G: «Certo che mi darebbe fastidio.»
A: «Be’, perché? Mica stiamo insieme?»
G: «Che c’entra?»
A: «C’entra, eccome.»
Non c’entrava proprio niente, lo sapevo, ma dovevo portare avanti la recita a tutti i costi! So che, alla luce di quello che avete letto fino ad ora, questa mia necessità può sembrare stupida o fuori luogo ma, credetemi sulla parola, il nostro rapporto era davvero confuso e altalenante e avevo troppo bisogno di una conferma da parte sua, volevo che mi chiedesse di stare con lui, ufficialmente. Purtroppo, conoscendolo, sapevo che avrebbe anche potuto non chiedermelo mai, abituato com’è a dare tutto per scontato, e a me non stava bene; io volevo che me lo chiedesse e che lo facesse come si deve! Così ho fatto finta di essere un tipo sfuggente e gli ho accennato con tono leggero alle “occasioni” che la vita ci presenta… Sapete, quelle “distrazioni” che possono succedere, di tanto in tanto… Falsa come una moneta da tre euro! Mentivo sapendo di mentire e mi divertiva troppo.
A: «Ma tu? Hai intenzione di uscire con qualcun’altra?»
G: «No.»
A: «Ma scusa, allora… Se tu non hai intenzione di uscire con nessun’altra e neanch’io… Tanto vale renderla ufficiale.»
G: «Non lo so… Ma che cambia?»
A: «Ah, cambia molto. Se non c’è un accordo esplicito, non si è mica tenuti ad essere fedeli.»
G: «Non sono d’accordo. Anche quando ci si frequenta soltanto, anche allora si deve rispetto.»
Ecccerto che è così! Lo diceva a me?! Io gli sono stata fedele per tre anni, E NEANCHE CI SENTIVAMO! È fin troppo evidente che non ho bisogno di firmare contratti metaforici per sentirmi vincolata a qualcuno, ma lui questo non doveva saperlo se volevo ottenere la mia proposta speciale.
A: «No, non è vero. Se mentre sei via io esco con un altro, tecnicamente non è tradimento, perché io non sono la tua ragazza e tu non sei il mio ragazzo.»
G: «Non lo sono?»
A: «Be’… Non mi risulta. Quando lo sei diventato, scusa? Me l’hai mai chiesto?»
G: «No…»
A: «Allllooora…»
G: «….Ma non sono d’accordo.»
Era ormai cotto a puntino, dovevo solo affondare l’ultimo colpo…
A: «Allora, scusa, pensaci. Se entrambi abbiamo l’esclusiva e sappiamo già che non usciremo con nessun altro… Tanto vale dare un nome al nostro rapporto, anche per evitare che si crei confusione, sai com’è…»
G: «Ma tu vuoi mettere l’etichetta…»
A: «No, no, se tu non vuoi metterla, non la mettiamo. Restiamo così. E poi vediamo…»
G: «Ma scusa, tu hai intenzione di uscire con qualcun altro?»
A: «Ma no, assolutamente! ……………….Non oggi.»
G: «Ok, allora diciamo che stiamo insieme.»
[Bam!]
A: «Da quando?»
G: «Mh?»
A: «Ho bisogno di una data.»
G: «Perché?»
A: «Perché la data è fondamentale.»
G: «Per cosa?»
A: «Per sapere quando è iniziata. Sennò, scusa, senza una data, quando lo festeggiamo l’anniversario?»
G: «Giusto. Be’, che data scegliamo?»
A: «Non lo so…»
G: «Che giorno era quando ci siamo rivisti?»
A: «Il 3 Novembre. Ma tu non me l’hai chiesto, il 3 Novembre.»
G: «E che data ti piace?»
A: «Il 7 Gennaio.»
G: «Perché?»
A: «Perché il prossimo 7 Gennaio saranno quattro anni che ci conosciamo.»
G: «Aaah, è vero! Mi piace! E 7 Gennaio sia!»
A: «Ma tu il 7 sarai già a Roma. Come si fa? Mica me lo puoi chiedere al telefono? È tristissimo!»
G: «Tu non ti preoccupare…»
Match concluso. And the winner is…. IO! ^_____^
Mi aveva detto che sarebbe partito il 6, di lunedì, quindi avevamo deciso che l’avremmo fatto insieme, perché cascava a pennello! Ricordate? Avevamo preorganizzato le mie trasferte romane [lunedì pomeriggio: andata – martedì: libero – mercoledì mattina: ritorno.] Ne ero entusiasta! Ma sabato 4 mi ha informato che aveva anticipato la partenza ancora di un giorno. Ci sono rimasta male. E che differenza fa, un giorno? Direte voi… Vi ricordo che già non ero entusiasta della partenza a Gennaio in sé e tutta quella fretta di prendere quel maledetto treno… Non la capivo. Perché non poteva lasciare tutto com’era e partire il 6 insieme a me? Non l’ho mai capito. Ad ogni modo, dopo avermi messo al corrente delle sue intenzioni, senza nemmeno chiedermi cosa ne pensassi, mi ha dato appuntamento alla sera, per i saluti. E sono stati molto deludenti, questi saluti, poi spiegherò perché. Questa è solo la parte bella della storia, ci sarà tempo per scrivere di quello che non andava. Comunque, per ora vi basti sapere che non mi aveva lasciato di ottimo umore e quando aveva pensato di congedarmi con un presuntuosissimo “va be’, tanto lunedì mi raggiungi”, ho deciso che ci avrei pensato io a fargli abbassare la cresta.
A: «Non lo so se posso venire.»
G: «Come non lo sai?»
A: «Eh, non lo so. Poi vediamo.»
Domenica 5 Gennaio G. è partito, ormai era fatta. Mi ha chiamato la sera per dirmi che si era sistemato e che stava bene e anche per accertarsi delle mie intenzioni. Gli ho ribadito che no, non sarei partita e lui non ci ha creduto.
A: «Che dire? Te ne renderai conto domani, se verrò o no.»
Una risposta che ha dato inizio a un gioco ancora più divertente. Quella domenica avevo saputo che il mio giorno libero sarebbe stato il mercoledì, solo per una settimana, poi tutto come prima. Perfetto, così potevo spostare di un giorno il programma e nel frattempo proseguire il mio piano malefico senza rischiare di essere scoperta. Lunedì 6 G. si aspettava di vedermi arrivare ma ovviamente non è successo. Mi ha chiamata ed era evidente che ci fosse rimasto male, soprattutto perché gli piaceva davvero la data che avevamo scelto per la proposta. L’ho capito da quello che è successo dopo. Parlavamo da un po’ e intorno alle 23:20 ho detto che ero stanca e volevo andare a dormire ma lui ha insistito perché restassi a parlare almeno fino alla mezzanotte.
G: «Dai, ci separano solo 40 minuti dal nuovo giorno!»
Ho capito benissimo che voleva chiedermelo al telefono e per questo ho accelerato ancora di più i saluti!
A: «No, guarda, davvero. Ho troooppo sonno, troppo.»
Prima di tutto, al telefono non si può chiedere una cosa del genere! Ma vi pare? Certe cose si fanno per bene, o non si fanno proprio. Soprattutto considerata la mia precedente esperienza… O inesperienza, è il caso di dire. Mi imbarazza un po’ ammetterlo ma, sapete, nessuno me l’aveva mai chiesto – a parte un cretino, quando avevo 15 anni – e desideravo davvero vivere un momento perfetto, la vita me lo doveva. Volevo che mi guardasse negli occhi, che mi tenesse le mani e che mi dicesse… Non lo so, le parole avrebbe anche potuto sceglierle lui, glielo concedevo, ma la cosa importante era che lo facesse dal vivo. Quindi ho dovuto per forza tagliare corto e dirgli ciao, per forza. A parte che poi avevo ancora una valigia da preparare e mille cose da fare. L’ho salutato, quindi, con una finta noncuranza che deve averlo perplesso, ma io intanto me la ridevo sotto i baffi. Alle 00:21 mi è arrivato un sms che non trascriverò per intero, perché non mi sembra giusto. Sappiate solo che mi ha chiesto di essere “la sua compagna di vita” (non “la sua ragazza”, ma proprio la sua “COMPAGNA DI VITA”!) e ha sottolineato che se me lo chiedeva in un sms era solo perché non aveva altro modo. Ha scritto che “voleva essere felice e che aveva voglia di esserlo con me”, poi ha aggiunto che quella notte non sarebbe riuscito a dormire. A chi lo diceva! Io ero nel proverbiale brodo di giuggiole e non vedevo l’ora che fosse mattina! A distanza di pochi secondi me n’è arrivato un altro, diceva solo: “07/01/2014″. Come se non mi fosse già chiaro il tempismo! 😀 Certo che mi era chiaro, figuratevi se non lo era! E per tutta risposta sapete che ho fatto? Niente! [Muaaaahahaha!] Ho deciso di non fare niente, volevo dargli la mia risposta di persona, in fondo mancava solo qualche ora. È così che doveva essere. Alle 00:40 mi ha scritto ancora: “SVEGLIAAAAAAAAAAAAA”, convinto che stessi dormendo. Auhuahauha! Ma io ero sveglissima! Mai stata più sveglia in vita mia. Ha provato a chiamarmi, il cellulare ha vibrato un po’, poi ha smesso. Alle 00:49 mi è arrivato questo messaggio: “Ti sei addormentata quando sapevi che avrei dovuto mandarti un messaggio importante. Questa storia non comincia bene.” Oh, mio Dio… Se ci penso, rido ancora. Dal primo messaggio all’ultimo è passata mezz’ora, una mezz’ora in cui si sarà sentito un po’ confuso, forse anche un po’ deluso. Bene così! Doveva soffrire! Ho pensato che avevo sofferto io per tre anni col cellulare in mano, aspettando un suo cenno che non è mai arrivato, lui non sarebbe morto di certo per una notte.
Il giorno dopo non mi sono fatta viva, giusto per farlo stare ancora di più sulle spine. Sono andata a lavoro di mattina, contando i minuti che ancora restavano prima della fine del mio turno e quando finalmente sono potuta uscire ho incontrato mio padre e lui mi ha accompagnato alla stazione. Il treno sarebbe partito alle 17 circa e l’arrivo era previsto per le 19:30 o giù di lì. Mentre ero in viaggio continuavo a pensare a G. e alla faccia che avrebbe fatto a vedermi lì e non vedevo l’ora di stringerlo forte. Alle 19 ho rotto il silenzio e l’ho chiamato. Aveva la voce strana, sembrava disorientato e anche un po’ offeso.
A: «Dove sei?»
G: «Sono con E. e R.» i suoi coinquilini «Stiamo facendo la spesa.»
A: «Ok. Io alle 19:30 sono a Roma Termini.»
G: «Cosa?»
G. ha iniziato a ridere e a dire che lo stavo prendendo in giro.
A: «No, credimi. È proprio vero.»
G: «……………………….Sto arrivando.»
Quando sono scesa al capolinea ero emozionatissima, sono uscita in strada e mi sono guardata un po’ intorno per cercarlo. Poi l’ho visto arrivare da lontano, camminava con le mani in tasca e con passo sicuro. Ho avuto la sensazione che fosse parte di quel posto da molto più tempo, come se fosse sempre stato lì e non me la spiegavo. Si è avvicinato sorridendo, io gli ho detto: «Ciao! Sono a Roma!» e lui mi ha baciata.
Siamo andati dritti a casa, ho conosciuto E. e R, abbiamo cenato insieme e poi ci hanno chiesto se avevamo voglia di uscire. No, che non ne avevamo. Ci siamo guardati in faccia per un istante, poi abbiamo guardato loro e abbiamo detto: «…..Ssssììì.»
E. — che è furbo — ha detto al suo amico: «Sicuro? Forse vuoi restare a casa e abbracciartela un po’…»
Genio di un E.! Aveva capito benissimo, ma noi non volevamo sembrare scortesi, quindi li abbiamo seguiti per le strade gelide di Roma in inverno. Incantevoli! Eravamo nei pressi dei fori imperiali quando abbiamo avuto il tempo di stare un po’ da soli, l’altra coppietta stazionava a qualche metro di distanza. Mi sono avvicinata sorridendo sfacciatamente e l’ho guardato dritto negli occhi con aria fin troppo entusiasta. Avevo un grosso punto interrogativo giusto al centro della faccia e lui non diceva niente.
A: «Insomma… Cos’è che mi hai scritto, stanotte?»
G: «Lo sai…»
Non so perché, ma sembrava intimidito e restio a farsi avanti e non aveva senso… Giusto? Così ho detto: «Che ore sono?» Saranno state le 23 e qualcosa… «È ancora il 7 Gennaio, c’è ancora tempo. Chiedimelo adesso.»
I miei occhi emanavano scintille per quanto ero felice di essere lì, con lui, in quel momento, ma G. era strano, aveva la testa bassa e non accennava ad alzarla. Ha detto qualcosa di carino, ma sconclusionato e non poteva essere stata la birra bevuta a cena a ridurlo in quello stato confusionale… Non capivo, ma sono tante le reazioni di G. che non ho capito, nei mesi che siamo stati insieme. Tutte cose che hanno acquistato un senso più tardi, se non proprio tutto, almeno in parte. Contrariamente a quanto mi aspettassi, ha iniziato a fare dei discorsi contorti che non sono sicura di aver colto al 100%, soprattutto perché a tratti parlava quasi sottovoce, come se lo stesse dicendo più a sé stesso che a me. Ha detto che voleva che io fossi la sua ragazza ma ci sarebbero stati dei problemi… E quando gli ho chiesto se fossero di tipo logistico/geografico, lui ha risposto che erano anche di tipo temporale. Confusa, gli ho chiesto spiegazioni e lui ha detto qualcosa a proposito della difficoltà di trovare lavoro, della fatalità di restare disoccupato a vita se lo si è ancora a questa età e altre frasi senza senso apparente. La verità è che – credo – si sentisse in difficoltà per il fatto che io avevo un lavoro e lui stava ancora studiando. Ho cercato di fargli capire che era una cosa senza importanza, per me, che era l’ultima a cui pensavo, ma lui insisteva, scuoteva la testa con una gravità inspiegabile, come se dovessimo sposarci entro un mese e lui non avesse ancora né arte né parte. Non so perché si sentisse così, ma era un discorso talmente prematuro che non mi interessava neanche farlo. Ho detto: «Io volevo che mi parlassi d’amore e tu mi parli di contratti a tempo indeterminato…»
Alla fine la mia proposta l’ho avuta e ho pure detto di sì, ma me l’ero immaginata diversa e non ho potuto nascondere la mia delusione, anche se ci ho provato… Che gli stava succedendo? Era strano, se ne sono accorti anche i suoi amici. Ha iniziato a riprendersi solo una volta arrivati a casa, quando ci siamo ritrovati al caldo, sotto le coperte. Non mi sembrava vero di avere l’occasione di stargli così vicino, di poterlo abbracciare senza limiti di tempo, senza l’ansia dell’orologio che dice “è tardi, è tardissimo! Dovete salutarvi!”. Non mi è sembrato vero svegliarmi la mattina e trovarlo ancora lì accanto a me. Era la cosa più bella del mondo ed ero così felice e rilassata che stentavo a riconoscermi. Io, che sono sempre così ansiosa… Sarebbero potuti sbarcare gli alieni per conquistarci, renderci schiavi e tagliuzzarci per i loro esperimenti e io li avrei accolti con un “Ehi! Ciao!”. Ero a Roma, ero con lui e stavamo ufficialmente insieme. Non potevo chiedere di più.
La seconda sera passata lì ho vissuto il momento più perfetto della mia intera esistenza e lo so che ho vissuto poco e che ho ancora tanti anni davanti a me, ma dubito davvero che possa succedere qualcosa di più bello di quello che sto per scrivere. Io e G. stavamo chiacchierando per i fatti nostri quando E. e R. ci hanno proposto di uscire ancora. La stessa scena del giorno prima, a nessuno dei due piace dire di no, così abbiamo finto che ci andasse. Ma stavolta ringrazio il cielo per la loro invadenza, perché ha fatto sì che si creassero le condizioni necessarie per un attimo di magia. Siamo andati a San Lorenzo, un quartiere fricchettone/comunista/punkabbestia e stilosissimo frequentato da strani personaggi con dei cani enormi e musicisti. Mi ha fatto impazzire appena ci ho messo piede. Dopo un giro, E. e R. sono tornati indietro perché hanno detto che preferivano cenare a casa e andare a letto presto, mentre G. ha detto che gli sarebbe piaciuto restare ancora un po’. Siamo andati in un locale troppo carino in cui stavano suonando tre ragazzi, tre perfetti sconosciuti, ed è per loro che G. si è fermato proprio là. G. resta sempre incantato quando vede qualcuno suonare. Appena siamo entrati ci ha colpito l’arredamento, non c’era una sedia uguale all’altra, non c’era un tavolino uguale all’altro. Tutto sembrava provenire da un’altra epoca e la maggior parte delle cose era vistosamente anni ’70, compresa la carta da parati. Noi abbiamo scelto di metterci su un divano e stanchi e infreddoliti ci siamo sprofondati dentro e abbiamo parlato di quando saremmo andati a vivere da soli e avremmo arredato casa nostra allo stesso modo, con lo stesso geniale disordine. Abbiamo parlato di come avremmo educato i nostri figli all’amore per la musica e per le cose non banali, io per un attimo ho scordato che in fondo di figli non ne ho mai voluti e mi sono persa nelle sue fantasie. Abbiamo riso, descrivendo le cene alcoliche che avremmo dato con i nostri amici fricchettoni e alcolizzati come noi e lui ha detto che a queste cene sarebbero dovuti esser presenti anche i nostri figli perché era giusto che si abituassero a sentir parlare di arte e di politica e di tutto quello che avrebbe potuto aprire la loro mente. Io ogni tanto dicevo la mia ma era molto meglio restare in silenzio ad ascoltarlo. Lui non parla mai, ma quella sera stava andando a ruota libera ed io ero ipnotizzata. Il gruppo ha interrotto la performance per fare una pausa e ha messo su un cd particolarissimo, giusto per non lasciarci a bocca asciutta. Un cd di un genere che non saprei definire, forse ambient, comunque era intenso, oserei dire etereo e mi ha commosso. G. s’è ammutolito per ascoltare, poi si è girato verso di me e mi ha baciata. Si è avvicinato al mio orecchio destro e ha sussurrato: «Ti amerò per sempre.»
“Allora lo ripete – ho pensato – insiste. Mi ama…. Mi ama?” Non me l’aveva più detto, dopo la prima volta a Posillipo, la sera dei regali di Natale. Mi sono presa un po’ di tempo per pensare a cosa dire, ma non esisteva una risposta migliore di “Anch’io”, eppure ho avuto paura a darla. Ho solo notato che continuava a proiettarsi nel futuro e per quanto fosse romantico, io avevo bisogno di vivere il presente. Ho detto solo: «Non pensare a domani, amami oggi.»
G. ha preso una mia mano e l’ha tenuta tra le sue, sfiorandola con le dita a seguirne le linee. Ha detto che le mie mani sono bellissime e delicate e lo vedevo davvero attento, che ne studiava ogni minimo dettaglio, mentre quella musica sconosciuta continuava a straziarci dolcemente l’anima. La luce era soffusa, calda, avvolgente. G. mi ha chiesto: «Che cos’è l’amore?»
«…Non lo so.» ho risposto, ma lui è sembrato sicuro come mai nella vita mentre mi ha detto: «Siamo noi. È questo momento, la perfezione. Io e te siamo perfetti.»
Mi è venuto da piangere. Non avrei voluto, ma non ho saputo controllarmi. Mi stava abbracciando e mi stava baciando, quando non sono più riuscita a trattenere le lacrime. Per un attimo non sono nemmeno riuscita a respirare e mi sono dovuta scansare per prendere qualche respiro profondo e lui non ha capito perché. L’ho visto preoccupato e ho cercato di spiegargli cosa mi stava succedendo. Gli ho detto che se la felicità è fatta di attimi, io non ero stata mai così felice come in quel momento. E la felicità era talmente tanta che non riuscivo a sostenerla, mi aveva sopraffatta, mi aveva… Sconvolta. Non c’ero abituata, come… Come si fa quando non si è abituati alla felicità e arriva all’improvviso, tutta insieme? Come si fa a non farsi prendere dal panico?
Spaventata e speranzosa allo stesso tempo, gli ho chiesto di non andare via e lui mi ha chiesto a sua volta perché avrebbe dovuto.
A: «Non lo so… Vanno sempre tutti via da me.»
G: «Perché lo fanno? Tu sei perfetta.»
Non poteva pensarlo davvero, è la cosa più lontana dalla verità che c’è al mondo! Io non sono perfetta e purtroppo ha avuto modo di constatarlo in seguito. Ma quella sera G. mi ha abbracciata e mi ha sussurrato ancora: «Non ti lascerò mai.» e io ho desiderato con tutta me stessa che fosse vero. Ha aggiunto: «Nessuno crede in noi. Le cose più belle non sono reali, ma noi lo siamo. Gli altri non lo sanno. Io e te siamo simili, siamo perfetti.»
Ad oggi, questo è il ricordo più bello che ho.  Di G, della nostra storia, della mia vita. È il ricordo più speciale che ho e forse a voi sembrerà banale, ma giuro che non sono mai stata tanto felice come in quella fredda sera d’inverno, quando tutto sembrava possibile a me e al mio unico, vero amore, quando abbiamo avuto fiducia in noi e abbiamo rubato un po’ di poesia alla città eterna.
E ci sono tornata, in quella città, più volte. Aspettavo il lunedì come tutti voi aspettate il weekend, era il giorno più bello della settimana. La scena era sempre la stessa, andavo a lavoro e facevo il pieno di stress, talmente tanto che quando si faceva ora e me ne andavo, uscire in strada sapeva di vera liberazione. Ma non finiva lì! Perché non facevo in tempo a godermi la sensazione che dovevo già iniziare a correre, letteralmente. Mio padre mi veniva a prendere e mi portava a casa, dove avevo sempre qualcosa da sistemare prima di essere davvero pronta, ma avevo i minuti contati perché la strada per la stazione era lunga e dovevamo avviarci almeno un’ora prima della partenza. Spesso pioveva e c’era tanto traffico, troppo traffico, un paio di volte ho rischiato seriamente di perdere il treno, se questo non avesse tardato! Accumulavo tanta di quell’ansia che a vedermi da fuori sembravo una pazza ed ero così elettrica che se qualcuno mi avesse toccato avrebbe preso la scossa. Poi il treno arrivava, ci salivo, sistemavo la mia borsa e sceglievo il mio posto, rigorosamente vicino al finestrino, e alla fine mi sedevo. Solo allora potevo calmarmi. Inspiravo una volta, profondamente, poi espiravo e tutta l’agitazione spariva di colpo. Mettevo su gli auricolari e facevo partire la mia playlist, poi giravo il capo di qualche grado e guardavo fuori. Per la prima parte del viaggio c’era quasi sempre il sole, un sole invernale, ovviamente, che si preparava al commiato. Era fantastico. Vedevo campi verdi e corsi d’acqua che riflettevano la luce, una luce che si faceva sempre più arancione e faceva sembrare il mondo un posto sincero, poi virava sui toni del viola, di lì a poco calava il buio e mi ricordava che stavo per arrivare. Io non smettevo mai di guardare fuori, anche se non vedevo più niente, se non qualche rapida luce urbana in lontananza. I passeggeri del treno diminuivano poco a poco, ad ogni fermata ce n’era qualcuno in meno e mentre tutto intorno a me si muoveva, io restavo immobile a godermi la pace interiore, qualcosa che non avevo mai conosciuto prima di allora. Il regionale ci mette sempre due ore e mezza come minimo e G. lo odiava, io invece lo adoravo. Avrebbe potuto mettercene anche quattro, l’avrei scelto comunque. Il viaggio era una fase di decompressione, era un momento tutto mio, in cui niente poteva turbarmi. Mi prendevo il tempo per raccogliere le idee, per lasciarmi alle spalle il lavoro, le preoccupazioni, la routine, la noia, in sostanza era un momento utile a spogliarmi della pelle morta che era la mia vita e a prepararmi alla felicità. Quei viaggi in treno erano un vero e proprio preludio alla felicità, erano una fuga dalla realtà e l’inizio di un sogno ad occhi aperti. Erano così preziosi, per me… Ne avevo bisogno, un bisogno concreto. E quando stavano per finire, sulle ultime fermate, sentivo montare di nuovo l’ansia, ma stavolta era diversa, era un’ansia piacevole. Erano tante piccole farfalle nello stomaco che svolazzavano leggere, mentre pensavo che di lì a poco avrei riabbracciato il mio amore. Poi il treno si fermava, io prendevo le mie cose e scendevo, mi allontanavo con calma dalla fretta della folla e uscivo in strada. Roma mi accoglieva sempre di sera e io la trovavo magnifica. Molto meno bello era salutarla, di mercoledì mattina. Oh, Dio, quanto odiavo quelle mattine impietose. Se il lunedì era il giorno che aspettavo con più gioia, il mercoledì era il giorno che più temevo. La sveglia suonava sempre troppo presto e mi costringeva ad alzarmi dal letto anche se era l’ultima cosa che volevo fare. G. restava con la faccia spalmata sul cuscino, gli occhi ancora chiusi e con la voce impastata di sonno diceva: «Non sono d’accordo con quello che stai per fare. Io non ti accompagno.»
A: «Dai, ti prego! Se tardo ancora un po’ perdo il treno!»
G: «Bene.»
Anche se con fatica, alla fine lo convincevo e si alzava e, mentre si faceva una doccia, io gli lasciavo dei bigliettini seminascosti in qualche angolo della sua camera. Sorridevo al pensiero di quando li avrebbe trovati, per caso, nel prendere un paio di calzini da un cassetto o un libro da uno scaffale. Quando entrambi eravamo pronti ci precipitavamo giù per le scale e correvamo di nuovo in stazione e giuro che non era mai bella come il lunedì sera. La stazione del lunedì sera era uguale a quella del mercoledì mattina ma allo stesso tempo era diversa. Odiavo la stazione al mattino e odiavo ripartire, ma gli arrivi, oh, quelli erano spettacolari. Tutto a Roma era più bello, di sera: i palazzi, le insegne dei negozi, le fermate del tram piene di pendolari, il traffico e i fanali delle auto. Tutto luccicava, tutto. E io mi guardavo attorno con sincera meraviglia, ogni volta come fosse la prima, mentre gli auricolari che avevo tenuto su per tutto il viaggio continuavano ad emettere musica e la musica continuava a creare una sorta di barriera tra me e il mondo, poi G. arrivava, mi sorrideva, io premevo Stop e all’improvviso il rumore della città mi raggiungeva. Ero pronta, il sogno poteva ricominciare. Baciavo il mio amore, gli dicevo “Ciao!” e lui mi portava a casa. Una volta, per arrivarci, ci siamo bagnati da capo a piedi perché ha iniziato a piovere e non avevamo l’ombrello, così la prima cosa che ho fatto quando abbiamo varcato la soglia dell’appartamento è stata prendere il phon ed asciugargli i capelli. È stato divertente, lui ha fatto un po’ di capricci, ma poi mi ha lasciata fare. Io amavo passare le dita tra i suoi capelli, è una delle sensazioni migliori che ho provato.
Non uscivamo spesso, un po’ perché faceva davvero freddo, un po’ per la nostra sfacciata e deliziosa indolenza. Ma ricordo che una sera abbiamo fatto un giro con E. ed R. e ci siamo ritrovati a Piazza di Spagna. E. ha insistito perché ci lasciassimo scattare un paio di foto e lo ringrazio di cuore perché sono tra le pochissime che ho con G. Non so perché non ne abbiamo scattate di più, adesso ne avrei tanto bisogno. Ce n’è una in cui ci baciamo e lui si vede molto bene, ha gli occhi chiusi e sembra felice. Se non avessi questa foto, forse temerei di averlo immaginato, ma la foto c’è, è una prova: lui quella sera era felice.
Al ritorno, nel tram, la città si stagliava davanti ai nostri occhi. Luminosa, secolare, bellissima. Guardavamo entrambi fuori dal finestrino, in silenzio e attoniti. Poi io mi sono girata verso di lui con gli occhi sgranati e ho visto che anche G. aveva un’espressione sinceramente sorpresa. Gli ho detto: «Ma che città è?» Lui ha annuito con decisione e sembrava così piccolo… Amavo quando si rilassava e mostrava il suo vero volto, senza quella stupida mania di sembrare sempre imperturbabile. Era tenero.
Comunque, non importava dove andassimo, l’importante era che poi tornavamo sempre a casa. E in quella casa perdevo la cognizione del tempo. Giuro su mia madre che non sapevo mai che ore fossero, non guardavo l’orologio, mi scordavo del cellulare, tenuto apposta in modalità silenziosa. Nessuno poteva raggiungermi se non lo volevo, e io non lo volevo mai. Io e G. ci dimenticavamo persino di mangiare. Ricordo che una volta ci siamo alzati dal letto solo perché ci brontolava lo stomaco, così siamo andati in cucina e mentre lui apriva il frigo e si rendeva conto che non c’era quasi niente di commestibile, io mi sono avvicinata alla finestra che dava sulla strada. Era quasi sera e non ce n’eravamo accorti, il cielo era plumbeo, per via della pioggia. Immagino che fuori facesse molto freddo ma noi eravamo al caldo, in pigiama, all’interno del nostro piccolo nido e il mondo visto da quella finestra sembrava immobile e dolce, come un presepe. G. mi ha raggiunto alle spalle ed rimasto un po’ a guardare con me nella stessa direzione. Poi con la coda dell’occhio ho visto le sue braccia che si allungavano in avanti e che si chiudevano attorno alla mia vita. Ho disegnato un cuore con un dito sul vetro appannato e mi sono chiesta se qualcuno potesse vederci, da uno dei palazzi che avevamo di fronte. Io avrei tanto voluto vederci dal di fuori. E magari scattare una foto. Sono sicura che eravamo bellissimi.

«So che sei la persona giusta, so che voglio passare il resto dei miei giorni con te. Con te ho trovato tutto quello che cercavo. Ti amo, piccola. Ti amo tantissimo.»

    

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