Io senza G.

Non sono mai guarita. Aveva ragione G. Mi ero illusa di esserne venuta fuori ma lui l’aveva capito bene. Faccio un gran parlare, credo di avere tutte le risposte, ma poi torno anch’io ai mei atteggiamenti abituali perché in fondo sono prevedibile. Non cambio mai.
Ultimamente conduco una vita irregolare, mangio molto poco e dormo ancor meno. Passo intere notti a camminare per la casa buia, ogni tanto mi fermo e tento di prendere respiri lunghi e profondi ma poi mi agito di nuovo. Le poche volte che riesco ad addormentarmi mi svegliano gli incubi. Sono molto distratta, mi taglio e mi scotto spesso e lì per lì impreco poi resto a guardare il sangue che sgocciola nel lavandino e mi sembrerebbe quasi finto se non fosse per la puzza di ferro che emana. Se G. mi vedesse adesso troverebbe altri segni sulle braccia e sulle mani. Le mani che gli sembravano così perfette…
Le mie giornate sono tutte uguali, quando non lavoro me ne sto seduta sul letto a scrivere o sul divano a guardare Sky, quando lavoro guardo in continuazione l’orologio sperando che il tempo passi in fretta perché tutto quello che voglio è tornare a casa e stare da sola. E stare zitta. Parlo pochissimo, negli ultimi mesi. Al lavoro però devo parlare per forza e a volte è più dura di quanto pensiate. Spesso mi sembra di aver dimenticato come si fa, le frasi che formulo sono brevi e talvolta disarticolate. Devo anche sorridere e i miei sorrisi sono sempre finti. Sono diventata una bugiarda. Mento ogni giorno, a tutti. Ai miei genitori, ai miei amici, alle mie colleghe. La bugia più grande che dico è: “Sto bene.” Loro mi chiedono come sto e io rispondo che sto bene. Qualcuno se la beve, soprattutto se sfodero un bel sorriso finto, appunto, qualcun altro si insospettisce. Ho detto che sono diventata una bugiarda, non ho detto anche che sono brava. Mi è tornata la liguirofobia, la paura dei rumori forti. Se qualcuno sbatte una porta o chiude un cassetto o fa tintinnare un bicchiere di vetro, io sussulto e sento l’urgenza di nascondermi. Mi sento in pericolo.
Sul lavoro dicono che sono strana e che mi assento. Me ne accorgo anch’io, a volte mi guardo intorno e mi sembra di non essere davvero lì. Mi chiedono se mi va di parlarne, io dico che non c’è niente di cui parlare, che sto bene, così si arrabbiano perché quando mi tendono una mano si aspettano che io la accetti con gratitudine e invece la rifiuto tutte le volte e questa è un’offesa molto grande. Nel frattempo è arrivata una ragazza nuova, ha diciannove anni, nel tempo libero fa la modella e si è dimostrata subito disponibile e calorosa, molto calorosa. Sprizza gioia di vivere da tutti i pori e le mie colleghe trovano la sua compagnia molto più piacevole della mia. Le vogliono già più bene che a me, nonostante mi conoscano da un anno in più, ma non mi sorprende perché è così entusiasta, ride sempre, a volte credo che faccia troppo rumore ma sempre meglio del mio silenzio. È adorabile e io non sono invidiosa di lei, anzi, preferisco che attiri su di sé la maggior parte della curiosità, perché così ne resta poca per me e non mi fanno più troppe domande. L’ho osservata un po’ e ho notato che ha l’abitudine di toccare molto e che ci mette molta forza. A volte, nelle sue manifestazioni di affetto, capita che mi faccia un po’ male ma io non glielo dico mai. Ho notato pure che quando si muove in uno spazio, quello si riduce. Non so come faccia, è così minuta, ma lo riempie tutto e quando sono costretta a muovermi in quello stesso spazio devo stare attenta a non scontrarmi con lei perché fa dei movimenti molto larghi. È curioso per me, che sono abituata a limitare molto il mio impatto sullo spazio altrui. Io mi muovo come se la mia presenza fosse un fastidio o come se potesse diventarlo da un momento all’altro, sono discreta, mi sento come se dovessi sempre chiedere scusa a qualcuno del fatto che esisto e che sto usufruendo del suo stesso ossigeno. Lei invece è fiera di sé e lo si percepisce in tutto quello che fa, forse non se ne accorge ma ogni suo movimento sembra dire: “Ci sono anche io. Mi prendo il mio spazio perché ne ho diritto, non mi scuserò mai per questo.” La ammiro, per certi versi.
Ad ogni modo, il lavoro mi annoia e se mi gira mi licenzio e me ne torno a letto. Ci penso spesso e forse mi serve solo un pretesto credibile. Prima di andare in ferie ho litigato di brutto con la mia responsabile e sono in bilico. Quasi quasi spero che parli male di me con il titolare.
Sono morta di nuovo. L’unica cosa che impedisce alla mia carne di decomporsi è che il mio cuore batte ancora. Per il resto non c’è differenza. Ricordo che in passato molte persone mi hanno detto che avevo gli occhi tristi. Io ci restavo male, soprattutto se lo dicevano dopo che mi ero appena fatta una bella risata. Pensavo: “Ma come? Sto ridendo! Ho appena fatto la battuta del secolo! Dovresti dire quanto sono brillante, non che ho gli occhi tristi!” …Gli occhi tristi… Nessuno mi ha mai detto che ce li avevo, quando stavo con G. Sono tornati a dirmelo subito dopo che ci siamo lasciati.
“Boh, sarà, forse ho gli occhi tristi. Se vi fanno schifo, evitate di guardarli.”
Sono più piccoli, questo l’ho notato anch’io. Non so se questo sia anatomicamente possibile ma potrei giurarvi che si sono rimpiccioliti. G. aveva paura di guardarmi negli occhi perché erano così enormi che avrebbero potuto divorarlo… Be’, dovrebbe vederli adesso, sono minuscoli. Le occhiaie croniche che ho da sempre sono diventate ancora più scure. Due chiazze marroni e profonde che spiccano in maniera oscena su tutto il resto della pelle, che è bianca, bianca senza ritegno. Ho un aspetto malato e mio padre ha passato tutta l’estate a implorarmi di prendere un po’ di sole. Ovviamente non l’ho fatto, perché io odio il sole. Mi guardo nello specchio e penso che forse è anche per il mio aspetto che G. non mi vuole più. Sono proprio brutta e non lo biasimo per la sua scelta. Chiunque ha il diritto di cercare il meglio.
Quello che mi dà più fastidio della mia immagine riflessa è il fatto che non sia coerente con quello che c’è dentro. Sono troppo alta e ho il bacino troppo largo. I lineamenti del mio viso sono troppo duri, le sopracciglia sono perfette, ma appuntite. Ho l’aspetto di una giovane donna che sa badare a sé stessa. Io dentro non sono così. Vorrei essere un po’ più come X. Lei è bassissima, uno scricciolo, ha un nasino perfetto e in generale è bella. Se fossi un uomo e la vedessi triste mi verrebbe l’istinto di abbracciarla forte e di asciugarle le lacrime. Vorrei essere più piccola di statura, vorrei avere braccia più corte, vorrei che qualcuno vedendomi avesse voglia di proteggermi. Io ho bisogno di protezione. La mia mania del controllo è gigantesca ma alla fine influenza solo cose microscopiche. So rifare un letto alla perfezione senza lasciare neanche una grinza, ho la playlist giusta per i lunghi viaggi, arrivo agli appuntamenti almeno mezz’ora prima perché non si sa mai, pianifico una fuga d’amore nei più piccoli dettagli e lo faccio con un mese d’anticipo, ma non ho il minimo controllo su me stessa, sulla mia gelosia, sulla mia paura dell’abbandono, sulla mia vita. Ho bisogno di qualcuno che vegli su di me, che mi lasci sfogare le mie piccole fisime senza farmele pesare ma che al tempo stesso riesca a vedere il disegno più grande che è tutto intorno a me, qualcuno che mi osservi in disparte mentre mi affanno dietro mille cose inutili e che rimetta insieme i pezzi quando esplodo per averlo capito. Qualcuno che mi protegga dalla mia propensione al dramma e dal mio autolesionismo. Qualcuno che prenda dalle mie mani il coltello metaforico che uso per torturarmi la carne e dica: “Non ne hai bisogno. Ci sono io per te”. Ecco, ho bisogno di questo. Io devo essere protetta. È questo il mio ruolo. Credo di essermi sentita a disagio con G. proprio perché me l’aveva rubato. All’improvviso era lui quello fragile e bisognoso di comprensione, ma io? Che ruolo dovevo interpretare, io? L’unica parte rimasta era quella della fidanzata forte che sfida la tempesta, si getta tra le fiamme eccetera eccetera. All’inizio mi ci sono pure calata, ma poi ho capito che quella parte non faceva al caso mio. Insomma, io per prima ho bisogno di qualcuno che sfidi la tempesta per me! Mi sono sentita in dovere di ricoprire quel ruolo perché, se fossi stata me stessa, dove saremmo andati? Da nessuna parte. Prima di lui ero io “quella strana”, ma poi è arrivato lui e non potevamo essere strani entrambi, allora mi sono detta che dovevo diventare “quella normale”. Anche io ero fragile e insicura, ma non potevamo essere insicuri entrambi, allora dovevo fingere sicurezza e polso fermo. Ero io quella incostante, quella che deve essere cercata spesso, che ha bisogno di continue conferme, ma quando ho visto che anche lui si aspettava questo ho pensato: “Non possiamo essere entrambi così assenti. Almeno uno dei due deve essere presente, sennò rischiamo di non sentirci e non vederci mai. Ora lo chiamo io.” …E via così. All’improvviso lui era diventato me e io ero solo un essere indefinito. Mi sono creata un personaggio che non mi rappresentava davvero. Ad esempio ero timida e ingenua, ma ho temuto che non gli sarei piaciuta così, allora ho iniziato a essere più sfacciata, più diretta, per intrigarlo, per sembrargli donna. Non lo ero, ero una bambina. Una bambina…
Vorrei dirglielo, adesso che crede di aver visto tutto quello che c’era da vedere, adesso che ha deciso che non gli piace… Vorrei dirgli: “Ehi, guarda che non hai visto sempre bene, a volte non ero io. Non giudicarmi male solo perché sono una pessima attrice!”
Ero proprio una pessima attrice. Non ero credibile in quel ruolo, infatti la critica mi ha stroncato. E adesso cosa sono? Che ruolo ho? Nessuno. Non sono più niente. Il futuro non esiste e il presente è un sassolino nella scarpa. Me ne accorgo appena, se cammino, ma ultimamente sto quasi sempre ferma. Il passato, quello esiste ancora. È praticamente l’unica realtà che conosco e con cui riesco a rapportarmi. Hanno ragione quando dicono che mi assento, me ne accorgo anch’io, ad un tratto non sono più qui. Cioè, il mio corpo è ancora qui, ma io sono lontana, sono andata via. E dove vado? A Roma, sul Lungotevere, in quel locale di San Lorenzo, a Ponticelli nel 2010, sul treno… Il passato è ancora molto presente, però non è più lineare. Strano, io ho sempre fatto molta attenzione all’ordine degli eventi, alla cronologia. Dipenderà dal fatto che dormo pochissimo e forse il mio cervello sta perdendo colpi. Si mischia tutto, è tutto confuso. Nitido ma confuso, non so come spiegarlo… Un attimo prima sono in un ufficio davanti a un telefono, sulla scrivania c’è un cellulare da cui parte una canzone di Tenco e G. è davanti a me che mi guarda in silenzio per tutta la sua durata, un attimo dopo sono nella sua auto e lui suda mentre mi dice che non mi ha mai dimenticata, ha la fronte lucida e si sistema nervosamente sul sedile, a più riprese, ma non sembra mai stare comodo. Dopo un po’ sono da sola che cammino per strada, sto tornando a casa dopo un incontro con la psicologa, ho 22 anni, non conosco G. e non so neanche come si arrivi a Ponticelli. Sono ignara di tutto, se in quel momento mi passasse davanti non lo riconoscerei perché non so ancora che faccia abbia. Sono ancora al sicuro, ma sono già triste. Quando arrivo alla fine della strada sono improvvisamente a casa, in camera mia. È la notte di Natale e io sono ubriaca, la testa mi gira e cerco di dormire ma poi… Il rumore dei fuochi d’artificio… Forse è capodanno, non Natale… Be’, non fa differenza. Quando mi sveglio non sono nel mio letto, ma in un centro commerciale. Sto camminando dando un’occhiata a questa e a quella vetrina, poi mi sento i suoi occhi dietro la nuca e mi volto a guardarlo. Mi sta fissando e ha un’espressione incantata, allora mi volto di nuovo in avanti e faccio finta di non essermene accorta, indico una cosa qualsiasi in una vetrina ma so che lui mi sta ancora fissando. Mi sento molto imbarazzata ma anche eccitata, penso che per tutta la vita ho desiderato essere invisibile e invece, stranamente, in questo momento ho voglia di dirgli: “Sì, guardami. Guardami bene. Il tuo sguardo mi imbarazza ma non ti chiederò di abbassarlo. Finalmente qualcuno mi vede!” …E in un attimo siamo a letto, immersi nella penombra di un tardo pomeriggio invernale, gli chiedo di tenere una lampada accesa e penso: “Lo so, non sono bella ma se vuoi ti lascerò studiare ogni centimetro della mia pelle, così potrai disegnare una mappa dei miei nei.”
«Tu non cerchi di cambiarmi, vero? Anche per questo ti amo.»
«Cuora, ascolta questa canzone! Qualcuno ha già scritto di noi!»
«Sei troppo sicura di te. Non sei meglio degli altri.»
«E quindi ho capito che è inutile provare sempre a cancellarti… Perché tanto non ci riesco.»
«Mi piaci perché mi fai sentire importante.»
«Non ti amo. Io non ti amo.»
«Si butta tutto. Non sono mai stato bene con te, non salvo niente.»
«Non ti lascio più… Non ti perdo più.»
«È capitato.»
Ci sono notti che le voci nella mia testa sono così tante che si sovrappongono e dopo un po’ non le distinguo più, c’è solo una gran confusione e non trovo un modo per metterle a tacere. Allora prendo la boccetta del profumo che G. mi ha regalato in autunno, mi ha detto che era il suo profumo e in quel modo avrei potuto portarlo sempre con me. Ne spruzzo un po’ sul cuscino, ci sprofondo la faccia e all’improvviso le voci spariscono, non sento più alcun rumore, vedo solo il cancello automatico che separa il cortile di casa mia dalla strada, l’asfalto è bagnato perché ha piovuto da poco, ci sono un sacco di foglie marroni fradice appiccicate ovunque, indosso un maglione di lana rossa e mi sento al sicuro. È Natale, casa mia è piena di lucine colorate. Sono felice. Quel profumo sa di felicità. Per questo ultimamente non lo spruzzo più ma mi limito a sollevare il tappo e poi a richiuderlo, devo centellinarlo perché sta per finire e non so davvero come farò senza, mi serve che sopravviva il più a lungo possibile. Ne ho bisogno. L’olfatto è un senso stupefacente, basta sollevare il tappo di una boccetta di profumo e di colpo riaffiorano tutti i ricordi della parte più bella, così chiudo gli occhi e sorrido e se sono fortunata riesco a dormire un’ora o due, altrimenti… Be’, almeno mi sono calmata. Somiglio ai tossici che sniffano la colla nei sacchetti di carta, in qualche paesino sperduto dell’Europa dell’est. Non lo sa nessuno, così come nessuno sa quando salto i pasti, perché non parlo più e se parlo dico bugie.
«Sì, ho mangiato. Sì, ho dormito. Sto bene, non ti preoccupare. Sto bene!»
Questo blog si chiama “Coerenza della dispersione” perché io ho sempre disperso le mie energie dietro mille obiettivi senza mai averne conseguito uno, dietro mille persone senza mai averne avuta nessuna, dietro mille cose senza mai aver conosciuto niente. Ma un giorno ho deciso che le avrei raccolte tutte le avrei messe al servizio del mio amore. Volevo concentrarmi su di lui soltanto, volevo che desse un senso alla mia vita. Non si pensi che il solo fatto di esistere, di occupare uno spazio fisico, ci garantisca anche un senso. Il senso ce lo diamo noi. G. era il mio senso. Adesso niente ce l’ha. La notte non ha senso, il telefono non ha senso, la stazione non ha senso, il martedì non ha senso. Non so che farmene di tutte queste cose, sono inutili. Truccarmi non ha senso, il trucco è l’ultima cosa al mondo ad avere senso. Ho preso le ferie a Settembre perché quando le ho decise, a Giugno, mi sembravano sufficientemente lontane nel tempo; speravo che due mesi gli sarebbero bastati per schiarirsi le idee, che sarebbe tornato giusto in tempo per partire insieme per Londra o dove avrebbe voluto lui, ma non è successo, Settembre è arrivato ed è quasi finito e di lui nessuna traccia. Ho preso le ferie e sono stata a casa, perché le ferie non hanno senso. Sta per arrivare l’autunno ma non avrà senso. E sarà crudele. Lo so già che rischierò tanto, questo autunno. Il 3 Novembre morirò…
Quattro anni fa, quando io e G. ci separammo, dissi a un’amica: «Non è finita qui.» Lei mi chiese cosa intendessi e io le risposi: «Si farà sentire ancora. Lo so. Lo sento.» La mia amica provò pena per me e per la mia illusione, ma pensò che se avevo bisogno di raccontarmelo era perché stavo troppo male. Non osò contraddirmi e disse solo: «Se lo dici tu…» Io sapevo che lei non ci credeva, nessuno ci credeva, ma io lo sapevo. E il mio istinto aveva ragione. Quando G. è tornato, l’autunno scorso, io avevo voglia di urlare: “Avete visto?! Ve l’avevo detto che sarebbe tornato! Avete visto che avevo ragione?! Credevate che fossi pazza, ma io non sono pazza!” Stavolta succede l’inverso, tutti mi dicono: «Vedrai che torna. Secondo me torna sicuro.» ma il mio istinto mi dice che non lo farà. Adesso lui sta con un’altra. L’ha già portata a casa a conoscere i suoi, proprio come ha fatto con X. A me non m’ha mai voluta, a casa sua. Non posso credere che lei lo meriti più di me! Ma è giusto così. Nessuno dovrebbe accontentarsi, se sa che può avere di meglio. E se lui crede questo, se è pronto a ricominciare con i migliori propositi con una sconosciuta, allora vuol dire che ha fiducia in sé stesso e nel futuro. E allora sta meglio di me, capite? C’è dell’ottimismo nel suo modo di fare. Se riesci a conservare l’ottimismo, puoi anche guarire. Lui guarirà, ha trovato una brava ragazza che non piange mai e ha perso la testa per il suo sorriso. Con lei ha ricominciato e proprio nel modo in cui voleva lui, “partendo in quarta”. Lei glielo ha lasciato fare senza domande perché non c’è alcun passato che pende sulle loro teste, si stanno conoscendo solo ora, sono liberi di inventarsi tutto daccapo. Lui la stupirà, le porterà decine di rose rosse, le scriverà centinaia di messaggi romantici, le farà mille sorprese, le darà tutto quello che non ha voluto dare a me
e sarà felice. Non sono più preoccupata per lui, perché lui è ottimista. Starà bene. Sono io che non ho speranza. Lui sta meglio di me. Prende gli psicofarmaci ma sta meglio di me. Io non ho gli attacchi di panico, ma sto peggio. È per me che mi preoccupo, perché sto svanendo. Tra un po’ non resterà più niente di me. Ho i giorni contati. Sto sempre da sola, ma ogni tanto arriva qualcuno a tenermi compagnia e io penso: “Non te ne andare, resta qui e tienimi in vita! Ti prego, tienimi in vita!” Ma poi sorrido e dico: «Sto bene!» e quello non si accorge di niente. Non lo sa che sto svanendo. Non lo dico a nessuno. Lo scrivo a voi perché non potete fare niente. Voi non potete impedirmi di distruggermi. Non potete venire a casa mia, non potete costringermi a mangiare, non potete stendervi accanto a me e accarezzarmi i capelli finché non mi addormento. Voi non potete fare niente, ecco perché sono sincera con voi.
Mi
sento vuota come la spiaggia a Dicembre. Ho passato mesi a scrivergli messaggi della buonanotte senza però inviarli mai. Poi ieri gli ho scritto che avevo bisogno di sentire la sua voce e lui mi ha bloccato. Non posso neanche più scrivergli “Buonanotte!”
“Buonanotte, amore mio! Dormi bene, sii felice! Ama, ama con tutto te stesso! Non odiarmi se ho rovinato tutto! Ti prego, conserva anche solo un bel ricordo di me! Anche uno solo! Non dimenticarmi!”
Mi ha dimenticata… Fino a ieri dormivamo nello stesso letto, oggi siamo due estranei. Non gli ho lasciato niente di buono, sono un incidente di percorso e nulla più.
Era il 3 Novembre, lui era appena tornato da me. Mi ha detto: «So che ti ho causato una sofferenza quasi fisica e di questo mi dispiace terribilmente.»
“Quasi fisica… Quasi…”
È fisica. È fisica davvero! Sono mesi che mi fanno male tutti i muscoli, ci sono mattine in cui mi si bloccano i piedi, giuro, non riesco a muoverli e non ci vuole un genio per capire che è psicosomatico. Mi fa sempre male la testa, mi sento sempre senza forze… “Una sofferenza quasi fisica… Mi dispiace terribilmente… Non penso che sparirò ancora. Non ti lascio più, non ti perdo più…”
Stanotte non ho chiuso occhio e adesso non riesco ad alzarmi dal letto. Mentre scrivo le mie occhiaie sono diventate ancora più scure. Sono raccapricciante, sono un mostro. E voi non ci potete fare niente. Tornate alle vostre vite, adesso, e scordatevi di me. Così come ha fatto G, così come fanno tutti.

  

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G. senza me

Sono tante le cose che hanno portato G. al punto di rottura. La morte di sua nonna, l’umiliazione subita da X, più di tutte la malattia di sua madre… Roma è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Stava già male di suo, ma allontanarsi da casa, dalla sua famiglia e dover abbandonare di punto in bianco le sue abitudini, i suoi amici, le sue piccole certezze… Tutte queste cose insieme gli hanno spezzato qualcosa dentro, qualcosa di sottile e fragile che aspettava solo una folata di vento per cedere del tutto. Ma di cosa era malato, esattamente? Mi chiedo spesso se lo psichiatra, quello che gli ha prescritto le pillole al primo incontro, gli abbia già dato o meno il suo preziosissimo responso.
Quando ero in terapia una volta ho chiesto alla mia psicologa: «Dottoressa, ma io cosa sono? Cioè, clinicamente, come posso essere definita?»
Per me è importante dare un nome alle cose, anche alle malattie, perché quando hanno un nome escludono il resto, diventano più o meno circoscritte, si possono affrontare. Io, al posto suo, più che ciucciarmi pillole sconosciute come un poppante fermo alla fase orale, cercherei di capire che nome dare alla mia condizione. Io non sono uno stimato professore, alle pareti della mia stanza non ci sono attestati e diplomi e quindi, come spesso G. ha amato sottolineare, io non ne so niente. Ma nella mia immensa ignoranza ho letto qualcosa qui e lì e ho trovato diversi articoli che trattavano del disturbo passivo-aggressivo della personalità. Ebbene, G. era in ogni parola.
Qui di seguito citerò un intero pezzo scritto da Sergio Cima. Non so chi sia e cosa faccia nella vita ma so che ha descritto alla perfezione il mio ex ragazzo e che per questo lui l’avrebbe odiato.

“Tra i cosiddetti disturbi NAS, cioè Non Altrimenti Specificati, per i quali in pratica non si riesce a trovare un accordo definitorio, compare anche il disturbo passivo-aggressivo, caratterizzato da una strana commistione tra questi due atteggiamenti, aggressività e passività, che di solito sono come il giorno e la notte. Il comportamento si basa su una sorta di non-azione, condita da emozioni e motivazioni negative e accompagnato da ostilità sotterranea. Chi si comporta in questo modo, in genere, lo fa in maniera non verbale, per evitare il confronto diretto con l’altro. Il problema è che l’altro in questione può non capire i veri sentimenti di chi mette in atto questo comportamento, acuendo suo malgrado il rancore della persona passivo-aggressiva, in un circolo vizioso. Da una parte c’è la comunicazione aperta e onesta, dall’altra il sotterfugio crudele e l’abuso della fiducia.
Ecco alcuni esempi di comportamenti passivo-aggressivi:
Essere ambigui: parlare in modo criptico e confuso per intorbidire le acque della comprensione degli altri e farla franca.
Scusarsi sempre: per non aver fatto quanto promesso o per non aver dato quanto era ovvio dare.
Drammatizzare: un modo per mettersi al centro della scena e guadagnare l’attenzione vittimizzandosi.
Rimandare: quasi sempre a spese degli altri.
Essere in ritardo: o dimenticarsi sempre qualcosa di essenziale.
Evitare l’intimità: mostrandosi arrabbiati o apertamente negativi.
Usare colpa o malumore: per punire gli altri o per accattonaggio di attenzioni.
Fare polemiche e speculazioni verbali: invece di rifugiarsi nel non verbale, travolgere con fiumi inutili di parole.
Trattenere la tenerezza: per infliggere punizione o controllare l’altro. [ !!! (I punti esclamativi sono miei) !!!!]
Essere irresponsabili: o non comunicare per tempo su questioni di importanza collettiva.
Tutti questi comportamenti, e le mille altre sfumature che il comportamento passivo-aggressivo può assumere, hanno in comune l’insicurezza nell’esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni. Per questo, la persona cerca vie alternative, non per comunicare come si sente ma per cambiare direttamente le cose a suo vantaggio. Situazioni familiari nelle quali non era consentita né incoraggiata l’espressione onesta di sé sono alla base di questo fenomeno di disadattamento relazionale. Purtroppo, un ragazzo che cresce in questa condizione impara sempre di più e sempre meglio a mascherare la propria ostilità – senza apprendere mai quando è opportuna – e ad “addolcire” oltremodo le sue maniere per ottenere benevolenza e non scatenare reazioni negative negli altri, e può rimanere intrappolato in questo atteggiamento, portandosi dentro tendenze vendicative e sabotatrici.”

Adesso, io forse sono come al solito precipitosa ma potrei farvi un elenco dettagliato delle volte in cui ho notato questi esatti atteggiamenti in G. e questo, sempre nella mia immensa ignoranza, mi spinge a pensare che la definizione di Sergio Cima sia un buon punto da cui iniziare per cercare di capire l’universo G. La cosa che più mi intristisce è che lui non sia ancora consapevole di niente di tutto ciò e che continui a fingere di non avere un problema. In questo modo non gli darà mai un nome e non lo affronterà, si imbottirà di pillole e ci berrà su fino a che niente farà più effetto. Ecco, nonostante non sia più il mio ragazzo da cinque mesi io continuo ancora a temere per lui. Costantemente.
“[…] Sono preoccupata per te. Per la tua salute fisica, quella mentale, per la tua anima e per il tuo cuore. Ho paura che si sgretoli come terra secca e sarebbe una tragedia.”
Queste sono alcune tra le ultime parole che gli ho scritto e risalgono al 19 Giugno. Dopodiché ho iniziato a scrivere la nostra storia su questo blog ma più nulla a lui direttamente, quindi si potrebbe dire che per smettere di rendermi ridicola ai suoi occhi ho iniziato a rendermi ridicola ai vostri. Comunque, ho smesso di farmi viva ma non di preoccuparmi per lui. Nonostante la nuova consapevolezza di non essere stata l’unica responsabile della fine della nostra storia, continuo a pensare che avrei potuto fare di più per fargli capire quanto lo amassi. Chissà se l’avrebbe accettato. Scoprire di essere amati a volte può essere difficile tanto quanto scoprire di non esserlo. E secondo la mia personalissima e discutibile opinione, G. non è mai stato amato per come è in realtà. Si adatta alle persone con cui si intrattiene e non si espone mai davvero. Ha avuto e avrà sempre moltissimi amici, perché è affascinante e carismatico e chi lo incontra una volta vuole sempre incontrarlo ancora. Dipende dal suo modo di fare, se beve è istintivo, un po’ pazzo e ai suoi amici piace farsi contagiare dalla sua pazzia perché rende le loro serate diverse, più divertenti. Solo che è un contagio temporaneo, la mattina dopo tutti tornano alle loro vite, perfettamente normali, mentre lui normale non torna mai.
G. ha avuto e avrà sempre molte storie di una sera, con molte donne senza nome, ma più invecchierà e meno lo soddisferanno, arriverà un giorno in cui anche il sesso avrà il sapore amaro della solitudine. Questo non significa che non avrà relazioni stabili, anzi, lui tende proprio ad avercele ma fate un errore se pensate che un’abitudine escluda l’altra, perché non è così. In entrambe le situazioni, G. non si donerà. Non lo fa mai, è estremamente geloso di sé stesso e per questo si circonda di persone che non hanno il tempo/i mezzi/la voglia di andare più a fondo.
G. ha avuto due storie lunghe, una iniziata mentre era ancora un ragazzino e finita poco dopo il liceo, l’altra era quella che ci ha tenuto lontani per tre anni. Durante la prima storia era acerbo, entrambi lo erano, ed è stata sicuramente formativa ma non poteva essere definitiva. Tanta acqua doveva ancora passare sotto i ponti, tanto ancora sarebbero dovuti crescere… La seconda storia è iniziata per ripicca e si è trascinata senza una motivazione valida. La ragazza con cui è stato sembrava molto diversa da come si è rivelata dopo, l’ha sfruttato finché ha potuto e ha preso tutto quello che aveva, l’ha tradito, gli ha mentito, l’ha messo da parte e ne ha trovato un altro che probabilmente farà la stessa fine. Poi l’ha richiamato, si sono rivisti, l’ha usato ancora, alla fine l’ha ridicolizzato e non si è più fatta sentire. Le uniche persone che tengono davvero a G. fanno parte della sua famiglia, hanno con lui un legame di sangue. Però ognuna di queste persone conosce una parte di quello che è, o più di una, ma non tutte e tutte insieme. Lo conoscono da una vita intera eppure è così e il motivo è tristemente noto: è molto facile nascondersi, credetemi, anche ai propri genitori e ai propri fratelli. Ogni persona che si avvicina a G. proietta su di lui le sue aspettative e vede solo ciò che vuole vedere. Sua madre si spertica in lodi sul suo conto perché ha bisogno di bearsi del frutto dei suoi lombi, di dire che suo figlio è buono e sensibile e lo è, certo, ma non è solo questo, sa anche essere crudele. I suoi amici lo cercano perché a stargli vicino si sentono anticonvenzionali (quindi per egoismo puro e semplice), perché ne hanno un’idea divertente, come di uno che non fa altro che ridere e lui lo fa, certo, ma spesso è anche triste e non lo confessa a nessuno. Le ragazze si innamorano di lui per il suo aspetto da poeta maledetto, la barba incolta e i capelli sconvolti, qualcuna si lascia affascinare dalla sigaretta che tiene tra le labbra e dall’apparente sicurezza, e lui ha fascino, certo, a volte sembra un uomo forte, certo, ma c’è molto altro. Se le persone che lo circondano lo guardano senza vederlo, un po’ è per pigrizia o per scarso interesse o per una soggettiva incapacità di osservazione, un po’ è per colpa sua; G. non parla mai di sé e se lo fa non condivide nulla di importante. È il suo peggior nemico e si impedisce costantemente di instaurare un legame vero. È come un animale selvatico, che se ti avvicini troppo ti attacca per difendersi. Allo stesso modo, quando qualcuno cerca di entrare un po’ più a fondo nella sua testa, lui reagisce male e la spinge via. Con me l’ha fatto sempre, a volte mi sembrava che se avesse avuto il pelo gli si sarebbe rizzato tutto all’altezza della coda. È sfuggente, è misterioso ma questo non è sinonimo di fascino, qualcuno glielo deve spiegare.
Lui scappa, non fa altro che scappare! È scappato dalla malattia della madre, dal mio amore esigente, dal suo stesso bisogno di cure. Non mi serve uno stimato psichiatra per capirlo, né Sergio Cima, né alcun manuale psicodiagnostico. So riconoscere una persona che fugge perché fino a ieri ero io quella persona. Poi ho smesso di fuggire e ho accettato di farmi sovrastare dalla mia scomoda umanità. È questo il motivo per cui io non ho quasi mai attacchi di panico.
Quando ero in terapia mi è capitato di condividerla con altre ragazze; la cosiddetta terapia di gruppo. La dottoressa credeva che la condivisione avrebbe portato alla consapevolezza di “non essere i soli” e io lo trovavo molto giusto. Non per forza utile, ma giusto. Quando mi sono vista con lei in privato le ho chiesto: «Dottoressa, com’è che tutte le altre hanno regolari attacchi di panico e io no?» La dottoressa mi ha risposto in modo breve e conciso: «Perché tu sei oltre l’attacco di panico.»
“Oltre”… Che diavolo significava? Me lo sono chiesto molte volte e per un lungo periodo ho pensato che fosse una cosa negativa.
“Vuol dire che sono morta. Se non sento il panico è perché non sento niente. E se non sento niente è perché sono morta. Non c’è speranza per me.”
Oggi, a distanza di qualche anno e alla luce dei nuovi sviluppi, ripenso a quelle parole e vi leggo un nuovo significato. Ripeto, siccome sono immensamente ignorante, forse sto per scrivere una cazzata ma questo è ciò a cui la mia mente semplice è approdata con l’esperienza: il panico è essenzialmente la risposta fisica a un problema psicologico inespresso. Quando neghi a te stesso che qualcosa non va e sei talmente bravo da dimenticarlo addirittura, il tuo corpo ti costringe a ricordarlo. Il tuo corpo vuole il tuo bene e così ti manda dei segnali per farti capire che non puoi nasconderti all’infinito. Io non ho attacchi di panico perché ho sempre dedicato una quantità schifosa di ore (di anni!) all’analisi e ancor più all’autoanalisi. Io mi sono chiesta sempre il perché di ogni singola cosa, di ogni reazione, di ogni lacrima, di ogni sussulto. Io volevo davvero capirmi e per questo spesso ci sono riuscita. Il mio corpo non ha quasi mai dovuto attirare la mia attenzione su cose che la mia mente non avesse già elaborato, se non quando la mia mente aveva sbagliato interpretazione. Ad esempio, ho passato mesi a raccontarmi che se la mia storia con G. stava andando in frantumi era perché non aveva dimenticato la sua ex, perché a sua madre era venuto un tumore e perché a lui era scoppiata la depressione. Una parte di me aveva capito che c’entravo anch’io qualcosa ma non volevo ammetterlo al resto di me perché non ero pronta a fare i conti con un ulteriore senso di colpa. Ed ecco che ho avuto un attacco di panico, ho reagito come l’animale selvatico di cui sopra, sono scappata in bagno, poi in strada e alla fine mi sono chiusa in camera confinando il mondo fuori dalla porta. Avrei potuto scolarmi una bottiglia di vino per sedare quella sensazione terribile, invece no, ho pianto, ho riflettuto, ho capito e ho chiesto scusa. Ed ecco che non ho più avuto attacchi di panico.
Forse sto semplificando troppo, ma a me sembra davvero molto lineare. Non banalizzo il malessere di chi soffre di attacchi di panico e, allo stesso tempo, non dico che l’analisi sia meno dolorosa, anzi. Dico solo che, per quanto sia spiacevole, lunga e lacerante, l’analisi è l’unico rimedio duraturo per gli attacchi di panico e quindi alla fine la preferisco alla bottiglia di vino e agli psicofarmaci. Ho consigliato tantissime volte a G. di dare ascolto al suo corpo e di tradurre i segnali che gli mandava in pensieri di senso compiuto ma il mio parere non è stimato come quello del professorone di turno e quindi non mi ha mai dato ascolto. G. era davvero molto spaventato. Da sé stesso, dalla sua sensibilità, dall’eventualità di annientarla davvero. Non sapeva cosa preferire. A volte sembrava spaventato anche dalla mia sensibilità, dalla quantità enorme di sentimenti che riuscivo a provare e dal modo spudorato in cui glieli sbattevo in faccia. Lui era incapace di fronteggiarli ma, ancor prima, di accettarli e forse era anche invidioso di me perché io, al contrario, li accettavo e li affrontavo e apparivo più forte. Anche immersa in un disgustoso lago di lacrime, io ero più forte di lui. Ecco perché aveva bisogno di ridimensionarmi, ecco perché non perdeva occasione per sminuirmi, sia a livello fisico che a livello psicologico. Perché in fondo voleva fare come me, ma non ci riusciva, era troppo difficile. E allora ha optato per l’atteggiamento abituale, la negazione, la censura e la fuga. Quante persone gli stanno intorno, adesso? Conoscendolo, decine. Ma quanti si avvicinano davvero? E quanti con spassionato interesse? Perché è sempre stato così, tutti quelli che conosce vogliono qualcosa da lui, qualcuno lo chiede espressamente, qualcuno lo pretende inconsciamente, ma tutti, forse anche io, vogliono qualcosa da lui. G. lo sa e si presta volentieri, offre a chi gli sta vicino quello che vuole, viene depredato ogni giorno e gli sta bene. La cosa importante per lui è che non si sappia qual è il suo segreto. E il suo segreto io lo conosco, è che G. ha paura. Ha paura che se sposta appena appena la maschera e lascia intravedere il suo vero volto, la persona che è davanti a lui ne riderà. Ha paura che se apre un po’ il suo cuore, la persona a cui l’ha aperto vi pianterà un coltello giusto al centro. Ha paura che se la sua umana debolezza viene fuori, nessuno sarà in grado di fronteggiarla e tutti spariranno e tutto il chiasso e il clamore attorno a lui si trasformeranno in silenzio. E mentre spende tutte le sue energie per nascondere questa umana debolezza, la stessa lo sta logorando dall’interno, lo sta uccidendo piano, se lo sta mangiando vivo.
G. ha paura ed è colpevole. Non perché ce l’ha, ma perché finge di non averla e per questo sta perdendo sé stesso. Se accettasse la paura potrebbe anche sconfiggerla, se smettesse di correre in tutte le direzioni capirebbe che non sta andando da nessuna parte. E se smettesse di punirsi troverebbe la pace in un amore vero e totale che gli salverebbe la vita. Perché nonostante tutto il male che mi ha fatto, lui merita di essere amato e di essere felice e io glielo auguro con tutto il mio stupido cuore.

   

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G. ed io [Ultimo atto]

Io e G. avevamo un appuntamento, questo era fuori da ogni dubbio. Dalle mie parti, quando uno ti chiede “Allora è confermato?” e tu gli rispondi “Sì”, be’, avete un appuntamento. Quindi io ho vissuto l’intera settimana successiva a quel “Sì” con la certezza assoluta che l’avrei rivisto. Era un pensiero che mi agitava di un’agitazione positiva, ottimistica, e allo stesso tempo mi tranquillizzava. Non ho avuto bisogno di tartassarlo con messaggi e telefonate, quello è un impulso che mi viene quando mi sento insicura; durante quella settimana l’ho lasciato in pace, non l’ho cercato neanche una volta, perché tanto una settimana passa in fretta e presto l’avrei rivisto.
Nel frattempo, però, avevo preso un altro mezzo appuntamento con D. Sempre per quello che ho scritto prima, nel momento in cui gli avevo detto “Sì” io sapevo che prima o poi avrei dovuto mantenere la promessa. Ricordate? Mi aveva detto di essere impegnato fino a martedì e che avrebbe potuto chiamarmi da mercoledì in poi. Ebbene, mercoledì mattina, mentre ero al lavoro, il mio cellulare ha squillato. D. è un uomo di parola, quando dice che farà una cosa potete star certi che la farà. In effetti questa era un’altra delle mille differenze che c’erano tra lui e G; G. diceva che avrebbe fatto tante cose, ma poi, alla fine, quante ne faceva davvero? Ben poche.
Mentre pensavo a questo, il cellulare continuava a squillare e C. mi diceva: «Ale, che aspetti? Allora? Rispondi!» Io ho rimandato più che ho potuto ma alla fine non ho avuto altra scelta. D. aveva la voce squillante, allegra, mi ha chiesto di vederci quella sera stessa e io, che avevo già cambiato idea, ho abbozzato appena una scusa che non aveva la pretesa di essere credibile. Lui, che se l’aspettava, ha insistito e a quel punto gli ho detto che gli avrei fatto sapere. Appena abbiamo riattaccato, mi ha inviato un sms per sottolineare la sua intenzione di perseverare. Me l’aveva detto, che avrebbe iniziato il pressing. E poi non c’era neanche bisogno che me lo dicesse, io ricordavo cosa era capace di fare quando si metteva in testa che voleva vedermi. Ad oggi posso asserire con convinzione di aver sperimentato il corteggiamento una sola volta nella vita, ed è stato con D, durante la primavera del 2010. Per fare un solo esempio, nel periodo in cui ho lavorato in quella scuola media di Ponticelli c’è stato un giorno in cui D. ha pensato di farmi una sorpresa venendo a prendermi all’uscita. Io non lo sapevo e quindi me n’ero andata già da qualche minuto, forse ero già alla stazione quando lui ha parcheggiato l’auto nel cortile e siccome non mi ha vista è andato a chiedere di me direttamente alla vicepreside! Quel giorno non siamo riusciti a beccarci ma il pensiero mi ha a dir poco scioccato. Forse voi siete abituati a gesti plateali e a dichiarazioni strappalacrime, ma fino a quel momento (e anche dopo) nessuno aveva mai fatto niente per me, per questo motivo quella sorpresa non riuscita è diventata ufficialmente la pietra di paragone dei gesti passati, presenti e futuri. D. aveva sempre fatto bene alla mia autostima e anche in quei giorni, quella sua insistenza era stata molto importante per me. Quando ho letto il suo messaggio ho sorriso e ho deciso che non potevo dirgli di no. Una volta tornata a casa l’ho chiamato e gli ho detto che poteva venire a prendermi, lui non ci credeva ancora ma ne era contento. Vorrei potervi dire che lo ero anch’io ma la stupida verità è che nel preciso istante in cui ho riattaccato ho pensato: “Che cosa sto facendo? È sbagliato!”
Ho avuto voglia di richiamarlo immediatamente e dirgli che saltava tutto ma non l’ho fatto per rispetto verso di lui, un ragazzo che a me il rispetto l’aveva sempre dimostrato. Così mi sono rassegnata all’idea di non potermi tirare indietro ma questo non mi ha aiutato neanche un po’ a trovare entusiasmo. Anzi, avevo un intero pomeriggio per prepararmi e se l’appuntamento fosse stato con G, credetemi, non mi sarebbe bastato a far tutto! Quando dovevo uscire con G. passavo ore a curare ogni minimo dettaglio, non dovevo avere neanche un capello fuori posto, le unghie dovevano essere perfette, il trucco più preciso possibile e durante questi lunghissimi preparativi io sentivo una quantità sconfinata di farfalle svolazzare nel mio stomaco, le gambe mi tremavano e canticchiavo sempre qualcosa, saltellando ogni tanto di qua e di là. Volete sapere come ho passato quel pomeriggio? A scrivere una lettera chilometrica a G. Mi sono decisa a darmi una mossa solo mezz’ora prima dell’appuntamento, truccandomi alla come viene e indossando la prima cosa che è spuntata fuori dall’armadio. Ci ho messo poco, poi mi sono seduta ad aspettare e quasi desideravo che D. mi chiamasse per dire qualcosa tipo “Ale, è nato un imprevisto, non posso più venire da te. Ti spiace se rimandiamo?” A quel punto mi ha chiamata davvero, ma per dirmi che era arrivato. Ricordo bene la sensazione che ho provato mentre mi alzavo, prendevo la borsa, mi avvicinavo alla porta e l’aprivo… Una specie di forza misteriosa mi tratteneva, non voleva lasciarmi uscire, ma dovevo. Ho sceso le scale di casa come il condannato a morte sale quelle del patibolo, con lo stesso stato d’animo. Ho camminato fino al cancello automatico e mentre si apriva lentamente ho sperato di vedere l’auto di G. parcheggiata dall’altra parte… Invece c’era quella di D. e mi sono sentita molto, molto delusa.
Sono salita in macchina e ho mostrato il mio sorriso migliore, non avrei mai voluto rovinargli la serata, D. è un ragazzo meraviglioso e merita tutta la mia stima. Posso già anticiparvi che, nonostante il mio stato d’animo, è andato tutto bene, lui è stato simpatico, divertente e di sicuro non mi sono annoiata. Abbiamo chiacchierato molto, mi ha raccontato a grandi linee tutte le cose che gli sono successe negli ultimi anni e io mi sono trovata davanti a un bivio. Potevo parlargli di G. e bruciarmi ogni possibilità che ci provasse con me o tacere, fingere di essere disponibile e stare a guardare. Se non gli avessi detto di essere ancora innamorata del mio ex, forse lui avrebbe tentato un approccio e avrei potuto testarmi, valutare l’evolversi della situazione e delle mie sensazioni… Potevo dargli una possibilità, potevo darmi una possibilità e invece… Ho scelto l’opzione A, gli ho parlato del mio amore tormentato e, se aveva una qualche speranza di concludere la serata in una certa maniera, nel momento in cui ho iniziato il racconto lui l’ha abbandonata immediatamente. Non so cos’aveva immaginato che succedesse, forse voleva un’uscita in amicizia o forse si aspettava di più, non me l’ha detto e non lo saprò mai, ma per me le cose erano fin troppo chiare: non sarei riuscita a dimenticami di G. neanche per un minuto.
Fortuna che D. è un ragazzo intelligente, non mi ha fatto pesare l’eventuale delusione subita e mi ha ascoltato con attenzione e affetto. Parlare con lui è stato piacevole e semplice, mi sono fidata al punto che gli ho persino confessato il mio segreto più imbarazzante, mi sono sentita libera di dirgli tutto perché sapevo che non mi avrebbe giudicata e che non avrebbe mai usato le mie confidenze contro di me. È questo che mi dispiaceva tanto, il fatto che sembrava sempre il ragazzo perfetto, sulla carta… Eppure, durante le ore passate con lui, non ho sentito neanche una misera farfalla nello stomaco. Non una sola, giuro. Con G. ho sempre sentito qualcosa di inequivocabile, proprio a livello fisico, come un tremolio costante nelle ossa, qualcosa di invadente e delicato insieme… A volte invece era una sensazione più forte, come un pugno al ventre, come una morsa d’acciaio intorno al cuore… Nel bene e nel male, ho sempre sentito tanto e mi ero abituata a quel sentire e mi mancava più di qualsiasi altra cosa.
Quando D. mi ha riaccompagnata a casa, ci siamo fermati a chiacchierare ancora, seduti nella sua auto. C’ho tenuto a dirgli una cosa che avevo sempre voluto dirgli e non l’avevo mai fatto, cioè che ho sempre apprezzato la sua coerenza e la sua onestà intellettuale.
A: «E soprattutto il fatto che non mi hai mai detto “ti voglio bene”. In questo mondo le parole si sprecano, ma tu sei uno dei pochi che ancora le pesa. Ti ringrazio per non averlo mai detto come si usa, ossia “tanto per dire”.»
D. è rimasto colpito, ma composto. Si è preso un attimo, ha annuito e poi ha detto: «Io non lo dico mai, preferisco dimostrarlo. Ma posso dirti una cosa. Negli anni ho dovuto mettere in discussione tante scelte, tanti rapporti… Ho deciso di cancellare molte persone, ma tra queste tu non ci sei mai stata. Mi hai lasciato un ricordo positivo e non è mai cambiato. E comunque sì, è chiaro che ti voglio bene.»
A: «Te ne voglio anch’io.»
È adorabile, davvero adorabile. L’ho salutato con un abbraccio, i due classici baci sulle guance e con la promessa di non perderci di nuovo di vista e infatti adesso ci sentiamo, se non quotidianamente comunque spesso. A volte non riesco a dormire e lo chiamo, mi tiene compagnia e mi fa ridere. È adorabile, sì, e lo sapevo bene anche quella sera ma dopo averlo salutato, se è possibile, G. mi è mancato ancora di più. Non so cos’avesse di tanto speciale, quel cretino. A vederlo si capiva subito che era la persona sbagliata, ce l’aveva scritto in faccia! Eppure io ne ero così innamorata che non c’era spazio per nessun altro dentro di me. Neanche per la persona giusta. Ché se mai l’avessi incontrata, di certo non l’avrei riconosciuta.
“Voglio G. e basta. Non accetterò mai di stare con nessuno che non sia G. È stronzo, lo so, ma non è tutto. Io sono sicura che da qualche parte dentro di lui c’è ancora quella persona sensibile che ho già visto, è intrappolata sotto innumerevoli strati di paura e di rassegnazione e io sto aspettando solo che la liberi. Prima o poi ci riuscirà e capirà molte cose. Di sé, dei suoi errori, delle possibili soluzioni… E poi anche di me e di noi e alla fine troverà un modo per ripagarmi di tutta quest’attesa.”

Venerdì 6 Giugno ho lavorato di mattina, poi sono tornata a casa e l’ho pulita da cima a fondo. Mi sono messa in cucina e ho preparato una cheesecake ai frutti di bosco perché erano mesi che volevo fargliela assaggiare; il menu della cena era stato deciso ancora prima di fare l’invito, in realtà. Mentre il dolce cuoceva nel forno, ho cercato tra le mie cose un cd che avevo masterizzato per G. ad Aprile e che poi non avevo avuto occasione di dargli. Gli avevo messo su alcune tra le canzoni più carine che conosco, quelle che quando le ascolto non posso fare a meno di sorridere e/o agitare la testa. Quando le avevo scelte avevo sperato che potessero metterlo di buonumore e ci speravo ancora. Poi ho ripreso la penna e ho finito di scrivere la lettera che avevo iniziato mercoledì, una volta finita ho aperto un libro speciale alla pagina che significava di più per me e ho riposto la lettera proprio lì. Quel libro era speciale per diverse ragioni. Era speciale per me, a prescindere da tutto, perché l’avevo letto da ragazzina e mi aveva formato. E poi era speciale perché quella copia lì era stata comprata nell’Ottobre del 2010. Avevo intenzione di regalarglielo al suo compleanno, dopo avergliene parlato tanto. Una volta eravamo nella sua auto, lui mi stava scarrozzando un po’ in giro e io gli ho descritto un intero passo che mi sembrava proprio giusto per noi e per l’amore che in quel periodo restava sospeso così amaramente sulle nostre teste in fermento. Qualche giorno dopo lui ha deciso che preferiva stare con X e non si è fatto più vedere, così quel libro è rimasto a casa mia, chiuso in un cassetto dal quale, ogni tanto, mi sembrava che mi chiamasse. Non avevo avuto la possibilità di darglielo, quattro anni fa, ma ci tenevo tanto che l’avesse e quindi l’ho tirato fuori quella sera. È così che ho passato tutto il mio tempo libero, quel venerdì, ad accertarmi che tutto fosse perfetto e a sperare che servisse a qualcosa. L’ultima cosa che era rimasta da fare era avvisarlo che il mio turno di sabato era cambiato. Non sarebbe stato necessario venire a prendermi alle 21:30, visto che a quell’ora non sarei stata in procinto di uscire dal lavoro, ma sarei stata già a casa e già pronta a sfornare la lasagna. L’ho chiamato, molto emozionata, e volevo dirgli questo, ci ho provato, ma G. mi ha detto senza mezze misure che non se ne sarebbe fatto più niente.
# Crash! Rumore di vetri rotti. #
A: «Ma… Ma come? Avevi detto che saresti venuto…»
G: «Ma no, non c’era niente di sicuro, avevo detto che ti facevo sapere.»
A: «Ma no, avevamo un appuntamento, dovevi venire a prendermi alle 21:30!»
G: «Va be’, non lo so… Comunque no, non vengo.»
Mi sono sentita così stupida! Stavo lavorando da ore, mi ero impegnata così duramente perché tutto fosse pronto in tempo!
A: «Ma io ti ho preparato la cheesecake, la lasagna…»
G: «Hai esagerato. No, comunque non è il caso.»
A: «Ma… Perché?»
G: «Ne parliamo più tardi, sono sul treno. Arriverò a Napoli verso le 23:00»
A: «……..Ok.»
Ultimamente mi ero già trovata davanti a quel suo atteggiamento gelido, ma non riuscivo ad abituarmi e ogni volta era uno shock, per me. Era la stessa persona che fino a poche settimane prima mi diceva: «No, Cuora, non riattaccare!» eppure sembrava un’altra… Era così diverso… Ho cercato di mantenere la calma ma, se un po’ m’avete capita, non ce l’ho fatta. Ho pianto disperatamente fino ad esaurire la scorta di lacrime, dopodiché mi sono ricomposta, ho schiarito la voce e l’ho richiamato, fingendo una tranquillità a cui nessuno avrebbe creduto. Ho accantonato temporaneamente l’invito, preferendo chiacchierare un po’ per metterlo a suo agio, sono riuscita anche a farlo ridere ma poi la sua risposta non è cambiata. Era così deciso che insistere non avrebbe avuto senso, anzi, l’avrebbe solo indispettito, così ho dovuto rinunciare a malincuore all’idea della cena. Mi dispiaceva tantissimo che lui non avesse apprezzato il mio invito, eppure sapeva bene che non ne faccio mai… Mi sono sentita ridicola e patetica, pensando al modo in cui avevo passato il pomeriggio… Ma ho cercato di pensare che in fondo il mio scopo non era offrirgli una cena, bensì avere il tempo di vederlo per parlargli di persona. La cosa importante non era che assaggiasse la cheesecake, ma solo che si sedesse per un’ora o due alla mia tavola. Avrei fatto di tutto per non litigare, giuro che l’avrei fatto ridere. Si sarebbe sentito a suo agio e tra una risata e l’altra avrebbe ricordato quanto stavamo bene insieme e avrebbe avuto voglia di darci una seconda possibilità. Purtroppo, però, G. non ha voluto e a quel punto potevo offendermi e mandarlo dove meritava oppure potevo adeguarmi e tentare di andargli incontro. Ho pensato che forse l’idea della cena lo aveva messo in difficoltà, forse l’avevo caricata di una sacralità che la faceva sembrare un impegno troppo grande e allora gli ho detto che se non voleva venire a mangiare, poteva anche solo passare a prendersi una cosa. Volevo che fosse una sorpresa ma G. ha insistito per sapere di che si trattasse, lasciando intendere di non credere che avessi davvero qualcosa da dargli, per cui io, per dimostrare che non era una bugia, ho dovuto dirgli del libro comprato quattro anni fa. Gli ho detto che non gliel’avevo mai dato ma che per me era importante che ce l’avesse, quindi poteva anche solo passare a prenderselo e poi andare via e per un po’ ha detto: «Non lo so…» e ho creduto di riuscire a farglielo promettere, ma ad un certo punto l’hanno chiamato perché era pronto in tavola. Ho dovuto salutarlo ma non avevo alcuna voglia di arrendermi, così ho aspettato un po’, il tempo che mi sembrava sufficiente a lasciargli terminare la cena, poi ho riprovato a chiamarlo. Non ha risposto. Allora gli ho mandato un sms ribadendo che bastava mezz’ora, solo mezz’ora, che per lui sarebbe stato un piccolo sforzo ma per me avrebbe significato tutto. Ho sperato con tutta me stessa che cambiasse idea e quella notte non ho dormito per niente a causa della troppa agitazione.
La mattina dopo sono andata a lavoro e ho provato a non pensarci ma non ci sono riuscita e, tra un pensiero e l’altro, ho deciso che appena rientrata a casa avrei provato a chiamarlo di nuovo ma anche che avrei fatto un unico tentativo e se non fosse andato a buon fine sarei andata direttamente a casa sua. Gliel’avevo detto, la settimana prima. Gli avevo detto: «Guarda che se non vieni tu da me, verrò io da te.» E io, come D, sono una di parola.
Così sono tornata a casa, ho provato a chiamarlo e lui non ha risposto, a quel punto mi sono parata davanti a mia sorella e al suo ragazzo e ho detto loro: «Dovete accompagnarmi a Ponticelli.» Loro erano confusi, mia sorella anche un po’ arrabbiata perché odiava vedermi così scossa a causa di G, ma ero irremovibile e non hanno saputo convincermi ad aspettare. Ricordo che ho tremato dal momento in cui sono salita in auto e che più ci avvicinavamo alla destinazione più il tremolio aumentava. Appena arrivati a Ponticelli mi sono trovata davanti alle strade che nel 2010 avevo visto tutti i giorni e che non poi non avevo più visto per quattro anni. Mille ricordi mi hanno attraversato la mente ma non c’era tempo per la nostalgia, in un attimo siamo arrivati sotto casa sua e quasi quasi ho rischiato di svenire. Ho chiesto a mia sorella di suonare il citofono e di chiedere di lui per due ragioni: la prima è che tremavo talmente tanto che non sarei riuscita neanche a pigiare il pulsante e la seconda era che temevo che sentendo la mia voce non avrebbe accettato di scendere. Ormai mi aspettavo di tutto, da lui. Mia sorella si è prestata e l’ha fatto, ha salutato, ha detto: «Buonasera, c’è G.?» e gliel’hanno passato.
F: «Ciao, G. Sono Francesca.»
G: «Francesca chi?»
F: «La sorella di Alessandra. Puoi scendere un attimo? Ti devo parlare.»
Il cuore mi batteva talmente forte che il passo successivo, mi sembrava logico, era il suo arresto. Se non mi è venuto un infarto quel giorno, credo che non mi verrà mai. Ero terrorizzata dalla possibilità che reagisse male e i minuti che ci ha messo a palesarsi mi sono sembrati interminabili. All’improvviso l’ho visto, ci è venuto incontro, con un sorriso che partiva da un’orecchio e finiva all’altro, un sorriso finto, lo capivo. Deve aver avuto la sensazione di essere caduto in un agguato ma se non c’ero andata da sola era perché non ne ero in grado, non perché volessi dargli una lezione. Per me, mia sorella e il suo ragazzo potevano anche andare a farsi un giro mentre io e lui parlavamo, non dovevano certo assistere per prendere le mie difese, ma G. deve aver pensato che fosse questo il mio scopo e l’ho visto in difficoltà. La prima cosa che ha fatto è stata abbracciare forte Francesca e poi è andato a stringere la mano a Salvio, presentandosi. In tutto questo non mi ha degnato di un solo sguardo. Di nuovo come nel cortile dell’università a Roma, quando ha finto che fossi invisibile, con la differenza che stavolta non me ne sono rimasta in silenzio ma mi sono rivolta direttamente a lui e gli ho detto: «Possibile che devo venire fino a Ponticelli per vederti?»
Non mi ha risposto, in compenso ha esclamato: «Andiamo a prenderci un caffè!»
Tutti noi ci siamo guardati in faccia, confusi, ma lui l’ha ripetuto, poi si è girato verso la sottoscritta e ha detto, con un tono che non ammetteva repliche: «Tu vieni in macchina con me.»
Io l’ho seguito, sono entrata in auto e mi sono seduta accanto a lui, che non mi ha guardata neppure un secondo, per tutto il tragitto.
A: «Scusa per l’invasione, ma non mi hai lasciato altra scelta.»
G. non ha replicato, o meglio, non ha detto niente di comprensibile. S’è solo stretto un attimo nelle spalle, come per dire che non gli importava, ma io so che gli importava. Non gli ho detto granché, non era la situazione giusta, quindi un po’ sono rimasta zitta, un po’ ho riempito il silenzio, ma non ricordo come. Ha guidato fino ad uscire da Ponticelli e ha scelto un bar molto distante da casa sua; sono certa che questo avesse un significato ma non ho ritenuto utile chiedergli quale fosse, anche perché potevo immaginarlo. Siamo entrati, ci siamo seduti, io ho scelto una sedia e lui il divanetto a fianco. Per tutto il tempo che siamo rimasti lì mi sono sentita molto in imbarazzo, mia sorella era sul piede di guerra ma cercava di contenersi perché l’avevo implorata di non fare niente di avventato. Lui ha iniziato a scherzare come se niente fosse, continuando a ignorarmi, fatta eccezione per una volta che mi ha persino zittita. Sono convinta che l’abbia fatto con ironia, ma non gli è riuscita bene, visto da fuori è sembrato solo un cafone. Sapevo che si sentiva sotto pressione, quindi ho cercato di non metterlo ancora più a disagio e me ne sono rimasta zitta e buona in disparte, mentre lui faceva lo splendido con gli altri. Per un attimo non l’ho riconosciuto, era diverso, impacciato, ma fingeva di essere un gran figo e alla fine è risultato grottesco. Ha fatto un paio di battute stupide, io non ce la facevo neanche a ridere per finta, ero solo molto tesa e guardavo il mio bicchiere e il ghiaccio all’interno. Avevo preso una cedrata e l’avevo finita subito, perché non avevo alcuna intenzione di trattenermi lì, anzi, speravo che ce ne saremmo andati via il più presto possibile, ma G. non sembrava avere alcuna fretta. Sapeva bene che volevo parlare con lui ma anche che non volevo farlo davanti a Francesca e Salvio, quindi suppongo che stesse cercando di rimandare il momento mentre io cercavo di velocizzarlo. A guardare mia sorella col suo ragazzo ridere e amoreggiare, ho notato un’enorme differenza, abissale. Io e G. non abbiamo mai avuto quello che avevano loro, ma solo perché lui non ce l’ha concesso. Comunque, me ne stavo lì in silenzio ad aspettare qualcosa, un pretesto per andarmene via, ad un certo punto lui stesso ha proposto di andare in spiaggia e io ho detto subito di sì. S’è alzato per pagare e io ho fatto lo stesso; non volevo che mi offrisse niente, lo facevo per me stessa, ma il cameriere non ha accettato i miei soldi per galanteria e alla fine ha pagato lui. Siamo usciti, finalmente, e io mi sono diretta subito verso la sua auto. Non vedevo l’ora di restare sola con lui, ma mi ha fermata.
G: «Dove vai? Non sappiamo neanche dove andare!»
A: «In spiaggia, l’hai detto tu.»
G: «Sì, ma io l’ho detto così e tu come al solito dici di sì alla prima follia che dico!»
“…E da quando gli dispiace?”
Ho capito che sarebbe stato difficile avere un confronto con lui, era già sulla difensiva.
Il sole picchiava forte e faceva caldo, dopo un po’ s’è arreso e ha proposto Portici, così siamo rientrati in macchina.
A: «Mi piace l’idea di andare in spiaggia. Ci pensi, è sabato pomeriggio e non sono a lavoro. Non avrò più un altro sabato libero…»
G: «Dici sempre così, poi invece ce l’hai sempre!»
Mi ha colpito il tono della sua voce, sembrava indispettito. Ho sgranato gli occhi con sincero stupore, non capivo cosa l’avesse urtato nella mia ultima frase, giuro che l’avevo detta così, per dire.
A: «No, be’… Lo sai, col mio lavoro io di sabato non sono mai libera… È capitato stavolta…”
Avevo un tono dimesso di cui io stessa non capivo l’origine, come se mi sentissi in obbligo di giustificarmi per averlo offeso, ma in che modo potevo averlo fatto? Stavo per chiederglielo ma lui mi ha interrotto e mi ha risposto nello stesso modo di prima, tirando in ballo il martedì dopo Pasqua. Che senso aveva parlare di quello?
A: «Be’, è vero che non mi capiterà più tanto presto. Ce n’è uno all’anno, noi siamo in cinque… Se sono fortunata, mi ricapiterà tra almeno tre anni. Ma non l’ho detto per… Insomma…»
G: «No, perché tu dici sempre “non mi capiterà più”, come per farmi sentire in colpa.»
A: «Ma no, ti sbagli! Non volevo che ti sentissi in colpa! Sei prevenuto, nei miei confronti.»
Era vero, non c’era niente di più vero al mondo. Era molto prevenuto, irritato, ho capito che qualsiasi cosa avessi detto l’avrebbe presa male.
A: «Sei prevenuto. Mi dispiace… Quanto mi odi?»
G: «Niente.»
Di nuovo spallucce, di nuovo quell’espressione fintamente cinica che significa “macché, mi sei indifferente!” …Insopportabile.
Siamo arrivati a Portici, abbiamo cercato un parcheggio e ci siamo fermati, poi Francesca e Salvio si sono allontanati e ci hanno lasciati soli. Credo che loro siano andati davvero in spiaggia, era una giornata bellissima e il tramonto sarà stato di sicuro spettacolare ma noi non l’abbiamo visto, perché siamo rimasti vicino all’auto, contro un muretto e vicino a una panchina che però era occupata da alcuni signori.
Non ricordo come ho esordito, so che sentivo il peso di un’enormità di cose, tutti i discorsi che mi ero preparata, tutte le cose che volevo sapesse… Erano milioni e stavano tutte lì, sulla punta della mia lingua eppure facevo fatica a pronunciare la prima parola. Dopo un po’ mi sono sforzata di rompere il silenzio e l’ho fatto andando dritta al sodo.
A: «Sei freddo, distante… Ma io lo so che tu mi hai amato. C’è stato un periodo, breve, in cui tu mi hai amato.»
G. ha guardato a terra e non ha risposto, ma aveva l’espressione dura. È stato allora che li ho visti. I segni sul suo collo. In quel momento ho sperato con tutta me stessa di sbagliarmi ma era fin troppo chiaro cosa fossero.
Non so dire con quale freddezza ho fatto la domanda più difficile della mia vita. Non so dire come ho trovato la calma necessaria per affrontare quel discorso e per restare in piedi. Ma l’ho trovata.
A: «Chi te li ha fatti i succhiotti?»
Lui ha sorriso un attimo, ma non sembrava divertito. O forse no, non riuscivo ancora a decifrare il suo lato sadico.
G: «È capitato.»
…Ok. Lo stava ammettendo.
A: «Chi è?»
G: «Ma parlami di D. Lo sai che ho sognato che mettevi una foto con lui, su Whatsapp?»
A: «Una foto con D?»
G: «Sì, ma non lo so, è successa questa cosa? Ho le idee un po’ confuse.»
A: «No, G, non è mai successa.»
G: «Ah. Be’, comunque, parlami di D.»
A: «Parlami di lei, piuttosto. Chi è?»
G: «No, parlami tu di D.»
Continuava a sorridere ma il suo sorriso era più finto ad ogni secondo che passava.
A: «Con D. ci sono uscita, volevo parlartene e lo farò, ma adesso dimmi, chi è?»
G: «È una ragazza dell’università.»
A: «Ti piace? Sei innamorato?»
G: «No, ma non è niente!»
A: «Sei innamorato?»
G: «No! Ma neanche lei lo è di me.»
A: «Quando è successo?»
G: «Due settimane fa.»
A: «La sera in cui mi hanno detto che eri con E. a comprare il kebab, eri con lei, vero?»
G: «No, no.»
A quel punto non vedevo come potesse non essere vero, visto che a livello cronologico filava e anche a livello logico. Ma non mi sono soffermata su questo, perché era un dettaglio al confronto del discorso principale: G. era stato a letto con un’altra. Dopo neanche un mese da quando c’eravamo lasciati. “Lasciati”, poi… Che parola enorme. Non è così, non è mai stato così, per me. Io ho continuato a considerarmi la sua ragazza, ma evidentemente sono una stupida.
A: «Ma non avevi detto che non provavi niente? Che avevi perso ogni traccia di libido…»
Ha scosso la testa come per farmi capire che non voleva parlarne. Ma doveva.
A: «Com’è successo?»
Mi ha raccontato che era rimasta da sola, dopo la fine del tirocinio. Le sue coinquiline erano tornate dalle loro famiglie e lei aveva paura a restare a casa senza nessuno. Non ho ben capito chi, ma nell’appartamento di G. qualcuno l’aveva invitata a dormire con loro. L’unico letto a disposizione era quello di F. e se ben ricordate G. divideva la stanza con lui. Così G. s’è messo nel letto di F. e ha ceduto il suo a lei e già questo mi faceva arrabbiare.
A: «E poi?»
G: «E poi lei ha iniziato a parlare, anche se adesso dice che ho frainteso, ma comunque… È successo.»
“È successo, dice. Serenamente, come se si trattasse di una stretta di mano.”
A: «E mentre eri in quel letto con lei, non hai pensato che ci sei stato tante volte con me?»
G: «No, non ho pensato a niente, proprio!»
L’ha detto mentre muoveva la testa, da una parte all’altra, velocemente. Ormai sapevo capire alcune sue reazioni e quel gesto significava che stava incominciando a soffrire.
A: «E come funziona, dopo cosa fai, la coccoli, lei ti accarezza i capelli…? Glielo lasci fare? O ti scansi?»
Odiavo il pensiero che la stringesse forte e la baciasse, odiavo il pensiero che con lei fosse tenero ancor più dell’idea del sesso in sé. Mentre io fingevo autocontrollo e gli facevo quelle domande con la voce ferma e le sopracciglia aggrottate, G. ha continuato a guardare a terra senza un briciolo di spina dorsale. I miei occhi erano pericolosi per lui, non ce la faceva ad affrontarli. Ha provato ancora una volta a cambiare discorso, un po’ per non essere costretto a parlare di sé, un po’ forse perché quello che mi ha chiesto gli interessava sul serio.
G: «Ma parlami di D.»
A quel punto potevo ricambiarlo con la stessa moneta. Potevo inventarmi dichiarazioni, baci, potevo farcire il racconto di dettagli osceni e giocare a chi si stava divertendo di più… Ma ho detto la verità, tutta, senza alcuna strategia. Perché io, IO, sono tutto ma non bugiarda.
Gli ho detto tutto, credetemi, ad esempio che quando ho accettato di uscire ho sentito subito che era sbagliato, ma non nei suoi confronti – io non gli dovevo niente! – bensì nei miei. Gli ho detto della mia delusione quando ho visto l’auto di D. parcheggiata nello stesso punto dove lui parcheggiava la sua e dove restavamo per ore a parlare, gli ho detto che mi ha fatto piacere rivedere D, che lo stimo e lo rispetto, ma anche che alla fine della serata ho sentito di amarlo ancora di più. Gli ho detto che non ho sentito niente per tutto il tempo e che non potevo accontentarmi di questo, quando avevo sentito così tanto in passato, con lui.
A: «Con te, o è paradiso o è inferno, ma mai purgatorio. Non posso accontentarmi del purgatorio, non posso accontentarmi di questo: —————— quando ho avuto questo:
/\/\/\/\/\ »
Mentre dicevo quest’ultima cosa mi sono aiutata con le mani per tracciare i segni che ho cercato di riportare anche qui. Lui ha capito benissimo cosa volessero dire quei gesti e mi ha guardata per un attimo con un’espressione rapita ma poi si è reso conto che l’avevo intercettata e ha voltato di nuovo la testa. Non meritava quelle parole, lo so, non meritava il mio amore. Ma gliel’ho confessato lo stesso, perché ho deciso che volevo giocarmela fino in fondo. Mi ero sbattuta tanto per ottenere quell’incontro, se avessi ceduto alla gelosia e all’orgoglio tutti i miei sforzi sarebbero stati vani. È stato in quel momento che ho scelto di ignorare lei, l’altra. Ho finto per un attimo che non esistesse, mi sono concentrata esclusivamente su noi due e su quello che volevo dirgli da tantissimo tempo. Sarebbe stato molto facile fossilizzarmi su quello che aveva fatto, usare qualche parolaccia, urlargli che mi faceva schifo e chiamare gli altri a raccolta per tornarcene da dove eravamo venuti. Ma a quel punto avrei sprecato la mia ultima occasione e non potevo permettere a me stessa di sabotarmi così. Valeva la pena resistere ancora un po’, avrei avuto tanto tempo per prendere il muro a testate, ma finché ero lì dovevo restare calma, perché ho deciso che preferivo avere dei rimorsi e non dei rimpianti. Ne avevo collezionati già troppi, nella mia breve vita e mi avevano avvelenato il sangue.
Mentre gli raccontavo della serata con D. i signori si sono alzati dalla panchina e ci siamo potuti sedere. Lui s’è messo a un’estremità, dritto, con la faccia rivolta sulla strada, io invece ero al centro, anche se non troppo vicina a lui per non soffocarlo, seduta a cavalcioni e con gli occhi puntati sul suo profilo sinistro. L’ho guardato per tutto il tempo, ma lui non ha avuto il coraggio di guardare me. Solo una volta s’è girato a guardarmi: quando gli ho chiesto scusa. Ebbene sì, so che è davvero pazzesco a dirsi e a sentirsi, ma IO ho chiesto scusa A LUI. A quelle parole s’è voltato verso di me con uno scatto, incredulo.
A: «Ah, mi guardi. Ho attirato la tua attenzione.»
Purtroppo è durato poco, però, perché avendolo sottolineato ho ottenuto l’effetto di imbarazzarlo, così ha girato di nuovo la testa per guardare davanti a sé.
Per giustificare quell’ultima uscita, dovevo partire da quella specie di crisi che mi era venuta recentemente, quella seguita ad un semplice invito da parte di C, quella che mi aveva riportato alla mente tutte le sensazioni più angoscianti della malattia che avevamo in comune e che conoscevo così bene.
A: «In quel momento mi sono ricordata di come ci si sente quando non si riesce a dire sì neanche a un’amica, intrappolati dentro sé stessi, colpevoli, colpevoli di essere anormali. Mi dispiace tanto se ti ho fatto sentire così, soprattutto perché io stessa odiavo chi mi faceva pressione e non avrei dovuto farne a te. Ti chiedo scusa per questo, perché anche se non sono io la causa del tuo malessere, forse ho contribuito ad alimentarlo e me ne pento. Scusami.»
Per un istante l’ho visto sinceramente colpito, di certo non se l’aspettava. Forse proprio in quell’istante un po’ del suo risentimento è crollato come un castello di sabbia e se solo avesse dato ascolto al suo cuore avrebbe capito quanto era giusto allentare le difese, perché non aveva senso difendersi da me, che intanto non ero solo disarmata, ma proprio nuda. Sono pronta a giurare che stava per arrivarci, ma poi la parte malata della sua testa lo ha sabotato e il suo viso si è oscurato di nuovo. Non ha idea dell’occasione che ha sprecato. Ha aggrottato le sopracciglia con fare severo, ha annuito e ha detto che accettava le mie scuse, senza aggiungere ulteriori commenti. Per esempio avrebbe potuto (o dovuto) trattarmi con lo stesso riguardo e scusarsi a sua volta per le sue mancanze o anche solo per la crudeltà che mi aveva riservato nelle ultime settimane, ma non l’ha fatto. Io non gliel’ho fatto notare, d’altronde le scuse devono partire spontaneamente, altrimenti non hanno senso. Così sono andata avanti e ho iniziato a parlare di noi, di quello che eravamo e di quello che potevamo ancora essere, se solo lo avesse voluto. Non credete neanche per un secondo che sia stato facile, perché non lo è stato.
A: «Mi sento un po’ stupida, adesso, a dirti queste cose sapendo che stai già con un’altra…»
G: «Non stiamo insieme.»
A: «…ma io so quello che voglio. Sono determinata, come mai nella vita, perché ho le idee chiare. Non mi è mai successo di avercele così chiare, io so quello che voglio. Te. E basta.»
G. non rispondeva, ascoltava con aria concentrata ma sofferente.
A: «L’ultima volta ti ho aspettato per tre anni e posso aspettarti ancora, perché non c’è nient’altro che mi interessi. Io posso aspettare.»
A quel punto ha scosso la testa e ha detto: «Ma ti rendi conto che quello che dici non è sano?»
A: «Sì, può darsi, ma non importa. Io ti amo.»
G: «Tu sei ossessiva. Non possiamo stare bene insieme, perché già presi singolarmente non siamo normali.»
A: «Non puoi dirlo, non lo sai! Ci siamo vissuti così poco… Non hai visto abbastanza di me, c’è ancora tanto da vedere e anche tu, non ti sei mostrato mai fino in fondo.»
Ad un certo punto il groppo che avevo in gola era diventato troppo grande per inghiottirlo, e si sentiva.
A: «Mi fa piacere che stai guarendo, davvero. Ma io ci sto ricascando.»
G: «Lo vedi? Hai detto di aver capito che hai sbagliato a mettermi pressione, però adesso sembra che mi vuoi dare la colpa del fatto che stai male!»
A: «No, non voglio darti la colpa! Ammetto che io non stavo già bene da prima, ma con te ero felice e…»
Non sono più riuscita a trattenere le lacrime e me ne sono vergognata molto.
A: «Ignorale! Ok? Ché tanto io piango anche se mi si rompe un’unghia. Non devi considerarle!»
G. ha scosso di nuovo la testa.
A: «Tra me e te c’è qualcosa, io lo so. E sei tornato da me dopo tre anni, perché lo sai anche tu.»
G: «Tu dici sempre così, ma non sei migliore degli altri.»
A: «…Cosa?»
G: «Sì, sei intelligente, sei simpatica, ma poi? Non sei migliore degli altri.»
…..Non so come gli sia venuta questa risposta, ma… Era davvero necessario sottolinearlo? Era davvero necessario ribadire ciò che so da tutta la vita, ossia che non valgo abbastanza?
Mi sono presa un attimo per riprendermi, poi ho risposto: «Tu mi sminuisci sempre, come se non lo facessi già da sola. Hai davanti a te una persona insicura e… Non voglio costringerti a stare con me, se non mi vuoi. Tra l’altro, se non mi vuoi, io penso che sei in buona compagnia, visto che non mi ha mai voluto nessuno…»
Era una cosa che sapevo da tempo, ma è stato orribile essere costretta ad ammetterlo apertamente. Volevo dirgli che era molto meschino da parte sua far leva sulla mia insicurezza, era come sparare sulla croce rossa. Era stato un tale vigliacco a toccare quel tasto dolente! Ma forse l’aveva fatto apposta per quello, perché sapeva che mi avrebbe fatto male. Forse mi ha sferrato quel colpo sperando che non avrei più avuto la forza di rialzarmi, così avrebbe potuto lasciarmi a terra, agonizzante ma soprattutto – soprattutto! – muta. Ma io non mi sono arresa e ho continuato a parlare.
A: «Sì, io sono come gli altri, lo so, ma credevo di essere speciale per te. Lo vedi quel ragazzo laggiù? Anche lui è come gli altri, eppure è speciale, per la sua ragazza. E tu, anche tu sei come gli altri, ma sei speciale per me. Ecco a cosa mi riferisco quando dico che tra me e te c’è qualcosa.»
G. continuava a stare zitto, rendendo quella conversazione davvero molto sterile, senza il confronto. Ma avevo l’occasione di dirgli tutto quello che mi passava per la testa e l’ho colta, e non me ne pento, anzi, mi dispiace per lui che non ha avuto il coraggio di essere onesto.
A: «Quando sei tornato avresti voluto che ti sbattessi la porta in faccia? No. Io ti ho dato una possibilità, e non la meritavi. Perché non vuoi darmene una tu, adesso?»
G: «Ma che c’entra il merito? Io non la meritavo e me l’hai data, tu la meriti e io non te la voglio dare.»
A quelle parole il mio cuore ha saltato un battito o due…
——————————————————————
…finché ha ripreso il suo ritmo ma poi ha iniziato a sanguinare. Era stato più che acido, era stato cattivo. Non era il vero G. Lo so che non ne potete più di leggerlo e che adesso state pensando: “Ti prego, apri gli occhi! L’avevi idealizzato, ma è questo il vero G, è una merda!” ma vi prego, abbiate fiducia in me. È vero che non sono del tutto normale, ma non sono neanche pazza. Non era il vero G.
A: «Non sei sincero. Non ti credo.»
G: «Credi quello che vuoi.»
A: «Sei più sensibile di così, non ti credo. Levati la maschera!»
Ero provata, davvero troppo per tenerlo nascosto. Continuavo a piangere senza per questo sentirmi più leggera.
A: «Tu mi hai detto che non dovevo prestare attenzione a quello che mi dicevano gli altri, che dovevo credere solo a te. E l’ho fatto, io ti ho creduto! Io ci ho creduto. Ho investito tanto…»
G: «Mi fai morire quando dici così, parli come se avessi ottant’anni! Come se non avessi più tempo per recuperare! Hai una vita davanti!»
L’ho ascoltato scioccata, perché stava dimostrando ancora una volta di sminuire quello che era successo. Io gli avevo detto che lo amavo e prima di lui non l’avevo detto a nessuno. Avevamo condiviso delle cose importanti, importanti, vi dico, cose di cui non ho scritto ma che lui conosceva bene! Vi giuro che lui aveva il dovere di trattarmi con delicatezza e continuava a fingere di non avercelo, come se tutto quello che gli avevo dato non avesse alcun valore! Una volta me l’ha detto proprio apertamente, che non aveva alcun valore, ma si sbagliava, perché era importante! A sentirlo parlare in quel modo ho avuto la sensazione che qualcosa dentro di me si spezzasse.
A: «Io ci ho creduto… Mi avevi detto che dovevo crederci e io ci ho creduto…»
Ancora non capisco come abbia fatto a restare impassibile. Chiunque con un briciolo di sensibilità mi avrebbe stretto forte e mi avrebbe baciato le tempie, nello stato in cui ero. E lui di sensibilità ne aveva da vendere ma in quel periodo gli faceva troppa paura e stava cercando in tutti i modi di annientarla. “Io non voglio sentire niente”… Me l’aveva detto così tante volte! Forse ci era riuscito, forse aveva perso davvero la sua umanità… No! Non era possibile! Non potevo crederci!
A: «Hai detto che ti ricordo un momento brutto e mi vuoi cancellare, ma non è colpa mia se sono capitata in un momento brutto per te. Non mi puoi punire per quello! Io ci ho provato ma non sapevo bene cosa fare. Tu sei malato, io sono insicura… È per quello che è andata così, ma possiamo lavorarci. Cosa credi, lo so che è andato tutto storto, credi che mi sia piaciuto? Anche io avrei voluto che andasse diversamente, ma la differenza tra me e te è che tu ti arrendi e io continuo a vedere la potenzialità inespressa. Te l’ho già detto, siamo una enorme potenzialità inespressa! Lo penso davvero! E secondo me lo sai anche tu. Togliti questa maschera, segui il tuo istinto!»
Per tutta la durata di quella conversazione era rimasto praticamente immobile seduto all’estremità di quella panchina, fatta eccezione per le volte che aveva scosso la testa. Ma entro due secondi avrebbe cambiato completamente la postura.
A: «Possiamo fare un esperimento? Se io mi avvicino…»
G: «Perché dovresti?»
In quel momento ha iniziato ad agitarsi. Ha incrociato le gambe, ha preso a muoversi a scatti, si è sistemato sul posto e ha cominciato a toccarsi la barba con fare nervoso. G. si tocca sempre la barba quando è nervoso; si chiama “auto-manipolazione” ed è comune a tutti gli esseri umani. Io l’ho preso come un buon segno. Riuscite a capire perché?
All’inizio ho tenuto le mani ferme, non l’ho toccato. Ci sono andata molto cauta, memore delle volte che era scappato al mio abbraccio. Ho mostrato molta prudenza, ma comunque ho insistito, con calma…
A: «Scusa, se non ti faccio né caldo né freddo, che differenza fa se lo faccio o no?»
G. ha scosso ancora la testa, ma in modo diverso. Fino a quel momento si era concentrato sulla negazione, sapeva che avevo ragione su tutto ma non era pronto ad ascoltare. Soprattutto non era pronto alle conseguenze che avrebbe avuto una sua anche minima apertura, per questo stava continuando a dire a sé stesso: “No, non è vero. No, non è giusto. No, non è sano.” …Ma quando gli ho fatto capire che stavo per avvicinarmi ha avuto proprio paura. Era a rischio, le parole poteva ignorarle, ma la pelle… Quella non mente mai. Ho continuato a parlargli piano, molto piano: «Se è vero che non provi più niente per me, non cambierà nulla. Perché non mi fai provare?»
G: «…Ok.»
Mi sono avvicinata, lentamente, come se stessi per toccare un oggetto prezioso risalente a secoli fa, una pergamena sottilissima che avrebbe potuto disintegrarsi con un soffio di vento. Ho fatto appena in tempo ad alzare le braccia e a sfiorargli la schiena, però, che già s’era scansato. Aveva paura, glielo leggevo in faccia! Era spaventato da quello che avrebbe sentito. «Aspetta un attimo!» ho detto, con voce ferma e, inaspettatamente, lui mi ha dato ascolto, si è fermato e si è lasciato abbracciare. All’inizio era rigido, come di gesso, poi si è lasciato andare e ha sollevato a sua volta le braccia, portandole intorno alle mie spalle. I suoi muscoli si sono rilassati, me ne sono accorta, e subito dopo mi ha baciato la guancia. Ricordo di aver spalancato gli occhi per la sorpresa ma anche di averli chiusi un secondo dopo, con dolce abbandono, perché in quel gesto io avevo ritrovato il mio amore perduto. Era di nuovo lì, tra le mie braccia, sentivo il suo respiro sulla mia pelle e avevo la sensazione di essere a casa. Credo che in quel momento anche lui si sia ritrovato, credo con tutta me stessa che quello sia stato l’unico momento di quel pomeriggio in cui G. è stato onesto, ma evidentemente era troppo per lui, perché non l’ha retto. S’è alzato in piedi e si è allontanato di qualche passo, io non ho neanche capito che stavo per seguirlo, l’ho fatto senza rendermene conto, assolutamente d’istinto. Suppongo di aver amato troppo quella sensazione e di non aver sopportato che fosse interrotta, ne volevo ancora, quindi gli sono andata incontro e ho allungato di nuovo le braccia verso di lui, poi, quando mi sono trovata abbastanza vicina al suo orecchio, gli ho sussurrato: «Abbracciami!»
G. l’ha fatto ancora e ancora una volta mi ha baciato la guancia così mi sono sentita abbastanza sicura di me per provare a fare lo stesso. Gli ho baciato una guancia e lui ha abbassato la testa fino a poggiarla sull’incavo tra il mio collo e la mia spalla, dandomi un altro bacio anche lì. Credo di averlo stretto più forte mentre l’ha fatto, forse troppo forte perché si è allontanato di nuovo ma stavolta l’ho visto sorridere. Era a un passo da me e sorrideva, poi ha esclamato: «Sei una stupida Cuora!»
A chiunque passerà di qui per caso sembrerà solo una frase ridicola ma se voi avete letto tutto con attenzione e sincero interesse, adesso state sorridendo, lo so. Voi lo sapete cosa significa “Cuora” e sapete da quanto tempo non mi chiamava così. Io adesso non so spiegarvi quanto mi abbia reso felice sentirglielo dire, ma mi piace pensare che alla luce di tutto quello che vi ho raccontato siate capaci di capirlo da soli.
“Sei una stupida Cuora!” …Suonava così bene… Quando l’ha detto io ho abbandonato la prudenza e mi sono riavvicinata con più decisione; mi aveva appena dato la conferma che avevo ragione, che era vero, lui provava ancora qualcosa! Non c’era ragione di avere paura. Gli sono andata incontro e lui s’è girato di spalle, allora io ho aderito con tutto il corpo alla sua schiena e l’ho circondato con le mie braccia, poi ho alzato la testa e ho cercato il suo viso nel finestrino scuro dell’auto che era di fianco a noi. L’ultima cosa a cui pensava di certo era la sua immagine riflessa, guardava davanti a sé e sono sicura che non si sia minimamente accorto di essere spiato ed è per questo che do per scontato di aver visto il suo vero volto, in quel finestrino. L’ho visto sollevare la testa e sorridere, era un sorriso largo, aperto e subito dopo l’ho visto socchiudere gli occhi, continuando a tenere quello stesso sorriso. Ha socchiuso gli occhi ed ha sospirato, ve lo giuro, e per me non c’è alcun bisogno di riflettere su cosa significasse quel gesto, è la cosa più semplice del mondo. Sembrava così felice! La cosa che non capisco ancora è perché non abbia assecondato quella sensazione, invece di strozzarla in quel modo. Si è allontanato ancora una volta, si è voltato a guardarmi e mi ha detto: «Tu sei pazza! Torneresti con me adesso? Anche così?»
Le mie braccia erano di nuovo vuote e non mi andava giù, così istintivamente le ho avvolte attorno a un lampione e ho preso fiato prima di rispondere. Volevo dire di sì, immediatamente, ma forse era il caso di rifletterci un po’.
A: «Forse non adesso, forse è meglio se ci prendiamo un po’ di tempo, tipo l’estate. Risentiamoci a Settembre… Io prenderò le ferie. Possiamo partire insieme! Possiamo non vederci per un paio di mesi e poi… Full immersion!»
G. ha riso, ma non ha detto niente.
A: «Credo sia giusto andarci piano, pianissimo. Dobbiamo capire come fare.»
G. ha scosso la testa ma continuava a sorridere e credo che si stesse sforzando di tornare freddo ma io non volevo che lui lo facesse, allora sono tornata all’attacco e l’ho abbracciato ancora.
“Resisti! Questa sensazione che senti, è felicità. Non soffocarla, ti prego! Sii te stesso, amore mio!”
G. mi ha accarezzato i capelli e per un attimo mi è sembrato che me li annusasse, poi ha fatto uno scatto indietro e ha detto: «Basta, stiamo esagerando!»
“Non ce la fa… Proprio non ci riesce…”
In un secondo aveva messo almeno un metro tra di noi, così sono rimasta un attimo a guardarlo e poi ho detto: «Dovresti rasarti la barba, sai? Così le piaceresti di più. Si innamorerebbe subito.»
G: «Come fai a stare così, adesso, dopo quello che hai saputo? Io non ce la farei.»
Già… Come facevo? Quando sono tornata a casa e mi sono chiusa in camera mi sono accasciata e ho pianto fino a sentirmi male. L’ho immaginato con lei, in quel letto e ho desiderato di morire. Nei giorni successivi a quella confessione, io ci ho pensato costantemente e ho sempre avuto voglia di urlare. La notte il pensiero di loro due insieme non mi faceva chiudere occhio, forse la stava baciando proprio mentre io camminavo per la casa buia, sconvolta e con il viso in fiamme. Sono stata male, mi sono sentita tradita, anche se ufficialmente non lo ero perché non stavamo più insieme quando tra loro due era successo… Ma al diavolo i cavilli, io mi sono sentita tradita, è stato orribile e ho avuto voglia di spaccarmi la testa e strapparmi il cervello a mani nude. Eppure quel pomeriggio non ho fatto una piega mentre lui me ne parlava. Conoscendomi, era una reazione insolita e non so come l’ho avuta. Credo che in parte sia valido il discorso che vi facevo prima, quello sulla dubbia utilità di una scenata di gelosia che avrebbe avuto l’unico effetto di interrompere la discussione ancor prima che iniziasse… Quello che mi stupisce è come io ci sia arrivata, cioè come abbia fatto a restare lucida abbastanza da arrivarci con il ragionamento. Probabilmente c’era dell’altro. Il distacco è un classico meccanismo di difesa, somigliava molto a quello che stava usando lui, la negazione. Forse quel pomeriggio sono rimasta calma davanti a quella bomba perché una parte di me non voleva credere che fosse già scoppiata. Ad ogni modo, lui mi ha chiesto come ci riuscissi e a quella domanda ho simulato una forza che non mi apparteneva, scuotendo la testa con finto disinteresse.
A: «Perché lei non è niente.»
G. ha annuito e ha abbassato lo sguardo.
A: «Quando sei tornato hai detto che avevi già provato a cancellarmi e non ci eri riuscito. Ecco, io lo so che tornerai ancora.»
G: «Dobbiamo rivederci una volta ogni tre anni, io e te. Stare insieme un mese e poi salutarci. E poi rivederci dopo altri tre anni.»
Ha riso mentre lo diceva, ma io lo conoscevo e sapevo distinguere una sua risata vera da una “comoda”, una di quelle che faceva quando non sapeva che altro fare. Quella risata specifica significava: “Sto rischiando di perdere il controllo e non me lo posso permettere, sennò ti bacio e non ti lascio più, allora faccio una battuta idiota giusto per dire qualcosa e fingere di capire cosa sta succedendo, mentre la verità è che sbatterei volentieri la testa contro il muro.”
Io l’avevo capito ma non ho potuto fare a meno di sentirmi delusa dal suo comportamento che ho trovato infantile e, pur di non dirglielo, ho chiuso gli occhi con insofferenza e ho inspirato profondamente. A quel punto il sole stava tramontando e l’aria si era fatta un po’ più fresca. Avremmo potuto parlare ancora, avrebbe potuto dire qualcosa anche lui, possibilmente qualcosa di onesto. Gli avevo appena fatto vedere come una persona può spogliarsi della paura e come può brillare di verità, avrebbe potuto prendere spunto dal mio esempio e cercare di imitarmi, si sarebbe sentito meglio, più pieno, ma lui non era ancora pronto. Mi ha detto che aveva un appuntamento con un amico, doveva andare a prendere qualcosa a casa sua o forse a dargliela, non ho capito ma in fondo neanche mi interessava. Come al solito stava usando una scusa per tirarsi indietro, proprio quando era necessario andare avanti. Delusa, ho richiamato mia sorella che dopo un po’ è tornata e con Salvio ha recuperato la sua macchina. Ci siamo messi di nuovo in viaggio verso Ponticelli, io ero ancora accanto a G. e sapevo che non sarebbe ricapitato tanto presto. Ho preso la busta che avevo portato con me e che avevo riposto sotto al sedile anteriore; era rimasta lì per tutto il tempo ma forse era arrivato il momento di aprirla. Ho tirato fuori il cd evitando il resto, un pacchetto fatto con della carta gialla; dentro al pacchetto c’era il libro e dentro al libro, su quella pagina speciale, c’era la lettera che gli avevo scritto. Non l’ha scartato davanti a me e ancora oggi sono tanto curiosa di sapere a cosa ha pensato quando ha visto di che libro si trattava. Sicuramente non ha ricordato quel pomeriggio di quattro anni fa, quando gli ho descritto la scena più dolce di tutta la letteratura conosciuta, mentre il sole tramontava piano sui palazzi popolari e sull’asfalto… Sicuramente non gli è tornato in mente tutto questo, ma se sono fortunata ha ricordato almeno che era il mio libro preferito e spero tanto che abbia apprezzato il regalo. Non so se l’ha già letto, non so se gli è piaciuto o no, in questi mesi avrebbe potuto scrivermi anche solo un messaggio per farmelo sapere ma non l’ha mai fatto. Non so neanche se ha mai ascoltato il cd, dopo quella sera. Io l’ho inserito nello stereo e l’ho fatto partire, lui ha ascoltato un paio di canzoni, mentre guidava, picchiettando le mani sul volante e facendo su e giù con la testa. L’ho guardato sorridendo e cercando di riempirmi gli occhi di quell’immagine, perché sapevo già che non l’avrei rivista molto presto e vi confesso che ha iniziato a mancarmi già mentre la stavo guardando.
A: «Ti piace questa canzone? Oooh, meno male! Se questa è l’ultima volta che ti vedo, almeno potrò dire di averti lasciato qualcosa.»
Mi sono allungata verso di lui e gli ho baciato il braccio all’altezza della spalla. Un rapido bacio, dato d’istinto, senza pensarci troppo. Poi gli ho accarezzato la guancia con tenerezza e gli ho detto: «Sappi che l’invito è sempre valido. Puoi venire quando vuoi. Quando ti liberi da quest’impegno che hai, se ti va di passare a mangiare una fetta di cheesecake, non ti preoccupare per l’orario. I miei non ci sono, quindi se bussi alla porta non svegli nessuno e non dai fastidio.»
G. sembrava sul punto di dire di sì, l’ho visto tentennare, ma poi ha deciso di restare sul vago e ha risposto: «Non lo so, adesso devo fare questa cosa… Semmai passo sul tardi.»
Io mi sono sentita abbastanza fiduciosa, quindi non ho insistito, piuttosto ho continuato a guardarlo e gli ho accarezzato la nuca, proprio sull’attaccatura dei capelli, muovendo la mano dal basso verso l’alto. G. era serio, non sorrideva più e non parlava più. Mi sono sempre chiesta a cosa ha pensato mentre facevo quel gesto d’affetto, ma non l’ho mai saputo. La cosa che mi lasciava ben sperare era il fatto che almeno non si scansasse.
Mi sono voltata in avanti a guardare la strada, eravamo fin troppo vicini al suo quartiere, entro pochi minuti ci saremmo fermati, io sarei scesa per unirmi ai miei e lui avrebbe proseguito per la sua strada.
A: «Tra qualche tempo capirai. Penserai: “oh, mio dio, che ho fatto? L’ho lasciata andare di nuovo?”»
Lui non ha risposto e nemmeno mi aspettavo che lo facesse.
A: «Comunque, visto quanto ti piace dire di te che sei “chiaro”, dovresti dire anche a lei le stesse cose che hai detto a me. Sai, per essere proprio preciso. Tipo che non “hai la testa”, che non si deve innamorare…»
Ripensavo al discorso di piazza Bellini, l’alibi (im)perfetto dietro cui ancora si nascondeva… G. ha risposto che a lei queste cose le aveva già dette e che le stavano pure bene. Avevano un accordo, a quanto pare, era solo sesso e niente di più. Il fatto che la situazione tra loro fosse così “chiara” non la rendeva meno squallida. Io non ho mai capito come ci si possa accontentare di questo e mai lo capirò. Non giudico chi intrattiene questo tipo di relazioni, che pare vadano tanto di moda, ma io non sono mai stata un tipo alla moda e continuo a rifuggirle, nonostante abbia avuto un’ottima occasione per provarci e nonostante ce l’abbia ancora. G. lo sa ma sono sicura che non se ne preoccupi perché sa come sono fatta.
Ad ogni modo, il momento tanto temuto era arrivato, il suo quartiere si vedeva in lontananza, G. ha fermato la macchina e Francesca e Salvio si sono fermati dietro di noi. Non sono scesi perché ho fatto un cenno per far capire loro che volevo trattenermi un attimo e G. ha detto: «Poi un giorno ti parlerò della mia situazione.»
A: «Parlamene adesso.»
G: «Non posso, ho quell’appuntamento…»
Avrei voluto dirgli: “E rimandalo! Io non so quando e se ti rivedrò, non puoi dedicarmi ancora cinque minuti?!” …Ma gli avevo appena detto che mi ero pentita di avergli fatto pressione, se avessi insistito ancora avrei dimostrato che le mie scuse non avevano peso. Allora, a malincuore, sono scesa dalla macchina e tutti hanno fatto lo stesso. Francesca s’è trovata davanti a G. e gli ha chiesto cos’avesse intenzione di fare. Lui ha risposto che forse sarebbe passato in tarda serata e lei ha cominciato a dire tipo “Dai, vieni a mangiarti una fetta di cheesecake!” ma io l’ho bloccata subito.
A: “Fra’, per favore, non insistere.»
F: «Ma…»
A: «Spetta a lui decidere. Deve fare ciò che vuole.»
Francesca mi ha guardata piena di triste confusione, Salvio era disgustato dal comportamento di G. e nel viaggio di ritorno ha avuto solo parole negative per lui.
Lo hanno salutato e hanno fatto per rientrare in macchina, a quel punto toccava solo a me. Mi sono avvicinata a G, gli ho dato un bacio sulla guancia e gli ho detto: «Ti amo. Anche se non ti importa.»
Lui aveva già perso la concentrazione, come gli succedeva tutte le volte che almeno una terza persona si infilava tra le nostre parole. Ricordo che appena è sceso dall’auto ha rimesso su la maschera del “tipo figo e inafferrabile che fa colpo su chiunque”, per cui non mi aspettavo un saluto diverso da quello che mi ha rivolto. Non ha detto niente, assolutamente niente, ha solo accennato una risata che era palesemente nervosa, poi è entrato in macchina, ha affondato il piede sull’acceleratore ed è andato via. Quella è stata l’ultima volta che l’ho visto. Era il 7 Giugno ed erano passati esattamente cinque mesi dalla Domanda, fatta davanti ai fori imperiali, a Roma.
Mentre tornavamo a casa il mio sguardo si è posato sulle luci della città al crepuscolo. I miei due angeli custodi si sgolavano a dirmi che avevo sprecato troppo tempo, che non meritava niente e men che meno il mio amore, mi dicevano che dovevo voltare pagina il prima possibile e mentre loro parlavano io pensavo solo che c’eravamo lasciati troppo presto, che c’erano ancora tante cose da dire, che l’unico modo giusto di interrompere una conversazione come quella fosse metterla in pausa e promettere di riprenderla al più presto.
“Un giorno ti parlerò della mia situazione”… Ho sperato tanto che me ne parlasse quella sera stessa. Ho sperato di sentir squillare il telefono o direttamente il citofono e di aprirgli la porta e vederlo entrare a casa mia… “Eccoci, siamo qui. Parlami della tua situazione.” gli avrei detto… “O se sei stanco e preferisci riposarti, vieni qui, poggia la testa su questo cuscino e dormi. Dormi tutto il tempo che vuoi, io veglierò su di te come ho sempre fatto.”
Tutto ciò non è successo perché quella notte lui non è venuto. Sotto sotto lo sapevo, conoscevo i suoi tempi e – anche se lo speravo – non mi aspettavo che rinsavisse in poche ore. Gli sarebbe servito molto più tempo e io avevo deciso di darglielo. Ovviamente quella notte non ho dormito, troppo impegnata com’ero a lottare contro i miei demoni, e poco prima che spuntasse l’alba, stanca e affaticata, gli ho scritto un messaggio.
“Non aver mai paura di tornare. Quando starai meglio e sarai pronto ad essere felice, non aver paura di chiamarmi. Non pensare mai che, siccome mi hai ferita, sarà impossibile che ti riprenderò. Io ti ho già perdonato, non ti odierò mai. Perciò quel giorno chiamami. Non dovrai fare nient’altro che tornare, ti abbraccerò senza dire niente e ricominceremo. Ti aspetterò per sempre, sappiamo entrambi che lo farò. Quindi non aver paura. Torna da me.”
G. non ha mai risposto, né a quel messaggio né a quelli che gli ho inviato nei giorni a seguire. Gli ho scritto ancora perché non ho potuto farne a meno. Prima di inviare quei messaggi io sapevo bene che non avrei ricevuto alcuna risposta ma li ho inviati lo stesso perché… Non lo so, perché non farlo? Ormai avevo già perso tutto, cos’altro poteva portarmi via? La dignità? E cos’è la dignità?
Quattro anni fa soffrivo allo stesso modo ma non l’ho mai chiamato e non gli ho mai scritto. O meglio, ho scritto di lui su questo stesso blog, ma mai a lui direttamente. Questo perché quattro anni fa il mio orgoglio era più importante di tutto. Mi nascondevo dietro i concetti di forma, o giustizia… Perché “doveva cercarmi lui, non spettava a me. Punto”.
Ma dopo tutto quello che avevamo passato, dopo tutta la speranza e dopo tutto il dolore, parole come “orgoglio” o “dignità” non significavano più niente. Non ero più la stessa persona, questa storia mi aveva tolto anche gli ultimi residui di quella ridicola, piccola armatura che avevo. Non avevo più alcuna difesa, non avevo più niente per proteggere il mio cuore, che ormai era esposto al mondo intero e chiunque poteva divertirsi a punzecchiarlo con un bastone.
Non l’ho più sentito, ma mi hanno detto che ha ricominciato a uscire, che va addirittura a ballare e che sembra stare bene. Sta facendo tutte le cose che con me non voleva fare ed è logico per me pensare che forse il problema ero davvero io.
Me l’aveva detto, una sera… «Forse sei tu il problema.»
Già, forse ero io. Io non sono mai stata capace di aiutarlo e ho finito per schiacciarlo. Le volte che mi sono offesa perché non veniva più a prendermi in stazione… Io credevo che volesse ferirmi, non avevo idea che il motivo fosse la paura irrazionale del tram. Non veniva perché non riusciva a stare in mezzo a troppe persone, in uno spazio chiuso e l’ho capito solo dopo. Le volte che me la sono presa perché non parlava, ma cos’avrebbe dovuto dirmi? Era così confuso… Tutta la mia insistenza, tutta la mia esigenza di chiarezza, chiarezza ad ogni costo, erano troppo per G, che non sapeva neanche da che parte cominciare per spiegarmi quello che nemmeno lui capiva! Io ero spaventata tanto quanto lui ma mentre la mia reazione è stata affannarmi e scalpitare, la sua è stata fermarsi del tutto. Il suo era un panico immobile, congelato. Non riusciva a fare niente ma nel frattempo si accorgeva che non ero felice. Una volta mi ha detto: «Una parte di te mi odia.» e io non l’ho negato. Era vero. Una parte di me lo odiava ancora per il modo in cui era andato via da me, nel maledetto 2010, per il modo in cui aveva cercato rifugio tra le braccia di X e non tra le mie. Lo odiavo perché non aveva creduto in noi. A volte, quando ero sola, mi sentivo arrabbiata e la faccia mi si incendiava, e se mi fermavo a pensarci capivo perché. Ci stavo male, malissimo, ma non ero l’unica perché G. lo avvertiva e sapeva che davo a lui la colpa. Io mi aspettavo così tanto da lui e proprio per questo non mi ha voluto dare niente. All’inizio ero così frivola, volevo vivere in una fiaba e quello sciocco desiderio mi aveva resa cieca. G. stava sprofondando lentamente in un baratro troppo profondo e io continuavo a tenermi stretta la mia fantasia, senza capire. È stato allora che ha iniziato ad arrendersi, con me. Poi ho aperto gli occhi, certo, ho cercato di rimediare, ma ormai non aveva più fiducia e ogni cosa che facevo era inutile, assolutamente inutile. Credo che oltre ad arrendersi abbia fatto qualcosa di più… Credo che mi abbia persino odiata, sì! Mi ha odiata anche lui, consciamente o meno, per non aver capito prima. Ho pensato tante volte che in fondo avrebbe potuto lanciare un grido, mentre cadeva, tendere una mano e aggrapparsi a me, chiedermi di aiutarlo a risalire, invece G. stava zitto, stava sempre zitto e io non capivo! Porca miseria, come potevo, se lui non mi parlava? Non potevo leggergli nella mente!
Ma no, non ho scuse, dovevo capirlo lo stesso. Proprio perché avevo vissuto qualcosa di simile io dovevo rendermene conto da sola. Avrei dovuto baciarlo più spesso e parlare di meno, avrei dovuto sforzarmi di restare tranquilla, lui me lo diceva sempre: “Sta’ tranquilla! Devi stare tranquilla!” ma io non ci riuscivo. Gli ho chiesto troppo, gli ho chiesto qualcosa che non era pronto a darmi e ho caricato l’aria di una tensione eccessiva che per uno come lui, uno nelle sue condizioni, era insostenibile. E allora se n’è andato, perché non ne poteva più. È andato a rifugiarsi di nuovo tra le braccia di un’altra, una che non lo conosce e che non sembra neanche intenzionata a conoscerlo e lui lo preferisce, perché è più facile. Con lei non ha responsabilità, con lei non ha obblighi, lei è tutto quello che non sono io, è leggera. Io non sono mai stata leggera, per me tutto era sacro, tutto era questione di vita o di morte, ero difficile. Non ce la faceva più. Questo non significa che non mi volesse bene, perché io so che me ne voleva. Una mattina di Marzo mi ha chiamata che era per strada, io ero ancora a letto e mi ero appena svegliata, lui invece era sveglio dalle 5:00. Mi ha detto che aveva avuto una delle sue crisi e che non era più riuscito a chiudere occhio, allora, per non impazzire, era uscito a camminare senza meta. Era a Roma, non conosceva quelle strade e si era ritrovato in un altro quartiere senza che se ne rendesse conto. Le cose tra noi avevano già iniziato ad andare male ma lui quella mattina ha chiamato me. Aveva bisogno di parlare con qualcuno e aveva scelto me. Come quella volta nel treno, lo sapete, ne ho già scritto, anche quella volta ha chiamato me. O come quando ha saputo che forse sua madre stava guarendo, è da me che è venuto. G. mi voleva bene, non l’ho immaginato. È questo che rende tutto più difficile, perché se avesse finto davvero, sin dall’inizio, come ha cercato di farmi credere, adesso potrei dare tutta la colpa a lui e alla sua cattiveria e leccarmi le ferite per un po’, prima di decidere che non vale la pena star male per uno stronzo e ricominciare a vivere. Ma lui mi ha amato, io l’ho sentito, è solo che non ha avuto pazienza. Né pazienza né fiducia, tutto qui.
La sera che è venuto da me e mi ha parlato della sua infanzia e della sua adolescenza, ricordate? La sera in cui ha insolitamente aperto uno spiraglio, mi ha guardato negli occhi e mi ha chiesto: «Quanto tempo mi dai?» Io ho detto: «Quanto tempo ti do, per cosa?» e lui ha risposto: «Per guarire.»
G. si era reso conto di avermi trascinata giù con lui e si era sentito in colpa. Forse in quel momento ha sperato davvero di poter guarire, ma più per me che per sé stesso. E così mi ha chiesto quanto tempo avrei potuto concedergli, come se il mio amore avesse una data di scadenza, senza sapere che probabilmente è eterno. Ma che amore è? Lui l’ha chiamato “ossessione” e l’ha privato di tutta la sua nobiltà. Io lo chiamo amore, sono sicura che lo sia, solo che è un amore immaturo. Per mesi mi sono interrogata su chi stesse insegnando a chi. All’inizio ero convinta che lui dovesse insegnarmi ad amare, solo perché aveva avuto storie lunghe e io neanche una. Credevo che l’esperienza in amore si quantificasse in termini di tempo, di durata. Poi mi sono accorta che nonostante le sue storie lunghe G. non si era mai aperto davvero e allora ho capito che non aveva mai amato fino in fondo e che non avrebbe potuto insegnarmi molto; forse io avrei potuto insegnarlo a lui perché nel frattempo avevo cambiato idea, l’esperienza in amore non si accumulava girando una dopo l’altra le pagine del calendario, ma sentendo il più possibile e mettendosi in gioco e in questo ero più “brava” di lui. Oggi so che nessuno dei due poteva insegnare niente a nessuno, perché entrambi avevamo amato in modi sbagliati, infantili, entrambi eravamo stati egoisti e vigliacchi. Le colpe, come al solito, sono condivise.
Ecco, tutto questo ragionare, tutto questo scrivere e cosa concludo? Che il torto non sta mai da una parte sola. Bel finale scontato. Quante volte l’avete sentito dire? Ma vi avevo avvertito, proprio all’inizio, che vi avrei raccontato una storia come tutte le altre. È un amore immaturo che si è rovinato, stop. Avete perso tutto questo tempo a leggere una storia che non ha niente di speciale. Perdonatemi.
Ora, voi potete anche fermarvi qui, ché tanto non è successo nient’altro e dubito che succederà. Io andrò avanti, invece, perché questa lucidità va sfruttata fino alla fine. Finché stavamo insieme spendevo tutte le mie energie per trattenerlo. Ero troppo impegnata a lottare per restare a galla, annaspavo, boccheggiavo, tentavo disperatamente di non andare a fondo. Quando ho smesso di dimenarmi e ho accettato che era finita, che avevo perso, sono sprofondata lentamente nell’abisso mentre le immagini di questa storia scorrevano davanti ai miei occhi, una dopo l’altra e più scendevo in profondità più apparivano nitide. Non mi sono fermata. Sto capendo tante cose mentre continuo a scendere e c’è ancora tempo per capirne altre. Ma quando arriverò alla fine di questa discesa mi ritroverò nel luogo più buio e più freddo che esista al mondo, piena di una consapevolezza che potrebbe non servire più a nulla. Una spaventosa, terrificante consapevolezza prima di morire assiderata.

    

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G. ed io [pt.10]

Io e G. avevamo rotto. Da quella sera erano passati cinque giorni, cinque giorni in cui nessuno dei due aveva fatto un passo, cinque giorni in cui mi era mancato più di qualsiasi altra cosa o persona al mondo. Cominciavo a mostrare segni di ripensamento, ho avuto paura di aver fatto il passo più lungo della gamba. Certo, avevo avuto il coraggio di mettere la parola fine e questo forse mi aveva fatta apparire come una donna risoluta, le mie amiche si congratulavano con me per la forza d’animo dimostrata ma la verità è che dentro ero terrorizzata al pensiero di averlo perso per sempre. Mi dicevano che avevo fatto bene, che era l’unica cosa giusta da fare ma io pensavo solo che avevo ceduto e non era quello che gli avevo promesso. Io gli avevo promesso che avrei avuto pazienza, che mi sarei impegnata con tutta me stessa e che gli sarei stata sempre vicino. Avevo detto che gli avrei dimostrato cosa significasse tenere davvero a qualcuno, e poi? Mi ero arresa così facilmente. Adesso, voi avete letto quello che ho scritto, che è gran parte della storia, e sapete quanti rospi ho dovuto ingoiare dal suo inizio fino alla notte del 30 Aprile. Probabilmente state pensando che non mi sono proprio “arresa facilmente”, che avrei dovuto chiudere anche prima, che avevo resistito fin troppo e pochi al posto mio l’avrebbero fatto. Anche io, se rileggo tutto in una volta, mi stupisco di quanto sono stata determinata, di quanto ho insistito mentre dall’altra parte ho ricevuto solo silenzi e noncuranza. Perché, diciamocelo, fondamentalmente si è fatto lasciare lui. Eppure, durante quei giorni — e anche oltre, per la verità — io continuavo a pensare che avrei dovuto fare di più, che avrei dovuto sforzarmi di farmi scivolare addosso le sue provocazioni, le sue risposte acide e tutto quello che lo rendeva insopportabile, perché non dipendevano totalmente da lui, perché lui non era in sé.
A1: “Ti sei arresa, Alessandra. L’hai lasciato da solo. Complimenti! Cosa volevi dimostrare? Che avevi il controllo della situazione? Tu non controlli proprio niente! L’hai perso, punto.”
A2: “Ma non mi ha lasciato altra scelta! Io… io non sapevo più cosa fare, lui non voleva neanche vedermi!”
A3: “Hai ragione. C’è un limite alle porte in faccia che una persona può prendere! Guardati, ne hai prese così tante che ti sanguina il naso!”
A4: “Non è detto che non torni. Forse questa cosa gli darà la spinta che gli serve per risollevarsi. Passerà un po’ di tempo senza di te, gli mancherai, si accorgerà di aver sprecato la sua più grande occasione di felicità e farà qualcosa per rimediare. Forse un periodo di separazione è la cosa migliore, perché così avrà il tempo di mettere ordine nella sua testa. E dopo averlo fatto tornerà da te con rinnovato entusiasmo e ricomincerete con un nuovo spirito e stavolta farà tutto per bene, stavolta si impegnerà. Hai sempre fatto tutto tu, forse vuole solo l’occasione concreta di fare qualcosa anche lui, ma ci vuole tempo. Aspetta, resisti, non chiamarlo. Dagli tempo.”
A2: “Ok, glielo darò. Ma mi manca… Vorrei sapere come sta… Posso chiamare almeno suo padre?”
A4: “Va bene. Ma assicurati che non glielo dica. Non deve sentirsi controllato.”
Così ho contattato il signor V. il quale, dopo avermi promesso che non gli avrebbe detto nulla, mi ha raccontato le novità. Non erano buone. Ha detto che aveva avuto delle crisi, anche abbastanza forti, in quei giorni. Tutti a casa sua s’erano spaventati, così l’avevano spinto a fissare un nuovo appuntamento con lo psichiatra e, dopo averlo visto, G. sembrava essersi convinto a cominciare (e cito) “una cura che sembrava potesse andar bene”. A sentirlo ho rabbrividito, perché ho capito subito che si riferiva a quella farmacologica. G. non voleva assumere farmaci, l’aveva detto a me, aveva paura che lo trasformassero in un automa, che lo privassero della sua personalità. Non mi spiegavo come mai avesse accettato di sottoporsi a quella cura, mi è sembrato che si fosse arreso e mi è dispiaciuto tanto per lui. Ho provato anche un forte senso di colpa e subito dopo mi sono sentita stupida. Ho pensato che forse la nostra ultima conversazione aveva avuto effetto su quella decisione, ma poi mi sono detta che stavo peccando di presunzione.
“Figurati se sta male perché l’ho lasciato… Ma se non vedeva l’ora?”
Eppure, le crisi forti che suo padre mi aveva descritto erano avvenute subito dopo quella notte… Forse era una coincidenza, forse non aveva niente a che vedere con me, forse l’ultima cosa che voleva era che mi rifacessi viva, ma io non potevo restare ferma. Ho deciso che l’avrei richiamato, perché avevo da dirgli una cosa troppo importante e non potevo tenerla per me. Sabato 3 Maggio ho raccolto tutto il coraggio che mi era rimasto e ho composto il suo numero. Le mani mi tremavano. L’ultima cosa al mondo che mi aspettavo era che rispondesse al primo tentativo, ma l’ha fatto. L’ho salutato incredula e siccome mi aveva preso alla sprovvista, per un attimo non ho saputo cosa dire. Lui era a casa di suo zio a guardare insieme a non so chi la partita del Napoli, ma ci era andato solo perché suo padre gli aveva chiesto di accompagnarlo, così, per farlo uscire dal letto. A G. non interessava il calcio e a me è sempre piaciuta l’idea.
Ad ogni modo, dopo un attimo di straniamento, gli ho chiesto come stesse. Come potete immaginare, ha risposto mentendo e ha detto: «Bene.»
A: «No, perché… Io ho fatto passare qualche giorno, ma… Ci tenevo a farti sapere che nonostante tutto a me interessa sapere come stai. Non pensare che ti abbia scaricato nel momento del bisogno. Magari hai pensato che io non ce la facessi più a starti vicino perché s’era fatto troppo difficile ma da parte mia c’era tutta la volontà di continuare…»
G. non parlava, io avevo il cuore in gola.
A: «Quello che voglio farti capire è che non ti ho abbandonato e che se avessi bisogno di parlare con qualcuno, mi trovi sempre. Lo so che tu difficilmente ti sfoghi con gli altri e soprattutto con me, e se non l’hai fatto quando stavamo insieme figurati se lo fai adesso, ma volevo solo farti sapere che se mai ne sentissi il bisogno, io ci sono.»
Lui ha ascoltato tutto in silenzio, troppo silenzio, non capivo che reazione stesse avendo, poi ha aperto bocca giusto per dire: «Va bene così.» Io mi sentivo molto, molto, molto in imbarazzo.
A: «Ok, cioè… Quello che ti dovevo dire te l’ho detto, poi se mi vuoi dire qualcosa tu, mi fa piacere sentirla.»
G: «Sì, potrei raccontarti delle cose, in effetti.»
Non ci speravo proprio!
A: «Ah! Se vuoi dirmele io ti ascolto. Però non insisterò se non vuoi.»
Per un istante l’ho sentito tentennare e ho preferito fingere che una risposta valesse l’altra per me, ma non era vero, morivo di curiosità! Così, davanti alla finta indifferenza (com’era prevedibile) ha iniziato a parlare. Mi ha detto che era stato da un dottore e che aveva iniziato una cura farmacologica, io ho fatto la gnorri e gli ho chiesto cose che mi aveva già detto suo padre, anche per vedere se lui confermava o no. Su qualche punto è stato ambiguo, su qualche altro meno, comunque era tornato ad ostentare un linguaggio tecnico per me troppo odioso, soprattutto per il tono utilizzato, il tono di chi s’annoia ma si presta lo stesso a farti il favore di spiegarti cose trooooppo difficili per te, povera stella. Quando mi sono permessa di esprimere qualche perplessità sull’uso degli psicofarmaci ha cominciato a spiegarmi, con quella condiscendenza lì, che esistono diversi tipi di depressione e che in lui avevano constatato un blocco emotivo che gli rendeva molto più difficile la psicoanalisi, per cui, semplificando, aveva bisogno di assumere qualcosa che lo sciogliesse un po’, che lo preparasse a quel tipo di approccio. Continuava a ripetere che stava bene, “Sto bene, sto bene”, ma quanto poteva essere cambiato dopo un giorno o due di cura? Ben poco, secondo me. Inizialmente ha detto che gli psicofarmaci fanno effetto fin da subito, poi ha ammesso che sì, c’è bisogno che i livelli si assestino, dopodiché ha aggiunto che poteva spiegarmelo, certo, ma sicuramente non avrei capito e forse non mi interessava nemmeno.
“Ok, Ale, lo conosci, lui fa così. Non è proprio stronzo, è solo idiota. Fa’ finta di niente.”
A: «Ok, va bene. Quello che cercavo di dirti prima è che mi farebbe piacere esserti d’aiuto in qualche modo, anche solo per ascoltare e basta, anche solo per supporto. Ovviamente con i miei limiti, anzi, scusami se non capirò al 100% quello che dici, ma è evidente che ti voglio bene, spero che tu lo sappia, e comunque sei una persona importante per me. Quindi non ti fare scrupoli a chiamarmi, di giorno, di notte… Quando vuoi.»
G: «…Mi fa piacere. Perché avevo avuto l’impressione che tu mi avessi cancellato.»
Ho sorriso, perché era assurdo.
A: «Davvero hai pensato questo?»
G: «Sì, perché è normale, umano…»
A: «Ma no, invece, è disumano. Come si può cancellare qualcuno dalla sera alla mattina? Normale è il contrario. Poi, io ti ho chiamato per puntualizzarlo, ma se mi conosci un po’ avresti dovuto saperlo a prescindere. Voglio dire, l’ultima volta che ci siamo sentiti ti ho detto che non ti odio, quindi non ti posso cancellare di punto in bianco. Non temere questo.»
G: «Sì, ma chiunque al posto tuo avrebbe pensato “ma questo che vuole? Ma mò dovrei stare appresso alla sua testa?”… È normale.»
A: «Va be’, ma siccome io non sono tanto normale…»
G: «Non credevo che ti saresti fatta viva tanto presto.»
A: «Già, neanch’io. In realtà volevo far passare un po’ di tempo, ma solo per non farti sentire pressato. Comunque, alla luce di quello che mi stai dicendo, ho cambiato idea. Adesso mi sembra sia stato davvero opportuno chiamarti per chiarire questa cosa.»
G: «Credevo che fossi arrabbiata con me.»
A: «Mi dispiace se non stata abbastanza chiara, l’altra volta, credevo di sì. Non pensare che io sia arrabbiata con te. A me è solo dispiaciuto che le cose siano andate come sono andate. Non sarebbero dovute andare così, però… Va bene. Cioè, non va bene per niente, però…»
G: «Se le cose non sono andate bene è una conseguenza della mia malattia.»
A: «Sì, l’ho capito. È proprio perché so che certe cose sono dipese dalla tua malattia che non ce l’ho con te. Non ti incolpo al 100% di alcuni atteggiamenti… sbagliati, cioè… So che non eri perfettamente in te.»
G: «Ma tu non ci hai mai creduto davvero.»
A: «A cosa?»
G: «Che la mia malattia fosse reale.»
“Ci risiamo, me lo rinfaccia di nuovo. Porca miseria, quando la smetterà?”
Mi sono trovata costretta a ripetergli per l’ennesima volta che non era vero, che io ci credevo e mi dispiaceva avergli dato quell’impressione. Quello che lui non riusciva a capire è che non esiste il “Manuale per le Ragazze di Giovani Depressi” e che io non sapevo davvero cosa fare. Ho cercato di spronarlo a modo mio e non sempre ho avuto l’atteggiamento giusto ma d’altronde l’atteggiamento che lui mi chiedeva era il distacco totale, quindi continuavo a pensare che tutto sommato ero nel giusto, che la preoccupazione eccessiva era comunque preferibile all’assenza di preoccupazione. E che cazzo! Ad ogni modo, non l’avevo chiamato per litigare o per fargli ammettere che sono buona e brava, tanto se voleva pensare che non lo capivo e che non mi sapevo immedesimare l’avrebbe pensato lo stesso, avrei potuto sgolarmi a dirgli che sbagliava ma non avrebbe cambiato idea. Per cui mi sono sforzata di sembrare tranquilla e imperturbabile e all’improvviso mi ha detto: «Sono successe delle cose dopo che abbiamo smesso di sentirci…» poi si è corretto e ha detto: «Cioè, dall’ultima volta che ci siamo sentiti.»
A una prima lettura può sembrare che il significato non cambi ma secondo me c’è una sottile sfumatura che rende tutto un po’ più ambiguo. Magari sono io che la voglio notare o magari la notate anche voi… (Vi prego, se l’avete notata anche voi, scrivetemi e ditemi che non sono pazza!) Fino a quel momento avevamo parlato solo di farmaci e di dottori ma poi, inaspettatamente, si è aperto un po’ di più e mi ha rivelato di aver avuto delle crisi, me le ha persino un po’ descritte. Io, come sapete, ne ero già al corrente perché avevo parlato col signor V, ma l’ho ascoltato con molta attenzione e comunque ero stupita da quell’insolita apertura. Dopodiché mi ha chiesto a bruciapelo: «E a te come va la vita?»
“Come? La… la vita? Io… Non lo so… Fino a ieri la mia vita eri tu…”
A: «Bene. Davvero bene.»
“Che gli racconto?”
A: «Sai, ho avuto un aumento.»
G: «Ah.»
A: «Già…»
G: «Mi fa piacere.»
A: «Mh-mh… Il titolare mi ha regalato anche due bottiglie di vino. Sai, lo produce lui…»
“E chi se ne frega?”
G: «Io non bevo più.»
A: «Oh! Davvero? Be’, certo, quando si assumono certi farmaci è meglio evitare, mi sembra giusto…»
G: «Sì, ma io non berrò mai più, neanche quando avrò interrotto la cura.»
A: «…….Wow. E come mai?»
G: «Perché non ha senso. Perché la gente beve? Per sentirsi più forte? Per riuscire a dire delle cose? Ma le possiamo dire lo stesso…»
Non ho ben capito se stesse parlando di sé o in generale, se stesse ammettendo il vero motivo per cui lui aveva fatto abuso di alcol negli anni o se stesse solo valutando ciò che aveva osservato nella vita, ma propendevo per la prima ipotesi. Non ero sicura che sarebbe riuscito davvero a restare sobrio, forse non sarebbe passato molto prima che si lasciasse tentare e in questo caso propendevo per la seconda, ma mi ha fatto piacere sentirlo convinto mentre diceva che bere non aveva più senso, per un attimo mi ha rassicurato.
Mentre stavamo parlando di questo, il Napoli ha segnato il terzo goal e tutti, sia da me sia da lui, hanno cominciato ad esultare nella tipica maniera napoletana. No, mi correggo, credo che sia una maniera comune ai tifosi fanatici di tutto il mondo. A casa di suo zio hanno persino sparato i botti e all’improvviso non lo sentivo più, c’era troppa, davvero troppa confusione e così lui ha detto che sarebbe tornato dai suoi.
A: «Ok. Be’, allora… Ti saluto. Ma prima vorrei sapere… Cioè… Ho la sensazione che non ti sia dispiaciuta questa chiacchierata. Mi sbaglio?»
G: «No, per niente.»
A: «Ok, quindi pensi che mi chiamerai tu o aspetterai che ti chiami io?»
G: «Va be’, ma adesso non pensiamo già a chi chiamerà chi…»
A: «No, te lo chiedo solo perché l’ultima cosa che voglio è opprimerti. Cioè, credo che parlare abbia un’utilità solo se sei tu a volerlo, se parte da te…»
G: «Ma non fa molta differenza.»
A: «Secondo me, sì.»
G: «A te farebbe piacere sentirmi?»
Quando l’ha detto mi è sembrato… non so, come impaurito. Forse era a caccia di conferme e rassicurazioni molto più di prima e mi ha intenerito molto.
A: «Ti avrei chiamato, se non mi facesse piacere?»
G: «….»
A: «A me fa piacere solo se a te fa piacere.»
G: «A me fa piacere.»
A: «Bene.»
A questo punto ci siamo salutati e io mi sono stesa sul letto con gli occhi fissi sul soffitto.
“Be’, come prima telefonata post-rottura è andata abbastanza bene, no? Insomma… Poteva non rispondere nemmeno…”
Ero contenta che avesse iniziato a curarsi sul serio, preoccupata che i farmaci da soli servissero a poco, ma comunque contenta che avesse fatto un primo passo.
“Avrebbe dovuto farlo prima. Ha perso un sacco di tempo ad automedicarsi con fumo, alcol, taurina, valeriana e annessi e connessi… Anche le settimane che ha passato qui, durante la pausa universitaria, sono state sprecate… Avrebbe dovuto iniziare durante questa benedetta pausa, adesso avrebbe già ingranato e chissà, forse sarebbe pure potuto tornare al tirocinio insieme agli altri. Con cautela e rimanendo in contatto quotidiano con il suo dottore, s’intende, ma forse poteva farcela. Va be’, quello che è stato è stato. Speriamo che da adesso in poi vada bene.”
Mentre pensavo a questo, ho chiuso gli occhi e mi sono addormentata. Nei giorni precedenti, lo immaginerete, non avevo dormito molto, ma mi era bastato sentire la sua voce per riuscire ad abbandonarmi al sonno. Non so spiegare in che modo, ma giuro che qualsiasi stimolo provenisse da lui influiva su di me a livello fisico, oserei dire neurologico, perché il mio cervello reagiva davvero e rilasciava qualche ormone, non so, qualcosa. Sta di fatto che dopo averlo sentito mi sono accorta che ero molto più rilassata, laddove prima della telefonata c’erano muscoli tesi e rigidità, dopo la telefonata c’era abbandono, morbidezza… Oh, ve l’ho detto che non sapevo spiegarlo. Comunque sia, ero lì che me la dormivo abbastanza beata, quando il mio cellulare ha squillato. Era l’una di notte. Non è stato necessario guardare il display per capire chi mi stesse chiamando, visto che era stata Enola Gay a svegliarmi. Stranita, mi sono affrettata a rispondere e in quel momento G. ha dato il via a una scena surreale che ancora oggi faccio fatica a comprendere del tutto.
A: «Ohi… Che succede?»
G: «No, prima ti ho salutato perché stavamo per andarcene da casa di mio zio. Adesso sono a casa mia, nel letto.»
A: «Oh… Bene. Ok.»
G: «Senti… Volevo sapere… Sei più tranquilla?»
A: «Se sono tranquilla?»
G: «Sì. Sei tranquilla?»
A: «Ma tranquilla in che senso?»
G: «Tranquilla…»
A: «Ma rispetto a cosa?»
Avevo una mezza idea di cosa significasse quella domanda, ma ho finto di cadere dalle nuvole perché preferivo avere una conferma, prima di sbilanciarmi. Non me l’ha data, quindi non l’ho fatto.
G: «No, perché prima non ho avuto il tempo di chiederti come stai…»
A: «Uhm… Be’, è una domanda generica. Dovresti farne una specifica per ricevere una risposta specifica.»
G. non sapeva cosa dire e a me è venuto istintivo sorridere.
A: «Vuoi sapere come sto, ma in che senso? Emotivamente, fisicamente…»
G: «Fisicamente. Come stai fisicamente?»
Ho dovuto trattenere una risata. Alla fine ha optato per l’aspetto meno interessante, voleva sapere come stavo fisicamente. Ma ci credete? Io non ci ho creduto, neppure per un attimo. Ma mi sono prestata, divertita, anche per vedere dove volesse arrivare.
A: «Fisicamente sto benissimo, sono nel pieno della gioventù. Non mi ammalo mai, l’allergia che credevo mi avrebbe fatto penare, quest’anno non lo ha fatto. Giusto qualche starnuto, molto raramente. Sto bene. Solo… Dormo poco. Stanotte mi sono svegliata alle 3:30 e mi sono rigirata nel letto fino alle 5, poi mi sono alzata e sono andata a vedere Il Trono di Spade. Fortissimo. Mi sono rimessa a letto verso le 6:30 e credo di essere riuscita a dormire un’ora o due, finché non è suonata la sveglia. A parte questo, tutto ok.»
G: «Dovresti prendere qualcosa per dormire, non so, farti una camomilla…»
A: «Sono assuefatta, non ha più nessun effetto su di me.»
G: «Ma tu prova a farla molto calda, più l’acqua è calda e più fa effeblablablabla…»
A: «Ma tu vuoi davvero sapere come sto fisicamente?»
G: «Sì.»
A: «Strano, non ti è mai importato sapere come stessi fisicamente.» e ho riso. «Va be’, comunque sto bene. Volevi sapere questo?»
G. ha mentito spudoratamente: «Sì.»
A: «Nient’altro?»
G: «No…»
A: «D’accordo. Allora buon riposo. Ciao.»
G: «….Ciao.»
Click.
Di solito io restavo al telefono molto, molto a lungo, soprattutto quando la conversazione languiva, proprio per dargli il tempo materiale di trovare le parole — o il coraggio — per dirmi ciò che voleva realmente dirmi. Quella volta, invece, ho fatto finta che mi andasse bene restare sul vago e quando non mi ha offerto altri spunti ho tagliato corto. Non avevo intenzione di offrirglieli io, sarebbe sembrato che volessi trattenerlo e non doveva succedere. Ho riattaccato, quindi, dopodiché mi sono sistemata di nuovo sotto le coperte. Due minuti e il mio cellulare ha squillato ancora! A ‘sto giro la scusa usata è stata: «Senti, ma… ti sei arrabbiata?»
A: «Mi sono arrabbiata? Quando?»
G: «Boh, forse mi sbaglio, ma mi è sembrato che l’ultima telefonata ti abbia fatto arrabbiare.»
A: «Infatti ti sbagli, perché non mi sono arrabbiata. Perché avrei dovuto? In fondo ti ho appena detto che puoi chiamarmi quando vuoi, sia di giorno che di notte, quindi… No, non mi sono arrabbiata.»
G: «Ok, allora mi sono sbagliato. Torno a dormire.»
A: «D’accordo. Ciao!»
Click.
Avevo voglia di ridere, mi sono stesa di nuovo pensando che la prossima telefonata era ormai imminente e infatti non c’ha messo molto ad arrivare.
A: «Pronto?»
G: «Senti… So che è strano…»
A: «Cosa è strano?»
G: «Il fatto che ti richiamo… Più volte…»
Sì, in effetti era strano forte, ma io mi sono divertita a sminuire la cosa e ho risposto: «No, non lo è.»
G: «Ah… Non è strano?»
A: «Naaa, non molto.»
Aveva un tono un po’ deluso, come se ci fosse rimasto male. Il motivo io lo conosco e lui pure, ma non lo ammetterebbe neanche se qualcuno minacciasse di spezzargli entrambe le braccia: a G. piaceva sembrare strano. La situazione gli era sfuggita di mano e lui in quel momento era malato davvero, ma aveva sempre avvertito un sottile piacere a sentirsi giudicato “strano” o “particolare”, da molto prima, credo dall’adolescenza. Lui era quel bambino che a scuola voleva colorare di verde il sole e non capiva perché la maestra ci tenesse tanto che lo rifacesse giallo. Era quel ragazzino che veniva emarginato perché troppo sensibile, gli altri ragazzini lo chiamavano “femminuccia” e lo evitavano, l’unico che non lo evitava era un coetaneo indiano, o non so, comunque un altro emarginato come lui. Da piccolo doveva aver sofferto molto di questa sua “stranezza” ma da grande l’aveva usata per distinguersi dalla massa. E ci era riuscito. Era diventato un giovane uomo brillante e affascinante ma, come ho appena scritto, la cosa gli era sfuggita di mano. Strano era strano, sì, ma non sempre era autentico.
Ma torniamo a noi. Gli avevo appena fatto crollare un mito e lui si era ammutolito dopo un: «Ah… Non è strano?»
A: «No. So che mi vuoi chiedere qualcosa, e non è come sto fisicamente, quindi non è strano che mi chiami. Forse dovrai fare altre sette telefonate prima di chiedermelo… Va bene.»
G. è rimasto ancora un attimo in silenzio e poi ha detto, con un filo di voce: «Mi trovo in una situazione particolare e… trovo difficile spiegarti alcune cose…»
A: «Cosa dovresti spiegarmi?»
Lui ha bofonchiato qualcosa di incomprensibile, forse non ha detto niente, parlava a voce bassissima, molto più bassa del solito.
A: «G, tu non mi devi spiegare proprio niente. Se ti riesce difficile spiegare, vuol dire che non è ancora il momento. Quando sarà facile, quella sarà la prova che è arrivato il momento giusto. Per cui tu limitati a dire quello che ti viene spontaneo dirmi e non ti forzare. Ok?»
G: «Ok.»
A: «Allora, possiamo parlare del più e del meno per un po’ o puoi andare direttamente al sodo. Va bene in entrambi i casi.»
G: «Voglio parlare del più e del meno.»
A: «Ok, se può esserti utile, continuiamo così. Non ho fretta.»
G: «Non vorrei esserti di peso…»
A: «Non lo sei.»
G: «Ho bisogno… di essere accompagnato nel viaggio tra le braccia di Morfeo.»
A: «Ok.»
G: «Parlami di qualcosa.»
A: «Di cosa?»
G: «Di qualsiasi cosa. Possibilmente di cose inutili.»
Non ero sicura di sentirmi a mio agio ma se gli serviva ascoltare la voce di qualcuno — o magari proprio la mia — per tranquillizzarsi e riuscire a dormire, ho pensato che era mio dovere accontentarlo. Fosse stato per me non gli avrei parlato di nulla, l’avrei solo stretto tra le mie braccia e gli avrei accarezzato i capelli fino a che non si fosse addormentato, ma non potevo e allora gli ho parlato davvero del più e del meno, fino alle 2:00 circa. Ad un certo punto ha interrotto le chiacchiere a vuoto e ha detto qualcosa di molto più importante.
G: «Mi sento strano.»
A: «Perché?»
G: «Perché ho paura di dire delle cose…»
A: «Che genere di cose?»
G: «Cose che possono influire sulle mie emozioni.»
A: «Non capisco… Come possono le cose che dici influire sulle tue emozioni? Piuttosto è il contrario.»
G: «Potrei dire delle cose ma non so se sono io a volerle dire o sono i farmaci… Ho paura di provare emozioni, perché potrebbero essere falsate…»
Quello era un dubbio legittimo e purtroppo non sapevo bene cosa dirgli a proposito. Mi è tornata in mente una cosa che il signor V. mi aveva raccontato, un litigio avvenuto tra G. e sua madre in quei giorni. Non è importante che io vi spieghi per cosa avessero litigato, sappiate solo che lui le aveva urlato contro e lei aveva pianto. Sono certa che dopo lui si sia sentito in colpa e forse si riferiva a quello, forse aveva paura di dire cose sbagliate, cose che non pensava davvero e che potevano offendere… Ho cercato di essere pragmatica perché ho pensato che gli servissero pareri spassionati, scevri di sentimenti – o sentimentalismi, dipende dai punti di vista.
A: «G, hai due possibilità. Puoi dire assolutamente niente oppure puoi dire tutto quello che ti passa per la testa. Finché hai a che fare con persone che ti vogliono bene, non avere paura. Ti basta avvertirli, dire loro: “Sappiatelo, ho un umore altalenante, non prendetevela se a volte me ne esco un po’ male”. I tuoi ti capiscono e, se anche non ti capiscono al 100% perché non hanno mai provato quello che provi tu adesso, sono comunque disposti ad accettare più o meno tutto, perché ti amano. L’alternativa è tenerti tutto dentro e io penso che sia sbagliato. Pian piano i farmaci si assesteranno, fino a quel momento prenditi i tuoi tempi, non avere fretta.»
G: «No, ma… Io volevo dire che…»
Non si è spiegato bene e magari adesso vi sembrerò presuntuosa, ma ha lasciato intendere che il mio discorso non fosse proprio centrato, che lui si riferisse a qualcosa in particolare e che non avevo colto. A qualcosa o… a qualcuno. Forse stava parando di me. L’ho pensato, lo ammetto, ma siccome aveva questo dubbio sull’autenticità dei suoi pensieri, ho deciso che doveva avere più tempo per rifletterci su. Se G. voleva dirmi che gli mancavo e che voleva tornare con me, per esempio, doveva prima esserne sicuro. Si trattava di correttezza, doveva averla sia nei miei confronti che nei suoi. Comunque, io non so se il suo discorso mi includesse o meno, ma in quel momento non ho voluto accertarmene, era prematuro. Così gli ho ripetuto ciò che gli avevo appena detto: «G, sta’ tranquillo. Quando ti troverai davanti a persone che non ti conoscono, tipo all’università o simili, allora ti consiglio di darti una regolata perché gli altri non sanno niente di tutta questa situazione e si aspetteranno linearità. Ma finché sei nel tuo nido, con i tuoi cari, non temere. Anche gli sbalzi d’umore improvvisi, loro se li aspettano, non te li faranno pesare. Con loro hai un grosso paracadute e qualunque cosa fai cadi sul morbido, quindi non ti censurare. Poi tu, dentro di te, lo sai cosa provi davvero e cosa no. L’umore cambia, i sentimenti no.»
G: «Io non voglio sentire niente…»
A: «Non dire così. Sai bene che non è vero. Sono i sentimenti che danno un senso alla vita.»
Era così demoralizzato, ho patito davvero sapendo di non poterlo abbracciare.
Dopo averci parlato ancora un po’ e aver cercato di rassicurarlo, ci siamo dati la buonanotte, stavolta in maniera definitiva. Alla fine non mi ha detto quello che voleva dire e non vi nascondo che ero e sono ancora molto curiosa di sapere cosa gli è passato per la testa, quella notte. Gli ho detto di non avere fretta e lui mi ha dato ascolto e adesso mi mangio un po’ le mani perché se gli avessi fatto una domanda in più forse mi avrebbe chiarito alcuni dubbi che ancora oggi mi tormentano, chi può dirlo? Ma poi ci penso e preferisco l’atteggiamento che ho avuto. Io volevo rispettare i suoi tempi perché quando ami non estorci le confessioni, ma aspetti che arrivino da sé. Insomma, a me piace pensare di essere stata delicata e anche che lui sotto sotto l’abbia apprezzato. Lo spero, perché avrei tanto bisogno di sapere che gli ho lasciato qualche buon ricordo… Ma chi voglio prendere in giro? Conoscendolo, sicuramente non ha conservato neanche il minimo ricordo di quella notte. Era tardi, era stanco, aveva preso delle pillole non meglio specificate… Non ne ha memoria, ne sono certa.
Però qualche sera dopo mi ha richiamata; era un martedì e ha usato una scusa a cui non ho creduto neanche un po’.
G: «Ciao. Lo sai perché ti sto chiamando? Perché sei l’unica in città che non sta guardando Made in Sud
Al di là del motivo vero, a me faceva piacere sentirlo e quindi ci ho parlato per qualche ora ma ancora una volta del più e del meno, perché G. non voleva in nessun modo affrontare argomenti seri. Ha detto alcune cose sconclusionate, poi mi ha chiesto: «Cosa faresti adesso?»
A: «Uhm… Cosa vorrei fare o cosa farò?»
G: «Cosa vorresti fare.»
A: «Non te lo posso dire.»
Non potevo davvero. L’unica cosa che avevo voglia di fare era correre da lui ma dovevo tenerlo per me.
A: «Be’… Vorrei andare in un posto dove non sono mai stata, tirare fino all’alba, vivere… E invece andrò a dormire.» Ho sospirato. «Tu? Cosa vorresti fare, tu?»
G: «Io vorrei essere felice…»
A: «….E invece andrai a dormire.»
Ha riso.
“Dolce, piccolo G… Anch’io vorrei tanto che tu fossi felice…”
Abbiamo parlato ancora un po’ nello stesso modo, senza profondità, poi l’ho salutato io. Due minuti dopo mi ha richiamata. Mi faceva troppo ridere, ‘sta cosa.
A: «Che c’è, G?»
G: «Niente, così…»
A: «Be’, perché mi hai richiamata?»
G: «Non c’è un motivo.»
A: «Ma come?»
G: «Boh… Sembravi arrabbiata.»
A: «Ooooh! Ma ti sembro sempre arrabbiata? Ahahahaha! Ma è una scusa!»
G: «No, veramente. Hai detto solo “ciao” e mi sei sembrata arrabbiata.»
A: «Ma che c’è di strano nel dire “ciao”? Dai, trovane un’altra.»
G: «No, davvero. Va be’… Mi sono sbagliato.»
A: «Ok. Allora buonanotte. CIAO.»
Click.
Ma non ce l’ho fatta, ridevo troppo. L’ho richiamato immediatamente.
G: «Pronto?»
A: «Senti, ma tu che c’hai sempre la paranoia che mi arrabbio con te, credi che ci possa essere un motivo?»
G: «Come?»
A: «Sì, se credi che mi arrabbio, poi ti chiedi anche perché?»
G: «Non lo so, forse perché sono stato antipatico, stasera…»
A: «Ma tu sei sempre antipatico.»
G: «Ah.»
Ho riso ancora, poi mi sono fatta seria: «Comunque no, G. Io non sono arrabbiata con te.»
G: «…Ok.»
A: «Buonanotte.»
G: «Buonanotte.»
Lo adoravo. Io non ero arrabbiata con lui, ero arrabbiata con la malattia, come fosse un corpo a sé stante. E poi ero triste, sì. Proprio mentre chiacchieravamo del più e del meno si era ufficialmente chiusa la prima settimana maledetta, quella dopo la rottura. Ebbene sì, era già passata una settimana e i primi giorni avevo disperato ma dopo quelle “telefonate strane” stavo ricominciando ad avere speranza. A me è sempre bastato poco per accendermi, nonostante le mille delusioni subite proprio a causa di quest’abitudine. Quella volta non sarebbe stata da meno e di lì a poco avrei pagato molto cara la mia ingenuità.
Due giorni dopo, di giovedì, ho chiamato G. per invitarlo al cinema. Non ci saremmo andati da soli, volevo includere anche mia sorella — per cui G. stravedeva — e il suo ragazzo, così non si sarebbe sentito in obbligo di fare o dire qualcosa di romantico. Doveva essere un’uscita tra amici, il film era divertente, volevo solo che uscisse di casa e si distraesse un po’. Credevo di avere buone possibilità di ricevere un sì come risposta perché… Insomma, mi aveva chiamata due volte, non mi odiava… Ma G. ha risposto come al solito e, anzi, è stato anche più odioso del solito, perché s’è pure stizzito. Io ci sono rimasta male e non l’ho nascosto, così ho riattaccato e ho giurato a me stessa che non ci avrei provato mai più. Da quel giovedì sono passate due settimane. Due settimane lunghissime in cui la sua mancanza si è mescolata ad una fortissima paranoia se pensate che ho avuto un ritardo considerevole e a me non capita mai. Sono stati giorni assurdi, ho avuto davvero paura e forse parlarne con lui mi avrebbe tranquillizzato, avrebbe trovato un pretesto per farmi ridere e l’emergenza sarebbe rientrata, in fondo era un problema psicosomatico ma lo so adesso, all’epoca no! L’ho vissuta male, credetemi, ma lui non l’ha mai saputo perché non gliel’ho mai detto. Avrebbe pensato che fosse una bugia, una scusa per sentirlo, o peggio, per tenerlo legato a me. Per fortuna, comunque, non è successo niente e quindi, dopo la paranoia, sono tornata alla tristezza con un breve intermezzo di autoconsapevolezza. All’improvviso era nato un tarlo e più i giorni passavano più diventava grande. Era molto più che un brutto presentimento… Stavo iniziando ad abituarmi alla sua assenza. No, non è esatto. Mi mancava ancora e ci pensavo tutto il giorno, me lo sognavo, persino! Di notte avevo incubi ricorrenti che riguardavano lui e la sua famiglia. Ma… Era strano… Meno lo sentivo e meno avevo voglia di chiamarlo. Non di sentirlo – attenzione! – ma di chiamarlo. Stavo entrando nella “modalità orgoglio”, la stessa che mi aveva impedito di chiamarlo per tre anni. Negli ultimi mesi gli avevo dato l’idea di essere pressante e di insistere parecchio, mi rendevo conto che tante volte (la maggior parte) l’avevo chiamato ben sapendo che spettava a lui, anche controvoglia se ero arrabbiata, ma allora perché l’avevo fatto? Perché mi conoscevo e non volevo far passare troppo tempo tra una telefonata e l’altra. La maggior parte delle persone che conosco preferisce prendersi del tempo tra una discussione e il chiarimento, perché così possono sfogarsi e calmarsi e limitare il rischio di incidenti diplomatici quando riaprono il discorso. Per me è sempre stato l’esatto opposto. Io preferisco discutere fino alla nausea, litigare se è necessario, ma sul momento, ché se passa troppo tempo mi chiudo in me stessa e poi non ne ho più voglia. Lo so che l’atteggiamento della maggioranza è più saggio del mio, ma per me è sempre stato così. Io ero del parere che fosse meglio battere il ferro finché era caldo; se si fosse raffreddato sarebbe stato rischioso, perché avrei potuto restare a secco sia di pretesti che di intraprendenza. Questo mi preoccupava non poco, se entro nella “modalità orgoglio” io perdo la spontaneità. In quel modo sarei tornata presto ad inaridirmi, ad autocensurarmi, a farmi condizionare dalla paura e non dai sentimenti. Non volevo essere quel tipo di persona, non più! D’altra parte, se pensavo alla possibilità di comporre il suo numero e chiamarlo, pensavo automaticamente a tutta una serie di motivi per non farlo. Tipo: “Di sicuro avrà il cellulare spento.” Oppure: “Se anche avesse il cellulare acceso, non si accorgerebbe della chiamata se non dopo qualche ora e anche in quel caso non richiamerebbe.” e alla fine non lo chiamavo mai. Mi sforzavo di pensare a cosa gli frullasse in quella testa marcia ma non ne avevo idea. Ho ritenuto possibile che avesse deciso di prendersi del tempo per stare da solo e che avesse capito che sentirsi “amichevolmente” non fosse proprio saggio. Me lo sono immaginato tornare in autunno inoltrato — proprio nello stesso periodo in cui ci eravamo rivisti dopo i fatti di quattro anni fa — chiamarmi e chiedermi “come stai? Novità?” così, come se niente fosse.
“Mi dirà che sta meglio, che si sente diverso e che ha anche ricominciato ad uscire con gli amici. Mi chiederà di vederci e si aspetterà un sì fulmineo, proprio come la prima volta. Quello che non riuscirà a concepire, nella semplicità della sua mente da uomo, è che io nel frattempo avrò perso anche l’ultima briciola di fiducia in noi, perché uno, due, tre mesi o forse più passati senza un cenno di vita mi avranno gelato il cuore. A sentirgli dire che si è ripreso e che le prime persone ad accorgersene sono stati gli amici e non io, il mio umore peggiorerà ancora e non avrò alcuna voglia di accettare la sua proposta. Mi sarò incattivita, inacidita, sarò arrabbiata e rancorosa e lui se ne accorgerà subito e penserà di nuovo “oh, chi me l’ha fatto fare?” A quel punto ci rinuncerà definitivamente e io lo odierò per tutta la vita. Ecco come andrà.”
Non so se anche voi l’avete pensato, ma è ovvio che non volessi questo per noi. Perché io speravo davvero che si riprendesse e il più presto possibile, ma non sopportavo che mi tenesse a distanza mentre questo avveniva. Non poteva chiamarmi solo alla fine e propormi di riprendere da dove avevamo lasciato perché, se anche io avessi accettato, ai miei occhi lui sarebbe sempre stato “quello che non si è fidato di me”. Questo avrebbe minato dalle fondamenta il nostro rapporto, qualsiasi tentativo futuro di ristabilirlo sarebbe andato a rotoli perché io non sarei mai riuscita a perdonarlo di avermi tenuto a distanza in una fase tanto delicata. Trovavo già difficile perdonarlo per avermi preferito X per ben tre anni, ma questo era niente al confronto! Prevedevo che sarebbe stata molto più complessa ed ardua la nuova prospettiva, perché non si trattava di semplice gelosia, si trattava di fiducia, che sta alla base! Io davvero non avrei potuto accettare di ricominciare a stare con lui sapendo che in un momento di difficoltà profonda aveva deciso che preferiva fare a meno di me.
“Se un domani avessi bisogno di aiuto, non riuscirei mai ad affidarmi a lui sapendo che oggi lui non si è affidato a me! Ecco perché credo sia meglio chiamarlo e mettere in chiaro questo punto. Deve sapere come la penso.”
Mercoledì 21 Maggio io ho messo fine al silenzio e alla pericolosissima “modalità orgoglio” per quello che credevo fosse un bene superiore. Intorno alle 18:00 ho provato a chiamarlo, i soliti cinque squilli e poi è partita la segreteria telefonica.
“Che stupida! Dovevo immaginare che non avrebbe risposto al cellulare. Devo provare a casa.”
E così ho fatto. Ha risposto N. sua sorella, la quale s’è subito scusata per non essersi più fatta viva ma non sapeva cosa dire, in fondo nessuno a casa sua sapeva cosa passava nella testa di G. Le ho risposto che non doveva preoccuparsi, che capivo perfettamente il suo imbarazzo e non me l’ero presa, ma lei ha ripetuto più volte le sue scuse e per un po’ ci siamo dedicate ai convenevoli. Non che mi dispiacesse parlare con lei, anzi, ma all’inizio non capivo perché si attardasse al telefono e non mi passasse suo fratello, poi ad un certo punto mi è stato fin troppo chiaro. N. mi ha detto che lui era a Roma. A Roma. E io non ne sapevo niente. Mi ha raccontato che negli ultimi giorni era un po’ più sereno, dire che stava meglio è dire troppo, ma sembrava più tranquillo. È uscito qualche volta, con la sua famiglia, e poi una volta è andato a trovare un amico, così, di sua spontanea volontà. Sembrava stare bene e venerdì 16 ha sentito alcuni ragazzi dell’università che gli hanno consigliato di tornare al tirocinio. Nessuno dei suoi si è opposto. Voleva partire già quella sera stessa ma poi l’hanno convinto a partire il sabato mattina. G. era a Roma dal 17 Maggio e non lo sapevo. Perché questo mi sconvolgeva? Noi non stavamo insieme e lui non era tenuto a dirmi niente, ma mi sarebbe piaciuto che lo facesse. Anche solo a titolo informativo, nulla di più. Insomma, pareva che stesse seguendo la cura farmacologica e io ho sperato soltanto che non la interrompesse solo perché a Roma non c’era nessuno a controllarlo. Ho avuto paura. Di quello a cui sarebbe andato incontro, tipo lo stress del tirocinio, gli esami incombenti… Ho avuto davvero paura.
N. mi ha detto che non sapeva per quale motivo lui mi avesse allontanata, non ne avevano mai parlato apertamente o così ha detto. Però — credeva — forse l’aveva fatto perché aveva percepito il mio interesse come eccessivo e si era sentito pressato. Ha detto che il neurologo aveva suggerito a tutti di non costringerlo a fare le cose che non voleva fare e per questo nessuno lo contraddiceva.
“Dai? Che novità!”
La verità è che mentre lei parlava io pensavo che avevo fatto proprio l’opposto. Io l’avevo contraddetto spesso, quando diceva le sue solite stronzate madornali, e in quel momento mi sono sentita molto stupida. Oh, be’, mi ci sentivo da molto, ma in quel momento ho avuto proprio voglia di prendermi a schiaffi. Ho ricordato gran parte delle cose che mi avevano spinto ad avere le reazioni che avevo avuto e nessuno avrebbe potuto biasimarmi. Solo ho capito che non sono stata furba, che il mio bisogno di manifestare amore è stato controproducente e l’ha portato a trovarmi addirittura fastidiosa. Io non volevo questo, io volevo solo che aprisse gli occhi su quello che stava sprecando, che crescesse e che mi amasse a sua volta!
Ho chiesto a N. come credeva che si sentisse e lei mi ha detto che quando lo chiamava lo sentiva allegro. Io ho cercato di immaginarmelo così e ovviamente mi faceva piacere ma in parte mi inquietava. Se stava davvero meglio, perché non mi aveva chiamato per condividere la bella notizia? Non meritavo forse di saperlo? Quando ho chiesto a N. cos’avrei dovuto fare, ha risposto che non ne aveva idea.
N: «Sicuramente adesso non sta bene al 100% ma non so se quando si riprenderà del tutto avrà voglia di riprendere anche il rapporto con te… O forse no, forse se lo chiami gli fa piacere, non lo so.»
Le ero grata per essere stata abbastanza diretta con me. Anche se sotto sotto credevo che sapesse più di quanto diceva riguardo i sentimenti di suo fratello, capivo che non spettava a lei rivelarmeli. Ci siamo salutate molto bene, mi ha detto che le aveva fatto piacere sentirmi e ho risposto che per me era lo stesso ma quando ho riattaccato sono rimasta stesa sul letto per un po’, senza la forza di muovermi. Non sapevo che fare.
“Ok, non mi ha risposto perché è a Roma e a quest’ora è sicuramente al tirocinio. Ok, adesso ha da fare, ma potrebbe richiamarmi stasera, dopo essere tornato a casa… Insomma, anche solo per cortesia. Troverà le chiamate perse e…”
Era inutile raccontarsi favole, la cortesia G. non sapeva neanche dove stava di casa! Sapevo che non mi avrebbe richiamato, a quel punto mi sono chiesta se dovevo farlo io, ancora una volta, o se dovevo lasciare le cose come stavano. Mi sembrava di sentirlo, mentre mi diceva “lascia tutto com’è ora”, con quella voce bassa e quel tono apparentemente deciso che mi straziava il cuore. Memore dei discorsi passati, ero abbastanza sicura che non avrebbe voluto, ma io dovevo chiamarlo, avevo bisogno di sentirlo. Non sapevo cosa gli avrei detto né come, in effetti il discorso che volevo fargli fino a mezz’ora prima non sembrava più andare bene… Né io ero dell’umore adatto per farglielo. La verità è che avrei voluto piangere e dirgli che stavo malissimo ed era tutto per colpa sua. Avrei voluto chiedergli come faceva a dormire in quel letto, a non pensare che l’ultima volte che c’aveva dormito c’ero anche io! Come faceva a non sentirmi per così tanto tempo, come mai non gli mancavo affatto! Avevo paura, una fottuta paura di quello che poteva succedere a Roma. E le ore passavano.
“Ho paura, cazzo! Perché non mi ha ancora chiamato? Ok che è al tirocinio, ma sono sicura che si sia già accorto della telefonata che gli ho fatto. So già che passerò la sera a fissare il cellulare pregando perché squilli e mi odio per questo!! Devo chiedere a qualcuno di prenderlo e chiuderlo a chiave da qualche parte, perché altrimenti farò esattamente come ho fatto quattro anni fa! Tutto questo mi fa male, ma nel vero senso della parola! Mi fa ammalare! Io non mi posso ammalare di nuovo! Non posso più permettermelo perché se mi ammalo di nuovo, stavolta è definitivo! Definitivo! Se mi ammalo di nuovo, stavolta la faccio finita! Non posso passare le stesse cose di quattro anni fa, le stesse angosce, lo stesso malessere, la stessa voglia di morire! Non posso tornare a stare nello stesso modo, non reggerei! Sono così spaventata dall’eventualità che… Oh, mio dio, se mi ammalo di nuovo, stavolta è la fine! Perché mi fa questo? Perché proprio a me?! Con X non si sarebbe mai permesso, perché con me lo fa? Perché mi ignora, perché si comporta come se non esistessi, come se non sapesse che senza di lui non riesco a respirare? PERCHÉ PROPRIO A ME?!!! Non avrei dovuto lasciarlo! Non avrei dovuto fingere di essere forte, io non sono forte! Questo potrebbe essere l’errore più grande della mia vita e non ne avevo idea! Credevo che potesse servire a dargli una smossa, ma forse gli ho dato solo una spinta ad allontanarsi definitivamente! Ho voglia di chiamarlo e di implorarlo, ho voglia di dirgli AMAMI, TI PREGO! PERCHÉ NON RIESCI AD AMARMI?! TI PREGO, DIMMI CHE MI AMI, ANCHE SE NON LO PENSI!! FINGI!! …Ho paura, sono terrorizzata. Sento che le cose si metteranno male, per me. Forse lui si riprenderà ma io ne morirò. Qualcuno mi aiuti! Io… Io non so neanche a chi chiedere aiuto! Come faccio se lui capisce che il problema ero io e che senza di me sta meglio? Come faccio se mi chiede di non farmi più sentire? Come faccio di nuovo senza di lui? Ho bisogno di vederlo, adesso! Ho bisogno di stringerlo forte! Voglio andare a Roma, voglio vederlo! Come farò per i prossimi mesi?”
È proprio quello che ho pensato e potete starne certi perché non l’ho solo pensato, l’ho scritto. Non a lui, ovvio. L’ho trascritto anche qui, pubblicamente, ben sapendo che mi avrebbe esposto a critiche, a pietosi “Aaaaw!” o peggio, a risate. Ma io ho bisogno di essere del tutto sincera e nascondermi non mi interessa più. Adesso mi prendo una pausa, perché mi sto sentendo male. Sì, mentre trascrivo queste cose mi sento proprio come quando le ho scritte la prima volta… Senza speranza, completamente persa.
Quando ho deciso di raccontarvi la mia storia sapevo che avrei avuto difficoltà a scrivere certi pezzi, difficoltà sempre maggiori a mano a mano che la storia fosse andata avanti e infatti è così che sta andando. Non so proprio come farò a scrivere la parte in cui tutto è finito davvero, ho già paura. Vi chiederete perché mi sto facendo questo, perché mi costringo a rivivere dei ricordi così dolorosi. Perché lo devo fare. Io devo capire, devo capire un sacco di cose! E devo espiare.

Mi sono calmata, andiamo avanti.
Era sempre il 21 Maggio. Alle 22:00 ho riprovato a chiamarlo sul cellulare ma non mi ha risposto, così ho provato sul fisso e ha risposto F. Gli ho chiesto di passarmi G. e lui l’ha chiamato a gran voce ma nessuno ha risposto. Allora mi ha detto di aspettare ed è andato a vedere dove fosse. Ho sentito che diceva: «Dov’è G?» e la voce di un ragazzo che rispondeva: «Sta…» e non ho sentito il resto. Magari era in bagno, ho pensato. Li sentivo parlottare in lontananza; conoscendo l’appartamento, la distanza dal telefono fisso e le abitudini ho calcolato che erano tutti in cucina e purtroppo capivo poco. Dopo un po’ F. è tornato e mi ha detto che G. era uscito con E, “probabilmente erano andati a comprare del kebab o simili”. Peccato che la voce che avevo appena sentito mi sembrasse proprio di E. Gliel’ho detto, ho detto: «F, sei sicuro? Guarda che me lo puoi dire, non ti preoccupare.»
F: «No, non era E. A casa ci siamo solo io, R, G. — l’altra G. — e qualche amico. Prova a chiamarlo sul cellulare.»
A: «Ho già provato, ma non mi risponde.»
F: «…..Ah. Va be’, quando tornerà ti farò richiamare.»
A: «D’accordo. Grazie.»
Appena ho attaccato, ho provato a contattare E. Sapevo che non dovevo farlo, una voce dentro di me diceva “Ale, fermati!” ma non ho resistito. Purtroppo non è stato neanche utile perché E. aveva — casualmente — il cellulare spento. E questo non faceva che confermare i miei dubbi! L’aveva spento solo perché immaginava che avrei provato a sgamare la bugia! Credetemi, è proprio così che è andata! Io metto sempre in discussione la mia sanità mentale ma stavolta sono troppo sicura di avere ragione. Avevo sentito bene! Era sua la voce che aveva risposto a F! Che furbo che era E, proprio un tempismo perfetto. L’ho odiato profondamente. Comunque sia, se G. era a casa, si era fatto negare e se non era a casa, E. non era con lui. Dove cazzo poteva essere di mercoledì sera, alle 22:15, a Roma? Con chi cazzo era?! Non poteva già essersene trovata un’altra, non era possibile! Cos’avrei dovuto fare, allora? Starmene ferma e buona? Forse sì, forse era la mossa giusta, l’unica che avesse un senso. Ma odio essere presa per il culo e non esisteva al mondo che gliela facessi passare liscia! Se G. non voleva parlarmi, perché mettere su questo teatrino? Tanto valeva dirmi “non voglio parlarti”. Ero incazzata nera e in più mi sentivo anche umiliata, perché chissà quante risate si saranno fatti alle mie spalle! E. tradisce R. da anni, lo so perché l’ha confidato a G. e G. l’ha detto anche a me.
“Non è la compagnia adatta a G. Non può portare a niente di buono, questa loro frequentazione. Lo convincerà che è giusto, che è normale, che tanto non stiamo più insieme… Se non l’ha già fatto! Devo sapere che cazzo sta succedendo, altrimenti impazzisco!”
Ho provato a richiamare G. sul fottuto cellulare, una o due volte, ma niente.
A2:”Se è vero che ha ospiti a casa, probabilmente non ha risposto perché hanno cenato tardi e poi si sono intrattenuti a chiacchierare…”
A3: “Questo non vuol dire proprio niente, perché avrebbe potuto comunque rispondere per dirti “Non posso parlare, sentiamoci domani”. Quante volte gliel’hai detto che il silenzio per te è molto peggio di una brutta risposta? Quante volte? Centinaia, ma non l’ha mai imparato.”
Quella è stata una notte difficile, una delle più difficili della mia vita. Per tenere le mani lontane dal telefono mi sono forzata a mettermi a letto. Ma bruciava. Non ce la facevo proprio a sentirmi in quel modo senza poter fare niente, scalpitavo, ero elettrica e mi sono sentita terribilmente sola. A un certo punto mi sono alzata e ho chiamato la prima persona che mi è venuta in mente: D. Per fortuna non mi ha risposto, era tardi e forse stava dormendo, ma se l’avesse fatto, cosa gli avrei detto? Ero sconvolta, avrei fatto una figura pessima. Così mi sono rimessa a letto e ho provato con tutte le mie forze a chiudere occhio ma ci sono riuscita per un lasso di tempo risibile, alle 4:30 ero già sveglia, alle 5 mi sono arresa e sono andata a guardare la tv. Sono tornata a letto verso le 6:30, un attimo dopo ho guardato l’orologio ed erano le 7:00. Credo di essermi addormentata un po’ verso le 8:30, lo ricordo perché ho guardato il cellulare ma mi sono svegliata un’ora dopo e a quel punto non c’era più niente da fare. Sono rimasta con la testa sul cuscino ma con gli occhi ben aperti che fissavano un punto impreciso del muro, una posizione che avevo assunto praticamente per tre anni interi. Ho aspettato ancora un po’ prima di provare a richiamare G. Le 11:00 mi sembravano un buon orario, ero abbastanza sicura che non stesse ancora dormendo ma anche che fosse ancora a casa, perché lui in ospedale ci andava sempre di pomeriggio. Non mi ha risposto, quindi ho provato di nuovo sul fisso, anche se odiavo l’idea di dare ulteriore spettacolo ai suoi coinquilini. Purtroppo — o per fortuna — niente di fatto, il telefono ha squillato per oltre un minuto ma non ha risposto nessuno. Non avevo la forza di andare a lavoro, quel giorno, non avevo la forza di fare niente. Per fortuna — adesso sì — il lavoro era un impegno non prorogabile, per fortuna ero obbligata ad andarci, sennò mi avrebbero licenziata e non me lo potevo permettere. Altrimenti mi sarei rintanata in questa camera e lo farei anche adesso, non lascerei più questo letto, esattamente come ho fatto per anni. Il lavoro è un obbligo ma è anche un appiglio, per me, un’ancora di salvezza. Finché mi interesserà qualcosa del mio lavoro e della mia immagine sarò relativamente al sicuro.
Quella mattina, comunque, gli ho inviato un sms, cercando di sembrare leggera e di non fargli capire che stavo uno schifo. Ho sperato tanto che rispondesse ma ad un certo punto non ho più avuto tempo per fare altro, perché dovevo proprio uscire. Ho mangiato due fettine di pane, me lo ricordo, giusto per mettere qualcosa nello stomaco e non far preoccupare troppo i miei, ma ce l’avevo completamente chiuso. L’ultima cosa a cui pensavo era il cibo. Avrei voluto fare ben altre cose, figuratevi, ma erano tutte poco probabili e poco sensate; per fortuna — di nuovo, sì — durante le ore passate a lavoro non ho potuto fare proprio niente. Ma la sera intorno alle 21:30, letteralmente appena entrata dalla porta, ho afferrato il telefono e mi sono fiondata in una stanza, chiudendomici dentro. L’ho chiamato ancora, sul cellulare. Cinque squilli e poi la segreteria. Ho richiamato a casa e stavolta ha risposto, chiedendomi di richiamarlo sul cellulare.
A: «Ci ho già provato, ma non hai risposto.»
G: «Non ho fatto in tempo a prenderlo dalla tasca, sono appena rientrato anch’io, stavo aprendo la porta.»
Com’era, come non era, finalmente ero riuscita a sentire la sua voce. Ero molto emozionata, avrei voluto sembrare più allegra e gioviale, ma ho dovuto concentrare i miei sforzi sulla gestione dell’ansia ed è già tanto che non abbia pianto.
A: «Ohi, che fine hai fatto?»
G: «Perché?»
A: «Perché ho provato a chiamarti più volte, non mi hai risposto mai…»
G. ha bofonchiato qualcosa che doveva essere una giustificazione o giù di lì, ma non si è applicato molto, infatti ha tergiversato immediatamente chiedendomi come stavo.
A: «Molto, molto bene.»
Non ho mai detto una bugia così grossa. Ha risposto che gli faceva piacere.
A: «Tu come stai?»
G: «Bene, bene.»
A: «Mi fa piacere.»
Volevo morire.
A: «No, in realtà io ti ho chiamato ieri, convinta che fossi a Napoli, ma tua sorella mi ha detto che eri a Roma. E ho pensato che fosse bello ma pure preoccupante…»
G: «Sì, stavo meglio e così sono tornato.»
Mi è dispiaciuto constatare che le prime persone a sapere dei suoi miglioramenti erano state altre e non io. Io sono stata l’ultima e non me l’ha detto nemmeno lui, ché se non l’avessi chiamato non avrei saputo proprio niente di niente.
A: «No, per carità, io quando ho saputo che stavi meglio ne sono stata felice, però… Insomma… Non eri tenuto a dirmelo perché, figurati… Non eri mica obbligato… Però… Mi avrebbe fatto piacere saperlo da te.»
Già… Ovviamente non ha fatto una piega. Gli ho detto che ero preoccupata perché sapevo che quel posto gli faceva un brutto effetto e lui ha detto tipo che non era Roma il problema.
A: «Lo so, però mi hai detto che la prima crisi l’hai avuta il giorno in cui ti sei trasferito lì, quindi…»
Avevo la voce bassa e soffiata, la stessa che ho quando mi sento stupida e quanto mi ci sentivo, oh, voi non potete averne un’idea. Lui invece sembrava molto sicuro di sé, ha fatto un verso che doveva essere una mezza risata e poi ha detto: «Nooo, ma io fondamentalmente sono sempre stato depresso.»
“Che cazzo ti ridi? È grottesco, non lo capisci?”
A: «Stai continuando a prendere quelle cose?»
G: «Se è per questo, sono pure aumentate.»
Ha detto che era in cura al centro di igiene mentale, che il neurologo aveva “aperto un caso”, una cartella clinica apposta per lui e io ho detto che mi sembrava la prassi, voglio dire, credo che tutti i pazienti trattati con psicofarmaci meritino l’apertura di una cartella apposita. Ha risposto che non credeva affatto che fosse così e ci ho letto una vena di autocompiacimento che mi ha messo in allarme.
A: «Ma tu ti senti meglio?»
G: «Sì, sì.»
A: «In cosa lo noti?»
G: «Ma per esempio mi sveglio la mattina e penso che la vita è bella.»
Non sapevo se credere o no a queste parole, mi faceva strano… È atipico che un depresso pensi questo, gli psicofarmaci non agiscono tanto in fretta e soprattutto non possono ribaltare così radicalmente la visione personale. Credo che un depresso possa svegliarsi e dire “Mh. Oggi sembra che non faccia proprio tutto schifo” ma non può dire che “la vita è bella”. Se lo dice, non è depresso. Ad un certo punto s’è messo a parlare con E. che gli ha chiesto con chi fosse al telefono. Ha detto il mio nome ma a voce bassa, ricordo che ha quasi sussurrato e non so perché. So che E. aveva la voce ironica quando ha detto “salutamela” e mi ha molto infastidito. Non mi stava più tanto simpatico, soprattutto considerata la splendida performance della sera prima. Ad ogni modo, si è fermato un po’ lì con lui a chiacchierare, senza alcun rispetto per me che ero all’altro capo del telefono, e G. l’ha assecondato, come faceva sempre, sempre!
“Cazzo, perché lo fai sempre? Che ci vuole a dire ‘Oh, scusami, ne parliamo dopo, adesso sono impegnato’?! Io lo faccio sempre quando parlo con te! Tutte le volte che una delle mie sorelle entra in camera e ci interrompe, ogni volta che i miei genitori spalancano la porta per dirmi che è pronto in tavola, io dico sempre ‘aspetta un attimo, per favore’ e se insistono io dico ‘Sul serio. Aspetta!’. Perché tu vieni sempre prima di chiunque altro! Perché per te non è lo stesso? Perché per te vengono sempre tutti prima di me?”
Quando gli incommensurabili stronzi hanno finito di ciarlare per conto loro, G. è tornato a parlare con me. Ovviamente ho evitato di fargli la predica su quello che era un errore a dir poco reiterato e gli ho detto: «Ohi, ma N. ha detto che scenderai a Napoli i fine settimana, è possibile?»
G: «Sì, ma se scendo è solo per vedere lo psichiatra.»
A: «Di sabato e domenica? Ti riceve di sabato e domenica?»
G: «Sì.»
A me sembrava strano. Di sabato, ancora ancora, proprio perché era un privato, ma di domenica… Ne dubitavo. Comunque, ho continuato: «No, te lo chiedo perché mi piacerebbe vederti. Magari non questo sabato, insomma… Fa’ quello che devi fare, ma anche l’altro… Ti volevo chiedere questo, cioè… Se fosse possibile…»
G: «Sì. Ma non so se posso. Dobbiamo pensarla bene questa cosa, ci sono orari in cui sono più lucido di altri. Dobbiamo organizzarci bene.»
A: «….Ok. Senti… Cos’è successo ieri?»
G: «Ieri? Non lo so.»
A: «No, perché c’è stata una strana dinamica.»
G: «Tipo?»
“Tipo la scenetta ridicola che hanno messo su a casa tua, quei coglioni di F. ed E, quando hanno voluto farmi credere che fossi con quest’ultimo a comprare il kebab.”
Saggiamente, ho evitato di dirla così e soprattutto le parolacce, ma comunque gliel’ho descritta.
A: «Sai, non sono stupida e ho sentito distintamente la voce di E. Quindi ho capito che mi stavano raccontando una bugia.»
G: «No, non ero con E. Erano tutti a casa tranne me, perché non potevo rimanerci.»
Ci ha messo un po’ per spiegarlo, ma alla fine ha detto che a F. serviva la stanza e detto così era abbastanza chiaro per quale tipo di attività gli servisse.
A: «Ok, ma non potevi restare con gli altri in un’altra parte della casa? Perché sei dovuto uscire per forza?»
G: «No, perché è una ragazza dell’università e non voleva farlo sapere.»
Ma E, R. e l’altra G. erano a casa, quindi l’avranno vista entrare, no? Non si capiva come mai questa ragazza accettasse di farlo sapere a 4 coinquilini su 5 e che l’unico a cui volesse tenerlo nascosto fosse proprio G, che continuava a sostenere di non sapere bene perché, ma ad un certo punto gli era stato detto che doveva restare fuori casa e lui aveva obbedito, andando in giro per conto suo per due ore circa. Era una storia che faceva acqua da tutte le parti e un po’ gliel’ho fatto notare, ma neanche tanto perché non sapevo fino a che punto potessi spingermi. Non mi doveva spiegazioni, non stavamo più insieme. Ma gli ho detto — dovevo farlo per rispetto verso me stessa — che mi aveva dato fastidio.
A: «Quando ti ho chiamato ero tranquillissima, poi ha iniziato a venirmi una strana paranoia perché mi sono accorta di essere stata presa in giro. A me è quello che dà fastidio. Cioè, non è necessario che tu mi faccia mentire dai tuoi coinquilini o che faccia addirittura spegnere il cellulare ad E, è una cosa che riesco a tradurre molto facilmente, non è che ci vuole una laurea.»
G: «Hai ragione, ma io non ho chiesto a nessuno di mentire per me, non so perché abbiano pensato che fosse necessario.»
“Lo so io, il perché. Perché quando i tuoi amici sono degli schifosi traditori, questo genere di sotterfugio è normale, viene proprio automatico, per averlo usato così spesso…” 
Ho provato disgusto. Comunque sia, non sapevo se fosse vero oppure no, non sapevo se lui c’entrasse qualcosa con la scenetta vomitevole di cui sopra ma in quel momento ho desiderato moltissimo credergli. Ho cercato di sorridere per conferire alla mia voce un tono leggero, non so se ci sono riuscita.
A: «Tesoro, ti posso dire una cosa? Se stai uscendo con qualcuna me lo puoi dire, eh!»
G: «No, macché… Te l’avrei detto.»
A: «No, tu non lo diresti.»
G: «E perché?»
A: «Perché tu temi la mia reazione. Hai paura che mi presenti a Roma con una mazza in mano!»
L’ho detto ridendo ma, va da sé, divertita non lo ero affatto.
G: «No, io non ho paura proprio di niente. E poi in questo momento non mi può interessare nessuna perché prendo troppi farmaci.»
A: «Cioè, non senti niente?»
G: «No, sono tutti uguali, uomini e donne. Non mi interessa nessuno.»
Posto che non mi ha convinto al 100%, ho preferito andare avanti. Gli ho chiesto come mai non avesse risposto ad una sola delle mie telefonate o come mai non mi avesse mai richiamata. Se ha girovagato per conto suo per due ore come aveva detto, il tempo e il modo ce l’ha avuto. Così ha aggiunto nuovi dettagli a quella storia strana, ha detto che quando è sceso è andato a casa di alcuni amici.
“Amici? Perché, chi altro conosci a Roma? Quante sono le cose che non mi hai detto?!”
G: «Ero con loro e non mi andava di estraniarmi per parlare al telefono. Stavo chiacchierando e non volevo rispondere, è vero, ma stasera mi ha fatto piacere che mi hai chiamato e anche il messaggio che mi hai inviato.»
Con voce pacata gli ho fatto notare — credo per la milionesima volta, da quando lo conoscevo — che le regole del vivere civile vogliono che se uno riceve alcune telefonate e non risponde mai, a un certo punto richiama il poveraccio che l’ha cercato tante volte e gli dice: “Oh, sai, ho visto le telefonate…” e che, a prescindere dalle regole del vivere civile, lui sapeva come sono fatta io. Se mi avesse risposto e avesse detto “non posso parlare, ci sentiamo domani” mi sarei fermata, ma è proprio perché non ha risposto che ho insistito! Ha ammesso — non so con quanta convinzione — che sì, forse aveva sbagliato a non mandarmi neanche un sms per avvertirmi.
A: «Insomma, G, è piuttosto evidente che mi stai evitando.»
G: «Be’, veramente io ho notato che neanche tu mi hai più chiamato.»
“E cioè? Cosa vorresti dire, scusa?”
A: «No, dopo la proposta del cinema non ti ho più chiamato perché eri sembrato di cattivo umore. Poi durante queste settimane mi sono detta: “Lui lo sa. Se mi vuole sentire, se ha voglia o bisogno di parlare, conosce il mio numero”. Ecco… Non ho voluto insistere. Perché non volevo che tu subissi una telefonata, volevo che partisse da te. Poi ti ho chiamato per sapere come stessi e tua sorella mi ha detto che eri a Roma. Ma tu? Come passi i giorni? Di notte riesci a dormire?»
G: «Non molto. Nonostante prenda anche i sonniferi non riesco a dormire più di 5 ore a notte.»
A: «Oh… Neanche io dormo più.»
G: «Nell’ultimo periodo a Napoli avevo gli incubi.»
“Benvenuto nel club!”
A: «Oh, mi dispiace…»
Ad un tratto E. è rientrato in camera e sono tornati a parlare tra loro, io non ci potevo credere e ho capito che era arrivato il momento di chiudere quella telefonata. Quando ne ho avuto l’occasione, ho detto: «Va be’, dai, comunque… Volevo solo accertarmi che stessi bene, sapere più o meno che fine avessi fatto…»
G. «Ok.»
A: «Quindi… Cioè… Non credo ci sia bisogno di ribadire sempre la stessa offerta…»
G: «Quale?»
A: «Quella… Cioè “se avessi bisogno di parlare con qualcuno” eccetera eccetera…»
G: «Sì, sì.»
A: «….E niente, se scendi a Napoli e trovi un po’ di tempo… E non hai nulla da fare… Potremmo vederci. Tutto qui.»
G: «Ok.»
A: «Ok… Ciao, G. Buona serata.»
Click. Un click al rallentatore.
Il bilancio era pessimo: spontaneità zero, era evidente sia da parte sua che da parte mia. Non sono stata me stessa, ho avuto costantemente paura di fare un passo falso e anche di ascoltare cose spiacevoli. Non mi sono sentita a mio agio, è stato come se tutta l’intimità raggiunta in quei mesi si fosse di colpo azzerata. Sembravamo quasi due sconosciuti, è stato molto triste. E allora perché quando mi sono messa a letto e ho provato a dormire mi sono sentita più leggera? Non tranquilla, no, neanche serena, ma un po’ più leggera… Non mi ha detto niente che mi abbia consolato o rassicurato, è stato freddo e di poche parole, eppure quella notte ho dormito un paio d’ore in più. Possibile che solo sentire la sua voce mi facesse quest’effetto? Che diavolo aveva il mio cervello che non andava? Non riuscivo a capire le mie reazioni, erano incongruenti. Non riuscivo a capire me, non riuscivo a capire lui, non riuscivo ad oltrepassare quell’ostacolo. Mi sentivo come se stessi lentamente affogando nelle sabbie mobili, entro poco non avrei più potuto respirare e tutto quello che riuscivo a pensare era: “Almeno l’ho sentito”. Ben magra consolazione, se pensate che stavo per morire.
Mentre i giorni passavano, il mio umore peggiorava sempre di più e la mia stabilità si faceva sempre più precaria. Era quasi passato un mese dalla rottura, un mese intero e mi sembrava una cosa molto più recente, come accaduta solo il giorno prima. Stavo iniziando a perdere la cognizione del tempo, credo fosse una conseguenza dell’insonnia, oltre a un’estrema sensibilità ad ogni sorta di stimolo esterno. Avevo delle reazioni spropositate per cose minuscole e cominciavo a sentire che stavo perdendo il controllo di me stessa. E non nel modo liberatorio che tanto desideravo, ma in un modo angosciante. Un giorno mi sono trattenuta dopo il lavoro con le mie colleghe e una di loro, C, mi ha detto che stava organizzando una serata a cui dovevo per forza partecipare. C. è molto cara e ha sempre cercato di tirarmi su proponendomi mille cose da fare ma io le dicevo sempre di no. Anche quel pomeriggio, ho sorriso imbarazzata e le ho detto che non me la sentivo, precisando che comunque la ringraziavo per ciò che cercava di fare. C. s’era messa in testa di farmi conoscere un suo amico, secondo lei perfetto per me e quindi ha insistito con più forza del solito. Nel frattempo le altre si sono unite a lei e ne è venuto fuori un coro che qualcuno avrebbe trovato divertente ma che in me ha fatto scattare qualcosa. Erano tutte lì che mi dicevano: «Non essere pesante! Oh, mio dio, quanto sei noiosa! Non pensarci troppo, buttati! Madonna, ma che problema c’è? È solo un’uscita, ti fa bene!» e cose di questo tipo. Niente di che e poi so benissimo che le loro intenzioni erano buone, ma tutta quell’insistenza in stereofonia mi ha provocato una specie di shock. Parlavano a voce alta, tutte insieme, le voci si sovrapponevano, non so spiegare cosa mi è successo ma ricordo che avrei voluto tapparmi le orecchie con le mani e dire loro: “Basta! Vi prego basta!” …Non l’ho fatto, ma all’improvviso i miei occhi si sono riempiti di lacrime e con una scusa sono scappata in bagno. Mi sono guardata nello specchio e avevo la faccia completamente rossa. Adesso mi rendo conto che è stata una reazione eccessiva, ma in quel momento mi sono sentita accerchiata, in trappola. Le ragazze sono venute a controllare che fosse tutto a posto, hanno detto che forse avevano esagerato e che alla fine io non ero obbligata a uscire, se non m’andava, che dovevo fare solo quello che mi sentivo di fare. Mi hanno chiesto il perché di quel pianto improvviso e io riuscivo a dire solo: «Non lo so. Giuro che non lo so.» Ed era vero, lì per lì, ma non mi ci è voluto molto per capire. Appena ho potuto me ne sono andata, consapevole di lasciare dietro di me tre persone confuse e forse deluse, poi sono uscita in strada e c’era così tanto sole da far male agli occhi e per questo ho camminato a testa bassa fino all’auto pensando solo: “Troppa luce! C’è troppa luce!”, giuro che la soffrivo davvero. Appena sono tornata a casa mi sono fiondata in camera mia, ho chiuso la porta alle mie spalle e solo allora mi sono sentita al sicuro. Non so definire quello che mi è successo, so solo che dopo mi sentivo spossata e colpevole. È stato in quel momento che ho aperto gli occhi. Forse era così che si sentiva G. quando la sua famiglia ed io — ma soprattutto io — insistevamo per farlo uscire di casa. Anche lui si deve essere sentito accerchiato ed è una sensazione orribile! Tra l’altro l’avevo anche già sperimentata, quindi non è corretto dire che in quel momento ho capito, piuttosto è che ho ricordato. Mi è successo così tante volte, negli anni, di declinare gli inviti da parte delle amiche, dei parenti, di chiunque, e ogni volta che rispondevo negativamente sentivo di aver fallito un po’. Ero consapevole di avere appena perso un’occasione irripetibile, non perché questa o quell’uscita sarebbe stata la migliore della mia vita, no, solo perché ogni momento è per sua natura irripetibile, nel senso che non si ripresenterà mai più nello stesso modo. Ogni sera è diversa dall’altra, ogni tramonto, ogni risata, ogni incontro e la vita cos’è, se non una continua collezione di momenti irreplicabili? Sapevo che sbagliavo a rifiutare di viverli e mi sentivo già abbastanza stupida nel farlo ma anche troppo debole per accettare; pronunciare quei no era rassicurante e deludente allo stesso tempo. Era difficile, non li dicevo mai a cuor leggero, anzi! Per questo, ogni volta che la persona dall’altra parte dimostrava insistenza, io pativo perché, se quei no erano pesanti come pietre tombali, ripeterli ancora e ancora era come seppellirmi ancora e ancora ed era uno strazio che desideravo con tutta me stessa evitare! Quando dovevo giustificare quei no, arrivavo persino ad odiare le persone che mi costringevano a farlo, che poi erano quelle che ci tenevano di più a me… Le odiavo perché non si accorgevano che mi facevano sentire una poveretta, una debole, una pazza! Incassavano il rifiuto e tornavano alle loro vite piene, con la coscienza a posto e la certezza di aver fatto tutto ciò che era in loro potere, non si sentivano in colpa per avermi fatto sentire peggio, per avermi obbligato a palesare ancora una volta la mia vigliaccheria, il che è giusto, la colpa non era loro, l’ho sempre saputo dentro di me e questo rendeva tutto più difficile. Se avessi potuto dare la colpa a qualcun altro delle mie turbe mentali sarebbe stato meno doloroso, ma era proprio la consapevolezza di essere io la principale fonte della mia stessa infelicità ad affossarmi ancora di più e a farmi provare sempre più disgusto per me stessa. Ho visto tutti gli altri andare e tornare, ridere, vivere e li ho invidiati e mi sono chiesta: “Perché io non posso essere felice come loro?” e quando realizzavo che era colpa mia, mi disprezzavo da morire e pensavo che ci fosse un’unica via d’uscita. Ecco come mi sono sentita per tutta la vita e come ero tornata a sentirmi da quando io e G. ci eravamo lasciati. La reazione di quel pomeriggio mi ha fatto regredire a un tempo che desideravo solo dimenticare e invece no, ricordavo tutto fin troppo bene.
“Forse è questo che ho scatenato in G, mentre cercavo di aiutarlo. Oh, dio, me ne vergogno così tanto! Sono stata superficiale, avventata, forse ha pensato che fossi poco sensibile o addirittura stupida! Io gli ho sempre detto che capisco quello che sta passando, ma ho dimostrato l’esatto contrario. Forse è stato per questo che ha perso fiducia in me. Che cosa ho fatto? L’ho giudicato, l’ho tartassato, ho cercato di costringerlo a fare ciò che io ritenevo meglio per lui! Io credevo di aiutarlo prendendolo di petto, trattandolo come un adulto, caricando sulle sue spalle il peso enorme della consapevolezza ma le sue spalle erano troppo fragili! E quella consapevolezza, io l’ho ottenuta dopo anni, per lui è ancora tutto così nuovo, si sente ancora così confuso… Non ho rispettato i suoi tempi, ho commesso gli stessi sbagli grossolani e presuntuosi che hanno commesso gli altri con me. Che cosa ho fatto? È stata colpa mia se si è allontanato, solo colpa mia! Che cosa ho fatto?!”
Giuro che quel giorno mi si è spalancata la mente e ha fatto male. Ma la domanda più difficile da porsi era: “Che cosa posso fare per rimediare?”. Ancora una volta, la sincerità mi è sembrata l’unica risposta giusta. Dovevo vederlo, dovevo dirgli tutto quello che avevo capito e dovevo chiedergli scusa.
Ho fatto passare una settimana buona prima di richiamarlo, perché avevo deciso di andarci piano, ma quando ci ho provato ho sentito i soliti cinque squilli e poi la segreteria. Ho riattaccato, delusa, e l’ultima cosa che mi aspettavo era che lui mi richiamasse, ma l’ha fatto! Giusto un minuto dopo. Era allegro, tranquillo, ha riso, persino! In quel momento ho pensato che non ricordavo l’ultima volta che l’avevo sentito ridere. Mi ha detto che il giorno dopo (sabato) sarebbe sceso a Napoli, dopodiché avrebbe dovuto fare altre due settimane di tirocinio mentre i suoi colleghi l’avevano già finito. Ha detto che era stato fortunato, perché all’università gli avevano concesso di recuperare i molti giorni che aveva perso e ne sono stata contenta. Ad un certo punto mi ha detto che stava cenando e che potevamo sentirci più tardi, io gli ho detto: «Mi richiami tu?» e lui ha risposto di sì. Era a casa di amici… “Ultimamente è sempre a casa di amici…” Non sapevo bene chi fossero, perché non me ne aveva mai parlato e se mi mettevo a pensarci mi veniva l’ansia, per questo mi sono limitata a considerare che almeno non se ne stava da solo ed era positivo… Perché era positivo, no? “Certo che lo è, niente paranoia.” Ad ogni modo, ha detto che mi avrebbe richiamato e io ci ho creduto, l’ho aspettato fino alle 2:00 ma niente. La prima cosa che ho fatto appena ho aperto gli occhi, praticamente tre ore dopo, è stata guardare il cellulare per vedere se c’era un suo messaggio o qualsiasi cosa. Secondo voi c’era? No, non c’era.
“Va be’, sarà tornato a casa tardi e avrà pensato che non fosse più orario per telefonare… Oggi torna in città. Lo richiamo più tardi.”
E ci ho riprovato. Alle 14:00, alle 16:00 e alle 17:00. Non ha mai risposto. Alle 18:30 gli ho mandato un sms chiedendogli se avesse voglia di uscire, “una cosa tranquilla, niente di che”. Non ha risposto neanche a quello. Alle 21:30 ho finito di lavorare e l’ho richiamato, stavolta dal cellulare di mio padre. E lui ha risposto.
G: «Chi è?»
A: «Ohi, sono Alessandra. Hai già cancellato il numero di mio padre?»
G: «No, il mio cellulare non funzionava più. Adesso ne ho preso un altro, ma qui non ho tutti i numeri.»
A: «Ah, ecco, hai risposto solo perché non hai riconosciuto il numero!»
Ho riso, per non sembrare pesante, ma non c’era proprio niente da ridere. Non credevo più a niente di quello che diceva e se anche la storia del cellulare fosse stata vera, ero pronta a scommettere che il mio numero lo ricordava a memoria, eppure non aveva risposto alle mie telefonata perché la verità era che mi stava evitando.
A: «Be’, ti ho mandato un messaggio… L’hai letto?»
G: «Sì, mi sono accorto che mi era arrivato un messaggio ma non ho fatto in tempo a leggerlo perché, te l’ho detto, il mio cellulare ha smesso di funzionare.»
“Come no.”
A: «Va be’, comunque volevo solo sapere se avessi voglia di uscire, di farti un giro…»
G: «No, io stasera sto qua.»
A: «Dove?»
G: «A casa, ceno con i miei.»
A: «…Ok. Dopo cena?»
G: «Noo, resto qua, viene anche L. Sai, cantiamo un po’, suoniamo…»
A: «Ah… Ok. Quando torni a Roma?»
G: «Domani sera.»
A: «No, sai, io volevo solo vederti, sapere come stai…»
G: «Sto meglio.»
A: «Sì, proprio perché so che stai meglio, pensavo potessimo vederci, insomma…»
Lui è rimasto in silenzio.
A: «Anche perché non so quando torni di nuovo a Napoli…»
Ancora silenzio.
A: «Ok, va bene. Non aggiungere altro. Ci sentiamo. Ciao ciao.»
E ho messo giù. Ero così arrabbiata, così delusa e così triste contemporaneamente…
“Ho commesso un errore da principiante, avrei dovuto sapere che mi avrebbe detto di no! Cazzo, mi sta trattando come se non mi conoscesse! È assurdo!”
La cosa che mi straniva era che la sera prima sembrava conciliante, sereno, insomma… mi aveva richiamata! Io mi aggrappavo ad ogni più piccolo dettaglio perché mi rifiutavo di vedere la realtà dei fatti e cioè che l’avevo già perso. Quella sera ero così furiosa con me stessa e con lui che non riuscivo a calmarmi. Ho cercato invano qualcosa che potesse aiutarmi ma alla fine non ho trovato niente di meglio da fare che contattare D. L’ho fatto un po’ per ripicca, un po’ per necessità, perché mi sentivo davvero molto sola. Ho usato una scusa stupida e lui mi ha risposto, al che c’è stato un breve scambio di battute che ho interrotto il prima possibile perché me ne ero già pentita. Il giorno dopo D. mi ha scritto ancora e poi mi ha pure chiamata. Non sentivo la sua voce da quattro anni e la prima cosa che ho notato è stata il suo entusiasmo. Era davvero felice di sentirmi e lo so per certo, non solo perché me l’ha detto, piuttosto perché l’ho sentito.
D: «Mado’, sembra che non ci sentiamo da dieci anni!»
A: «Ma sono “solo” quattro.»
D: «Lo so, ma a me sembrano molti di più!»
A: «Questo è perché il tempo senza di me sembra non passare mai…»
D: «Infatti! Proprio questo volevo dire!»
Stava scherzando, è ovvio, come stavo facendo anch’io, ma mi è sempre piaciuto il suo modo di scherzare. È sempre stato diretto ma anche signorile, aveva tatto, charme. Non porterò altri esempi a sostegno di questa considerazione perché il mio scopo non è farvi conoscere D, ma credetemi sulla parola, il ragazzo ci sa fare. C’è stata un’altra cosa che ho notato subito, e in fondo non avrei potuto non notarla perché era sfacciatamente evidente, ossia l’estrema semplicità con cui abbiamo scherzato per tutto il tempo, praticamente a partire dal primo istante fino ai saluti, proprio senza alcun imbarazzo. Mi ha confortato e non so perché.
Come potete immaginare, D. mi ha chiesto di uscire entro i primi 60 secondi e — questo forse non lo immaginate — io gli ho risposto subito di sì. D. è rimasto un po’ basito, perché nemmeno lui lo immaginava; considerati i nostri trascorsi, sono sicura che si aspettasse un no al 98%. Invece gli avevo detto di sì e ne sembrava molto contento mentre io ero lì che pensavo solo: “Che diavolo… Cioè… Cosa?”
Abbiamo parlato ancora un po’ e tirato in ballo i vecchi tempi, lui ricordava una cosa che gli avevo detto proprio nel modo in cui gliel’avevo detta e me l’ha ripetuta con le stesse parole. Mi ha stupito, voglio dire… Io sono così, io ricordo le parole esatte e le pause e tutta una serie di dettagli insignificanti, ma non ho mai incontrato nessuno che avesse questa stessa “abilità” e non mi aspettavo certo di ascoltare una mia citazione dalla bocca di qualcun altro, soprattutto dopo essere stata con G. il quale non ricordava neanche la prima volta che lui stesso mi aveva detto “Ti amo”. Più in generale, sappiate che è una cosa che mi colpisce molto. Io parlo tanto ma quasi mai la gente ricorda quello che dico, a cominciare dalla mia famiglia, e ho sempre avuto la sensazione, ma proprio sin dall’infanzia, di scivolare troppo facilmente. In età adulta ho iniziato a credere di avere un problema di comunicazione e forse questo è uno dei motivi per cui scrivo così tanto, perché forse mi viene meglio che parlare. E in ogni caso, verba volant, scripta manent. Comunque sia, D. è di natura molto attento e, siccome l’attenzione è un requisito fondamentale nell’arte della seduzione, io l’ho sempre apprezzato. Durante quella telefonata è capitato anche a me di citare una delle sue battute storiche, una che non ricordava nemmeno più lui e a risentirla è esploso in una risata fragorosa che ha contagiato anche me e se esiste un dio, solo lui sa quanto avessi bisogno di ridere, quella sera. Alla fine mi sono trovata ad espirare sonoramente dicendo: «Che bello sentirti, D.»
D: «Anche per me.»
A: «Davvero?»
D: «Sì, davvero!»
Vi giuro che sentirglielo dire mi ha sorpreso e non è difficile capire come mai. Ultimamente qualcun altro mi faceva sentire un’appestata, si comportava come se anche solo sentirmi al telefono fosse un sacrificio immane, poi invece arrivava D. e mi diceva che gli faceva davvero piacere. Istintivamente l’avevo messo in dubbio e questo la dice lunga sul livello di autostima che era rimasta dopo l’uragano G. Poi però ci ho pensato e ho detto: «Sì, in effetti tu di bugie non me ne hai mai dette, quindi ti credo.»
D: «Sì, sono tutto ma non bugiardo. Ma come stai?»
A: «Mah, sto abbastanza male, però…”
D. non mi ha fatto neanche finire la frase che è scoppiato a ridere. A sentirlo l’ho fatto anch’io perché ho capito il motivo. Non è che ridesse perché stavo male, ma per la candida schiettezza con cui l’avevo detto. Di solito quando uno chiede “come stai?” l’altro risponde “bene”, sono le classiche aspettative sociali, comuni a tutti gli esseri umani; disattenderle provoca straniamento e/o ilarità, l’ho studiato in quella che ora mi sembra un’altra vita.
E niente, D. ha riso e poi ha esclamato: «Scusa, eh! È per come l’hai detto. Ma poi non sei credibile, perché il tuo pessimismo è talmente grande che sfiora il cinismo.»
Non ci vedevamo da quattro anni e lui parlava di me con una sicurezza tale che sembrava ci fossimo frequentati fino alla settimana prima. Ha riso per una mia battuta e ha addirittura commentato la coerenza tra questa e la mia personalità.
D: «Ma è proprio da te! Cioè, se uno non ti conoscesse, questo sarebbe un ottimo esempio di battuta tua!»
“È da me? Ottimo esempio di battuta mia? Ma lui che ne sa? Non mi conosce davvero… Ci siamo visti pochissime volte, quattro anni fa… Possibile che gli sia rimasta così impressa? Come…?”
Continuavo a reagire con stupore a tutto quello che diceva, mentre paragonavo il suo atteggiamento a quello del mio appena-ex-ragazzo che, al contrario, si comportava come se non mi avesse mai visto in vita sua.
Mi accorgo adesso che mi sto dilungando troppo su questo punto e non era mia intenzione, ma giuro che ancora mi fa strano. Ricapitolando, D. mi aveva chiesto di uscire e io avevo accettato, serviva solo una data precisa. Mi ha detto che aveva degli impegni fino a martedì, dopodiché avrebbe dato inizio al pressing. Gli ho detto che non ce ne sarebbe stato bisogno ma lui ha risposto che mi conosceva bene e sapeva che avrei potuto cambiare idea appena chiusa quella telefonata, in quel caso sarebbe servita una certa insistenza da parte sua. “Il solito D…” ho pensato, sorridendo. La tenacia è sempre stata uno dei suoi pregi maggiori.
Parlarci mi aveva fatto bene, non lo nego, ma pochi minuti dopo ero già irrequieta. Non riuscivo a stare ferma, sentivo di aver fatto qualcosa di sbagliato, così ho bevuto per cercare di stordirmi e dormire, ma invece ho fatto una cosa per cui meriterei solo schiaffi: ho chiamato G. e la prima cosa che gli ho chiesto è stata dove fosse. Credevo che fosse già a Roma, ma in sottofondo c’era parecchio rumore e io ho avuto uno strano presentimento.
G: «Sono dalle mie parti con O.»
A: «Ma non dovevi partire oggi?»
G: «No, parto domani.»
A: «E perché sei con O. e non qui?»
Pessima domanda… Come diavolo mi è venuta?
G: «Perché mi andava di uscire con O.»
A: «G… Ti devo dire una cosa.»
G: «Dimmi.»
A: «Ho appena parlato al telefono con D.»
G: «Mh. Allora?»
A: «Mi ha chiesto di uscire.»
G: «Ok.»
A: «Che devo fare?»
G: «Quello che vuoi.»
A: «G… Chiedimi di non farlo.»
G: «No, perché?»
A: «G! Ascoltami bene… Chiedimi di non farlo.»
G: «No, ma perché?»
A: «Non ti interessa?»
G: «Ma perché non dovresti?»
A: «Non riesci a trovare nessun motivo per cui non dovrei farlo?»
G: «No.»
A: «Cioè, se ci esco non ti fa né caldo né freddo.»
G: «No.»
A: «Zero.»
G: «No.»
A: «Quindi non ti interessa niente di me.»
A quel punto G. è rimasto zitto a lungo ma quel silenzio non lasciava ben sperare.
A: «Quindi non avevo torto quando pensavo che mi stavi evitando.»
Precedentemente mi aveva raccontato dei modi poco delicati che aveva usato per tagliare i ponti con un paio di ragazze che si erano innamorate di lui ma che non erano mai state ricambiate. Quello che provavo doveva essere molto simile a quello che avevano provato loro, con la differenza che a me G. aveva detto: “Ti amo. Non ti lascerò mai.”
A: «Io non sono diversa da quelle che hai avuto, vero? Non sono diversa, eh, G?»
G: «No, non sei diversa.»
A: «Mi hai fatto credere che ero diversa per te…»
G: «Ne parliamo domani.»
A: «NO, ADESSO!»
G: «Domani.»
A: «Ho detto che ne voglio parlare adesso! A che ora ce l’hai il treno?»
G: «Ma non lo so…»
A: «Puoi venire, adesso?»
G: «No, non è proprio possibile, sto in macchina con O.»
A: «Fatti accompagnare a casa e prendi la tua.»
G: «No, non esiste.»
A: «È un mese che ti voglio parlare e non riesco…»
G: «Ma tanto non cambia.»
A: «G, tu… Hai mai pensato di tornare con me?»
G: «No.»
In quel momento qualcosa dentro di me è andata in frantumi. È stata una sensazione fisica, reale, mi è parso persino di sentire il rumore del vetro che si rompe in mille pezzi.
A: «Perché io avevo capito che dovevi solo star meglio, e poi saresti tornato da me. Tu non pensavi… Non era proprio in programma?»
G: «No.»
A: «Perché?»
G: «Perché voglio stare da solo, voglio rifarmi una vita.»
A: «E io te lo impedisco, forse?»
G: «Io voglio dimenticare tutto quello che è successo e tu me lo ricordi.»
A: «Tutto, cosa?»
G: «Questi mesi.»
A: «Cioè tu pensi che faccio parte di un periodo brutto e quindi vado cancellata con tutto il resto?»
G: «Sì.»
“Ecco… L’ha detto…” Era la mia paura più grande.
A: «Non puoi dire questo. Non puoi fare così. G, io sto continuando ad aspettarti…»
G: «Non mi sembra.»
Si riferiva a D, al fatto che ci eravamo appena sentiti.
A: «Ma ti ho chiamato proprio per dirtelo, sperando che mi dicessi di non farlo. Se tu mi dici di non uscire con lui, non ci esco. Ma mi sento molto, molto, molto sola. Mi manchi! Mi manchi tantissimo!»
Ero esposta come una ferita e gli ho dato un’altra occasione per rigirarci il famoso coltello. G: «Non mi importa.»
A: «G, non parlarmi così, è una mancanza di rispetto assurda! Se mi hai voluto un po’ di bene, un po’, tu non mi puoi trattare così. Ti diverti a farmi del male?»
G: «Non ti sto facendo del male. Anzi, ti sto facendo un favore.»
A: «E questo lo stabilisci tu?»
G: «Ma forse D. è l’uomo della tua vita.»
A: «Che cazzo dici?»
Non potevo credere alle mie orecchie.
A: «G, mi manchi. Ti prego, vieni qui!»
G: «Ma non è possibile…»
A: «Per favore! Ho provato a vederti anche ieri sera… Vorrei parlarti di persona. Non è possibile che io e te parliamo sempre attraverso questo cazzo di telefono!»
G: «Eh, lo so…»
Aveva un tono che dava i brividi.
A: «Non capisco come fai ad essere così freddo con me. G, sono Alessandra! Sono io!»
G: «E quindi?»
A: «E quindi cosa? Come ci riesci?»
Continuava a rispondere come se non fossi nessuno, come se non avessimo un passato, mi stava per esplodere il cervello, come i computer dei cartoni animati che esplodono quando non sanno risolvere un enigma o un paradosso. Perché era tutto talmente senza senso che non riuscivo a capacitarmene!
A: «Non mi puoi trattare come una qualunque, sono io!»
G: «E quindi?»
A: «Ti ricordi di me?!»
G: «Più o meno.»
Era assurdo, era tutto troppo assurdo.
A: «Puoi partire martedì? Ci possiamo vedere domani pomeriggio?»
G: «Ma no, ho il tirocinio, non posso più rimandare, ho rimandato già troppo!»
A: «Ho bisogno di parlarti di persona.»
G: «Ma perché?»
A: «Ma perché voglio dirti tante cose…»
G: «Dimmele adesso.»
A: «Ma sono troppe…»
G: «Riassumi.»
A: «G, non ti permettere di parlarmi così! Mi stai parlando come a una sconosciuta! Non fingere di non conoscermi! Porca miseria, soltanto il mese scorso eravamo a letto insieme! Io non riesco a capire come cazzo fai a parlare così con me, adesso, a farmi sentire una perfetta idiota, non è umano! Cosa sei diventato? Non sei tu! Non stai parlando sinceramente, perché se questo è il vero G, allora io ho visto… Cosa ho visto, negli ultimi mesi?»
G: «E allora hai visto male, perché io sono così.»
A: «Non ti credo!»
G: «E va be’, non crederci.»
A: «Allora voglio che me lo dici in faccia.»
G: «Sì, ti dirò le stesse cose che ti sto dicendo adesso.»
A: «Sabato scendi di nuovo?»
G: «Penso di sì.»
A: «Ci vediamo.»
G: «Ok.»
A: «G, hai preso un impegno!»
G: «Va bene.»
A: «Sappi che se non verrai, verrò io da te.»
G: «Ok.»
Non riuscivo a riattaccare, ero fuori di me.
A: «G… Ma mi hai mai voluto un po’ di bene?
G: «Probabilmente sì, prima, ma adesso no.»
A: «E come fai a cancellare tutto così in fretta?»
G: «Ci riesco.»
A: «Non ci credo. Tu sei molto più sensibile di quanto vuoi far vedere stasera. Perché hai paura della tua umanità, non capisco…?»
G: «Ma quello è un altro discorso. Se vuoi possiamo parlare di questo, ma non cambia niente.»
A: «Stai già insieme a un’altra, eh?»
G: «Ma no, ma non mi interessa, non voglio stare con nessuno!»
Eccetera eccetera. Devo fermarmi, perché sto di nuovo male.

Ok, comunque. Quella sera avevamo preso un appuntamento ed è stato quello ad impedirmi di gettarmi dal balcone di casa. Vi sembrerò sicuramente una disperata, ma continuavo a ripetermi che non era stato sincero, che non poteva credere davvero alle cose brutte che mi aveva detto e che se m’avesse rivista non avrebbe mai saputo ripeterle, non se mi avesse guardato negli occhi! Dovevamo vederci, era importante che ci vedessimo perché il maledetto telefono è un mezzo infido e non volevo usarlo più, mai più!
Il giorno dopo l’ho usato di nuovo, però, perché non avevo alternativa. Mi ero un po’ calmata e avevo avuto un’idea che mi sembrava bella e giusta e volevo fargliela sapere. Avevo deciso di invitarlo a cena a casa mia. Se avete letto con attenzione, sapete che un invito del genere, da parte mia, ha dell’incredibile. Ma i miei genitori avrebbero passato il weekend al mare e se fosse salito a casa avremmo avuto tanto tempo e tanto spazio per parlare, in assoluta tranquillità. Nessuno ci avrebbe disturbato e lui non avrebbe potuto distrarsi, era essenziale che mantenesse la concentrazione. Così l’ho chiamato e gliel’ho proposto e lui ha cominciato a dire che non era sicuro di essere a Napoli, per quella sera.
A: «Ma ieri mi hai detto che ci sarai!»
G: «Ma sì, forse sì. Sì, credo che ci sarò.»
A: «Ok, allora cosa ti impedisce di passare?»
G: «Niente.»
A: «Allora vieni, no?»
G: «Ti faccio sapere.»
A: «Se dici così, vuol dire che non verrai…»
G: «Non leggere tra le righe.»
Ho cercato di restare calma e ho usato un tono leggero sperando che servisse ad alleggerire anche gli animi.
A: «Dai, vieni, ché se è l’ultima volta che parliamo, almeno è di persona. Siamo due adulti, penso che…»
Stavo per dire “me lo devi” ma poi ho aggiustato il tiro per non indispettirlo.
A: «…Penso che si può fare, no?»
G: «Sì.»
A: «Me la concedi, questa cosa, per favore?»
G: «Sì.»
A: «Quindi l’appuntamento è confermato?»
G: «Sì.»
A: «Perfetto. Io finisco di lavorare alle 21:30, mi vieni a prendere lì, così andiamo direttamente a casa?»
G: «Ok.»
A: «Ok. Ciao!»
E, con una fatica che non riesco a spiegare, ho riattaccato. Ogni volta che riattaccavo dopo aver parlato con lui, mi sentivo come se si spegnesse qualcosa, dentro di me, come una fiamma di candela spazzata via da una folata di vento. Non me lo sono mai spiegato.
Comunque, quel pomeriggio io avevo ricevuto ben tre “Sì” e un “Ok” e quindi ero abbastanza convinta che tutto sarebbe andato bene. Avevo tanto bisogno che andasse bene, dovevo ripristinare l’ordine perché c’era un casino spaventoso fuori e dentro di me.
Mi sono fermata a riflettere e a respirare profondamente. Ero sul mio letto mentre pensavo: “Spero davvero che non mi deluda ancora. Sono consapevole che sabato sarà la mia ultima possibilità, devo giocarmela bene. O la va o la spacca e, se va, sarò la donna più felice del mondo, se spacca… Be’, allora mi dovranno raccogliere dal pavimento, pezzo per pezzo. E saranno molti, migliaia. Ho tanta paura, ma preferisco non pensarci. Ho bisogno di restare positiva, finché non è detta l’ultima parola.”
Adesso che scrivo di quei giorni, mi guardo dall’esterno e non so se la mia impazienza mi suscita più pena o più rabbia. Mi comportavo da immatura e per certi versi da bambina capricciosa. Chiunque avrebbe capito che era il caso di fermarsi, di lasciargli spazio, come mi aveva suggerito la signora A. Eppure io mi ostinavo a pretendere quell’incontro e lo volevo anche il prima possibile perché, ve l’ho detto, sono fatta così. Non mi piace rimandare ciò che per me è vitale e non ho dato importanza al fatto che G. fosse, invece, come la maggior parte delle persone di cui vi parlavo prima, quelle che prendono tempo, quelle che aspettano. Io avevo aspettato per tutta la vita, per altre ragioni, e non ne potevo più. Secondo la mia visione delle cose, G. rappresentava la felicità, l’unica possibilità di felicità che avevo, la più grande, la più importante. E siccome me la meritavo, io dovevo raggiungerla, in un modo o nell’altro. La mia impazienza derivava dalla brama d’amore, dall’insicurezza secolare e dall’istinto di sopravvivenza, e mi aveva resa cieca e sorda, io non sapevo più interpretare i segni, non facevo più distinzione tra i sogni ad occhi aperti, gli incubi ad occhi chiusi e la realtà quotidiana. Mi ero persa. Avevo raggiunto il culmine della mia debolezza e se mi aspettavo di trovare comprensione in G, mi sbagliavo di grosso. G. non ha mai avuto pietà della mia debolezza, anzi, l’ha sempre considerata una colpa imperdonabile e mi ha punita proprio perché mi servisse di lezione.

   

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G. ed io [pt.9]

Quel martedì infernale avevo lasciato G. nel treno per poi cercare quiete nel buio della mia stanza. Ricordo che quella notte ho dormito pochissimo e il giorno dopo la stanchezza mi si leggeva in faccia; quella che doveva essere una romantica fuga d’amore s’era trasformata in un disastro di proporzioni bibliche e non sapevo cosa fare per rimettere a posto le cose. Mercoledì non ho osato chiamarlo perché volevo dargli tregua, non rischiare di farlo sentire sotto pressione. Mi aveva detto che dovevo stare tranquilla e che mi avrebbe richiamata lui, ma tra la rabbia accesa e il senso di colpa che provavo, la tranquillità era un lusso che non mi potevo permettere. Continuavo a pensare che avevamo bisogno di parlare, che tutto il tempo passato ad evitare il problema fosse tempo perso, che il tempo perso non si recupera mai e io ne sapevo qualcosa, visto che avevo perso anni interi a guardare dall’esterno la mia vita che scorreva e nessuno me li avrebbe restituiti, nessuno mai. Non volevo perdere altro tempo, non volevo perdere altre opportunità. La verità è che, sotto la rabbia e sotto il senso di colpa, dentro di me avevo una quantità enorme di speranza e di amore, talmente enorme da portarmi a chiedermi “Sono davvero io?”
Sì, ero io, ero capace di sentire così tanto e mi confortava e scioccava insieme. Mi ero svegliata, finalmente, e amavo, amavo con tutta me stessa, così tanto che non potevo tenerlo per me. Mi aveva chiesto di aspettare, ma non potevo più farlo. Dovevo dirglielo, dovevo dirgli che era un peccato mortale sprecare tutto quell’amore. Due giorni dopo, di giovedì sera, ho bevuto qualche bicchiere di vino per trovare il coraggio di comporre il suo numero e alla fine l’ho fatto, l’ho chiamato a casa. Qualcun altro ha risposto e me lo sono fatto passare, credo di aver trattenuto il respiro per tutta la durata di quella telefonata, 37 secondi in cui ho fatto solo in tempo a dirgli: «Ciao. Stavi cenando?»
G: «Sì.»
A: «Ah…»
G: «Che ore sono?»
A: «Le 22:00»
G: «….»
A: «Ok, posso chiamarti dopo… Mangia con calma, ti chiamo dopo.» e ho attaccato.
Non sono riuscita a capire se gli aveva dato fastidio sentirmi oppure no, ma non ho fatto in tempo a chiedermelo che il mio telefono stava già squillando. Erano passati pochissimi, davvero pochissimi minuti, se non ricordo male tre o quattro… Mi sono detta che se mi richiamava così presto il motivo era evidente: anche lui voleva parlare con me. Credo.
La prima cosa che ho fatto è stata giustificarmi per la telefonata, come se fosse una cosa brutta, come se avessi disobbedito a un ordine divino e dovessi per questo cospargermi il capo di cenere.
A: «Senti… Lo so che dovevo… insomma… stare un po’ ferma, però… ho bevuto un po’ di vino rosso…»
Ho riso imbarazzata, mi sentivo minuscola.
A: «No, cioè, io… io vorrei sapere se possiamo vederci per parlare un po’, prima che torni a Roma.»
G: «Non ci torno più, a Roma.»
A: «Come, scusa?»
G. mi ha detto che era sua intenzione lasciare il tirocinio e che l’aveva deciso proprio quel martedì, quando eravamo sul tram per raggiungere la stazione. Non ho potuto fare a meno di pensare che dirlo in quel modo avesse l’unico scopo di farmi sentire in colpa, perché sul tram ce l’avevo fatto salire io. Con voce dimessa, ho cercato di fargli capire che sarebbe stato poco saggio rinunciare a quell’opportunità, che la seconda parte di quel benedetto tirocinio sarebbe durata solo tre settimane, dopodiché avrebbe potuto dedicarsi alla preparazione degli esami necessari per chiedere e ottenere il trasferimento a Napoli. Non poteva arrendersi a tanto così dal traguardo! Ma di cosa stavo parlando? Di scadenze, di attestati… Come potevo sperare che mi capisse? G. non ragionava per utilità e convenienza, G. non ragionava affatto. E soprattutto quando era in quello stato di abbandono, nessun discorso sensato l’avrebbe mai sfiorato, ma neanche di striscio. Quando era in quello stato agiva d’impulso e non considerava le conseguenze delle sue azioni, né quelle che riguardavano sé stesso, né quelle che riguardavano chi gli stava intorno. Quando era in quello stato avrebbe potuto vendere l’anima al diavolo per un solo bicchiere di vino; uno gli avrebbe detto: “Ti rendi conto di cosa hai fatto? Adesso brucerai all’inferno per l’eternità!” e lui avrebbe risposto: “Ma avevo la gola secca.”
Ho pensato che, finché era in quello stato, non aveva senso spiegargli quanto fosse stupida la sua decisione, in più all’inizio del tirocinio mancava ancora qualche giorno e sicuramente suo padre avrebbe avuto modo di farlo rinsavire. Mi sono concentrata quindi su di noi e sull’urgenza che avevo di parlargli di persona. G. mi ha detto che non sapeva quando ne avrebbe avuto voglia e allora gli ho detto che ne avevo davvero bisogno ma non è servito a fargli cambiare la risposta. Al che, dopo un sospiro amaro, mi è venuto da chiedergli cosa fossimo, come potessimo definirci, perché non era normale rimandare un incontro così importante come se non avessimo diritti e doveri in quanto coppia. Per tutta risposta, G. ha messo in discussione proprio il nostro essere una coppia.
A: «Be’… Non lo siamo?»
G: «Tu cosa pensi?»
A: «Io penso che nel momento in cui mi hai chiesto di diventare “la tua compagna di vita” e io ti ho detto di sì, sei diventato ufficialmente il mio ragazzo. Ti ho definito così davanti a tutti, tu stesso l’hai fatto! Quando passavano i tuoi amici e ti chiedevano con chi stessi parlando al telefono, tu rispondevi: “Con la mia ragazza.” Molto prima del 7 Gennaio. Poi quel giorno è arrivato, tu me l’hai chiesto davvero e io sono venuta a Roma per darti la mia risposta… Mi pare che in quel momento la cosa si è ufficializzata, no?»
G: «Sei venuta a Roma senza dirmelo.»
A: «Sì, sono venuta a Roma senza dirtelo. Non mi pare ti abbia dato fastidio.»
G: «Sì, perché non si fa.»
A: «Cosa non si fa? Non si fanno le sorprese?»
E lui ha detto qualcosa a proposito di una presunta mancanza di rispetto fatta ai danni di chi subisce la sorpresa senza poterci fare niente… Non ricordo le parole esatte, ma ricordo che sentirlo parlare in quel modo mi ha fatto rimanere a bocca aperta. Poi però l’ho trovato utile, perché mi è servito per capire che non era sincero. Non poteva crederci davvero, insomma… Se sminuiva persino quel ricordo, uno dei più belli che avevamo, era evidente che non stava parlando col cuore in mano, ma stava usando la testa, la parte malata della sua maledetta testa. La stessa parte che l’ha portato a ricordarmi, un attimo dopo, delle volte in cui mi ha chiesto di “lasciarlo stare”.
A: «Ma come faccio a lasciarti stare, se ti voglio bene?»
G: «…..»
A: «Mi dispiace il modo in cui mi stai parlando.»
G: «Eh… Ma è così. Dovrei mentirti, altrimenti. Secondo te va bene tra noi?»
A: «No, lo so che non va bene, però se ne può parlare da persone adulte. Si può capire perché non va bene e si può decidere cosa fare per farla andare bene, se si vuole che vada bene. Però… Mi parli con un tono che mi fa capire che non hai nemmeno voglia di provarci…»
G: «Ma io te l’ho detto molto tempo fa.»
Ancora. Ancora con questa storia. Non era la prima volta che mi ripeteva le parole che mi aveva detto quella sera, a piazza Bellini. I più attenti se ne ricorderanno, era una delle primissime sere che passavamo insieme dopo il suo ritorno e forse a causa dell’assenzio o forse della sua confusione, aveva manifestato l’intenzione di arrendersi prima ancora di cominciare. Mi aveva detto che la malattia di sua madre aveva fatto precipitare tutto, che “le cose sarebbero dovute essere diverse ma ormai era andata così e non aveva più la testa per rimediare”. Ecco, il discorso di piazza Bellini, quello che mi aveva fatto tremare la terra sotto i piedi per un attimo. Dopo quel discorso, però, quella notte stessa, era arrivato un messaggio romantico, il giorno dopo una telefonata dolcissima, nelle settimane a seguire baci, tanti baci, la sua promessa di “non lasciarmi più”, di “non perdermi più”, fatta sotto la pioggia scrosciante e ripetuta altre volte, e poi la Domanda, e la Risposta, e Roma… Tutti quei progetti, tutti quei sogni ad occhi aperti… C’ero anch’io mentre li facevamo e non me li ero scordati. Ero stanca di sentirgli rivangare sempre lo stesso brevissimo istante per usarlo come scusa, come se dopo quello non ci fosse stato nient’altro, lo trovavo estremamente vigliacco da parte sua.
G: «Ma io te l’ho detto molto tempo fa.»
A: «G, a parte che stiamo insieme da tre mesi e “molto tempo fa” è abbastanza strana come espressione. Comunque, non mi puoi dire che me l’hai detto molto tempo fa, tu non mi hai detto neanche una volta “non voglio stare con te”. Ok, forse io mi sono aggrappata a qualcosa che non c’era. Ma quante volte ti ho chiesto cos’avremmo dovuto fare con il nostro rapporto sempre in bilico e quante volte tu non mi hai risposto? Sei sempre rimasto in silenzio! Il silenzio non è una risposta! Quindi cos’è che mi hai detto, esattamente? Che non volevi continuare? No, io non te l’ho mai sentito dire apertamente. Anzi, mi chiamavi in continuazione e di tempo con me ne hai passato… Condividendo delle cose… Adesso me la rinfacci come se tu, dicendo quella frase, ti fossi messo al riparo da qualsiasi azione futura. Ma non è così che funziona, non è giusto. Allora tu la frase la dovevi continuare e dire: “Non c’ho la testa, quindi non ti voglio più vedere.” Ma siccome mi hai voluto vedere, siccome mi hai detto che mi amavi, siccome mi chiesto di stare insieme a te e l’hai fatto dopo piazza Bellini… In quel momento hai annullato automaticamente il discorso fatto in quel locale. Adesso non puoi tornare così indietro, non puoi cancellare tutto quello che è venuto dopo!»
G: «Ma che stai dicendo…»
A: «Tu onestamente, pensi di aver sbagliato a chiedermi di stare con te? Te ne sei pentito? Se tornassi indietro, non lo rifaresti?»
G: «Tu cosa pensi?»
A: «No, cosa pensi tu?! Io non mi pento di nulla. Certo, avrei potuto comportarmi in maniera diversa in alcune occasioni, ma non mi pento di averla vissuta intensamente. E ho ancora voglia di farlo, non ho dubbi, altrimenti non ti avrei chiamato, stasera. Io penso che stiamo ancora insieme e non ho voglia di pensarla diversamente. Mi dispiace di aver sbagliato tante volte, ma i miei sbagli sono frutto dell’inesperienza, dell’impazienza… Possiamo discutere dei miei sbagli e posso chiederti scusa mille volte, ma il problema è che tu non sei pronto a fare lo stesso e a riconoscere i tuoi. Piuttosto che metterti in discussione come persona, metti in discussione il nostro rapporto, perché è più semplice per te. Preferisci metterci una croce sopra e dire “ok, non è andata come doveva andare”, però ti stai arrendendo. Ti arrendi sempre con me e io so perché lo stai facendo adesso. Perché io in qualche modo ti costringo a fare i conti con te stesso, mentre tu vuoi circondarti di persone che ti assecondano. Io non voglio essere allontanata da te solo perché ti sembro scomoda, solo perché ti costringo a pensare!»
Era tutto molto vero e lui lo sapeva. Un paio di settimane prima era venuto a trovarmi e c’eravamo fermati sotto casa mia a parlare; avevo capito subito che c’era qualcosa di strano perché aveva iniziato a parlare di sé e lui non lo faceva mai. Mi ha raccontato tante cose, quella sera, parti della sua infanzia e della sua adolescenza che, conoscendolo, credevo che non avrei mai saputo, non dalla sua bocca, almeno. Io avevo ascoltato tutto con molta attenzione, a metà tra la curiosità morbosa e la gratitudine inespressa perché, porca miseria, mi stava parlando di sé! Spontaneamente! Senza che gli facessi domande! Voi non potete averne un’idea precisa ma vi giuro che quell’evento ha avuto dell’incredibile. Una delle cose più importanti che mi ha detto quella sera riguardava la mancanza di disciplina che ha contraddistinto la sua adolescenza. Mi ha spiegato che i suoi fratelli avevano sempre avuto regole ferree a cui obbedire mentre, non si capisce come mai, i suoi con lui erano sempre stati permissivi. Fin troppo. Non gli hanno mai messo paletti, non hanno mai discusso le sue scelte o il suo stile di vita, non gli hanno mai impedito niente e mentre lo ascoltavo pensavo che questo forse aveva contribuito a fargli assumere quell’atteggiamento pazzesco degli ultimi anni, quel comportamento volutamente autodistruttivo e contemporaneamente ingenuo e presuntuoso, come se nonostante tutto si fosse convinto di essere immortale. Quella sera non ho fatto commenti sui suoi genitori e sull’educazione che gli avevano impartito per due motivi. Il primo è che non ne avevo il diritto, il secondo è che avevo paura che se l’avessi interrotto anche solo per dire: “Capisco” lui avrebbe smesso di parlare. Ma quel giovedì, mentre gli stavo chiedendo di concederci una vera possibilità, davanti alla sua totale sfiducia, io non ho potuto più fingere di non essermi accorta del motivo per cui aveva deciso di fare a meno di me, proprio di me. Mi stavo avvicinando troppo e non c’era abituato. Negli ultimi tempi mi era capitato spesso di sbattergli in faccia i suoi errori senza molti giri di parole, perché credevo che vezzeggiarlo non fosse utile a nessuno, semmai controproducente. A volte ero stata brusca e deve essere stato difficile per lui sostenere quelle critiche aperte, considerato che era stato cresciuto a pane e sì e che nessuno gli aveva mai contestato nulla. La verità è che con la mia irruenza, con la mia maldestra impazienza e la sincerità brutale, lo stavo obbligando a guardarsi dentro senza che ne avesse gli strumenti ed era stato uno shock per lui. Le volte che restava senza parole perché non sapeva a cosa aggrapparsi per darmi torto, le volte che capiva che di torto non ne avevo, anzi… In quei momenti aveva provato rabbia verso di me perché la verità è che stavo capendo troppe cose e non poteva sopportarlo, soprattutto perché poi pretendevo di farle capire anche a lui e non era pronto. Lui non era ancora pronto.
A: «Quando eravamo ancora sul tram, martedì, tu hai detto: “Chi me l’ha fatto fare?”. Io ho capito subito, volevi dire “chi me l’ha fatto fare di ricontattarti?”. È vero?»
G. ha fatto un verso che significava “Sì”.
A: «Ok, chi te l’ha fatto fare? Te lo sei chiesto, mai ti sei anche risposto? Chi te l’ha fatto fare?»
G: «……….»
A: «Te l’ho chiesto io? No, l’hai deciso tu. E perché l’hai fatto?»
G: «Perché mi sembrava la cosa giusta.»
A: «Sulla base di cosa?»
G: «Di come sei fatta tu…»
A: «E come sono fatta, io?»
G: «Va be’… Lo sai… Per me non sei una come le altre…»
Se fino a quel momento avevo cercato di contenermi e di nascondere il mio stupido sentimentalismo da donnicciola, a quelle parole appena accennate non ce l’ho più fatta. Mi ha sentita palesemente commossa, è stato più forte di me.
A: «Ah, ok, mi fa piacere sentirtelo dire perché per come stavi parlando sembrava che… insomma… non avessi neanche più stima di me.»
G: «No, ma quando?»
A: «Be’, negli ultimi tempi… E soprattutto stasera… Ma non ne possiamo parlare di persona?»
G: «Perché?»
A: «Perché hai un tono un po’… rassegnato… Invece io sono piena, piena zeppa di speranza. Perché vedo qualcosa… in te e… in noi. Mi sembra di vedere il futuro, io… io vedo qualcosa. Non lo so, forse mi sto illudendo… Non lo so. Ma rispondi alla tua stessa domanda, chi te l’ha fatto fare?»
G: «L’istinto.»
A: «E non pensi che l’istinto vada seguito?»
G: «Sì, e l’ho fatto.»
A: «Però te lo sei chiesto tu, nel tram. Ti sei pentito di averlo fatto?»
G. non rispondeva.
A: «Dimmelo, ti sei pentito?»
Ho dovuto insistere molto, ma alla fine ha detto qualcosa, qualcosa di agghiacciante…
G: «Sì.»
Probabilmente in quel momento ho perso dieci anni di vita.
A: «Ti sei pentito?»
G: «Sì.»
A: «Quindi è tutto da buttare. Non c’è niente che si salvi…»
G: «No.»
A: «Niente?»
G: «No, niente.»
A: «Ci credi davvero?»
G. non ha più parlato per qualche minuto. Io mi sentivo improvvisamente senza forze. Con un filo di voce gli ho sussurrato una preghiera: «Rispondi…» e alla fine ha detto: «Non lo so.»
A: «Non lo sai?»
G: «…….»
A: «…….»
G: «Sì, si butta tutto.»
A: «………………»
Se avessi avuto un burrone a disposizione, quello sarebbe stato il momento giusto per gettarmici dentro. Mi sono presa qualche istante per urlare silenziosamente, ho stretto gli occhi e ho spalancato la bocca ma ho fatto in modo che non ne uscisse nessun suono. Ho avuto la distinta e spaventosamente realistica sensazione che il cuore si fosse spezzato in due e infatti mi sono piegata senza volerlo. Ho allontanato il telefono per essere certa che non mi sentisse morire, ma è quello che ho provato… In quel momento sono morta dentro.
Lui è stato zitto a lungo, poi mi ha chiesto, di nuovo: «Tu cosa ne pensi?»
Ho cercato di ricompormi e di modulare ancora una volta la voce, con un po’ di fortuna non avrebbe capito quanto a fondo mi aveva pugnalato.
A: «Io penso che ho investito moltissimo in questa storia. Penso che ho dato tutta me stessa. E non mi pento, perché trovavo e trovo ancora motivazioni molto forti. Mi dispiace che tu, invece, ti penta… Abbiamo avuto dei bei momenti. Mi dispiace che non te li ricordi e forse li ho vissuti da sola, non lo so…»
G: «Per me il periodo migliore è stato l’inizio, quando non stavamo ancora insieme, quando ti dovevo conquistare.»
A: «Ma se eri sempre annebbiato? Ci vedevamo pochissimo e poi non capivi neanche bene che stava succedendo!»
G: «È vero, non ero mai lucido, ma resta comunque il momento più bello, per me.»
A: «Come puoi dirlo? Prima avevi un sacco di schifezze nel sangue, non eri in te, vivevi in una bolla! Forse per te era meglio quello, ma era un’illusione. I tuoi stessi ricordi sono falsati, forse ricordi cose che hai sognato, che non sono mai successe…»
G: «Ma almeno sono ricordi felici.»
A: «E gli ultimi non lo sono? Ricordo che prima c’era un sacco di incertezza…»
Vi confesso che avevo avuto quella stessa idea per tutta la vita. Voi non sapete e neanche G. sapeva che io ho sempre pensato che la prima fase di un rapporto, quella in cui si dice e non si dice, si fa capire e non si fa capire, fosse la più divertente, che niente potesse battere in bellezza la sensuale ambiguità degli inizi di una storia. Questo perché non credevo nell’amore — non avendolo mai conosciuto davvero — ma solo nella fascinazione momentanea, qualcosa che era buona solo a sentirsi vivi per un giorno o due e che poi svaniva, lasciando tanto mal di testa. Le mie precedenti esperienze con l’amore erano equiparabili a delle sbronze colossali, quelle che al risveglio ti contorci e maledici la tua vita. E data la mia scarsa esperienza, non avevo proprio gli strumenti per stabilire cosa fosse “bello” o “migliore”. Tutto questo, prima di conoscere G. Dal momento in cui avevo abbassato la guardia e l’avevo fatto entrare davvero nella mia vita, io avevo cambiato idea. Tutte le rose rosse del mondo e tutti i sonetti di Shakespeare, tutte le scuse più originali trovate per sentirsi, tutta la finta nonchalance e tutte le tecniche più o meno scaltre di seduzione non erano nulla, nulla in confronto a quando l’avevo guardato dormire. Quello che lui non capiva — e che io non ho saputo spiegargli — è che l’inizio è stato divertente, sì, eccitante per alcuni versi, ma anche incerto e spesso frustrante. Io non mi fidavo di lui e lui non si fidava di me, c’erano così tanti discorsi in sospeso e ancora così tanto risentimento reciproco… No, ne ero sicura, io preferivo quello che era venuto dopo. La sensazione, seppur breve, di far parte di qualcosa di unico ma soprattutto reale. Svegliarmi la mattina e trovarlo ancora lì vicino a me, andare a lavoro tutti i giorni, affrontare il mondo anche quando non ne avevo voglia e sapere che comunque fosse andata l’avrei ritrovato la sera, all’altro capo del telefono, e che avrei ascoltato un po’ la sua voce, prima di mettermi a letto e riposare il corpo stanco. Sapere che in un punto preciso della città eterna c’era qualcuno che pensava a me e mi chiamava Cuora… Queste cose e altre ancora, io le ho preferite. Mi dispiaceva che volesse farle passare per dettagli insignificanti e forse persino noiosi, ma io le avevo adorate.
A: «Neanche adesso sei in te. E mi dispiace, perché non ti rendi conto di quello che di bello e buono c’è tra noi e, anzi, sei disposto a buttarlo via, dicendo “non si salva niente”, perché non sei lucido. Non vedi bene. E io potrei reagire d’istinto e rispondere stizzita, dirti “Va be’, credi che non si salva niente? Sì, forse hai ragione. Ok, stammi bene, ti saluto”. Potrei lasciarti prima che tu lasci me, potrei ritirarmi come ho sempre fatto. Ma non voglio più essere quella persona, la persona che lascia andare tutto per paura di non riuscire a trattenerlo, per paura di sporcarsi la faccia. Sai che c’è? C’è che io adesso voglio sporcarmi la faccia, le mani, io mi voglio immergere completamente nel fango se penso che ne valga la pena! Ho perso un sacco di opportunità, nella mia vita, per questa stupida paura, per far credere agli altri che non mi importasse nulla. Mi bastava alzare un po’ il mento, dire: “Be’, chissenefrega”, ma non era così, mi importava. E anche oggi, con te, mi importa! Quindi sono disposta a spendere ancora tanto tempo per cercare di farti capire che è uno spreco. È veramente uno spreco! Stai buttando all’aria qualcosa di molto prezioso, qualcosa che nessuno dei due ha mai avuto. Perché non lo vedi? Siamo legati. Non me lo invento, non puoi dire che è una mia fantasia. Noi siamo legati! Tu sei tornato dopo tre anni perché il tuo istinto ti diceva di farlo! E il tuo istinto era giusto perché siamo… Spiriti affini!»
Mentre dicevo queste cose avevo iniziato a piangere e non me n’ero neanche accorta.
A: «Ti capisco molto più di quanto facciano gli altri. A volte ti capisco meglio di quanto ti capisca tu e non vuoi ammetterlo! Se avessi soltanto un po’ di pazienza potresti stare bene, con te stesso e con me. Questo momento nero prima o poi finirà, in un modo o nell’altro, e alla fine potrai ritrovarti con le mani vuote o piene, dipende da quello che decidi stasera. Sappi che io ci credo, e sono disposta a restarti accanto per tutto il tempo che ti ci vuole ad aprire gli occhi. Ed è inutile che adesso fai lo sborone, “non si salva niente”, ma che dici? Anche tu sei stato bene con me, lo so. O forse hai finto per tutto il tempo e allora ti devono scritturare ad Hollywood, perché sarai il prossimo vincitore dell’oscar.»
G: «…Sì, ho finto tutto. Non sono mai stato bene, con te.»
A: «No, mi spiace, ma non me la dai a bere! Ho capito, stai cercando di allontanarmi perché così credi di salvarmi, ma non devi, non è il tuo compito! Ci penso io a me!»
G: «…….»
A: «Dici che non sei mai stato bene con me, ma io ti ho sentito ridere! E ti ho sentito stringermi forte! Me lo ricordo, tu mi stringevi forte. E ricordo anche le notti che mi hai chiesto di non riattaccare, perché non ti bastava e volevi parlarmi ancora. Ultimamente, quando stavi tornando a Napoli, mi hai chiamata dal treno e mi hai tenuta al telefono per tutto il viaggio. So che mi hai chiamata perché viaggiare ti stressa e volevi distrarti, ma potevi chiamare chiunque altro, tua sorella, tua madre, uno dei tuoi mille amici, potevi farti intrattenere da chiunque, ma hai scelto me. Tu hai chiamato me. Mi vuoi bene, lo so!»
G: «Sì, ti voglio bene. Per questo non voglio distruggere tutto.»
A: «Ma lo distruggi se te ne vai!»
G: «No… Lo distruggo se resto. E poi tu meriti di meglio. Tu puoi trovare una persona molto migliore di me e…»
A: «Oooh, perché adesso vuoi parlare di questo? Tu ti meriti, io mi merito, ma chissenefrega?»
G: «Tu sai che è sbagliato, eppure continui a volerlo…»
A: «Dici sempre che sono intransigente e che pretendo di decidere anche per te, ma è esattamente ciò che stai facendo tu adesso! Stai decidendo che merito di meglio, ma lascialo dire a me!»
G: «Ma è così.»
A: «Ma io non voglio il meglio, io voglio te! E tu non devi preoccuparti di questo, sarò io a fare i conti con le mie scelte. E se è vero che sono sbagliate, potrò prendermela solo con me stessa. Mi batterò il petto e dirò: “Oh, mi sono accontentata, avrei potuto avere di meglio. Stupida, stupida Ale!” Ma adesso non mi interessa, io so con chi voglio stare.»
Ero un fiume in piena e devo averlo travolto perché ad un certo punto mi ha chiesto di fermarmi, perché stava sentendo montare l’ansia. Non so cosa l’abbia provocata, forse la mia totale sincerità l’aveva fatto sentire in colpa perché non era capace di dimostrarla a sua volta, o forse avevo insistito troppo e si era sentito oppresso, non capivo ma a quel punto le mie domande dovevano aspettare, perché era già sull’orlo di un attacco di panico.
G: «Puoi chiamarmi dopo?»
A: «Sta’ tranquillo, prenditi tutto il tempo che ti serve. Respira…»
G: «No, ma forse dipende dal fatto che sono stanco… È tardi…»
A: «Ok… Adesso mettiti a letto, cerca di riposare.»
G: «Va bene.»
A: «Allora… Buonanotte…»
G: «Buonanotte.»
Quella notte la discussione si è interrotta bruscamente e non ho ottenuto le risposte che cercavo, ma non avrei dovuto attendere molto perché arrivassero.
Il giorno dopo ci siamo sentiti ma abbiamo chiacchierato del più e del meno perché non ho osato riaprire il discorso, memore della reazione di sole poche ore prima. G. ha preso la chitarra e mi ha coinvolto in una tanto divertente quanto inutile rievocazione di qualche pezzo di genere demenziale conosciuto da tutti i napoletani della mia generazione. G. faceva sempre così, si distraeva con qualsiasi cosa, qualsiasi pur di non pensare a ciò che era veramente importante. Io mi sono prestata perché l’ultima cosa che volevo era farlo sentire alle strette e così abbiamo cantato e riso un po’. Adesso che ci penso, quella è stata l’ultima volta che abbiamo riso insieme. Il giorno dopo i toni erano già tornati seri e io ho maledetto il mezzo attraverso cui stavamo affrontando un argomento così delicato. Un telefono, uno stupido telefono! Avrei pagato tutto l’oro del mondo per poterlo guardare negli occhi.
G: «Mi sento arrabbiato.»
A: «Perché?»
G: «Perché non sono riuscito a mantenere la stabilità. E tu l’hai affrontata nel modo sbagliato.»
A: «Il modo giusto era assecondarti?»
G: «Non lo so.»
“Il modo giusto”… Chissà qual era…
A: «Quello che hai detto giovedì… Che non sei mai stato bene con me e che avresti buttato tutto… Era vero?»
G: «No, non era vero. Ho un sacco di bei ricordi. Uno degli ultimi è la passeggiata al parco. Era bello, lì. Ricordi come mi chiamavi?»
A: «Mh-mh. Stupido G.»
G: «E io ti chiamavo…?»
A: «Stupida Là…»
G. ha sorriso… Ha sorriso e l’ho sentito, era un suono dolce e straziante allo stesso tempo.
A: «Allora non è vero che non salvi niente…»
G: «Non è vero.»
A: «E perché mi hai detto quelle cattiverie, l’altra sera, se non le pensavi?»
G: «Perché ti dovevo allontanare. Ma abbiamo avuto dei bei momenti, così come abbiamo avuto dei butti momenti…»
A: «Per esempio?»
G: «Per esempio a capodanno, che dovevamo passarlo insieme e poi alla fine non ci siamo visti…»
A: «Perché non mi hai chiamato, quella sera?»
G: «Non lo so.»
A: «È la tua risposta a tutto. “Non lo so”…»
Aveva una voce diversa da quella che gli avevo sentito le ultime volte, più delicata, più calda ma anche molto malinconica.
A: «C’è qualcosa che avrei dovuto fare e non ho fatto?»
G: «Ma no… È che io non sono mai stato sicuro.»
A: «Non ho capito… Non sei mai stato sicuro di voler stare con me?»
G: «Mh-mh.»
A: «E perché me l’hai chiesto?»
G: «Perché avevo paura di perderti.»
A: «Cosa?!»
G: «Sì, mi sono detto “vado a vivere a Roma e non mi penserà più, si dimenticherà di me”…»
A: «L’hai temuto davvero?!»
G: «Sì.»
In realtà non aveva molto senso. Se hai paura di perdere una persona è perché ci tieni. Se ci tieni, le chiedi di stare con te. Non capivo bene la sua distinzione tra la Domanda e la sua volontà di non perdermi perché per me erano una la conseguenza dell’altra. Comunque non ho fatto in tempo a ragionarci su che un secondo dopo si era già contraddetto. Se leggendo quanto viene adesso vi sentirete confusi, sappiate che io mi sentivo così il 90% del tempo.
A: «Aspetta, sul serio. Tu hai mai avuto paura di perdermi?»
G: «No. A volte sembravi più fredda, ma no.»
A: «Per esempio quando?»
G: «Ma anche quando ti ho portato la rosa…»
A: «Lo sapevo!» Ho detto sorridendo. «Quanto ci sei rimasto male che non ho fatto i salti di gioia?!»
G: «Ma niente.»
A: «Naaaa, secondo me parecchio.» E poi, seriamente: «In quel periodo ero molto bloccata… Adesso per un gesto del genere pagherei…»
“Già… Adesso saprei come reagire… Portami una rosa, ti prego… Una rosa bianca…”
A: «Ma quindi tu sai essere romantico. È solo che scegli di non esserlo, ma sai come si fa.»
G: «Sì.»
A: «Mh…. Be’… Mi sarebbe piaciuto conoscere quel G.»
G: «…..»
A: «Vorrei tanto ricominciare… Ma proprio daccapo. Ci pensi, potremmo vederci tra una settimana e fingere che sia la prima volta dopo anni. Potresti chiamarmi il giorno prima e dire: “Ti ricordi di me? Sono G.” e io: “Ah. Hai ancora il mio numero?” e tu: “Sì…” e io “E che mi chiami a fare?” e tu: “Ti vorrei vedere… Ti vorrei parlare…” e io: “Ah, sì? Dopo tutto questo tempo?” …Capito? Ricominciare daccapo. Hai detto che secondo te la fase più bella è stata l’inizio, quando mi dovevi convincere. Pensaci, potremmo avere di nuovo tutto questo! Una nuova prima telefonata, un nuovo primo incontro chiarificatore, un nuovo primo appuntamento e chissà quanti altri appuntamenti prima del nuovo primo bacio… Io adoro le prime volte. Capisci la fortuna di poterle riavere tutte?»
Stavo fantasticando a voce alta, ovviamente era assurdo, ma mentre gli descrivevo la scena quasi speravo che mi dicesse: “Sai che c’è? Mi piace. E voglio proprio farlo! Ricominciare daccapo… Stavolta giuro che sarò diverso. Mi impegnerò, te lo prometto.” …Ma non è successo.
G: «Io non ti ho mai detto alcune cose davvero importanti.»
A: «Perché?»
G: «Ho sempre avuto paura di parlare con te.»
A: «…Perché?»
G: «Perché ho un brutto ricordo di te, che risale a quattro anni fa.»
Erano già diventati quattro…
G: «Per questo non ti dicevo quasi niente.»
Mi ha fatto male constatare che mesi di frequentazione non erano bastati a fargli scordare le cose brutte di quattro anni prima. Che tutto quello che gli avevo dimostrato non significava niente, per lui, e forse neanche lo ricordava. G. aveva una memoria pessima e tendeva a mescolare i suoi ricordi, che già erano fumosi per conto loro, senza rispetto per la cronologia. Io invece conservavo fin troppa linearità e per questo — adesso lo so — non parlavamo quasi mai delle stesse cose. Purtroppo o per fortuna, io ricordavo molto bene com’era andata, mi aveva chiesto di dimenticare e andare avanti e all’inizio avevo fatto molta fatica, ma poi in qualche modo ci ero riuscita. Non gli chiedevo più di X, avevo rimosso quasi completamente il ricordo di M… Perché non è riuscito a fare altrettanto?
A: «Avresti dovuto tirare fuori tutto, G. Molta confusione si sarebbe evitata, se avessi detto quello che pensavi. Tante lacrime, tanti litigi sono stati i frutti della mancanza di comunicazione. Dovevi parlare, con me. Ti avrei capito di più e mi avresti dato la possibilità di dimostrarti che sbagliavi a pensar male di me. Provaci adesso, però. Parla adesso.»
G: «Che vuoi sapere?»
A: «Se io andassi via… Ti mancherei?»
G: «Che domanda…»
A: «Sul serio, prova a pensarci. Ti mancherei?»
Era stato tranquillo fino a quel momento, ma a quella domanda, all’improvviso, G. ha cominciato a manifestare segni di stress. Non voleva rispondere, io ho insistito.
G: «…No, dai…»
A: «Ti prego. Dimmelo.»
G: «Ma a che serve?»
A: «A farmi pensare che non è stato tutto inutile, che ti ho trasmesso qualcosa.»
G: «………»
A: «Ti mancherei?»
G: «….Sì.»
A: «Cosa ti mancherebbe?»
G: «Ale…»
A: «Cosa ti mancherebbe?»
G: «…Il tuo modo di amarmi… E il tuo modo di guardarmi… Nessuno mi ha mai guardato come te…. I tuoi bigliettini… La tua freddezza finta… Il fatto che ti preoccupi troppo… Il tuo modo di stringermi… Basta, non voglio continuare.»
A: «Perché?»
G: «Non voglio. Basta!»
Non ci riusciva proprio. Era più forte di lui. Continuava a censurare la parte migliore di sé e non capiva quanto fosse inutile e stupido. Lui mi voleva bene ma preferiva fingere che non fosse così. Mi tornavano sempre in mente le parole di sua madre…
«Si comporta così perché crede di non poterti dare nulla. Si sente in colpa.»
“Nulla… Crede di non potermi dare nulla… Ma io non voglio nulla, solo sentirgli dire che mi ama. Voglio solo questo.”
Forse sua madre aveva ragione o forse no e vorrei dire che col tempo l’ho capito, ma la triste verità è che è rimasto un punto interrogativo e probabilmente così resterà in eterno. Io ero lì che me lo chiedevo, era la domanda attorno cui girava tutta la mia vita, eppure qualche ora dopo è successa una cosa che mi ha costretto a mettere in pausa quei pensieri e sostituirli con tanta gioia e speranza. Domenica 27 aprile, alle 23:43 il mio cellulare ha vibrato. Era G. che mi chiedeva se potesse passare a trovarmi. Probabilmente era già in viaggio mentre io, al contrario, ero già a letto. Con la voce assonnata gli ho dato l’ok e poi mi sono alzata per infilarmi qualcosa, la prima cosa che ho trovato e rendermi presentabile. Poco più di venti minuti dopo era già sotto casa mia. Gli ho chiesto a cosa dovessi l’onore e lui sorrideva. Era tutto in tiro, aveva un aspetto elegante, avendo abbandonato le solite sneakers per un paio di scarpe da adulto che non gli avevo mai visto. Aveva persino la giacca e al posto dei capelli spettinati che tanto amavo c’era una capigliatura perfetta, precisa, scolpita. Mi ha fatto strano vederlo in quel modo, voglio dire, lui è bello davvero e sta bene con qualsiasi cosa, ma era così diverso da come l’avevo sempre visto. Mi sono accorta, però, che la cosa più insolita che aveva, in quel momento, era l’espressione distesa. Sorrideva sinceramente, sembrava felice e non capitava da tanto. Mi ha baciata! Anche questo non capitava da tanto! Mi ha baciata di sua spontanea volontà, e tante, tante volte, così tante che ho perso il conto. Non che le stessi contando, ovviamente. È un modo di dire, tra l’altro ero così piacevolmente intontita che neanche avrei saputo farlo. Mi ha afferrato il viso con una mano, al di sotto del mento e mentre sorrideva mi dava tanti bacini a raffica, è stato dolce e strano allo stesso tempo, mi girava la testa. Lì per lì non ci ho fatto caso ma era la prima volta che ci vedevamo dopo quel martedì orribile a Roma e sebbene fossero passati solo cinque giorni, sembrava un sacco di tempo. Ho dovuto insistere per sapere il motivo di quel cambio radicale di umore ma alla fine me l’ha detto: il tumore di sua madre era in regressione! Quando me l’ha detto non ci potevo credere! Mi ha raccontato che l’aveva saputo quella sera stessa, che era appena stata dal dottore e aveva portato con sé quella bella notizia. Ero pazza di gioia! Per lei, per la sua famiglia, per l’effetto che la rinnovata speranza aveva sull’umore del mio G. e anche perché si era precipitato a rendermi partecipe di quella speranza. Mi aveva detto che era uscito poco dopo averlo saputo e non ho potuto fare a meno di trovare in questa tempestività una conferma ad alcuni dei miei dubbi.
“Mi vuole bene! Sono la prima persona a cui l’ha detto. È mezzanotte passata e lui è qui con me, a dirmelo e a baciarmi… Mi vuole bene.”
Oh, che bell’effetto gli faceva la felicità. Era splendido, una visione. Quella sera ha irradiato di nuovo la sua luce, quella di cui mi ero innamorata quattro anni prima e che negli ultimi mesi non avevo più visto. Quella luce mi ha investito ancora una volta e io mi sono lasciata scaldare, sperando con tutte le mie forze che non si spegnesse mai più. Era così tanta che sembrava mezzogiorno, non mezzanotte! Avreste dovuto esserci per capire, era magnifica… Ma era anche l’ultima volta che la vedevo e non ne avevo idea. Un breve tuffo nel passato durato un paio d’ore, forse meno. Poi sorridendo ci siamo dati la buonanotte e ognuno è tornato a casa sua, nel suo letto. Il giorno dopo sorridevo ancora, ma non sapevo che lui aveva già smesso. Mi ero illusa che bastasse quella notizia a farlo uscire dal letargo in cui era, ma ero stata superficiale, ancora una volta.
Quel lunedì l’ho chiamato ma non mi ha risposto. Volevo solo parlarci un po’ prima di andare a dormire e mi è sembrato strano che non rispondesse. O meglio, strano dopo quello che era successo. Non era mica la prima volta che telefonavo a vuoto, di solito aveva il cellulare in modalità silenziosa e non s’accorgeva nemmeno che stava squillando, nelle ultime settimane non rispondeva semplicemente perché dormiva… Ormai c’ero abituata e infatti provavo sempre tre o quattro volte prima di preoccuparmi, ma quel lunedì ci ho provato solo due volte e poi basta perché ho pensato che forse stava passando una serata in famiglia e non volevo intromettermi. Avrebbe trovato le chiamate perse sul display del suo cellulare e mi avrebbe richiamato una volta trovato il tempo. Non c’era niente di cui preoccuparsi, no? Solo la notte prima era venuto da me sorridendo… Stava bene, per forza.
Il giorno dopo, martedì, ho provato a chiamarlo più volte, ma ancora niente. Alla fine ho messo da parte la resistenza e ho optato per il numero di casa. Ha risposto sua madre, mi ha detto che stava dormendo e così ci siamo messe a parlare tra di noi. Mi ha chiesto come lo trovassi, io le ho risposto che l’ultima volta l’avevo visto felice e ci siamo trovate d’accordo sulla possibile causa, ovvero la bella notizia appena ricevuta. Poi però la signora A. mi ha rivelato che c’aveva messo troppo poco ad incupirsi di nuovo. Ha detto che era sprofondato di nuovo nell’apatia e che lei era molto preoccupata. Aveva intenzione di spingerlo a curarsi, voleva prenotare una visita con uno psichiatra/neurologo e non ho mai capito se fosse lo stesso che gli aveva già prescritto i farmaci e che non l’aveva più incontrato o un altro. Mi ha chiesto come si comportava con me e le ho dovuto dire del rapporto altalenante che avevamo e della sua assenza quasi costante, dopodiché mi ha ringraziato ancora per la pazienza che stavo dimostrando e per l’affetto e la cura che gli dedicavo. Ogni volta che parlavo con uno dei suoi familiari veniva giù una cascata di complimenti e di ringraziamenti, talmente tanti che quasi mi sentivo a disagio. Quel pomeriggio la madre di G. mi ha detto che sentiva quanto fossi una brava ragazza, che si fidava di me ma che aveva un consiglio da darmi. Quello di lasciargli spazio. Molto spazio. Ho ascoltato quel consiglio con leggerezza, consciamente o no non avevo molta voglia di seguirlo. Ma col passare delle ore deve avermi condizionato nel profondo, anche se non me ne sono resa conto. Forse durante il tempo che ho passato a mangiare caramelle alla frutta e a far rimbalzare una pallina contro il muro, quel consiglio stava mettendo radici… Mi sono messa a pensare a tutto e a niente, mentre la pallina rimbalzava e poi tornava nella mia mano… A tutto e a niente, così per ore, all’improvviso non c’era più luce e solo allora mi sono accorta che era già sera. Mia madre è entrata in camera per dirmi che la cena era pronta, io l’ho seguita e mi sono unita agli altri, dopodiché ho pensato fosse arrivato il momento di riprovarci. Mi sono chiusa di nuovo in camera e l’ho richiamato e G. stavolta ha risposto. Abbiamo oscillato tra il serio e il faceto per un po’, poi gli ho chiesto se avesse voglia di fare qualcosa, quella sera, il giorno dopo, quando voleva, mi bastava che ci vedessimo per fare qualcosa. Lui aveva ricominciato a parlare per monosillabi e il più gettonato era sempre quello, “no”. Ho capito subito che sua madre aveva usato il termine giusto, “apatia”; era di nuovo lì, non era mai svanita. Gli ho raccontato il pomeriggio noioso che avevo appena vissuto e G. mi ha detto che sapeva quanto quella vita mi stesse stretta. Io non l’ho negato.
A: «Lo so che tu adesso sei in una fase di morte apparente, ma io l’ho già vissuta e so quanto è inutile. Adesso ho solo voglia di vivere…»
G: «Vai, vai.»
Proprio così, mi ha risposto “Vai”. Ha detto che lui sarebbe stato contento di sapermi libera, mi ha letteralmente spinto a vivere una vita che non lo includeva. Io lo ascoltavo a bocca aperta e mi chiedevo se fosse un’altra delle sue recite pseudo-altruiste o se stesse parlando sul serio.
G: «Tu vuoi perdere il controllo.»
A: «Sì!» ho detto, sospirando profondamente.
“Ecco, mi ha capita. Ha detto poche parole ma ha centrato il punto alla perfezione, è esattamente quello che voglio, perdere questo maledetto controllo. Ma voglio farlo con lui, con lui e nessun altro.”
A: «Una volta Paolo mi ha detto che sono come un fiume in piena. Non vuoi essere lì quando strariperò e romperò gli argini?»
G: «Devi farlo. E quando succederà tutti dovranno vederlo, non solo io.»
A: «Lo sai chi si è rifatto vivo? D.»
D. è quel ragazzo carino e perfetto che mi aveva corteggiato così bene quattro anni fa, proprio poco prima che io mi innamorassi di G. Era stato per G. che avevo interrotto quel rapporto e non mi ero mai pentita di averlo fatto. D. era perfetto, è vero, ma G. era la mia anima gemella e mi è sempre stato molto chiaro eppure G. aveva sempre avuto il dubbio che io ci pensassi ancora. Una volta, in inverno, stavamo chiacchierando tranquillamente di questo e quello e non ricordo neanche più come, ma è saltato fuori D. e il bel ricordo che avevo di lui. Non mi è sembrato di fare proprio niente di male, in fondo ho detto solo che, al contrario degli altri idioti e bugiardi che avevo incontrato, D. era l’unico che mi aveva trattata con rispetto e per questo si era guadagnato la mia stima. Tutto qui, una semplice osservazione sulla sua correttezza, non era certo una dichiarazione d’amore! Ma G. quella sera ha reagito male e ha messo il muso. Era la prima volta che manifestava gelosia nei miei confronti e mi ha stupito e divertito insieme. G. si sentiva inferiore a D. perché ne aveva visto le foto su Facebook e si era reso conto che era davvero un bel ragazzo — E allora? Per me G. è sempre stato più bello di chiunque altro e se non ci credete sono pronta a giurarlo su mia madre. — e poi si sentiva in difetto perché sapeva di non aver fatto neanche la metà delle cose che D. aveva fatto per me e perché ai miei occhi quest’ultimo era l’emblema del gentiluomo e del fascinoso conquistatore… — E allora? G. aveva così tanta influenza su di me che mi bastava sentire Enola Gay per sorridere senza un motivo. — Insomma, per queste ragioni o per altre, D. gli stava sulle palle e quella sera l’aveva espresso abbastanza chiaramente. Ammetto che quando mi sono trovata davanti a quella reazione ho sentito la tentazione di giocarci, giusto per vedere che effetto faceva, sapete, nessuno mi aveva mai fatto una scenata di gelosia. È durata poco, però, perché poi mi ha fatto tenerezza e ho deciso di rassicurarlo. Non aveva motivo di sentirsi minacciato da D. perché avrei sempre scelto lui, sempre. G. ha fatto un po’ l’offeso, poi è diventato acido, poi si è calmato e non ne abbiamo più parlato, ma resta il fatto che D. sia stato l’unico ad averlo messo in crisi e quella sera di fine Aprile io ho deciso di giocarmi quella carta. Era vero, D. si era fatto vivo spesso, durante quei quattro anni. Ogni tanto mi aveva ricontattato e mi aveva chiesto di uscire ma nel pieno della fase depressiva in cui ero non avrei mai potuto alzarmi dal letto per uscire, né con D. né con nessun altro. Ma D. non si era mai arreso e incassato un no faceva passare un po’ di tempo e poi ci riprovava. Magari G. avesse avuto anche solo un decimo della costanza di D… Ad ogni modo, era qualche mese che non lo sentivo e all’improvviso D. era tornato all’attacco. Non aveva mie notizie da un bel po’ e non poteva sapere niente della mia situazione sentimentale. Io gli avevo risposto in maniera amichevole ma non avevo fornito nessuno dettaglio utile, così mi aveva chiesto ancora una volta di uscire. Forse avrei dovuto evitarlo o forse no, ma quella sera G. mi stava lasciando andare e io ho pensato di fargli sapere che c’era già qualcuno disposto a prendermi.
A: «Lo sai chi si è rifatto vivo? D.»
G: «….Ah, sì?»
A: «Sì. Mi ha chiesto di andare a prendere una birra insieme.»
G: «Be’…. Dovresti accettare.»
A: «Dovrei andare a bere una birra con D.??»
G: «Sì, perché, che male c’è?»
Non era esattamente la reazione che mi aspettavo.
A: «Voglio dire… Sarebbe strano…»
G: «Non è vero. Dovresti farlo, dovresti vivere il tipo di vita che adesso ti attira. Tu non sei così, non sei fatta per mangiare caramelle a casa. Tu vuoi vivere. Fallo, vola. Credi che non ti saprei riprendere?»
A: «Prego?!?»
Ha detto proprio così! E l’ha anche ripetuto. Per un attimo mi sono sentita offesa ma poi ho capito che era la normale conseguenza della mia sincerità ad ogni costo. Avevo reso fin troppo chiaro, nei mesi passati insieme, che amavo lui e lui soltanto, che nessuno avrebbe retto il confronto eccetera eccetera. A quel punto il mio avvertimento più o meno velato non avrebbe più sortito neanche un pizzico di gelosia. Forse aveva sempre avuto ragione lui, forse le persone misteriose sono più interessanti.
A: «Ti ricordi come sono quando rido davvero?»
G: «Sì.»
A: «E se fosse qualcun altro a farmi ridere così?»
G: «……Be’…..»
A: «Ti ricordi come sono quando dormo?»
G: «Sì.»
A: «E se mi trovassi in intimità con qualcun altro, talmente tanta da dormirci insieme? Che poi è la cosa più intima che c’è… Tu riesci ad immaginarmi tra le braccia di D. o di qualcun altro?»
G: «No.»
Ecco. Non ci riusciva nemmeno. Non era minimamente preoccupato di essere tradito, perché sapeva fin troppo bene quanto rispetto avessi per lui. Quanto ero noiosa, da uno a dieci?
Mentre pensavo a questo, G. aveva preso la chitarra e avevo cominciato a toccarne le corde, senza impegno, senza un filo logico. Però tra diversi suoni a caso, ad un certo punto ho riconosciuto un motivo che mi ha riportato indietro nel tempo. Inizialmente non capivo cosa fosse, sapevo solo che l’avevo già sentito, anche se non ricordavo dove o quando… Ho dovuto concentrarmi un attimo ma poi ho capito. Era la mia canzone! Era la canzone che aveva iniziato a scrivere per me nell’autunno del 2010 e che non aveva mai terminato. Mi aveva suonato e cantato l’inizio, solo l’inizio, proprio dopo avermi detto che si era messo insieme a X.
G: «Ho scritto una canzone per te, ma non l’ho finita. E non credo che la finirò.»
Negli anni ho desiderato così tante volte di poterla ascoltare, anche se non ne ricordavo già più neanche una nota… Quel martedì di fine Aprile, G. mi ha suonato e cantato la stessa parte che avevo ascoltato quell’unica volta e col senno di poi non vedo molte differenze tra il modo in cui era finita quella telefonata e il modo in cui stava per finire quest’altra.
A: «G, che vogliamo fare?»
G: «In che senso?»
A: «Di noi.»
Non mi ha risposto, ha ignorato la mia domanda come se non l’avesse neanche sentita e ha preferito continuare a pizzicare le corde della sua chitarra. Siamo stati in silenzio a lungo, dopo non so quanto mi ha chiesto: «Sei ancora lì?»
Io mi stavo guardando gli occhi nello schermo nero del cellulare e li ho visti spenti, inespressivi.
A: «G, se mi ammalo di nuovo, tu che fai?»
G: «Ma perché, ti vuoi ammalare?»
A: «Nessuno vuole ammalarsi.»
G: «Ma perché dovresti?»
A: «Perché amo una persona che non mi ricambia.»
G: «Ma l’hai sempre saputo.»
A: «Buonanotte.»
Click.
Proprio così, dalla sua risposta infelice al mio buonanotte è passato solo mezzo secondo e da quello al click del telefono è passato ancor meno. Ero stanca, quella sera, e quella risposta mi aveva fatto sentire giudicata. Stava sottolineando quanto ero stata ingenua ad illudermi di poter essere amata e quanto stupida ero stata a fingere di non aver capito, quando l’avevo capito. Per questo ho interrotto bruscamente quella conversazione, perché ne avevo abbastanza di sentirmi piccola e umiliata. Tempo due minuti e ha provato a richiamarmi, prima sul cellulare e poi a casa.
A: «Che c’è? Perché mi richiami?»
G: «Perché ti richiamo? Ti richiamo perché ti voglio.»
A: «Tu non mi vuoi. Altrimenti saresti qui, ora. Altrimenti quando mi vedi piangere avresti voglia di abbracciarmi. Tu non mi vuoi. Quindi cosa vuoi?»
G: «Sono confuso. Non ti voglio perdere, ma non posso neanche continuare. L’ho sempre detto che non ti fa bene stare con me e al momento neanche a me fa bene stare con te.»
A: «Ok, quindi perché mi richiami se attacco?»
G: «Perché quando vai via ti cerco io…»
A: «Ok, allora è un capriccio.»
Di colpo mi era venuta una voce insolitamente risoluta e questo deve averlo messo in allarme.
G: «Che vogliamo fare?»
Adesso era lui che lo chiedeva a me, dopo che non aveva mai voluto rispondere a quella stessa domanda. Forse mi stava prendendo in giro, forse stava giocando di nuovo con la mia testa.
A: «Ci ho provato tanto, G. Ci ho provato davvero. Non so più che fare. Tu cosa vuoi?»
G: «Voglio restare così, nel mezzo.»
A: «Nel mezzo? Ma non si può stare insieme così.»
G: «Ma perché, stiamo insieme?»
Di nuovo… Di nuovo quella risposta. “Ok, G. Come vuoi tu.”
A: «Forse no. Forse non stiamo più insieme da un po’.»
G: «Eh, ok. Stabiliamo una data.»
La sua voce mi metteva rabbia e tristezza insieme, ma non ho urlato e non ho pianto.
A: «Forse mi hai lasciato il 7 Febbraio. Da lì in poi ci siamo solo trascinati.»
G. ha fatto un verso di approvazione che mi ha fatto male. Forse era vero, forse la nostra storia era stata tutto frutto della mia immaginazione. Non ce l’ho più fatta a far finta di niente. Lo sconforto era troppo e mi sono vista dal di fuori, arrampicarmi su specchi troppo scivolosi… Erano mesi che provavo a salire e non facevo che scendere sempre più giù. Quanto gli ero sembrata ridicola? Quanta pena aveva provato davanti alla mia cieca insistenza? Non gli avrei mai più dato modo di provare pena per me. Lo spettacolo grottesco che avevo dato fino a quel momento era finito. Niente più pietà, niente più risate.
A: «Un mese. Siamo durati un mese. Pensavo di più. Peccato.»
A quel punto lui si è ammutolito, l’arroganza mostrata solo pochi secondi prima aveva lasciato il posto a tanto silenzio.
A: «Che dire? Mi dispiace. Ho fatto tutto quello che potevo. Qualche tempo fa mi sarei arrabbiata, ti avrei detto che non avresti dovuto incasinarmi il cervello dopo tre anni solo per un capriccio, che non ne avevi il diritto e cose del genere. Adesso ti dico che sono contenta comunque. Sono contenta che tu sia tornato. Gran parte del dolore provato in questi anni risiedeva nel fatto che non avevo mai avuto un confronto con te, che non ti avevo mai detto delle cose… Però in questi mesi almeno ci siamo confrontati, ci siamo chiariti… Ci ho provato. Tu non ci hai provato davvero, ma io sì. Non mi pento di niente. Mi dispiace solo che sono successe delle cose… per me molto importanti… e che per te non lo sono state, ma non mi pento. Non ti odio. Spero davvero che tu stia meglio, che tua madre si riprenda…»
G: «………….»
A: «Non parli?»
G: «Se non parlo sono onesto, almeno.»
A: «Quello che hai appena detto non significa niente. Che ore sono? Mezzanotte e mezza del 30 Aprile 2014. Volevi una data… Eccola.»
Silenzio.
A: «Che c’è, perché non parli? Non volevi questo? Non volevi stare da solo?»
G: «Non me l’aspettavo, non così.»
A: «Ti aspettavi urla e pianti… Non certo questa lucida presa di coscienza.»
G: «No.»
A: «Io non l’avrei mai fatto. Mi ci hai portato tu, e lo sai. Io volevo solo stare con te, ma non posso obbligarti a stare con me se non vuoi.»
Silenzio, ancora silenzio.
A: «Insomma, sei contento? La sto chiudendo io… Non hai dovuto dire niente, ho fatto tutto io.»
G: «Hai sempre fatto tutto tu.»
A: «Lo so. Be’… Allora? Ti senti sollevato?»
G: «No. Non sento niente. Sono confuso, non so quello che voglio.»
Poche parole e poi è ripiombato il silenzio e pesava come un macigno. Sentivo che era la fine e che non sarei sopravvissuta se avessi attaccato. Lui non mi aiutava, stava zitto e ha lasciato a me il compito ingrato di porre fine alla conversazione, come se non bastasse aver dovuto porre fine a una storia che fosse stato per me sarebbe durata per sempre. È stato immaturo e debole fino alla fine, quindi ho dovuto spingerlo anche a salutarmi.
A: «Comunque… Non so più che dire. Almeno mi dai la buonanotte?»
Per un attimo ho sperato con tutta me stessa che si rifiutasse, che capisse che finché eravamo al telefono non si poteva dire chiusa del tutto. Ho desiderato ardentemente che alzasse la voce all’improvviso, che si mostrasse uomo e risoluto, che mi dicesse: “No, non sono d’accordo. Non te la do, la buonanotte, voglio parlarne ancora. Non voglio lasciarti e non voglio che tu lasci me!” …Ma non ha detto niente di tutto questo. Ha bisbigliato un timido e rassegnato «Buonanotte…» e io ho perso tutta la speranza. Ero così stanca…
A: «Ciao, buonanotte.» e ho messo giù.
Mi sono stesa sotto le coperte, ma in quel letto c’era solo il mio corpo, la mente era lontana. Era andata a rivedere le scene della storia che si era appena chiusa e le ultime erano tutte uguali… Io che provavo ad abbracciarlo, lui che non me lo permetteva… Io che provavo a parlargli, lui che si chiudeva a riccio, gli attacchi di panico… Per mesi io ero stata l’unica ad affannarsi, l’unica che aveva provato a costruire qualcosa. Ogni giorno avevo messo insieme i soliti mattoni nel solito punto e ogni sera lui era venuto con la sua crudelissima palla da demolizione a buttare tutto giù. Non potevo più lasciare che continuasse a demolire, a demolire… Perché era vero, era proprio un peccato mortale sprecare tutto quell’amore.
Una mia amica una volta mi ha detto che era stanca di ascoltarmi mentre giustificavo qualunque suo errore.
M: «Ogni volta che ti faccio notare le sue mancanze nei tuoi confronti, tu mi rispondi che non è in sé perché è malato. Basta! Questa storia fa comodo a sua madre, perché così trova una giustificazione al fatto che il suo bambino non va neanche a trovarla, pur sapendo che sta male per via delle chemio. Fa comodo a suo padre, così evita il senso di colpa per non aver saputo crescere suo figlio. E fa comodo pure a te, perché così fingi di non vedere che non ti ama e non ti vuole. Ecco, fa comodo a tutti.»
Quando l’ha detto, ho pensato che fosse la considerazione più cinica e fredda che avessi mai sentito. Non contemplava vie di mezzo e non teneva conto dei dettagli, di quei piccoli, adorabili dettagli che solo io avevo visto, e neanche delle umane contraddizioni, quelle che rendono per forza tutto più complesso e non certo per cattiveria. Il suo ragionamento tralasciava troppe cose e per questo, sul momento, mi era sembrato incompleto, poco attendibile. Ma vi confesso che non ho mai speso troppo tempo a riflettere davvero su quelle parole, con lucidità e con distacco, né per smentirle né per confermarle. E anche adesso, ve le trascrivo così, come sono state pronunciate, ma potete star certi che dopo aver messo l’ultimo punto a questo post me le scorderò un’altra volta. Non ho mai voluto sapere se M. avesse ragione o no, non ero pronta allora e non lo sono oggi. È troppo per me, sto ancora metabolizzando ciò che è successo la notte del 30 Aprile e quello che è successo dopo. Sì, perché c’è un dopo. Sarebbe dovuta finire lì, lo so, ma purtroppo al peggio non c’è mai fine e io sono famosa per l’odio che provo verso me stessa. Io, quando tocco il fondo, non mi accontento e inizio a scavare.

   

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