Avevo un solo desiderio: passare tutto il tempo possibile con G. Quando non lo vedevo ne sentivo una mancanza reale, fisica e non ero tranquilla, affatto. Mi sentivo mutilata, come se fosse una parte di me, una parte del mio corpo, come se farne a meno fosse una cosa contro natura. Per questo, quando ho avuto l’occasione di organizzare una fuga d’amore, ho fatto di tutto per coglierla al volo ed ero talmente presa da questo progetto che non ho pensato neppure per un attimo alle possibili conseguenze.
Dovete sapere che da quando lavoro ho visto diminuire considerevolmente il mio tempo libero. E questa non è una rivelazione, perché succede a tutti, lo so. È solo che io non c’ero abituata perché per anni ero stata a spasso e avevo avuto tutto il tempo del mondo per andare, tornare, fare tutto quello che mi passava per la testa. Quello che mancava, però, era la voglia e quindi non ho fatto niente di niente. Al contrario, ad Aprile io di voglia ne avevo eccome! Avrei voluto fare un milione di cose, con G, visitare così tanti posti che non sarebbe bastata una vita e purtroppo di tempo non ne avevo più, quindi facevo i conti con un controsenso pratico che, ripeto, conosce chiunque ma che io facevo fatica a digerire. Per il tipo di lavoro che svolgo non avrei mai avuto un weekend libero, mai neanche una domenica libera, avrei sempre avuto solo il martedì, solo il mio preziosissimo martedì, stop. Ma non a Pasqua! Quest’anno ad Aprile si è verificata una fortunata coincidenza che si fa presto a spiegare: a Pasqua non si lavora e neanche a Pasquetta. – Pasqua viene sempre di domenica, Pasquetta di lunedì. – Dopo il lunedì viene il martedì, il mio giorno libero. L’associazione mentale è stata immediata.
“OMMIODDIO! Avrò tre giorni liberi! Ben tre giorni liberi da passare con G! Oh-mio-Dio!”
Quando gliene ho parlato, G. sembrava davvero contento. Abbiamo pensato che sarebbe stato bello andare a Roma, avremmo avuto l’appartamento tutto per noi perché i suoi coinquilini erano tutti a casa con le famiglie e nessuno avrebbe potuto interferire. Un sogno! Io ho cominciato a fare i salti di gioia un mese prima, perché l’idea mi piaceva da morire e non vedevo l’ora di metterla in pratica. Con G. ci sentivamo tutti i giorni e io lo tenevo costantemente aggiornato sull’evolversi della situazione, situazione che non era poi così semplice come l’associazione mentale di cui sopra. Non avevo fatto i conti con gli egoismi personali — e se volete, legittimi — delle persone che lavoravano con me. A tutte faceva gola quel martedì, ad una in particolare, la responsabile, quella con maggior potere. Ho capito che non avrei potuto semplicemente pretendere ciò che mi spettava di diritto, ma avrei dovuto agire con delicatezza e molta, molta attenzione per non rompere equilibri sottili che comunque G. conosceva bene, perché gliene avevo parlato. Per giorni ho camminato sulle uova pur di non rischiare di perdere quel martedì e per giorni gli ho raccontato episodio dopo episodio. Ho dovuto chiedere dei favori e sopportare il malumore di chi restava dietro ma alla fine avevo ottenuto quello che volevo: avrei avuto ben tre giorni da passare con il mio amore. Anzi, più di tre, perché saremmo partiti di sabato pomeriggio e saremmo tornati di mercoledì mattina! Credetemi, ero troppo felice, perché era andato tutto alla perfezione e io raramente ho potuto dirlo. Non immaginavo, però, che G. avrebbe mandato tutto in malora, facendomi addirittura pentire di averci pensato.
Il giorno prima di partire, venerdì, ho scoperto che non ne aveva neanche parlato ai suoi. Mentre a casa mia avevo spiegato già tutto da settimane, mentre mia madre si stava già rammaricando di non poter passare la Pasqua con me, mentre io ero lì che la consolavo bonariamente e le chiedevo di essere contenta e di lasciarmi fare ciò che sentivo, a casa sua nessuno sapeva niente di niente. Era un mese che organizzavo tutto nei minimi dettagli e lui non aveva mai neanche anticipato di avere un’idea in testa, giusto un’idea, no, neanche quella. E se suo padre gliel’avesse impedito? Era grande e grosso ma suo padre ha sempre avuto un forte ascendente su di lui e se gli avesse detto di no, lui gli avrebbe dato retta. Quando ho saputo che non aveva detto ancora nulla mentre io avevo già preparato la valigia, mi sono incazzata.
A: «Cioè, ma ti pare normale che hai avuto un mese per avvisarli e ti riduci a farlo all’ultimo minuto? Ma allora di’ che non vuoi partire! Guarda che siamo ancora in tempo, possiamo ancora rinunciare a tutto.»
G: «Io voglio partire, solo… Magari potremmo farlo domenica mattina, o anche… lunedì…»
A: «Magari potremmo non farlo proprio! Tu lo sai cosa ho dovuto fare per poter partire di sabato pomeriggio! Lo sai che M. me lo rinfaccerà a vita! Avresti potuto dirmelo prima, così almeno non avrei messo su tutto quel teatrino!»
G: «Ma tu hai questa strana mania di programmare le cose con mesi di anticipo… Io non sono così.»
L’ha detto con ostentata leggerezza, come se volesse sottolineare il suo atteggiamento sciolto, tranquillo e farmi passare per la fissata maniaca del controllo che effettivamente a volte sono, ma non mi è piaciuto per niente perché non sono sempre così, insomma, non del tutto, ve lo giuro. Ho cercato di spiegargli che io, tendenzialmente, sono una che se le dai un quarto d’ora di tempo per fare la valigia ti dice: “Dove si va?” – “Non ti è dato sapere.” – “Ok, porto sia il maglione, sia la t-shirt. Quanto tempo mi resta?” – “Dieci secondi.” – “Ok, spazzolino preso. Possiamo andare.” …Io sarei anche quel tipo di persona, se potessi permettermi il lusso, e finché ero disoccupata avrei potuto esserlo eccome! Ma da quando qualcuno aveva avuto fiducia in me e mi aveva dato una possibilità, io non potevo più essere quella persona. E sentirlo ostentare il suo atteggiamento hippy del cazzo mi ha dato sui nervi, anche perché, detto tra noi, lo invidiavo. Ho detto: «Mi dispiace di non poter essere così, ma adesso ci sono delle persone che contano su di me e a cui devo rendere conto delle mie decisioni, non posso fare quello che voglio quando lo voglio, devo programmarlo e comunicarlo per tempo. Ormai va così.»
Mentre lo dicevo, ero perfettamente conscia della tristezza infinita di questa cosa e giuro che ho avuto voglia di licenziarmi e di andare a vivere sotto i ponti con lui ma non lo avrei ammesso neanche sotto tortura. G. non ha saputo fare di meglio che ironizzare, con una punta di acidità: «Non ti preoccupare, un giorno troverai un bravo maritino, tutto preciso, e ve ne andrete a passare la Pasquetta da qualche parte, come una coppietta felice, aprirete l’uovo di cioccolatablablablabla» Sinceramente il resto non lo ricordo, quello che mi ha infastidito è stato il tono con cui faceva l’elenco dei più grigi cliché. Porca misera, mi stava prendendo in giro! Allora ho detto: «Mi dispiace che la pensi così. Sai che c’è? Anche a me piacerebbe fare come fai tu, comportarmi come la figlia di papà che può prendersela comoda, che può decidere le cose all’ultimo minuto e all’ultimo secondo cambiare idea. Ma, a differenza tua, io ho degli impegni. Quindi mi dispiace se ti sembro pesante e noiosa, ma non mi posso più permettere di pensare solo a me stessa. Benvenuto nel mondo degli adulti!»
…Lo so, lo so. Una stronza. Mi dispiace avergli detto queste cose, non volevo offenderlo, è solo che mi sentivo giudicata e… mi sono difesa. Se potessi tornare indietro mi cucirei la bocca. Anzi, ancora meglio, eviterei proprio di proporgli la partenza. La verità è che lui non ci voleva andare, a Roma, e ho sbagliato a fargli tutta quella pressione. La cosa strana, però, è che lui non mi ha mandata a quel paese ma ha confermato l’appuntamento per il giorno dopo e alla fine siamo partiti davvero. Non avremmo mai dovuto.
Sabato pomeriggio il treno è arrivato in stazione e lui era già su, perché ci era salito all’inizio della corsa. I miei genitori mi avevano accompagnata e mi stavano salutando col sorriso sulle labbra ma con la tristezza negli occhi; sarebbero stati solo pochi giorni e se fossi partita con un’amica mi avrebbero lasciata andare a cuor leggero ma il problema per loro era che partissi con G. Mamma aveva un brutto presentimento e al mio ritorno papà mi ha detto che quando sono rientrati in macchina lei aveva gli occhi lucidi.
Mamma: «Non si è neanche affacciato per salutarci. Ha visto che aveva delle borse ingombranti e non l’ha neanche aiutata a salire o a metterle sul portabagagli. Ma con chi l’abbiamo fatta partire?»
In effetti quel giorno G. non è stato un cavaliere, ma mia madre non sapeva — e non saprà mai — che non aiutarmi con le borse era ben poca roba paragonata ad altre sue mancanze di tatto, per così dire. Io non ci ho fatto caso perché avevo deciso che mi sarei concentrata solo sulla nostra felicità; avevo deciso che dovevano essere dei giorni perfetti e mi sono impegnata al massimo per renderli tali. Sono salita sul treno, ho sistemato le borse pesanti di cui sopra, lui non si è mosso di un millimetro e non mi ha neanche salutata, o forse ha detto un ciao stentato. Appariva molto teso, dopo un po’ che eravamo in viaggio ha tirato fuori tutto quello che aveva in borsa per farmelo vedere ed erano quattro o cinque flaconi di pillole diverse. Alcune erano sostanze naturali, altri veri e propri psicofarmaci ma questi ultimi non li aveva ancora mai presi e non era sicuro di volerlo fare.
A: «Allora perché li hai portati con te?»
G: «In caso di emergenza.»
Ma che tipo di emergenza poteva mai sorgere? Stavamo solo andando a Roma, a passare qualche giorno da soli, non avremmo avuto impegni o pensieri vari, avremmo potuto rilassarci, amoreggiare, oziare… Fare cose tranquille, insomma… Non capivo. G. ha disposto i flaconi con ordine, tutti in fila sulla base del finestrino e vederli così mi ha fatto impressione. Nella sua borsa non c’era nient’altro a parte quelle pillole, il cellulare, le chiavi dell’appartamento e qualche bottiglia di Burn. Sì, la bevanda energetica, proprio quella. Sempre per quella stupida convinzione di potersi curare da solo, aveva cercato su internet dei rimedi casarecci per i suoi cali di umore e aveva scoperto — udite, udite! — che la taurina è un antidepressivo naturale. Il genio aveva così pensato di tracannare bevande energetiche fino a scoppiare, nel tentativo di stare bene, seppur temporaneamente. Adesso che ci penso, avrei dovuto capire subito che se aveva bisogno di tutta quella roba per partire, evidentemente era perché non voleva partire. Avrei dovuto chiedergli di scendere con me alla prima fermata e di aspettare lì il treno che ci avrebbe riportato a casa, eravamo ancora in tempo, non era troppo tardi… Ma non gliel’ho detto e ho indossato la maschera sorridente, quella del “tutto va bene, tutto passa, godiamoci la vita!”… La maschera della bugiarda. Peccato che quelle bugie io le abbia raccontate a me stessa, prima di tutto. Davvero molto, molto stupido.
Per tutta la prima parte del viaggio G. ha aperto e finito una lattina dietro l’altra, poi ha fatto lunghe tappe al bagno mentre io guardavo fuori dal finestrino e mi sforzavo di ignorare la verità. Non riusciva a stare fermo, era irrequieto e quelle tappe in bagno erano una scusa per non restare seduto ma poi tornava sempre al suo posto e io cercavo di intavolare una conversazione piacevole, di tenerlo concentrato e per un po’ ho visto che ci provava… Qualche chilometro prima di Latina, però, non ce l’ha più fatta, s’è alzato ed è andato a mettersi davanti alle porte scorrevoli, quella parte del treno in cui stazioni solo quando stai per scendere. Io sono andata ad offrirgli un po’ di compagnia ma voleva stare solo, così me ne sono tornata al mio posto e ho aspettato la fine di quel viaggio; apparentemente ero calma ma dentro sentivo montare l’ansia.
“Deve vedermi calma, molto calma. Forse se mi vede calma si accorge che non c’è niente, assolutamente niente di cui preoccuparsi e si calma anche lui.”
Siamo arrivati a Roma che era esausto. Quella sera non abbiamo fatto niente, non ho osato neanche proporgli di uscire. Mi sono fatta una doccia e mi sono preparata per la notte ma questo non significava che avessi intenzione di arrendermi. Quando è toccato a lui entrare in bagno, ho pensato di fargli una sorpresa. Avevo portato da casa un bel po’ di candele e una scatola piena di petali di rosa rossi, vellutali, morbidissimi! Lo scopo era creare un’atmosfera romantica, rilassata, avremmo anche potuto restare solo a parlare, l’importante era che si sentisse coccolato e soprattutto sereno. Ero già pronta a sistemare tutto ma poi ho pensato alla faccia che aveva poco prima di entrare nella doccia… Non sembrava molto conciliante e io non volevo rischiare di fargli pressioni. In più, lo ammetto, ero anche preoccupata per me stessa: prima di posizionare con cura le candele per tutta la stanza, prima di accenderle e prima di spargere i petali sul letto, prima di mettere su tutto quell’ambaradan volevo accertarmi che ne valesse la pena. Non potevo rischiare di accoglierlo con un sorriso e di sentirmi dire: “Non sono in vena” o peggio, di essere assecondata appena un po’ e poi vederlo girarsi di spalle e addormentarsi senza neanche un bacio. Non potevo rischiare di sentirmi stupida e siccome con G. stava succedendo fin troppo spesso, nell’ultimo periodo, ho deciso di aspettare. Mi sono avvicinata alla porta del bagno, ho bussato e gli ho chiesto: «G, di che umore sei?»
G: «Cosa?»
A: «Di che umore sei?»
G: «In che senso?»
A: «Come stai?»
G: «Sto bene.»
No, che non stava bene, lo sentivo. A malincuore, ho riposto le candele nella borsa, ho chiuso la scatola con i petali e ho nascosto tutto; lui non ha mai saputo cosa avevo portato con me e sono certa che è stato meglio così. Quando è uscito dalla doccia è entrato in camera e si è infilato il pigiama, io ero già a letto ma lui mi ha ignorata. S’è sistemato sotto le coperte, s’è girato dall’altra parte e, senza dire niente, si è addormentato. Io non avevo parole, ho fissato il soffitto per non so quanto tempo, prima di rassegnarmi. Durante la notte si è svegliato e si è avvicinato a me ma senza particolare trasporto. Ho trovato che la meccanicità dei suoi gesti fosse la cosa più avvilente del mondo.
Il giorno dopo era Pasqua. Io volevo tanto andare all’EUR, al parco con il laghetto perché avevo letto che lì c’era tutta una zona piena di ciliegi e che in primavera erano uno spettacolo stupendo. Io adoro i ciliegi in fiore! Ancor prima di partire, gli avevo già detto che mi sarebbe piaciuto andare a vederli e lui aveva risposto: “ok” ma quella domenica non era proprio in grado. È rimasto a letto tutto il giorno e io ho fatto lo stesso perché… Perché non sapevo cos’altro fare. Ci siamo alzati solo per pranzare ma G. era più strano del solito. Se io ero presente, seduta a tavola con lui, torturava il suo cibo riducendolo piano in briciole… Appena mi alzavo e mi allontanavo temporaneamente, prendeva un boccone e masticava… Non ho capito come mai, ma non voleva mangiare davanti a me.
Durante quella giornata si è addormentato e svegliato ripetutamente. Non ha mai dormito davvero, ma ha avuto momenti di scarsa lucidità durante i quali un po’ delirava, un po’ sognava ad alta voce.
«Tu sei una persona normale, troppo normale. Io non lo sono.»
Ho evitato di fare discorsi filosofici sul concetto di “normalità”, sul fatto che secondo me non esiste e ho evitato anche di puntualizzare come mi sembrasse dispregiativo il suo modo di definirmi, come se “normale” significasse “banale”.
«Noi non possiamo essere felici, perché ti arrabbi sempre con me. E poi non mi credi e non credi che sto male. E quando provo a fare qualcosa di carino per te, tu rovini tutto.»
Non potevo credere alle mie orecchie! Non ho saputo cosa dire, soprattutto perché sono rimasta scioccata dal modo in cui lo aveva detto. Era a pancia in giù, con la testa girata in modo che non potessi vederlo, aveva la voce rilassata di chi sta scivolando piano tra le braccia di Morfeo. Proprio un modo insolito per incolpare qualcuno del fallimento di una storia d’amore. Era a dir poco surreale, non sapevo se stesse facendo sul serio.
«Tu non sei normale, neanche tu stai proprio bene e questo è un problema perché se avessimo un bambino e io morissi, vorrei sapere di lasciare mio figlio a una mamma forte che potrebbe prendersi cura di lui.»
Non capivo cosa stesse dicendo, come potesse contraddirsi con tanta nonchalance nel giro di qualche minuto e come potesse dire cose così forti e sconclusionate e tutte insieme. Ad un certo punto si è avvicinato, mi ha abbracciato e ha cominciato a baciarmi, poi ha chiesto: «Dov’è?»
A: «Chi?»
G: «Il Distrattore. Dov’è?»
A: «E chi è il Distrattore?»
G: «Tuo figlio.» e un secondo dopo si è addormentato. Abbastanza strano, devo ammetterlo. Sono rimasta un attimo interdetta a guardare nel vuoto, non ci avevo capito niente. Però poi mi sono messa a guardarlo e a pensare. Avrei pagato per entrare nella sua testa e vedere cosa c’era dentro, avrei voluto fare ordine o almeno aiutarlo a farlo da sé ma non avrei potuto finché non me l’avesse permesso. E intanto dormiva e sembrava indifeso. Strano, molto strano, ma comunque indifeso. Mentre ero lì che pensavo a questo, lui si è girato sul fianco dandomi le spalle. Gli ho detto piano: «Ti amo…» e con mia grande sorpresa ha risposto: «Anch’io.» Ho sgranato gli occhi senza sapere se fosse sveglio o no, voglio dire, fino a quel momento sembrava addormentato e lo è sembrato anche dopo, io… mi sentivo molto confusa. E lui non mi ha certo aiutata. Più tardi me l’ha ripetuto, mentre mi stringeva forte. Mi ha detto: «Ti amo, Ale.» e io non ho detto niente perché lui era sveglio, di questo ero certa, ma a quel punto non sapevo se lo ero io. Davanti alla mia non reazione ha continuato: «Ale, ti amo! Ti amo!» e io sono rimasta zitta. Ho pensato che non me lo diceva da mesi, credo da Gennaio, o al massimo inizio Febbraio. Era una cosa forte, mi ero abituata a non sentirglielo dire e quando l’ha ripetuto ha fatto tanto rumore che per un attimo ho sentito le orecchie fischiare. Ma non ho fatto in tempo a rallegrarmi (e neanche a crederci) che aveva già detto il contrario. Non ricordo esattamente quando, forse qualche minuto dopo o forse qualche ora, ma eravamo di nuovo vicini, molto vicini e io lo stavo abbracciando quando mi ha detto: «Non ti amo. Io non ti amo.»
È stato meschino, da parte sua. Avrei dovuto andarmene e prendere il primo treno per tornare a casa, ero ancora in tempo, ma ero confusa. So che l’ho già scritto… “Ero confusa”, “non ci ho capito niente”… Ma è vero. Voi dovete provare a mettervi nei miei panni, ho passato l’intera giornata in una stanza buia, con le tapparelle calate, con la stessa luce la mattina, il pomeriggio e la sera, ho avuto chiaro che era arrivata la sera solo quando era già notte, accanto a me c’era uno strano essere arrabbiato che si addormentava e si svegliava in continuazione e quando era sveglio diceva cose assurde, la testa mi girava… Non sarei mai riuscita ad alzarmi da quel letto, vestirmi, aprire la porta, prendere il tram, arrivare alla stazione e affrontare il viaggio. Lo so, non ce l’avrei mai fatta e quindi sono rimasta lì, in silenzio e al buio. Quel giorno è passato senza avere nessun senso.
Il lunedì mi sono svegliata e ho pensato: “Oggi deve essere diverso. Farò di tutto perché sia diverso.”
A: «Oggi andiamo a vedere i ciliegi al parco?»
G: «……..»
A: «Dai, ti prego! Mi piacerebbe tanto!»
G: «Ma si sta così bene qui…»
Non so di cosa parlasse, io non ero stata bene per niente fino a quel momento. A Gennaio! Forse a Gennaio avremmo potuto passare tre giorni interi in quella camera e starci bene, ma bene davvero. A Gennaio lui mi diceva di amarmi senza ritrattarlo e mi baciava in continuazione… Ad Aprile no, non era una buona idea.
Mi sono avvicinata alla finestra e ho fatto in modo che la luce invadesse la stanza, poi ho detto:
A: «Vedi quanto sole? È una giornata stupenda, non possiamo restare in casa!»
Per la verità io non ho mai condiviso la passione della maggioranza per le giornate piene di sole; secondo i miei personalissimi e opinabili gusti, una “giornata stupenda” prevede un cielo coperto e il borbottio di qualche tuono in lontananza. Ma in giornate come quelle che piacciono a me non puoi andare al parco ad ammirare i ciliegi in fiore e poi, diciamocela tutta, io stavo provando a trasmettergli gioia di vivere, entusiasmo, tutte cose che purtroppo non mi appartengono molto, quindi ho dovuto fingerle un po’. G. non si sarebbe mai alzato da quel letto, di sua spontanea volontà. Ci ha messo un sacco di tempo a prepararsi, si fermava continuamente, si capiva che stava male al solo pensiero di scendere in strada.
G: «Ma perché hai tutta questa fretta di uscire? Possiamo farlo anche dopo, con calma…»
“Non esiste! Se rimandiamo a dopo, poi lo so, finiremo per non uscire più. E non esiste!”
A: «Ma avevamo detto che avremmo fatto un picnic al parco… È già mezzogiorno, a che ora pranzeremmo? Dai, Cuoro, sbrigati!»
Mentre mi truccavo ho messo su qualche pezzo figo che credevo l’avrebbe messo di buon umore. Io cantavo e saltellavo a tempo di musica, lui sorrideva ma era teso, lo vedevo bene. Dopo non so quanto ha finito di prepararsi e la nostra giornata ha avuto inizio. Io tenevo tanto a quel picnic, ne avevamo parlato per settimane, ma lui l’ha sabotato dal primo momento. Mi sarei voluta dirigere direttamente verso l’EUR ma G. aveva il passo lento, lentissimo e continuava a dire che preferiva vagare senza meta, così, per evitare di indispettirlo, ho smesso di mettergli fretta e mi sono adeguata. Ammetto che non mi è dispiaciuto passeggiare così, sotto il sole primaverile. Ho scoperto che a G. piace l’architettura, i vecchi palazzi e nello specifico i muri dei vecchi palazzi. Non lo sapevo ma può darsi che non lo sapesse neanche lui. Abbiamo camminato per vie sconosciute, accarezzato gattini, incrociato una marea di turisti… Siamo andati persino a piazza San Pietro, e che ci facessero due miscredenti come noi in Vaticano non è dato sapere. Oh, se abbiamo camminato! Abbiamo macinato chilometri e avevamo entrambi fame. Lui voleva offrirmi un gelato ma io volevo disperatamente fare quel picnic sotto i ciliegi e per questo ho rifiutato ma se avessi saputo che all’EUR ci saremmo arrivati dopo le 18, avrei sicuramente mangiato qualcosa prima. All’improvviso, senza programmarlo, siamo sbucati a Trastevere, proprio nei pressi del fiume e quella era un’altra delle mille cose che avrei voluto fare quel giorno, nonostante la sua scarsa collaborazione. Quando ce lo siamo trovati davanti, io ho fatto tipo *o* e lui tipo O__O Ho già scritto che mi sono sentita sabotata anche se non so spiegare perché, è stata una sensazione sottile ma costante che ho avvertito praticamente dall’inizio di quella giornata ma per un attimo mi è sembrato che quella sua espressione stupita me la confermasse, non so… Probabilmente penserete che sono paranoica, ma mi è sembrato quasi contrariato dalla coincidenza, per la serie “Il lungotevere… Quello che voleva vedere lei… Ma come diavolo…?!” …Ripeto, non so spiegarlo meglio di così.
A: «Cuoro, il Tevere! Oh, mio Dio! Ti prego, scendiamo?»
G: «Ok.»
Mentre camminavamo su uno qualsiasi dei ponti che ci passano su in cerca di una scalinata qualsiasi da usare per raggiungere il fiume, due signori, uno con moglie e figli al seguito e uno senza, mi hanno lanciato delle lunghe occhiate languide. Io gliel’ho fatto notare, ma così, per ridere e lui infatti ha riso ma non mi è piaciuto il modo in cui l’ha fatto.
G: «Ma l’avrai immaginato!»
A: «Be’, no… Non l’ho immaginato.»
Era tanto strano, per lui, che qualcun altro potesse notarmi?
A: «Sai, ultimamente il modo in cui mi guardano gli uomini è diverso, me ne accorgo. Forse è vero che il nostro stato d’animo influenza la percezione altrui, insomma… Da quando sorrido di più, ho notato qualcosa nei loro occhi che prima non c’era, come una specie di… Un accenno di desiderio.»
G: «Forse ti hanno sempre guardata così, ma prima non ci facevi caso.»
A: «No, non è questo, credimi. Io sono sempre passata inosservata, voglio dire… Le persone che si sono interessate a me l’hanno fatto dopo che avevo trascorso un po’ di tempo a parlarci, ma quasi mai mi si sono avvicinate sulla base della semplice attrazione fisica. Non sono mai stata una che quando la vedi ti giri a guardarla, ecco. Be’, comunque… In compenso sono simpatica.»
G: «E chi lo dice? Non è vero, sei brutta e anche antipatica.»
G. ha ridacchiato un po’ e io ho fatto lo stesso ma poi ho girato la testa con la scusa di guardare qualcosa altrove e ho pensato ad alcuni commenti simili che aveva fatto già tre anni prima. Battute più o meno divertenti e più o meno serie che mi avevano sempre fatto dubitare del mio aspetto. Chi mi conosce lo sa, non è che ci volesse molto; io ho sempre fatto di più che dubitare del mio aspetto, io mi sono sempre odiata. Ho sempre odiato il mio viso, il mio corpo, ogni più piccolo dettaglio, non ho mai salvato niente. Per questo, quando M. venne da me, durante quelle notti solitarie di fine Agosto, io mi lasciai distrarre così volentieri. Mi diceva che ero bella e che aveva notato e amato tutte le espressioni diverse che assumeva il mio viso quando mi arrabbiavo, quando mi spaventavo, quando mi intristivo… E tutti i più piccoli gesti delle mie mani e il mio modo di camminare e di entrare e uscire dall’auto. Diceva che esprimevo sensualità e che era geloso di chi poteva vederla tutti i giorni, mentre lui era lontano. Cose del genere, cose che a ripeterle mi sento molto, molto in imbarazzo perché era evidente che le dicesse con la speranza di ottenere i suoi luridi scopi, lui mi ha preso in giro dal primo momento… Che sciocca donnicciola, sono stata. Mi vergogno molto per aver osato crederci, anche solo per cinque minuti. È solo che… Mi sono sempre chiesta cosa si provasse a sentirsi… Va be’, lasciamo perdere. Il punto è che nessuno ha mai pensato queste cose di me e neanche G, me l’aveva fatto capire bene tutte le volte che aveva ironizzato sulla mia mancanza di autostima e anche quel giorno, forse non ha detto niente di che, forse era solo una battuta, ma io ci sono rimasta male. Lui mi ha guardata, l’ho visto, e ha notato la mia reazione. Avrebbe potuto sdrammatizzare, dire, che so, “a me piaci” o darmi anche solo un bacio sulla guancia. Ma non ha detto niente, né tantomeno io, che l’ultima cosa che volevo era elemosinare un complimento. Giuro che quegli uomini mi avevano guardata davvero e giuro che in quel periodo capitava spesso. Forse G. non ci credeva, forse credeva che avessi voglia di pavoneggiarmi e così ha pensato di dovermi ridimensionare. Comunque questo è niente, ne aveva dette di peggiori tre anni prima e, credetemi, ne avrebbe dette di terribili solo poche settimane dopo. Ma finalmente eravamo arrivati sul Tevere e io avevo negli occhi le immagini de “La grande bellezza”, di Paolo Sorrentino, e non mi pareva vero essere proprio lì. Ho chiesto a G. di scattare delle foto che probabilmente adesso non ha più, al fiume, ma soprattutto alla luce del sole che veniva fatta a fette dai rami degli alberi su un lato della via. In quel momento si trovavano alla nostra sinistra e ci facevano ombra e quando ho alzato gli occhi al cielo e ho visto quello spettacolo ho capito subito che mi sarebbe mancato, per questo mi sono affrettata a farglielo immortalare. Ogni tanto guardo quella foto e mi sembra di essere lì, e sorrido. G. ne ha scattate anche altre e un paio persino a me, mentre ero seduta sul bordo del minuscolo pontile di legno su cui transitano solo quelli che vogliono salire sul minuscolo battello che ogni tanto passa di lì. Credo abbia cancellato anche quelle, assieme a tutti i miei messaggi e forse anche il mio numero.
Ad ogni modo, io probabilmente non sono un granché, lo ammetto, ma G. è bellissimo. La luce del sole lo illuminava così bene, era meraviglioso guardarlo e sarei rimasta lì per ore a fare praticamente solo quello, ma lui s’è stancato presto e ha voluto che ce ne andassimo. Abbiamo ricominciato a vagare come prima, finché non gli ho fatto notare che si stava facendo tardi e non avevamo visto ancora i ciliegi. Avremmo dovuto prendere la metropolitana per arrivare all’EUR e in quel momento ho visto il terrore nei suoi occhi. Forse era per questo che preferiva camminare senza meta, per avere i piedi cautamente poggiati sull’asfalto. Avevo intuito che non amasse restare a lungo in luoghi chiusi e piccoli, come i tram, il treno, la sua stessa auto… Ma credevo si verificasse solo in alcuni momenti, solo quando si sentiva parecchio stressato, non avevo capito che fosse una costante per lui. Insomma, quando lo era diventata? Perché non aveva mai avuto questo problema, proprio mai, gli era nato da poco, ma quando? Eravamo alla fermata della metro e lui non voleva salirci e una volta salito non voleva restarci. L’ho visto sofferente, tanto, sudava e si è come accartocciato su sé stesso. Mi è dispiaciuto vederlo star male e mi sono sentita in colpa per avercelo fatto salire però, mi sono detta, doveva superare quel blocco e poteva riuscirci solo se lo affrontava. Ho cercato di fargli capire che non c’era niente di cui preoccuparsi, che aveva viaggiato in metro centinaia di volte prima di quella e che in fondo eravamo quasi arrivati. Non credo che mi ascoltasse, era sordo e cieco, voleva solo scendere di lì e intanto continuava a toccarsi la fronte. Probabilmente si è trattato di una corsa di pochi minuti ma a lui sono sembrate ore e a guardarlo soffrire anche a me è sembrato lo stesso, finché poi siamo arrivati a destinazione, siamo usciti di nuovo all’aria aperta e mi sono sentita più sollevata. Il parco era davanti a noi, quando ci sono entrata ho tirato un sospiro di sollievo. Tanto verde tutto insieme gli avrebbe fatto bene, si sarebbe sentito subito meglio, ne ero sicura. E non avevo tutti i torti, perché tempo dopo gliel’ho chiesto e ha ammesso che gli è piaciuto stare lì. Ero contenta che si fosse ripreso, in quel momento non restava altro da fare che cercare la famosa “Passeggiata del Giappone”, la via alberata e tutta rosa di cui avevo letto e che era diventata praticamente il mio chiodo fisso da quando ero scesa dal treno. Ho chiesto a dei passanti come potevamo arrivarci e ci hanno risposto che era chiusa al pubblico per dei lavori di manutenzione o che ne so, ad ogni modo il pacco è stato enorme.
“Cioè, tutto ‘sto casino per arrivare qui e alla fine niente ciliegi. Oh, mio Dio, l’ho trascinato sulla metro per niente! Mi odierà, adesso.”
A: «Va be’, è un peccato, ma possiamo farci un giro comunque, no? C’è il laghetto…»
Sorridevo ma volevo sprofondare sotto terra. Per fortuna si era calmato davvero e non ha avuto obiezioni da fare, così ci siamo incamminati in cerca di un posto carino dove metterci a sedere. Per un po’ siamo stati bene, poi lui si è stranito di nuovo. Avevo portato un telo grande abbastanza per tutti e due, il mio sogno era adagiarlo sotto un albero pieno zeppo di fiori, talmente fitti da creare un’ombra fresca e piacevole, stendermici sopra accanto a G. e da quella posizione guardare davanti a noi. Avrei voluto semplicemente restare lì così per un’ora o poco più, intrecciare le mie mani con le sue, pronunciare qualche sciocca frase d’amore o ascoltarlo mentre raccontava qualcuno dei suoi aneddoti divertenti o quello che voleva, insomma, avrei voluto semplicemente stare lì sotto con lui… Per questo, quando mi è sembrato il caso, ho sistemato il telo alla perfezione e mi ci sono seduta, facendogli cenno con la mano di venire a mettersi vicino a me, ma lui è voluto restare in piedi. Avevamo preso dei muffin e sarebbe stato carino mangiucchiarli mentre chiacchieravamo di questo o quello ma lui ha finito il suo in pochi morsi e sempre in piedi. Non l’ho convinto a sedersi neanche per un attimo e ci sono rimasta molto male. Appena ho finito il mio muffin ce ne siamo andati di lì, tanto non sarei mai riuscita a vivere il momento perfetto che desideravo. Aveva comprato un’altra di quelle schifezze alla taurina che si era convinto potessero aiutarlo e siccome l’aveva bevuta avidamente e in poco tempo, mi ha detto che aveva bisogno del bagno e che ne avrebbe cercato uno. Un bagno nel parco dell’EUR? Francamente non ricordo di averne visto neanche uno, infatti è dovuto uscire fuori e mi ha chiesto di aspettarlo sul limite. Io mi sono seduta lì e ho aspettato, non so neanche quanto, a occhio e croce un secolo. Quando è tornato aveva in mano un’altra di quelle lattine. Non è passato molto perché avesse di nuovo bisogno del bagno, ma la seconda volta è stato via ancora più a lungo. Questa volta mi ero sistemata in un punto ancora più bello, da cui si vedeva anche il lago; avevo steso il telo sperando che nel frattempo gli fosse venuta voglia di riposarsi un po’, ma mi ha detto: «Aspettami qui, torno subito.» e io, a malincuore, ho detto: «…Ok.» Mi sono stesa a pancia in giù, da sola, ed ero l’unica ad esserlo. Attorno a me c’erano coppie di amici, coppie e basta, tutti parlavano e ridevano e sembravano felici. Era proprio una bella giornata di sole e anche se stava per tramontare era ancora così caldo… Dopo non so davvero quanto tempo, G. è tornato e mi ha trovata così, immobile. Mi ha salutata come se niente fosse e io non mi sono neanche girata a rispondere. Ha capito che mi sentivo triste ed è venuto a stendersi vicino a me, appoggiando la testa sulla mia schiena. Io non parlavo più, non ero arrabbiata o cose del genere, ero solo… Delusa. Non avevo voglia di litigare, non era la classica strategia punitiva — tipicamente femminile — del silenzio, era solo che non avevo voglia di dire niente. Dopo un po’ mi sono alzata e ho piegato il telo alla come viene, poi l’ho rimesso in borsa e gli ho chiesto di andare via. Lui mi ha seguito e ha provato a dire due cose carine, ma ormai non aveva più senso. Ho cercato di non farglielo pesare, giuro, perché non aveva nessuna utilità rinfacciargli un comportamento che gli avevo già fatto notare altre volte, tanto più gli chiedevo di provare a cambiarlo più insisteva a portarlo avanti e forse non era neanche una sua decisione razionale, non lo sapevo, sapevo solo che non volevo discutere e quindi ho cercato di farmela passare ma la verità è che mi ha rovinato la giornata. Ho sorriso, certo, quando mi ha dato un rapido bacino sulla guancia l’ho accettato, certo, ma non era più la stessa cosa.
Era già sera e cominciava a fare freddo. Siamo tornati indietro ma ci siamo fermati dalle parti della stazione a cercare un posto dove cenare. Abbiamo optato per il ristorante cinese e io sono andata a lavarmi le mani prima di sedermi al tavolo. Mi sono guardata nello specchio e mi sono detta: “Ale, è andata com’è andata. Poteva andare meglio, ma va bene così. Adesso esci di qui e sforzati di apparire tranquilla, cerca di salvare almeno la serata. Pronta? Via.”
Io sono uscita e lui è entrato, mentre lo aspettavo ho dato un’occhiata al menu ma volevo che fosse G. a ordinare per me perché l’aveva già fatto una volta e l’avevo trovato piacevole, insomma, era sembrato sicuro di sé e non l’avevo più visto così, dopo quella volta. Quando mi ha raggiunto aveva la faccia strana. Ho creduto che la stanchezza cominciasse a farsi sentire, in fondo eravamo in giro dalle 12:30 e sarebbe stato comprensibile, ma c’era di più. Lui ha dato un rapido sguardo al menu e poi ha ordinato per sé, non ho fatto neanche in tempo a dirgli che avrei voluto un consiglio che lo aveva già restituito al cameriere che a quel punto aveva già iniziato a guardarmi come a dire “ok, ti muovi a scegliere?” A me, purtroppo, se mi metti fretta viene l’ansia, quindi ho letto un po’ qui e un po’ lì ma mi sembrava tutto uguale e alla fine ho ordinato una cosa qualsiasi, il cameriere s’è tolto dalle palle e siamo rimasti soli. In quel momento G. ha chiuso la bocca e non l’ha più riaperta per tutto il tempo che abbiamo passato nel ristorante. Ho provato a coinvolgerlo in una conversazione sui classici più e meno ma sembrava che la mia voce non gli arrivasse neanche all’orecchio, sembrava su un altro pianeta. Ha fatto cadere nel vuoto tutti gli spunti che gli ho offerto e mi sono sentita molto in imbarazzo a parlare da sola e a sforzarmi di tenere tesi i muscoli delle guance in un sorriso fintissimo che facevo solo per proteggermi, ma forse non ci ha neanche fatto caso. Lui non era veramente lì, era davanti a me ma non era presente. Continuava a prendere una forchettata dietro l’altra del suo riso e a portarla alla bocca, con una lentezza unica e che sembrava robotica. Il suo volto era totalmente privo di espressione, apriva la bocca e la chiudeva, ingoiava quello che ci aveva messo dentro senza neanche masticare, o così pareva e ad ogni boccone la sua schiena si curvava sempre di più, c’è stato un momento in cui i suoi occhi si sono chiusi e si è piegato di qualche grado a sinistra, pendeva da un lato e dava l’idea di essere in trance. Fino a quel momento mi ero sentita solo molto a disagio a parlare da sola, ma davanti a quell’immagine mi sono proprio spaventata. Ho finito in fretta il mio piatto di spaghetti e gli ho chiesto se volesse andare via. G. ha annuito lentamente e senza dire una sola parola, così ho preso la borsa e mi sono alzata, siamo passati alla cassa per pagare il conto e siamo usciti in strada.
A: «Stiamo tornando a casa, tesoro. Tra un po’ potrai riposarti. Stiamo tornando a casa, non ti preoccupare.»
G. ha camminato un passo dietro di me e in completo silenzio, poi l’ha rotto dicendo: «Dobbiamo ancora ordinare il secondo. Ritorniamo nel ristorante?»
A: «………..Cosa?»
G: «Cuora, torniamo indietro, non abbiamo finito.»
Non so, probabilmente l’aria fresca della sera l’ha fatto riprendere un po’, perché all’improvviso sembrava normale. Ero a dir poco confusa. Mi ha abbracciato e mi ha chiesto di scusarlo.
A: «Per cosa?»
G: «Ti sei spaventata?»
A: «No, figurati!»
Ho mentito spudoratamente e l’ho fatto sorridendo forte perché quando sorridi la tua voce cambia. Lo insegnano durante i corsi per centralinisti, bisogna sempre sorridere, anche quando sei al telefono e non possono vederti perché se ne accorgono lo stesso. Lui mi stava abbracciando e non poteva vedere il mio sorriso ma io lo trattenevo lo stesso per modulare la mia voce e rendere quelle parole credibili e nel frattempo i miei occhi si erano riempiti di lacrime.
“Calmati, Ale. Continua a sorridere e resta calma. È tutto a posto.”
Abbiamo preso un pullman per tornare a casa ma non ce l’ha fatta, ha mostrato segni di cedimento sin dal primo metro percorso e alla prima o alla seconda fermata gli ho chiesto: «Vuoi scendere?»
G: «Sì.»
A: «Ok, andiamo a piedi.»
Abbiamo camminato ancora ma in un attimo mi è piombata addosso tutta la stanchezza che avevo scacciato durante l’intera giornata e ho sentito troppo, davvero troppo freddo. Non vedevo l’ora di mettermi sotto le coperte, al buio. Forse era lì che saremmo dovuti restare, al buio, come il giorno prima, non lo so. Ad un tratto il cellulare di G. ha squillato: erano E. e R, ci avvisavano che stavano arrivando. Sapevo che sarebbe successo, G. me l’aveva detto quando eravamo già a Roma, ma non immaginavo così presto. Sapevo che il giorno dopo, martedì, F. avrebbe dovuto sostenere un esame e che avrebbe preso il treno in mattinata, sapevo anche che E. e R. avevano deciso di assistere per rendersi conto dell’indole dei professori e delle domande che avrebbero fatto ma quando ho saputo che erano già praticamente arrivati ci sono rimasta male. Il tempo a disposizione per giocare a fare la coppietta era finito, non avremmo più avuto la casa tutta per noi, non avremmo più avuto privacy e, cosa più importante, G. avrebbe ricominciato a distrarsi e l’avrei perso di nuovo. E così è andata.
Siamo arrivati noi per primi, a casa, e dopo un po’ gli altri hanno bussato alla porta.
“Tre… Due… Uno… Via. Addio, G.”
E. e R. sono saliti e hanno portato un po’ di allegria, certo, ma ne avrei fatto volentieri a meno. E. si è rivolto verso G. e gli ha chiesto come si sentisse e io non avevo idea che E. sapesse del suo problema, voglio dire… A me l’aveva detto ma sempre con tanta, tanta fatica, centellinando le parole, spiegando poco e niente e lasciandomi sempre tanti punti interrogativi. Con E. invece parlava tranquillamente, sembrava la cosa più naturale del mondo.
G: «Siamo stati al ristorante cinese, mi sono spento.»
E: «In che senso “ti sei spento”?»
G: «Mi sono spento, blackout.»
L’ho guardato bene, lo stava dicendo con la stessa naturalezza di chi dice: “Sai, ho preso il riso alla cantonese. Era abbastanza buono.” Io ero a bocca aperta e non sapevo cosa pensare. Hanno parlato tra di loro per un po’ ed E. gli ha fatto le stesse domande che gli avevo fatto io nei giorni precedenti, decine di volte, ma a me non aveva mai voluto dare una risposta, mentre al suo amico sì. Non sapevo se sentirmi più offesa o più sconcertata o più… Non lo so.
E: «Oh, G, domattina mi accompagni a prendere i biglietti per la finale di Coppa Italia?»
G: «Va bene.»
“‘Va bene‘… Io devo insistere per giorni prima di convincerlo a prendere uno stramaledetto gelato al centro e ad E. dice subito ‘va bene‘….”
E: «In verità non è domattina… È stanotte. Mi vorrei muovere di qui verso le 5:30, così arriviamo primi. Sai che fila, altrimenti?»
“Le 5:30? Cosa?! No, adesso rinsavisce e gli dice che non se la sente. Adesso gli dice che a quell’ora è una pazzia, la butta sulla stanchezza, gli dice che è stata una giornata lunga e che ha bisogno di riposarsi. Se sono fortunata gli dice pure che non gli sembra carino lasciarmi da sola a casa, visto che ero partita solo per stare con lui. Sì, adesso glielo dice.”
G: «Va bene.»
“…………………………!!!!!!!!”
Senza parole. Quando li abbiamo salutati per andare a dormire, G. e io siamo andati a metterci in camera. Non ho fatto neanche in tempo a dirgli che mi sembrava una pessima idea che in quel momento l’ha chiamato sua sorella. Voleva sapere se avesse intenzione di tornare a casa, il giorno dopo, per partecipare a una seduta di famiglia con una psicologa. Quando G. ha attaccato mi ha detto che era un appuntamento fissato da un po’ ma l’aveva dimenticato. Certo, certo. Dimenticato. Le ha risposto che non credeva ci sarebbe andato, visto che la seduta era alle 15 e intorno alle 13 sarebbe cominciato l’esame di F. All’improvviso aveva deciso che era importantissimo andare a seguire quel benedetto esame e quindi tutto passava in secondo piano. Chissà come mai. Gli ho suggerito di pensarci bene, che aveva bisogno di partecipare a quella seduta, non fosse per altro che per iniziare, in qualsiasi modo, quel percorso di analisi di cui tanto si era parlato e che poi era rimasto solo un’idea. Ma lui no, aveva trovato una scusa stupenda, il fottuto esame di F, esame a cui non avrebbe dedicato neanche dieci secondi, se non avesse avuto il mio fiato sul collo oltre a quello di tutta la sua famiglia. Ero arrabbiata, ero delusa, ero stanca, ero triste! Ci siamo addormentati in quel modo, immersi in un silenzio che diceva tanto ma che non aveva nessuna utilità. G. mi ha dato le spalle per tutta la notte, poi, poco prima dell’alba, mi ha svegliato per chiedermi un po’ di contatto fisico, per così dire, ma senza chiederlo, bensì pretendendolo. Io ho fatto resistenza, all’inizio, ma poi l’ho assecondato. È stato orribile. Dopo quella breve parentesi, si è voltato di nuovo di spalle e si è riaddormentato. Io sono corsa a lavarmi, come se l’acqua potesse lavare via l’umiliazione, e poi sono tornata a letto. Poco dopo, E. è entrato in camera e l’ha svegliato; non erano le 5:30 ma comunque era troppo presto per i miei gusti.
E: «G, che vuoi fare? Se non ti va, non fa niente, non mi offendo.»
“Ok, hai l’ultima occasione per fare la cosa giusta. Ti prego, di’ di no.”
G: «No, vengo. Mi vesto e scendo.»
Ed è proprio quello che ha fatto. S’è alzato dal letto senza aspettare neanche che E. uscisse dalla stanza, si è infilato le prime cose che ha trovato ed è andato via. Non ricordo se mi ha salutata o meno, ma ricordo che l’ho guardato a bocca aperta per tutto il tempo, senza avere la forza di dire A. Non ci potevo credere, l’ho visto schizzare fuori dal letto e poi dalla camera in così poco tempo che mi ha stordito, dopodiché ho sentito la porta di casa chiudersi e poi più niente. Niente di niente. Ero sola, senza parole e immobile. Non ci aveva pensato due volte, era… Era semplicemente andato via. Solo una manciata di minuti prima mi aveva usata come si usa una prostituta e poi… E poi era andato via. Ancora oggi mentre lo scrivo faccio fatica a capire cosa diavolo gli sia passato per la mente. Credetemi, resto con le dita sospese sulla tastiera e mi sento di nuovo di gesso, di nuovo assolutamente inerme. Credo che quella volta abbia toccato il fondo, con me, e mi domando se ne sia consapevole o no.
Alle 8:30 mi ha chiamata e appena ho visto il suo nome sul display il mio cuore ha sussultato. Ho pensato: “Ok, sta già tornando, ha capito di aver sbagliato e vuole farmelo sapere.” …Faccio molto ridere, vero? Lo so. L’amara verità è che voleva solo avvisarmi che F. stava per tornare e che, se non volevo farmi trovare in pigiama, dovevo alzarmi. A ‘sto punto non so se la premura dimostrata fosse davvero per me o proprio per F.
Gli ho chiesto a che punto fossero e mi ha detto che il botteghino apriva alle 10 ma che davanti a loro c’era già una quindicina di persone, che erano lì da ancora prima.
“Fanatici del cazzo! Stupida partita del cazzo! Stupido E.! Stupido, stupido G.!”
Mentre ero lì che maledicevo tutto, il telefono di casa ha squillato e siccome R. stava dormendo, mi sono alzata per rispondere. Era il signor V, il padre di G. Voleva sapere se quest’ultimo avesse cambiato idea, se avesse intenzione di andare alla seduta delle 15 e mi ha stupito che si fosse finalmente convinto dell’urgenza della terapia, proprio lui, che era partito così scettico. Ci ho parlato per una mezz’oretta, circa, è stato piacevole. Gli ho dovuto spiegare l’assenza di suo figlio da casa e lui ha subito fatto una riflessione sulla sua tendenza ad assecondare gli amici, sempre e comunque, e a non fare altrettanto con la famiglia o, diciamolo — perché esistevo anch’io — con la sua ragazza. Quello che ha detto mi è parso davvero giusto e non ho potuto fare a meno di dargli ragione.
A: «Secondo lei, perché fa così?»
V: «È una questione di sicurezza. Riesce a dire di no più facilmente a chi gli vuole più bene perché sa che tanto questo non lo abbandonerà mai, qualunque cosa faccia.»
Non faceva una piega.
V: «Come lo vedi? Com’è stato in questi giorni?»
A: «…Be’, non voglio mentirle. Per me ha bisogno di aiuto, di una terapia seria e ha già perso troppo tempo. Non so come si concilierà questa cosa col tirocinio, ma ne ha bisogno e il prima possibile.»
Suo padre ha detto che del tirocinio e della laurea non fregava niente a nessuno, che a casa sua tutti sapevano che la priorità assoluta era la salute di G. Parole sante. Mi ha fatto bene parlare un po’ con lui, scoprire che era più ragionevole di quanto pensassi. Ci siamo salutati cordialmente, verso la fine mi ha ringraziato per la pazienza che stavo dimostrando con suo figlio e mi ha fatto piacere che lo notasse anche lui. Me l’aveva detto sua sorella, sua madre e ora anche suo padre. A casa di G. tutti lo notavano e tutti lo apprezzavano, tutti meno G.
Mentre parlavo con il signor V, F. ha aperto la porta ed è entrato, aveva portato con sé un amico a fargli da supporto morale. A quel punto anche R. si è svegliata e dopo esserci intrattenuti un po’ tra saluti e convenevoli, ci siamo preparati per uscire e andare all’università. Io credevo che avremmo aspettato G. ed E. ma i ragazzi hanno voluto muoversi in anticipo, così li ho seguiti per strada, poi sul tram e poi di nuovo per strada, chiedendomi solo quando G. si sarebbe fatto vivo. R. mi si è avvicinata per chiacchierare e inevitabilmente il discorso è virato su di lui e sul tipo di rapporto che stavamo costruendo. R. ha sempre sostenuto che in una coppia c’è sempre chi è più avanti dell’altro, sentimentalmente parlando. Tra me e G, secondo lei, ero io quella più avanti. Ha detto che, sempre secondo lei, lui mi voleva bene ma non provava quello che provavo io ed era evidente dal modo in cui si comportava, dal fatto che quando lei ed E. gli chiedevano come andasse con me, se ci sentissimo, se avesse intenzione di chiamarmi o meno, lui rispondeva che non ne aveva voglia, che era meglio di no o qualcosa del genere. Sono certa che si riferisse a momenti specifici, probabilmente risalenti a Febbraio, a quando avevamo vissuto quella fase di stallo durata circa tre settimane, o a una di quelle sere che non ci siamo sentiti perché semmai avevamo discusso la sera prima o cose così, insomma… Stava sicuramente generalizzando e non dico che avesse tutti i torti ma lei non poteva sapere cosa provava G, non poteva, ok? E la sicurezza con cui parlava mi ha innervosito e fatto sentire giudicata, oltre che un’emerita stupida. Vista dall’esterno dovevo sembrare davvero una povera disperata, un’illusa… Questo mi pareva abbastanza umiliante.
Insomma, tra chiacchiere pessimiste e considerazioni negative il mio umore non è certo migliorato, anzi. Più passava il tempo, più mi saliva l’ansia, mi sentivo come una pentola a pressione, prima o poi mi sarebbe uscito il fumo dalle orecchie. Siamo arrivati all’università e abbiamo incontrato altri ragazzi, erano lì per sostenere lo stesso esame e hanno cominciato a parlare di questo, dei corsi, dei caposala, di cose di cui non mi fregava assolutamente nulla, io volevo solo vedere G. Ho cercato di stare tranquilla, lo giuro, ma più parlavano, più guardavo l’orologio, ogni minuto sembrava un’ora. Vedevo le loro bocche muoversi, aprirsi e chiudersi, che diavolo stavano dicendo? Avevo smesso di ascoltare. Loro fumavano e vedevo il fumo salire verso l’alto al rallentatore, tutto era lento, maledettamente lento e io pensavo: “Adesso urlo! Giuro che adesso urlo! Dove cazzo è G?!” Pensavo a quella giornata, a quel martedì libero che avevo ottenuto con tanta difficoltà e che doveva per questo essere sfruttato al massimo, fino all’ultimo minuto! Doveva essere felice, pieno di risate, di abbracci, di amore, e come lo stavo passando? In piedi sotto il sole, con dei perfetti sconosciuti, senza poter fare niente, senza poter andare da nessuna parte, senza sapere dove fosse l’unica persona di cui avevo bisogno e allora ecco che urlare mi sembrava l’unica reazione sensata, perché mi sentivo in trappola! E intanto gli altri parlavano ancora, ed erano tutti composti, se ne stavano lì fermi, in piedi, non si sono mossi neanche di un centimetro, sembrava che avessero i piedi inchiodati all’asfalto e a guardarli sentivo i muscoli delle mie gambe tremare. Avrei voluto correre da lui ma non sapevo neanche dove fosse! R. ed E. si sono sentiti, lui le aveva detto di essere ancora in fila, stavolta all’interno del botteghino, mentre G. era fuori ad aspettarlo. Sapevo bene perché, G. non riusciva a stare a lungo in posti affollati, così me lo sono immaginato tutto solo, esattamente come me, fermo, senza sapere cosa fare e dove andare e ho pensato che era stato un tale stupido a fare quello che aveva fatto! Poteva chiedermi di andare con lui, ad esempio, così avremmo aspettato insieme e la sostanza non sarebbe cambiata, sarebbe stato comunque tempo sprecato, ma almeno non l’avremmo sprecato in due punti diversi della città! Anche adesso che ne scrivo, mi sento male, sono agitata, come se rivivessi quel momento ed è stato orrendo. Sono state le ore più lunghe della mia vita. Avevo preso e rimesso in tasca il cellulare così tante volte che avevo perso il conto, tutte le volte che lo prendevo era per chiamarlo o scrivergli, tutte le volte che lo posavo era perché mi dicevo che era meglio di no, e desistevo. L’ultima cosa che volevo era mettergli fretta, ma l’attesa era diventata insostenibile e alla fine ho dovuto chiamarlo per forza, non ce la facevo più. Mi ha detto che stava tornando a casa per farsi una doccia e poi ci avrebbe raggiunto ma io conoscevo i suoi tempi. C’avrebbe messo un’ora per rincasare, mezz’ora per farsi la doccia, avrebbe perso un’ora (se non di più!) prima di trovare il coraggio di uscire di nuovo e prendere il tram, un’ora per raggiungerci… E l’esame sarebbe praticamente finito. Gli ho detto di sbrigarsi e nel frattempo i ragazzi con cui ero hanno deciso di andare a prendere un caffé. Io facevo avanti e indietro dal bar all’incrocio da dove mi aspettavo di vederlo da un momento all’altro e all’improvviso eccolo, è spuntato all’orizzonte e l’ho visto avvicinarsi, passo dopo passo, e un po’ alla volta ho potuto rendermi conto dell’atteggiamento che aveva portato con sé. Camminava piano, ma non come al solito, non mostrava segni di fatica, bensì di calma. Oggi lo so, mi sono sicuramente sbagliata perché calmo non poteva essere, considerato che era stanco, aveva dormito pochissimo ed era rimasto ad aspettare per ore in mezzo a un sacco di gente. Calmo no, non poteva esserlo, ma lo sembrava, aveva la faccia che diceva “Embé? Qual è l’urgenza?” e io non l’ho retta. L’ho aggredito, lui mi ha guardata offeso, come se non lo meritasse e allora io, accigliata e scossa, ho cercato di abbracciarlo. Non so dire cos’ho provato in quel momento. Ancora oggi non capisco se abbia prevalso la gioia di vederlo o la rabbia per essere stata lasciata sola, so solo che le ho esternate entrambe, contemporaneamente e questo non è normale, è solo strano e lui non poteva capirmi se non mi capivo nemmeno per conto mio. Dicevo, ho provato ad abbracciarlo, ma lui mi ha scansato, a quel punto ero io a sentirmi offesa, gli ho lanciato un’occhiata che diceva “come osi?”, mi sono girata e sono andata via; voltato l’angolo, pochi metri dopo, c’era il bar e le stesse persone con cui ero stata fino a quel momento, nessuno si era accorto di niente. Sono tornata da loro convinta, assolutamente convinta che G. mi stesse seguendo ma quando mi sono voltata per accertarmene lui non c’era già più. Non so che fine abbia fatto, so che l’ho visto entrare nel cortile dell’università assieme ad E, qualcosa come venti minuti dopo. L’ho seguito con lo sguardo dal momento in cui ha oltrepassato il cancello a quando si è fermato davanti all’allegra compagnia: non mi ha degnato neanche di un’occhiata, ma neanche per un nanosecondo. Quando si è avvicinato sorrideva amabilmente, non c’era traccia di negatività sul suo volto, sembrava fresco come una rosa, rilassato, contento. Ha salutato tutti, s’è fumato pure una sigaretta quando aveva detto di aver smesso completamente. E nel frattempo io continuavo a guardarlo, scioccata da una tale e invidiabile padronanza di sé, e lui non mi guardava mai. Mai. Ero proprio lì davanti a lui e lui non mi ha guardata neanche una volta. Ero invisibile, mi sentivo come i fantasmi che nei film non sanno ancora di essere tali. Rideva, fumava e rideva e intanto io cercavo con tutte le mie forze di soffocare un urlo che avrebbe rotto i timpani di tutti. Mi sono allontanata da loro, sono andata a sedermi su una panchina poco distante per raccogliere le mie mille idee confuse. Non so se E, o chi per lui, gli ha consigliato di venire a parlarmi o se è stata una sua iniziativa, comunque dopo qualche minuto l’ho visto avvicinarsi e per un attimo ne ho avuto paura, me lo ricordo bene, ma non so di cosa. Quando mi ha raggiunto, mi si è parato davanti e mi ha chiesto: «Che ti è preso prima?»
“Che mi è preso? Mi è preso che mi hai lasciato da sola nel letto, stamattina, e sei andato chissà dove a prendere un fottuto biglietto di una partita a cui neanche andrai e nel frattempo io ero con i tuoi stupidi amici a cercare di non fare una strage e non mi hai fatto neanche una cazzo di telefonata per dirmi a che punto eri, quanto ci avresti messo, o anche solo per scusarti! Dei tuoi modi osceni, cattivi, irrispettosi, del fatto che mi hai rovinato la giornata, il viaggio, la vita! Del fatto che mi tratti come un oggetto e che mi ignori e che mi dici che mi ami e subito dopo che non mi ami! Del fatto che mi hai messo a soqquadro la testa e che questo ti diverte! Ammettilo, ti diverte! Ecco che mi è preso!”
Non so cosa sarebbe successo se avessi detto quello che avevo in mente, forse niente di buono. Così non ho detto assolutamente nulla, non una sola parola. In quel momento, giusto in quel momento, i professori avevano avvisato i ragazzi che potevano salire, ho visto un piccolo gregge di pecore muoversi ed entrare nell’edificio e non so perché, giuro che non lo so, ma mi sono alzata e li ho seguiti. Ancora una volta ero sicura, sicura come è sicura la morte, che anche G. ci avrebbe seguiti. Siamo entrati in aula, ci siamo sistemati nei banchi, io ne ho scelto uno in fondo, mi sono seduta e ho pensato: “Che cazzo ci faccio qui?” e subito dopo: “G. dov’è?”
L’ho aspettato, prima o poi sarebbe entrato in aula, avrebbe poggiato il culo su una di quelle stramaledette sedie e avrebbe assistito a quello stramaledetto esame, per forza, altrimenti non avrebbe avuto senso tutta la trafila che aveva fatto, aver preso il tram, essersi sorbito tutto il traffico di Roma, camminare fino all’università, incontrare i suoi amici, far credere loro che sarebbe entrato… “Senso”… “Non avrebbe avuto senso”… Perché, G. faceva mai qualcosa che avesse senso? La risposta è no, purtroppo, e quella volta non ha fatto eccezione perché la verità è che se n’era andato via. Sono scesa di nuovo, l’ho cercato dappertutto, per le scale, nel cortile, per strada, all’incrocio, ma niente, se n’era già andato. Porca puttana! Ho iniziato a piangere di rabbia, tanto non c’era nessuno ed era proprio quello il punto! Non c’era nessuno, ero da sola! Da sola in un’altra citta, da sola in un ambiente non mio, senza il mio fottuto ragazzo che sembrava ci godesse a lasciarmi sempre, sempre, dico sempre da sola! Sono rimasta un po’ nel cortile a chiedermi se fosse il caso di tornare a casa ma non sapevo come! Per un attimo ho pensato che forse era andato alla stazione, che aveva deciso di partire per Napoli e andare alla seduta di famiglia e una parte di me quasi lo preferiva, almeno sarebbe stato utile. Ma poi ho guardato l’orologio e ho capito che non sarebbe mai arrivato in tempo e quindi non ho avuto idea di dove potesse essere andato. Non ho potuto fare altro che salire di nuovo le scale, rientrare in aula e sedermi, fermarmi, prendere fiato, riposare il corpo, mentre la mente si assentava. Un ragazzo dietro l’altro, una bocciatura dietro l’altra, poi è arrivato il turno di F. che per fortuna era preparato. E. ed R. ascoltavano attenti, così l’amico che F. si era portato da Caserta per fare il tifo. Io non vedevo l’ora di andare via. Alla fine F. ha preso 30, tutti ci siamo congratulati con lui, ma francamente mi importava poco, l’unica cosa che volevo da loro era che mi riportassero a casa. Quando ci siamo arrivati abbiamo visto che G. era lì. Aveva sistemato la sua camera, il suo letto, aveva fatto la doccia, si era cambiato e sembrava pronto per uscire. Per andare dove? Io mi sono distaccata dal gruppo di amici per raccogliere le mie cose e ficcarle nel trolley, dopodiché l’ho chiuso e l’ho appoggiato nel corridoio, vicino alla porta. L’avrei usato per partire, avrei preso il treno delle 16. G. mi ha vista ma non ha detto niente. Mi sono seduta ad aspettare che si facesse l’ora, G. mi è passato davanti una volta o due o forse di più e non mi ha rivolto la parola. Stavo per andare, era ormai ora, ma prima sono entrata in bagno per darmi una sistemata. Neanche il tempo di chiudere la porta che ho sentito bussare.
Toc, toc…
G: «Ciao.»
Silenzio… Rumore della porta che si apre… Che si chiude… Poi più niente.
Ho aperto la porta del bagno e sono uscita fuori, R. mi ha guardata sconvolta e mi ha detto: «Alessa’, se n’è andato!»
A: «Cosa?»
R: «Sta partendo.»
A: «MA COME SAREBBE A DIRE?!»
Neanche il tempo di finire la frase che ero già in fondo alle scale. Lui era appena fuori al portone del palazzo, giusto davanti al citofono. Si è girato, mi ha vista e si è fermato. Non vado fiera di quello che è successo dopo.
Appena mi sono trovata davanti a lui l’ho afferrato per i capelli e l’ho strattonato, ho iniziato a ripetere: «Vaffanculo! Hai capito? Vaffanculo!» e l’ho graffiato senza rendermene conto, fino a fargli sanguinare l’orecchio. Giuro che non volevo. È stata una scena brutta, disgustosa, adesso che sono lucida me ne rendo conto, ma in quel momento io pensavo solo a quel “ciao” detto attraverso la porta del bagno! Cazzo, era tutto il giorno che stavo male, tutto il giorno! Era tutto il giorno che implodevo, un’implosione dietro l’altra e alla fine sono esplosa. Ed è stato brutto, brutto da vedere, brutto da vivere. Non avrei mai saputo spiegargli a parole quanto male mi aveva fatto, neanche tra un milione di anni. Io, che ho sempre glorificato il dono potente e magnifico della razionalità, non ero in grado di pensare a nulla, assolutamente a nulla. All’improvviso ero istinto animale allo stato puro e ho usato la violenza per far valere le mie ragioni, come i criminali, come la feccia della società. Me ne vergogno molto, non dovete credere che lo racconti con facilità. Me ne vergogno terribilmente. Ad un certo punto mi sono fermata, mi mancava il respiro, il cuore mi batteva all’impazzata e lo sentivo all’altezza della gola. Mi faceva male, ho creduto che mi stesse per venire un infarto. G. mi ha guardato offeso, s’è preso un attimo per accertarsi che non avrei ricominciato… Poi è andato via, ancora, e ancora una volta senza dire niente. Non riuscirò mai a spiegare quanto dolore ho sentito in quel momento e quanta paura ho avuto. Non ci provo nemmeno, perché non ci sono parole. È stato terrificante. Mi sono accasciata per terra, con la testa tra le mani e i gomiti sulle ginocchia. Ho pianto forte, come quasi mai ho pianto nella vita. Poi qualcosa dentro di me è scattato, mi sono alzata in piedi e ho cominciato a correre, più veloce che potevo, per raggiungerlo. Mentre correvo pensavo solo che non poteva partire senza di me, non poteva! Lui si è accorto di me solo quando ero a pochi metri, si è voltato e ha indugiato. Gli ho gettato le braccia al collo e l’ho stretto forte, continuando a piangere, visto che ormai non riuscivo più a fermarmi. Singhiozzavo, non riuscivo a respirare, non riuscivo a riprendermi, riuscivo solo a stringerlo. Lui ha ricambiato l’abbraccio ma forse per pena, non lo so. Stavo cercando di fargli capire che avevo paura di perderlo e lui era già distante anni luce. Stavo ansimando, ho dovuto provare a calmarmi se non volevo svenire. Mi sono staccata da lui e ho tenuto la testa china perché non avevo il coraggio di guardarlo in faccia. Mi ha detto: «Va’ a prendere le tue cose.» e io ho obbedito. Sono tornata indietro, ho voltato l’angolo e ho ricominciato a correre. Per strada, per le scale, poi ho bussato alla porta, mi ha aperto R. e mi ha detto: «Devi smetterla di farti condizionare la vita da lui. Non puoi continuare così.»
R… Mi era stata così tanto sulle palle in mattinata, ma solo perché diceva la verità. Quella è stata l’ultima volta che l’ho vista.
Mentre ero di nuovo in strada ho temuto di non trovarlo più e conoscendolo non ci sarebbe stato da stupirsi, ma per fortuna era ancora lì, dove l’avevo lasciato. L’ho raggiunto, ci siamo guardati ma nessuno dei due ha proferito parola. Ci siamo incamminati verso la fermata del tram e l’abbiamo aspettato così, in silenzio, poi questo è arrivato, si sono aperte le porte, io sono salita a fatica perché il trolley pesava. Una volta su mi sono girata, l’ho visto immobile e mi sono chiesta: “Perché non sale? Che sta aspettando?” …In quel momento le porte si sono chiuse e il tram è ripartito. L’ho guardato incredula, attraverso i finestrini, diventare sempre più piccolo, finché non l’ho visto più.
Vorrei poter dire che è finita in quel modo, che ho proseguito da sola fino alla stazione, che ho preso il mio treno e sono tornata a casa mia, che non l’ho più incontrato, che l’ho lasciato in quel momento e che ormai è solo un ricordo amaro da cancellare il prima possibile. Vorrei poter dire che quel giorno me ne sono liberata per sempre, che mi sono messa al sicuro dalla distruzione perché è questo che rappresentava, la completa distruzione di tutto ciò che di buono c’era in me. Vorrei potervi dire che sono stata forte, che ho ritrovato un minimo di contegno e di lucidità, che l’ho mandato al diavolo e che non ci ho più pensato. Ma purtroppo non è così che è andata.
Quando ho visto le porte del tram chiudersi giusto in mezzo a noi, mi ha preso il panico. Che stava succedendo? Perché non era salito? Era stato tutto un bluff per indurmi a partire il prima possibile? Aveva mai avuto intenzione di partire davvero? Se sì, perché aveva cambiato idea? Per fortuna su quel tratto di strada c’è una fermata ad ogni passo e così sono scesa alla successiva e l’ho chiamato.
A: «G, che stai facendo?»
G: «Dove sei?»
Gliel’ho detto e lui mi ha raggiunta.
A: «Che stai facendo?»
G: «In che senso?»
A: «Non ce la faccio più.»
G: «A fare che?»
A: «Ti prego… Non ce la faccio più.»
Ero così stanca… Così esausta, mi sentivo svuotata.
A: «Non ho più tempo, il mio treno sta per partire. Devo prendere questo treno, capisci? Vieni con me. Il tirocinio comincerà tra una settimana, nel frattempo torna a casa. Qui non hai niente da fare, lì c’è la tua famiglia. Torna a casa, starai bene.»
G: «Se adesso me ne vado, non torno più.»
A: «Non è vero, tornerai. Però avrai il tempo di riposarti, di riprenderti. Torna a casa, G.»
Ha scosso la testa, io ho sentito un tuffo al cuore.
A: «Ti prego! Ti prego, non farmi partire da sola!»
Solo allora ha accettato di seguirmi, ma credo che in quel momento mi abbia odiata.
È arrivato un altro tram e stavolta c’è salito anche lui. Eravamo entrambi in piedi vicino al finestrino, lo guardavo ma lui non guardava me. Aveva la faccia scura e arrabbiata, a un certo punto ha rotto il silenzio e ha detto: «Chi me l’ha fatto fare?»
È stato come se un pugnale mi trafiggesse il cuore non una, ma dieci volte, ho sentito la punta e la lama, ho sentito tutto. Gli ho chiesto a cosa si riferisse e lui ha voltato la testa dall’altra parte, rendendomi chiaro che non avrebbe risposto. Ma non ce n’era bisogno, io conoscevo perfettamente la risposta. Si stava pentendo di avermi ricontattato. Si stava pentendo di essere tornato nella mia vita, di essere venuto a parlare con me, quel famoso 3 Novembre. Si stava pentendo di tutto quello che era venuto dopo, di tutto. Stava guardando la strada e io gli ho visto uno sguardo cattivo che non aveva mai avuto in mia presenza. Mai.
A: «Tanto lo so, cosa volevi dire. Chi te l’ha fatto fare, G? Eh? Chi te l’ha fatto fare?»
Lui ha scosso la testa con insofferenza, con la faccia di chi dice “sta’ zitta!” e io l’ho fatto, sono rimasta zitta.
Siamo arrivati alla stazione e siamo scesi dal tram. Io camminavo in avanti ma mi giravo praticamente ad ogni passo per controllare che lui ci fosse. L’ansia era tanta e mi aspettavo che da un momento all’altro sparisse in mezzo alla folla. Siamo arrivati che il treno era già lì ma completamente vuoto. Ha voluto salire sull’ultimo vagone e l’ho seguito, ma ha detto che non voleva sedersi in carrozza, bensì restare nella zona di transito, quella in mezzo alle porte scorrevoli. Mi ha preso il trolley e l’ha sistemato su un portabagagli ma io l’ho tirato di nuovo giù. Voleva che mi sedessi sulla poltrona, lontano da lui, ma non ci sono stata. Se voleva viaggiare in quel modo, allora l’avrei fatto anch’io. Mi sono seduta su una delle micropoltroncine che si tirano via dalla parete, una roba scomodissima ma l’ultima cosa che mi sembrava il caso di fare era parlare di comodità. Lui s’è seduto davanti a me ma poi si è alzato perché già non ce la faceva più a stare lì, nonostante le porte fossero ancora aperte e non ci fosse nessuno intorno a noi. È sceso dal treno, ho sudato freddo per un attimo perché per quanto ne sapevo poteva anche aver deciso di andarsene, ma poi l’ho visto sedersi su un muretto. Non significava che sarebbe risalito, però, quindi mi sono alzata anch’io per tenerlo d’occhio. Ha controllato il biglietto e si è accorto di averne obliterato uno sbagliato, uno che invece di “Roma Termini-Napoli C.le” riportava “Napoli C.le-Roma Termini”. Non so come abbia fatto a sbagliare ma a quel punto doveva per forza farne un altro. Ammetto che in quel momento ero paranoica e mi ha sfiorato l’idea che l’avesse fatto apposta; il treno sarebbe partito di lì a poco e se avesse perso più tempo del dovuto avrebbe avuto una scusa per non salirci. Così ho preso il trolley e sono scesa anch’io per accompagnarlo a fare questo maledetto biglietto. La mia presenza era una sorta di ricatto: sapeva che avrei dovuto prendere quella corsa e quella soltanto, se l’avesse persa lui l’avrei persa anche io, quindi ho sperato che non se la sentisse di attardarsi per non crearmi un disagio. Non so cosa sarebbe successo se l’avessi fatto andare da solo, ma non potevo permettermi di rischiare e così ho fatto praticamente l’ostaggio. Lo so che state pensando: “Perché? Perché non potevi semplicemente lasciargli fare quello che voleva? Perché ci tenevi tanto che partisse con te, in quelle condizioni? Perché sei così masochista, così stupida, così debole?” …Ero in paranoia. Ero impazzita, forse. Forse ero impazzita.
Ha fatto un nuovo biglietto e siamo tornati indietro, andando a metterci esattamente dove eravamo prima. Lui si è seduto di nuovo sulla micropoltroncina e potevo leggergli in faccia quanto fosse furioso. Mentre guardavo fuori dal piccolo vetro che era sulla porta, ho sentito un rumore fortissimo e mi sono voltata di scatto, sussultando. Era lui che in preda all’ira aveva colpito violentemente un corrimano con il suo ombrello. Ho avuto paura, perché era evidente che non ce l’aveva con il corrimano, ma con me, perché l’avevo costretto a partire contro la sua volontà… Solo che non poteva colpire me, ecco l’unico motivo per cui aveva infierito su quel pezzo di ferro. Un solo colpo, comunque, secco, poi si è ricomposto ma si vedeva che avrebbe voluto urlare. E anch’io. Senza che mi accorgessi del momento preciso, le lacrime avevano ricominciato a rigarmi le guance, forse non avevano mai smesso di scendere, ma in quel momento avevo avuto paura e mi si era accumulata troppa adrenalina, veramente troppa per non avere reazione alcuna. Di nuovo secchi d’acqua sotto i miei occhi, ho realizzato che stava peggio di quanto mi era sempre sembrato e ho provato tanta pena per lui. Si è alzato ancora e si è appoggiato alla porta che stava sul lato opposto a dove ero io. Nel frattempo la gente continuava a salire, orde di sconosciuti lo hanno riempito tutto, hanno preso tutti i posti disponibili e alla fine si sono riversati negli spazi di passaggio, proprio come quello in cui eravamo noi. Ad ogni persona che saliva e si fermava lanciavo uno sguardo carico d’odio, velocemente l’abitacolo si è riempito sempre di più e una signora ha pure preso il posto che G. aveva lasciato libero. Le ho detto che era occupato ma lui gliel’ha ceduto, preferendo restare dov’era. Ha viaggiato tutto il tempo lì, seduto sul gradino sotto la porta, con le gambe tirate dietro e la faccia praticamente schiacciata, con l’obbligo di alzarsi e scendere ad ogni fermata per agevolare il passaggio. A conti fatti, se avesse deciso di sedersi come una persona normale su una poltrona a caso, avrebbe avuto più spazio e più aria di quanti gliene servissero. Quando siamo arrivati in stazione il treno era completamente vuoto, poteva scegliere tra almeno un centinaio di poltrone, aveva l’imbarazzo della scelta. Ma probabilmente non aveva considerato che quella corsa sarebbe stata la più gettonata, non immaginava che il treno si sarebbe riempito così, probabilmente credeva che saremmo rimasti i soli ad occupare quello spazio. È rimasto fregato, siamo rimasti fregati, perché si sono accalcati tutti lì, praticamente addosso a noi e spero tanto che se ne sia pentito.
Comunque, l’ho tenuto d’occhio per tutto il tempo perché ormai mi aspettavo di tutto da lui, avrebbe anche potuto scendere pochi istanti prima della partenza. A quel punto sarei stata costretta a proseguire da sola, non avrei potuto fermarlo e il pensiero mi metteva un’angoscia indescrivibile. Credo di aver trattenuto il respiro fino a che le porte non si sono chiuse e non mi sono accertata che fosse dentro. Da quel momento in poi ho potuto allentare un po’ la presa ma non significa che sia stato un viaggio piacevole, anzi. Avevo una tizia che mi stava a pochi centimetri dalla faccia e, siccome mi aveva vista provata, si è incuriosita e mi ha fissato fino a che non è scesa, lo stesso la signora che ha rubato il posto a G. Hanno visto che lo tenevo d’occhio, la signora mi ha chiesto: «Sta bene?» e io ho scosso la testa, senza dire nulla. Per la prima parte del tragitto sono stata girata verso di lui, odiando ferocemente quelli che si mettevano davanti e mi costringevano a sporgermi a destra o a sinistra. È stato un viaggio scomodissimo ma scomodissimo è dir poco, perché magari si fosse limitato tutto al mal di schiena. Dicevo, durante la prima mezz’ora l’ho fissato e basta, non so neanche se se ne sia accorto o meno. Poi gli ho mandato un sms perché non ce la facevo più a stargli lontana e avevo bisogno di parlare.
A: “Se vengo a sedermi vicino a te, ti alzi?”
G: “Lì dove sei stai benissimo.”
Mi sarei già alzata, se fosse dipeso da me, ma avevo paura della sua reazione, quindi per un po’ ho continuato a scrivergli sms.
A: “Non so come fai a odiarmi così tanto. Nonostante tutto quello che tu hai fatto a me, io non riesco ad odiarti. Possiamo parlare? Anche se fosse l’ultima volta.”
Non ha risposto.
A: “Ormai sei nel treno e ci devi restare per altre due ore. Vuoi sprecarle così? Possibile che non ti importi proprio niente? Parlami, almeno.”
G: “Ora no.”
Ma io ne avevo bisogno, ne avevo bisogno in quel momento, non potevo farne a meno. Tutto mi stava sfuggendo di mano, tutto era in disordine, fuori e dentro di me. A quel punto avevo già toccato il fondo, credevo, quindi non avevo niente da perdere. Ho deciso che avrei rischiato, mi sono fatta coraggio e sono andata a sedermi accanto a lui. Per fortuna non si è alzato, ma non ne è stato contento. La prima cosa che gli ho detto è stata: «Mi dispiace.» Ovviamente mi riferivo all’incontro di lotta libera e lui ha capito benissimo. Ha scosso la testa e ha detto: «Non è successo niente» ma si vedeva che era offeso. Gli ho chiesto di parlare un po’ ma non era affatto conciliante, anzi, ha ribadito che voleva che lo lasciassi in pace. Con prudenza e un filo di timore, ho provato a mettergli una mano sul ginocchio ma me l’ha spostata dicendo qualcosa che non ricordo, come un “per favore”, per dissuadermi dal contatto fisico. Credo che in quel momento gli desse fastidio tutto di me e non potevo sopportarlo. L’ho implorato di degnarmi di uno sguardo ma non ha mai voluto; mi ha fatto sentire un’appestata per tutto il tempo. Ad un certo punto mi ha persino detto: «Che devo fare, mi devo trasferire in un altro paese? Va bene, mi trasferisco!»
Era molto arrabbiato, non l’avevo mai visto così… Mi ha fatta sentire in colpa, mi sono addirittura scusata perché avevo cercato di aiutarlo e avevo fallito e lui ha avuto il coraggio e la freddezza necessari per dirmi che non potevo aiutare nessuno, che ero io per prima ad aver bisogno di aiuto, che non sono mai guarita, che stavo male, ero malata! Non sapevo da dove tirasse fuori tutta quella cattiveria, ai miei occhi G. non è mai sembrato cattivo, mai. Semmai immaturo, un po’ egoista, ma mai cattivo. Eppure stava dimostrando di esserne capace e di sentirsi piuttosto a suo agio nel vomitare tutto quel veleno… E mi sono resa conto di non conoscerlo davvero. Mi ha chiesto di stargli lontana per un po’ ed io, in lacrime, gli ho chiesto come avrei potuto riuscirci. Mi ha risposto che dovevo farlo. Mi ha stupito la freddezza che riusciva a mantenere di fronte a tutto quel dolore. Era visibile, era così schifosamente visibile. Giuro che non volevo sbatterglielo in faccia, è solo che non sono riuscita a nasconderlo, perché era troppo. Ho cercato di mantenere un certo contegno, sussurrando appena ed evitando di gesticolare, ma chiunque poteva vedere quanto stessi male, chiunque si girasse a guardarci. E a me non importava, in fondo, per me in quel treno non c’era nessuno, solo noi due. Non me ne fregava niente dell’opinione di qualche pendolare senza volto che ho visto mezza volta e non rivedrò mai più, lo stavo perdendo e questo era tutto ciò che contava.
A: «Come la mettiamo col fatto che ti amo?»
G: «Ti sei fissata, con me. La tua è diventata un’ossessione.»
Mi sono offesa da morire, come osava dire quelle cose? Come se lui sapesse cos’era l’amore, come se lui avesse mai amato davvero qualcuno! Che ne sapeva, intrappolato così com’era in sé stesso? Era ai limiti dell’autismo, sentimentalmente parlando!
A: «Non puoi giudicare il mio modo di amare, non puoi chiamarlo fissazione o ossessione e in questo modo sminuirlo. Io ho fatto degli errori, è vero, ma almeno ci ho provato, tu neanche questo. Ti ho dato tutto… Non ho più niente.»
G. ha scosso la testa come se non significasse nulla, come se lo trovasse stupido o falso ma era vero, era la cosa più vera che potessi dire in quel momento. Voi non potete capire perché, vi mancano dei tasselli fondamentali, ma dovete credermi, era tutto penosamente vero. Era così che mi sentivo, un involucro senza niente dentro.
Quando gli ho chiesto come potesse restare così impassibile, ha tipo sbuffato e ha fatto un gesto di stizza prima di allontanarsi di qualche centimetro, di più non poteva. A vederlo così avevo voglia di sbattere la testa contro il vetro, c’è stato un attimo in cui non sono riuscita a respirare ed è stato spaventoso. Ho cercato di prendere dei lunghi respiri ma sembrava che non potesse entrare aria, né dal naso né dalla bocca; era una percezione, ovviamente, ma sembrava reale. E siccome non riuscivo a trattenere quell’aria, presto sono andata in iperventilazione e ho sentito un formicolio intenso e a tratti pungente su tutta la faccia, oltre la testa che girava. Alla prima fermata ho cercato di aprire la porta ma ero nel panico e non capivo come funzionava la maniglia. G. aveva già aperto la sua parte ed era sceso. Mi ha vista in quello stato e non ha fatto niente per aiutarmi, ad un certo punto ho visto la mano di un uomo che lo faceva al posto mio; ricordo solo il suo braccio che si allungava in avanti e la sua voce che mi spiegava brevemente cosa fare ma non so neanche che faccia avesse, non mi sono voltata a guardarlo, né a ringraziarlo, tutto quello che volevo era uscire da lì e respirare aria fresca. Ho preso dei lunghi respiri, tenendo il collo teso verso l’alto, come se in quel modo fosse più semplice far scivolare l’ossigeno nei polmoni. Credo di essermi ripresa un po’ ma purtroppo non sono potuta rimanere a lungo fuori dal treno, ché stava già ripartendo. E allora sono rientrata, assieme a G, ci siamo seduti sullo stesso gradino lurido e di nuovo abbiamo tirato indietro le ginocchia per non farcele colpire da quello schifo di porta automatica in cui a momenti sprofondavamo la faccia. È stato un incubo, un vero incubo e una parte di me sperava finisse presto, un’altra invece ne aveva paura. Sentivo che dopo quel viaggio non l’avrei più rivisto, che sarebbe finita lì e odiavo il fatto che non si voltasse neanche un secondo, neanche un maledetto secondo a guardarmi per dirmi addio. Aveva distrutto tutto quello che avevo cercato di costruire e alla fine stava cercando di farmi passare anche per pazza, per la malata della situazione, quella che si fissa, che non sa amare e al contempo pretende un amore che non merita. Non è giusto, nessuno dovrebbe mai sentirsi così, mai.
Ero ormai quasi arrivata a destinazione, mancavano pochi minuti alla mia fermata. Stava per finire, ma non poteva finire in quel modo! L’ansia che montava e l’adrenalina in circolo mi hanno dato la forza di fare un gesto rischioso che al 90% sarebbe fallito, lo sentivo: gli ho preso la mano e l’ho pregato di non tirarla via. Contrariamente a quanto mi aspettassi, non l’ha fatto, ma neanche me l’ha stretta a sua volta, semplicemente è rimasto fermo. Mi ha detto che dovevo stare tranquilla.
A: «Tranquilla? Come faccio? Questa è l’ultima volta che ti vedo e vuoi che stia tranquilla?!»
Come poteva pensare che ci sarei riuscita?! Era lui il pazzo, era completamente dissociato, non provava più niente, neanche empatia! Non era più un essere umano!
G: «Sei la persona più pessimista che conosco. Questa non è l’ultima volta. Ti chiamerò io. Non so quando, può essere tra qualche giorno o stasera stessa, ma devi stare tranquilla.»
La mia fermata era lì, il treno stava rallentando e si sarebbe fermato entro pochi secondi. Mi sono alzata con molta fatica e ho preso le cose che avevo appoggiato in un angolo. L’ho guardato dall’alto e lui a stento s’è voltato a dirmi ciao. Non ricordo cosa gli ho detto, ricordo che ero spossata, esausta e che mi sembrava davvero un addio. Sono scesa e mi sono voltata di nuovo a guardarlo, non credo se ne sia accorto. Aveva la spalle ricurve, era provato, appariva debole, l’ombra di sé stesso. Per un attimo ho avuto una specie di fermo immagine, una fotografia di quello che era diventato, un essere infelice che se non si fosse fatto aiutare non sarebbe durato a lungo. Ho visto chiaramente la sua difficoltà a stare al mondo, ho visto la sua incapacità di convivere con sé stesso e mi ha fatto una pena che non so descrivere. Forse era per me stessa che dovevo provare pena ma per me lui è sempre venuto prima di tutto, anche prima di me stessa. Quel fermo immagine mi resterà per sempre impresso negli occhi, anche se ce l’ho avuto davanti solo per due secondi. Dopodiché le porte si sono chiuse e il treno è ripartito, mancava un’ultima fermata, la sua. Di lì a poco sarebbe arrivato a casa e avrebbe rivisto la sua famiglia. Con loro sarebbe stato bene, questo era l’unico pensiero che mi rassicurava.
Anche io ho ritrovato la mia famiglia, per primo mio padre, e non so dire quanto bene mi abbia fatto rivederli. Strano, non mi è mai successo con loro. Proprio le loro facce, le loro voci… Credo siano state quelle a salvarmi da me stessa, quella notte.
Ero ancora fuori dalla stazione, avevo appena salutato mio padre e in quel momento ho sentito vibrare il cellulare: era G. Non sapevo se rispondere o meno, per la verità non sapevo se mi stesse chiamando davvero o se stessi avendo un’allucinazione.
A: «Pronto?»
G: «Come stai?»
A: «Come sto?!»
O_O Che razza di domanda era? “Sto come stavo un secondo fa, cretino! Uno schifo! E tutto per colpa tua!”
Non ero libera di parlare, c’era mio padre accanto a me, quindi ho tagliato corto. Ho guardato il display, una volta attaccato, e ci ho trovato un sms che aveva inviato giusto un attimo dopo che ero scesa dal treno, diceva solo: “Sta’ tranquilla” e niente più. Non so cosa fosse, un monito un consiglio… Sinceramente, lasciava il tempo che trovava. Dopodiché, il nulla. Sono entrata in macchina sforzandomi di sorridere e di comportarmi normalmente, ma papà si è accorto subito che c’era qualcosa che non andava. Ha detto che avevo la faccia gonfia e ha avuto paura che mi avessero picchiata. Stava cominciando ad allarmarsi, quindi ho dovuto raccontargli qualcosa, per forza. Giusto i concetti basilari, senza scendere in dettagli, gli ho detto solo che avevamo discusso, che l’ultimo giorno non era stato piacevole e che per quello non ci eravamo salutati benissimo, tutto qui. Per tutta risposta lui si è molto arrabbiato con G, ha detto che aveva voglia di chiamarlo e dirgliene quattro ma non lo faceva solo per rispetto verso me e la mia volontà. L’ho difeso, ancora una volta, dicendo che era malato e non era consapevole di quello che faceva, ma papà ha detto che non poteva usare la sua malattia come alibi per giustificare il fatto che mi deludeva, sempre.
Dentro di me sapevo che aveva ragione. Non l’avrei mai ammesso davanti a lui, ma aveva ragione.
A: «Bene, adesso lo odi e lui non se lo merita. Lo sapevo, non dovevo dirti niente!»
G: «Ale, che c’entra? Io non lo odio e se domani le cose tra voi cambieranno, io cambierò idea su di lui e ci andrò d’accordo. Ma adesso, per me, non è un uomo.»
Mio padre aveva 54 anni e quelle cose, dette da lui, avevano un peso maggiore. Lui non lo conosceva e non poteva sapere fino a che punto avesse ragione, ma io sì. G. parlava come un adulto, fumava e beveva come un adulto, ma non era mai cresciuto davvero e questo mi faceva rabbia. Così tanto potenziale inutilizzato… Era ingiusto. E ingiusto era anche il modo in cui era andato tutto, sin dall’inizio. E non mi riferisco solo alla fuga d’amore che avevo organizzato tanto bene e che avevo visto fallire miseramente… Mi riferisco a tutto quello che c’era stato tra noi, era tutto grottesco, frammentato, era tutto sbagliato. Sbagliato era il suo tempismo, sbagliato era il modo in cui si arrendeva sistematicamente. Sbagliata era la sua malattia e la sua paura, sbagliato era il modo in cui credevo di aiutarlo, sbagliata era la mia insistenza, la mia continua insistenza che aveva raggiunto il culmine proprio quel giorno. Tutto era sbagliato. Quella sera, mentre ero finalmente nel mio letto, con la testa sotto le coperte, c’era una cosa che mi appariva molto chiara e cioè quanto G. fosse deleterio per il mio stato psicofisico. Avrei dovuto stargli lontana il più possibile, eppure ne ero attratta, come la falena è attratta dalla lampada. E sappiamo che fine fa la falena quando si avvicina troppo alla lampada.