Io e G. avevamo rotto. Da quella sera erano passati cinque giorni, cinque giorni in cui nessuno dei due aveva fatto un passo, cinque giorni in cui mi era mancato più di qualsiasi altra cosa o persona al mondo. Cominciavo a mostrare segni di ripensamento, ho avuto paura di aver fatto il passo più lungo della gamba. Certo, avevo avuto il coraggio di mettere la parola fine e questo forse mi aveva fatta apparire come una donna risoluta, le mie amiche si congratulavano con me per la forza d’animo dimostrata ma la verità è che dentro ero terrorizzata al pensiero di averlo perso per sempre. Mi dicevano che avevo fatto bene, che era l’unica cosa giusta da fare ma io pensavo solo che avevo ceduto e non era quello che gli avevo promesso. Io gli avevo promesso che avrei avuto pazienza, che mi sarei impegnata con tutta me stessa e che gli sarei stata sempre vicino. Avevo detto che gli avrei dimostrato cosa significasse tenere davvero a qualcuno, e poi? Mi ero arresa così facilmente. Adesso, voi avete letto quello che ho scritto, che è gran parte della storia, e sapete quanti rospi ho dovuto ingoiare dal suo inizio fino alla notte del 30 Aprile. Probabilmente state pensando che non mi sono proprio “arresa facilmente”, che avrei dovuto chiudere anche prima, che avevo resistito fin troppo e pochi al posto mio l’avrebbero fatto. Anche io, se rileggo tutto in una volta, mi stupisco di quanto sono stata determinata, di quanto ho insistito mentre dall’altra parte ho ricevuto solo silenzi e noncuranza. Perché, diciamocelo, fondamentalmente si è fatto lasciare lui. Eppure, durante quei giorni — e anche oltre, per la verità — io continuavo a pensare che avrei dovuto fare di più, che avrei dovuto sforzarmi di farmi scivolare addosso le sue provocazioni, le sue risposte acide e tutto quello che lo rendeva insopportabile, perché non dipendevano totalmente da lui, perché lui non era in sé.
A1: “Ti sei arresa, Alessandra. L’hai lasciato da solo. Complimenti! Cosa volevi dimostrare? Che avevi il controllo della situazione? Tu non controlli proprio niente! L’hai perso, punto.”
A2: “Ma non mi ha lasciato altra scelta! Io… io non sapevo più cosa fare, lui non voleva neanche vedermi!”
A3: “Hai ragione. C’è un limite alle porte in faccia che una persona può prendere! Guardati, ne hai prese così tante che ti sanguina il naso!”
A4: “Non è detto che non torni. Forse questa cosa gli darà la spinta che gli serve per risollevarsi. Passerà un po’ di tempo senza di te, gli mancherai, si accorgerà di aver sprecato la sua più grande occasione di felicità e farà qualcosa per rimediare. Forse un periodo di separazione è la cosa migliore, perché così avrà il tempo di mettere ordine nella sua testa. E dopo averlo fatto tornerà da te con rinnovato entusiasmo e ricomincerete con un nuovo spirito e stavolta farà tutto per bene, stavolta si impegnerà. Hai sempre fatto tutto tu, forse vuole solo l’occasione concreta di fare qualcosa anche lui, ma ci vuole tempo. Aspetta, resisti, non chiamarlo. Dagli tempo.”
A2: “Ok, glielo darò. Ma mi manca… Vorrei sapere come sta… Posso chiamare almeno suo padre?”
A4: “Va bene. Ma assicurati che non glielo dica. Non deve sentirsi controllato.”
Così ho contattato il signor V. il quale, dopo avermi promesso che non gli avrebbe detto nulla, mi ha raccontato le novità. Non erano buone. Ha detto che aveva avuto delle crisi, anche abbastanza forti, in quei giorni. Tutti a casa sua s’erano spaventati, così l’avevano spinto a fissare un nuovo appuntamento con lo psichiatra e, dopo averlo visto, G. sembrava essersi convinto a cominciare (e cito) “una cura che sembrava potesse andar bene”. A sentirlo ho rabbrividito, perché ho capito subito che si riferiva a quella farmacologica. G. non voleva assumere farmaci, l’aveva detto a me, aveva paura che lo trasformassero in un automa, che lo privassero della sua personalità. Non mi spiegavo come mai avesse accettato di sottoporsi a quella cura, mi è sembrato che si fosse arreso e mi è dispiaciuto tanto per lui. Ho provato anche un forte senso di colpa e subito dopo mi sono sentita stupida. Ho pensato che forse la nostra ultima conversazione aveva avuto effetto su quella decisione, ma poi mi sono detta che stavo peccando di presunzione.
“Figurati se sta male perché l’ho lasciato… Ma se non vedeva l’ora?”
Eppure, le crisi forti che suo padre mi aveva descritto erano avvenute subito dopo quella notte… Forse era una coincidenza, forse non aveva niente a che vedere con me, forse l’ultima cosa che voleva era che mi rifacessi viva, ma io non potevo restare ferma. Ho deciso che l’avrei richiamato, perché avevo da dirgli una cosa troppo importante e non potevo tenerla per me. Sabato 3 Maggio ho raccolto tutto il coraggio che mi era rimasto e ho composto il suo numero. Le mani mi tremavano. L’ultima cosa al mondo che mi aspettavo era che rispondesse al primo tentativo, ma l’ha fatto. L’ho salutato incredula e siccome mi aveva preso alla sprovvista, per un attimo non ho saputo cosa dire. Lui era a casa di suo zio a guardare insieme a non so chi la partita del Napoli, ma ci era andato solo perché suo padre gli aveva chiesto di accompagnarlo, così, per farlo uscire dal letto. A G. non interessava il calcio e a me è sempre piaciuta l’idea.
Ad ogni modo, dopo un attimo di straniamento, gli ho chiesto come stesse. Come potete immaginare, ha risposto mentendo e ha detto: «Bene.»
A: «No, perché… Io ho fatto passare qualche giorno, ma… Ci tenevo a farti sapere che nonostante tutto a me interessa sapere come stai. Non pensare che ti abbia scaricato nel momento del bisogno. Magari hai pensato che io non ce la facessi più a starti vicino perché s’era fatto troppo difficile ma da parte mia c’era tutta la volontà di continuare…»
G. non parlava, io avevo il cuore in gola.
A: «Quello che voglio farti capire è che non ti ho abbandonato e che se avessi bisogno di parlare con qualcuno, mi trovi sempre. Lo so che tu difficilmente ti sfoghi con gli altri e soprattutto con me, e se non l’hai fatto quando stavamo insieme figurati se lo fai adesso, ma volevo solo farti sapere che se mai ne sentissi il bisogno, io ci sono.»
Lui ha ascoltato tutto in silenzio, troppo silenzio, non capivo che reazione stesse avendo, poi ha aperto bocca giusto per dire: «Va bene così.» Io mi sentivo molto, molto, molto in imbarazzo.
A: «Ok, cioè… Quello che ti dovevo dire te l’ho detto, poi se mi vuoi dire qualcosa tu, mi fa piacere sentirla.»
G: «Sì, potrei raccontarti delle cose, in effetti.»
Non ci speravo proprio!
A: «Ah! Se vuoi dirmele io ti ascolto. Però non insisterò se non vuoi.»
Per un istante l’ho sentito tentennare e ho preferito fingere che una risposta valesse l’altra per me, ma non era vero, morivo di curiosità! Così, davanti alla finta indifferenza (com’era prevedibile) ha iniziato a parlare. Mi ha detto che era stato da un dottore e che aveva iniziato una cura farmacologica, io ho fatto la gnorri e gli ho chiesto cose che mi aveva già detto suo padre, anche per vedere se lui confermava o no. Su qualche punto è stato ambiguo, su qualche altro meno, comunque era tornato ad ostentare un linguaggio tecnico per me troppo odioso, soprattutto per il tono utilizzato, il tono di chi s’annoia ma si presta lo stesso a farti il favore di spiegarti cose trooooppo difficili per te, povera stella. Quando mi sono permessa di esprimere qualche perplessità sull’uso degli psicofarmaci ha cominciato a spiegarmi, con quella condiscendenza lì, che esistono diversi tipi di depressione e che in lui avevano constatato un blocco emotivo che gli rendeva molto più difficile la psicoanalisi, per cui, semplificando, aveva bisogno di assumere qualcosa che lo sciogliesse un po’, che lo preparasse a quel tipo di approccio. Continuava a ripetere che stava bene, “Sto bene, sto bene”, ma quanto poteva essere cambiato dopo un giorno o due di cura? Ben poco, secondo me. Inizialmente ha detto che gli psicofarmaci fanno effetto fin da subito, poi ha ammesso che sì, c’è bisogno che i livelli si assestino, dopodiché ha aggiunto che poteva spiegarmelo, certo, ma sicuramente non avrei capito e forse non mi interessava nemmeno.
“Ok, Ale, lo conosci, lui fa così. Non è proprio stronzo, è solo idiota. Fa’ finta di niente.”
A: «Ok, va bene. Quello che cercavo di dirti prima è che mi farebbe piacere esserti d’aiuto in qualche modo, anche solo per ascoltare e basta, anche solo per supporto. Ovviamente con i miei limiti, anzi, scusami se non capirò al 100% quello che dici, ma è evidente che ti voglio bene, spero che tu lo sappia, e comunque sei una persona importante per me. Quindi non ti fare scrupoli a chiamarmi, di giorno, di notte… Quando vuoi.»
G: «…Mi fa piacere. Perché avevo avuto l’impressione che tu mi avessi cancellato.»
Ho sorriso, perché era assurdo.
A: «Davvero hai pensato questo?»
G: «Sì, perché è normale, umano…»
A: «Ma no, invece, è disumano. Come si può cancellare qualcuno dalla sera alla mattina? Normale è il contrario. Poi, io ti ho chiamato per puntualizzarlo, ma se mi conosci un po’ avresti dovuto saperlo a prescindere. Voglio dire, l’ultima volta che ci siamo sentiti ti ho detto che non ti odio, quindi non ti posso cancellare di punto in bianco. Non temere questo.»
G: «Sì, ma chiunque al posto tuo avrebbe pensato “ma questo che vuole? Ma mò dovrei stare appresso alla sua testa?”… È normale.»
A: «Va be’, ma siccome io non sono tanto normale…»
G: «Non credevo che ti saresti fatta viva tanto presto.»
A: «Già, neanch’io. In realtà volevo far passare un po’ di tempo, ma solo per non farti sentire pressato. Comunque, alla luce di quello che mi stai dicendo, ho cambiato idea. Adesso mi sembra sia stato davvero opportuno chiamarti per chiarire questa cosa.»
G: «Credevo che fossi arrabbiata con me.»
A: «Mi dispiace se non stata abbastanza chiara, l’altra volta, credevo di sì. Non pensare che io sia arrabbiata con te. A me è solo dispiaciuto che le cose siano andate come sono andate. Non sarebbero dovute andare così, però… Va bene. Cioè, non va bene per niente, però…»
G: «Se le cose non sono andate bene è una conseguenza della mia malattia.»
A: «Sì, l’ho capito. È proprio perché so che certe cose sono dipese dalla tua malattia che non ce l’ho con te. Non ti incolpo al 100% di alcuni atteggiamenti… sbagliati, cioè… So che non eri perfettamente in te.»
G: «Ma tu non ci hai mai creduto davvero.»
A: «A cosa?»
G: «Che la mia malattia fosse reale.»
“Ci risiamo, me lo rinfaccia di nuovo. Porca miseria, quando la smetterà?”
Mi sono trovata costretta a ripetergli per l’ennesima volta che non era vero, che io ci credevo e mi dispiaceva avergli dato quell’impressione. Quello che lui non riusciva a capire è che non esiste il “Manuale per le Ragazze di Giovani Depressi” e che io non sapevo davvero cosa fare. Ho cercato di spronarlo a modo mio e non sempre ho avuto l’atteggiamento giusto ma d’altronde l’atteggiamento che lui mi chiedeva era il distacco totale, quindi continuavo a pensare che tutto sommato ero nel giusto, che la preoccupazione eccessiva era comunque preferibile all’assenza di preoccupazione. E che cazzo! Ad ogni modo, non l’avevo chiamato per litigare o per fargli ammettere che sono buona e brava, tanto se voleva pensare che non lo capivo e che non mi sapevo immedesimare l’avrebbe pensato lo stesso, avrei potuto sgolarmi a dirgli che sbagliava ma non avrebbe cambiato idea. Per cui mi sono sforzata di sembrare tranquilla e imperturbabile e all’improvviso mi ha detto: «Sono successe delle cose dopo che abbiamo smesso di sentirci…» poi si è corretto e ha detto: «Cioè, dall’ultima volta che ci siamo sentiti.»
A una prima lettura può sembrare che il significato non cambi ma secondo me c’è una sottile sfumatura che rende tutto un po’ più ambiguo. Magari sono io che la voglio notare o magari la notate anche voi… (Vi prego, se l’avete notata anche voi, scrivetemi e ditemi che non sono pazza!) Fino a quel momento avevamo parlato solo di farmaci e di dottori ma poi, inaspettatamente, si è aperto un po’ di più e mi ha rivelato di aver avuto delle crisi, me le ha persino un po’ descritte. Io, come sapete, ne ero già al corrente perché avevo parlato col signor V, ma l’ho ascoltato con molta attenzione e comunque ero stupita da quell’insolita apertura. Dopodiché mi ha chiesto a bruciapelo: «E a te come va la vita?»
“Come? La… la vita? Io… Non lo so… Fino a ieri la mia vita eri tu…”
A: «Bene. Davvero bene.»
“Che gli racconto?”
A: «Sai, ho avuto un aumento.»
G: «Ah.»
A: «Già…»
G: «Mi fa piacere.»
A: «Mh-mh… Il titolare mi ha regalato anche due bottiglie di vino. Sai, lo produce lui…»
“E chi se ne frega?”
G: «Io non bevo più.»
A: «Oh! Davvero? Be’, certo, quando si assumono certi farmaci è meglio evitare, mi sembra giusto…»
G: «Sì, ma io non berrò mai più, neanche quando avrò interrotto la cura.»
A: «…….Wow. E come mai?»
G: «Perché non ha senso. Perché la gente beve? Per sentirsi più forte? Per riuscire a dire delle cose? Ma le possiamo dire lo stesso…»
Non ho ben capito se stesse parlando di sé o in generale, se stesse ammettendo il vero motivo per cui lui aveva fatto abuso di alcol negli anni o se stesse solo valutando ciò che aveva osservato nella vita, ma propendevo per la prima ipotesi. Non ero sicura che sarebbe riuscito davvero a restare sobrio, forse non sarebbe passato molto prima che si lasciasse tentare e in questo caso propendevo per la seconda, ma mi ha fatto piacere sentirlo convinto mentre diceva che bere non aveva più senso, per un attimo mi ha rassicurato.
Mentre stavamo parlando di questo, il Napoli ha segnato il terzo goal e tutti, sia da me sia da lui, hanno cominciato ad esultare nella tipica maniera napoletana. No, mi correggo, credo che sia una maniera comune ai tifosi fanatici di tutto il mondo. A casa di suo zio hanno persino sparato i botti e all’improvviso non lo sentivo più, c’era troppa, davvero troppa confusione e così lui ha detto che sarebbe tornato dai suoi.
A: «Ok. Be’, allora… Ti saluto. Ma prima vorrei sapere… Cioè… Ho la sensazione che non ti sia dispiaciuta questa chiacchierata. Mi sbaglio?»
G: «No, per niente.»
A: «Ok, quindi pensi che mi chiamerai tu o aspetterai che ti chiami io?»
G: «Va be’, ma adesso non pensiamo già a chi chiamerà chi…»
A: «No, te lo chiedo solo perché l’ultima cosa che voglio è opprimerti. Cioè, credo che parlare abbia un’utilità solo se sei tu a volerlo, se parte da te…»
G: «Ma non fa molta differenza.»
A: «Secondo me, sì.»
G: «A te farebbe piacere sentirmi?»
Quando l’ha detto mi è sembrato… non so, come impaurito. Forse era a caccia di conferme e rassicurazioni molto più di prima e mi ha intenerito molto.
A: «Ti avrei chiamato, se non mi facesse piacere?»
G: «….»
A: «A me fa piacere solo se a te fa piacere.»
G: «A me fa piacere.»
A: «Bene.»
A questo punto ci siamo salutati e io mi sono stesa sul letto con gli occhi fissi sul soffitto.
“Be’, come prima telefonata post-rottura è andata abbastanza bene, no? Insomma… Poteva non rispondere nemmeno…”
Ero contenta che avesse iniziato a curarsi sul serio, preoccupata che i farmaci da soli servissero a poco, ma comunque contenta che avesse fatto un primo passo.
“Avrebbe dovuto farlo prima. Ha perso un sacco di tempo ad automedicarsi con fumo, alcol, taurina, valeriana e annessi e connessi… Anche le settimane che ha passato qui, durante la pausa universitaria, sono state sprecate… Avrebbe dovuto iniziare durante questa benedetta pausa, adesso avrebbe già ingranato e chissà, forse sarebbe pure potuto tornare al tirocinio insieme agli altri. Con cautela e rimanendo in contatto quotidiano con il suo dottore, s’intende, ma forse poteva farcela. Va be’, quello che è stato è stato. Speriamo che da adesso in poi vada bene.”
Mentre pensavo a questo, ho chiuso gli occhi e mi sono addormentata. Nei giorni precedenti, lo immaginerete, non avevo dormito molto, ma mi era bastato sentire la sua voce per riuscire ad abbandonarmi al sonno. Non so spiegare in che modo, ma giuro che qualsiasi stimolo provenisse da lui influiva su di me a livello fisico, oserei dire neurologico, perché il mio cervello reagiva davvero e rilasciava qualche ormone, non so, qualcosa. Sta di fatto che dopo averlo sentito mi sono accorta che ero molto più rilassata, laddove prima della telefonata c’erano muscoli tesi e rigidità, dopo la telefonata c’era abbandono, morbidezza… Oh, ve l’ho detto che non sapevo spiegarlo. Comunque sia, ero lì che me la dormivo abbastanza beata, quando il mio cellulare ha squillato. Era l’una di notte. Non è stato necessario guardare il display per capire chi mi stesse chiamando, visto che era stata Enola Gay a svegliarmi. Stranita, mi sono affrettata a rispondere e in quel momento G. ha dato il via a una scena surreale che ancora oggi faccio fatica a comprendere del tutto.
A: «Ohi… Che succede?»
G: «No, prima ti ho salutato perché stavamo per andarcene da casa di mio zio. Adesso sono a casa mia, nel letto.»
A: «Oh… Bene. Ok.»
G: «Senti… Volevo sapere… Sei più tranquilla?»
A: «Se sono tranquilla?»
G: «Sì. Sei tranquilla?»
A: «Ma tranquilla in che senso?»
G: «Tranquilla…»
A: «Ma rispetto a cosa?»
Avevo una mezza idea di cosa significasse quella domanda, ma ho finto di cadere dalle nuvole perché preferivo avere una conferma, prima di sbilanciarmi. Non me l’ha data, quindi non l’ho fatto.
G: «No, perché prima non ho avuto il tempo di chiederti come stai…»
A: «Uhm… Be’, è una domanda generica. Dovresti farne una specifica per ricevere una risposta specifica.»
G. non sapeva cosa dire e a me è venuto istintivo sorridere.
A: «Vuoi sapere come sto, ma in che senso? Emotivamente, fisicamente…»
G: «Fisicamente. Come stai fisicamente?»
Ho dovuto trattenere una risata. Alla fine ha optato per l’aspetto meno interessante, voleva sapere come stavo fisicamente. Ma ci credete? Io non ci ho creduto, neppure per un attimo. Ma mi sono prestata, divertita, anche per vedere dove volesse arrivare.
A: «Fisicamente sto benissimo, sono nel pieno della gioventù. Non mi ammalo mai, l’allergia che credevo mi avrebbe fatto penare, quest’anno non lo ha fatto. Giusto qualche starnuto, molto raramente. Sto bene. Solo… Dormo poco. Stanotte mi sono svegliata alle 3:30 e mi sono rigirata nel letto fino alle 5, poi mi sono alzata e sono andata a vedere Il Trono di Spade. Fortissimo. Mi sono rimessa a letto verso le 6:30 e credo di essere riuscita a dormire un’ora o due, finché non è suonata la sveglia. A parte questo, tutto ok.»
G: «Dovresti prendere qualcosa per dormire, non so, farti una camomilla…»
A: «Sono assuefatta, non ha più nessun effetto su di me.»
G: «Ma tu prova a farla molto calda, più l’acqua è calda e più fa effeblablablabla…»
A: «Ma tu vuoi davvero sapere come sto fisicamente?»
G: «Sì.»
A: «Strano, non ti è mai importato sapere come stessi fisicamente.» e ho riso. «Va be’, comunque sto bene. Volevi sapere questo?»
G. ha mentito spudoratamente: «Sì.»
A: «Nient’altro?»
G: «No…»
A: «D’accordo. Allora buon riposo. Ciao.»
G: «….Ciao.»
Click.
Di solito io restavo al telefono molto, molto a lungo, soprattutto quando la conversazione languiva, proprio per dargli il tempo materiale di trovare le parole — o il coraggio — per dirmi ciò che voleva realmente dirmi. Quella volta, invece, ho fatto finta che mi andasse bene restare sul vago e quando non mi ha offerto altri spunti ho tagliato corto. Non avevo intenzione di offrirglieli io, sarebbe sembrato che volessi trattenerlo e non doveva succedere. Ho riattaccato, quindi, dopodiché mi sono sistemata di nuovo sotto le coperte. Due minuti e il mio cellulare ha squillato ancora! A ‘sto giro la scusa usata è stata: «Senti, ma… ti sei arrabbiata?»
A: «Mi sono arrabbiata? Quando?»
G: «Boh, forse mi sbaglio, ma mi è sembrato che l’ultima telefonata ti abbia fatto arrabbiare.»
A: «Infatti ti sbagli, perché non mi sono arrabbiata. Perché avrei dovuto? In fondo ti ho appena detto che puoi chiamarmi quando vuoi, sia di giorno che di notte, quindi… No, non mi sono arrabbiata.»
G: «Ok, allora mi sono sbagliato. Torno a dormire.»
A: «D’accordo. Ciao!»
Click.
Avevo voglia di ridere, mi sono stesa di nuovo pensando che la prossima telefonata era ormai imminente e infatti non c’ha messo molto ad arrivare.
A: «Pronto?»
G: «Senti… So che è strano…»
A: «Cosa è strano?»
G: «Il fatto che ti richiamo… Più volte…»
Sì, in effetti era strano forte, ma io mi sono divertita a sminuire la cosa e ho risposto: «No, non lo è.»
G: «Ah… Non è strano?»
A: «Naaa, non molto.»
Aveva un tono un po’ deluso, come se ci fosse rimasto male. Il motivo io lo conosco e lui pure, ma non lo ammetterebbe neanche se qualcuno minacciasse di spezzargli entrambe le braccia: a G. piaceva sembrare strano. La situazione gli era sfuggita di mano e lui in quel momento era malato davvero, ma aveva sempre avvertito un sottile piacere a sentirsi giudicato “strano” o “particolare”, da molto prima, credo dall’adolescenza. Lui era quel bambino che a scuola voleva colorare di verde il sole e non capiva perché la maestra ci tenesse tanto che lo rifacesse giallo. Era quel ragazzino che veniva emarginato perché troppo sensibile, gli altri ragazzini lo chiamavano “femminuccia” e lo evitavano, l’unico che non lo evitava era un coetaneo indiano, o non so, comunque un altro emarginato come lui. Da piccolo doveva aver sofferto molto di questa sua “stranezza” ma da grande l’aveva usata per distinguersi dalla massa. E ci era riuscito. Era diventato un giovane uomo brillante e affascinante ma, come ho appena scritto, la cosa gli era sfuggita di mano. Strano era strano, sì, ma non sempre era autentico.
Ma torniamo a noi. Gli avevo appena fatto crollare un mito e lui si era ammutolito dopo un: «Ah… Non è strano?»
A: «No. So che mi vuoi chiedere qualcosa, e non è come sto fisicamente, quindi non è strano che mi chiami. Forse dovrai fare altre sette telefonate prima di chiedermelo… Va bene.»
G. è rimasto ancora un attimo in silenzio e poi ha detto, con un filo di voce: «Mi trovo in una situazione particolare e… trovo difficile spiegarti alcune cose…»
A: «Cosa dovresti spiegarmi?»
Lui ha bofonchiato qualcosa di incomprensibile, forse non ha detto niente, parlava a voce bassissima, molto più bassa del solito.
A: «G, tu non mi devi spiegare proprio niente. Se ti riesce difficile spiegare, vuol dire che non è ancora il momento. Quando sarà facile, quella sarà la prova che è arrivato il momento giusto. Per cui tu limitati a dire quello che ti viene spontaneo dirmi e non ti forzare. Ok?»
G: «Ok.»
A: «Allora, possiamo parlare del più e del meno per un po’ o puoi andare direttamente al sodo. Va bene in entrambi i casi.»
G: «Voglio parlare del più e del meno.»
A: «Ok, se può esserti utile, continuiamo così. Non ho fretta.»
G: «Non vorrei esserti di peso…»
A: «Non lo sei.»
G: «Ho bisogno… di essere accompagnato nel viaggio tra le braccia di Morfeo.»
A: «Ok.»
G: «Parlami di qualcosa.»
A: «Di cosa?»
G: «Di qualsiasi cosa. Possibilmente di cose inutili.»
Non ero sicura di sentirmi a mio agio ma se gli serviva ascoltare la voce di qualcuno — o magari proprio la mia — per tranquillizzarsi e riuscire a dormire, ho pensato che era mio dovere accontentarlo. Fosse stato per me non gli avrei parlato di nulla, l’avrei solo stretto tra le mie braccia e gli avrei accarezzato i capelli fino a che non si fosse addormentato, ma non potevo e allora gli ho parlato davvero del più e del meno, fino alle 2:00 circa. Ad un certo punto ha interrotto le chiacchiere a vuoto e ha detto qualcosa di molto più importante.
G: «Mi sento strano.»
A: «Perché?»
G: «Perché ho paura di dire delle cose…»
A: «Che genere di cose?»
G: «Cose che possono influire sulle mie emozioni.»
A: «Non capisco… Come possono le cose che dici influire sulle tue emozioni? Piuttosto è il contrario.»
G: «Potrei dire delle cose ma non so se sono io a volerle dire o sono i farmaci… Ho paura di provare emozioni, perché potrebbero essere falsate…»
Quello era un dubbio legittimo e purtroppo non sapevo bene cosa dirgli a proposito. Mi è tornata in mente una cosa che il signor V. mi aveva raccontato, un litigio avvenuto tra G. e sua madre in quei giorni. Non è importante che io vi spieghi per cosa avessero litigato, sappiate solo che lui le aveva urlato contro e lei aveva pianto. Sono certa che dopo lui si sia sentito in colpa e forse si riferiva a quello, forse aveva paura di dire cose sbagliate, cose che non pensava davvero e che potevano offendere… Ho cercato di essere pragmatica perché ho pensato che gli servissero pareri spassionati, scevri di sentimenti – o sentimentalismi, dipende dai punti di vista.
A: «G, hai due possibilità. Puoi dire assolutamente niente oppure puoi dire tutto quello che ti passa per la testa. Finché hai a che fare con persone che ti vogliono bene, non avere paura. Ti basta avvertirli, dire loro: “Sappiatelo, ho un umore altalenante, non prendetevela se a volte me ne esco un po’ male”. I tuoi ti capiscono e, se anche non ti capiscono al 100% perché non hanno mai provato quello che provi tu adesso, sono comunque disposti ad accettare più o meno tutto, perché ti amano. L’alternativa è tenerti tutto dentro e io penso che sia sbagliato. Pian piano i farmaci si assesteranno, fino a quel momento prenditi i tuoi tempi, non avere fretta.»
G: «No, ma… Io volevo dire che…»
Non si è spiegato bene e magari adesso vi sembrerò presuntuosa, ma ha lasciato intendere che il mio discorso non fosse proprio centrato, che lui si riferisse a qualcosa in particolare e che non avevo colto. A qualcosa o… a qualcuno. Forse stava parando di me. L’ho pensato, lo ammetto, ma siccome aveva questo dubbio sull’autenticità dei suoi pensieri, ho deciso che doveva avere più tempo per rifletterci su. Se G. voleva dirmi che gli mancavo e che voleva tornare con me, per esempio, doveva prima esserne sicuro. Si trattava di correttezza, doveva averla sia nei miei confronti che nei suoi. Comunque, io non so se il suo discorso mi includesse o meno, ma in quel momento non ho voluto accertarmene, era prematuro. Così gli ho ripetuto ciò che gli avevo appena detto: «G, sta’ tranquillo. Quando ti troverai davanti a persone che non ti conoscono, tipo all’università o simili, allora ti consiglio di darti una regolata perché gli altri non sanno niente di tutta questa situazione e si aspetteranno linearità. Ma finché sei nel tuo nido, con i tuoi cari, non temere. Anche gli sbalzi d’umore improvvisi, loro se li aspettano, non te li faranno pesare. Con loro hai un grosso paracadute e qualunque cosa fai cadi sul morbido, quindi non ti censurare. Poi tu, dentro di te, lo sai cosa provi davvero e cosa no. L’umore cambia, i sentimenti no.»
G: «Io non voglio sentire niente…»
A: «Non dire così. Sai bene che non è vero. Sono i sentimenti che danno un senso alla vita.»
Era così demoralizzato, ho patito davvero sapendo di non poterlo abbracciare.
Dopo averci parlato ancora un po’ e aver cercato di rassicurarlo, ci siamo dati la buonanotte, stavolta in maniera definitiva. Alla fine non mi ha detto quello che voleva dire e non vi nascondo che ero e sono ancora molto curiosa di sapere cosa gli è passato per la testa, quella notte. Gli ho detto di non avere fretta e lui mi ha dato ascolto e adesso mi mangio un po’ le mani perché se gli avessi fatto una domanda in più forse mi avrebbe chiarito alcuni dubbi che ancora oggi mi tormentano, chi può dirlo? Ma poi ci penso e preferisco l’atteggiamento che ho avuto. Io volevo rispettare i suoi tempi perché quando ami non estorci le confessioni, ma aspetti che arrivino da sé. Insomma, a me piace pensare di essere stata delicata e anche che lui sotto sotto l’abbia apprezzato. Lo spero, perché avrei tanto bisogno di sapere che gli ho lasciato qualche buon ricordo… Ma chi voglio prendere in giro? Conoscendolo, sicuramente non ha conservato neanche il minimo ricordo di quella notte. Era tardi, era stanco, aveva preso delle pillole non meglio specificate… Non ne ha memoria, ne sono certa.
Però qualche sera dopo mi ha richiamata; era un martedì e ha usato una scusa a cui non ho creduto neanche un po’.
G: «Ciao. Lo sai perché ti sto chiamando? Perché sei l’unica in città che non sta guardando Made in Sud.»
Al di là del motivo vero, a me faceva piacere sentirlo e quindi ci ho parlato per qualche ora ma ancora una volta del più e del meno, perché G. non voleva in nessun modo affrontare argomenti seri. Ha detto alcune cose sconclusionate, poi mi ha chiesto: «Cosa faresti adesso?»
A: «Uhm… Cosa vorrei fare o cosa farò?»
G: «Cosa vorresti fare.»
A: «Non te lo posso dire.»
Non potevo davvero. L’unica cosa che avevo voglia di fare era correre da lui ma dovevo tenerlo per me.
A: «Be’… Vorrei andare in un posto dove non sono mai stata, tirare fino all’alba, vivere… E invece andrò a dormire.» Ho sospirato. «Tu? Cosa vorresti fare, tu?»
G: «Io vorrei essere felice…»
A: «….E invece andrai a dormire.»
Ha riso.
“Dolce, piccolo G… Anch’io vorrei tanto che tu fossi felice…”
Abbiamo parlato ancora un po’ nello stesso modo, senza profondità, poi l’ho salutato io. Due minuti dopo mi ha richiamata. Mi faceva troppo ridere, ‘sta cosa.
A: «Che c’è, G?»
G: «Niente, così…»
A: «Be’, perché mi hai richiamata?»
G: «Non c’è un motivo.»
A: «Ma come?»
G: «Boh… Sembravi arrabbiata.»
A: «Ooooh! Ma ti sembro sempre arrabbiata? Ahahahaha! Ma è una scusa!»
G: «No, veramente. Hai detto solo “ciao” e mi sei sembrata arrabbiata.»
A: «Ma che c’è di strano nel dire “ciao”? Dai, trovane un’altra.»
G: «No, davvero. Va be’… Mi sono sbagliato.»
A: «Ok. Allora buonanotte. CIAO.»
Click.
Ma non ce l’ho fatta, ridevo troppo. L’ho richiamato immediatamente.
G: «Pronto?»
A: «Senti, ma tu che c’hai sempre la paranoia che mi arrabbio con te, credi che ci possa essere un motivo?»
G: «Come?»
A: «Sì, se credi che mi arrabbio, poi ti chiedi anche perché?»
G: «Non lo so, forse perché sono stato antipatico, stasera…»
A: «Ma tu sei sempre antipatico.»
G: «Ah.»
Ho riso ancora, poi mi sono fatta seria: «Comunque no, G. Io non sono arrabbiata con te.»
G: «…Ok.»
A: «Buonanotte.»
G: «Buonanotte.»
Lo adoravo. Io non ero arrabbiata con lui, ero arrabbiata con la malattia, come fosse un corpo a sé stante. E poi ero triste, sì. Proprio mentre chiacchieravamo del più e del meno si era ufficialmente chiusa la prima settimana maledetta, quella dopo la rottura. Ebbene sì, era già passata una settimana e i primi giorni avevo disperato ma dopo quelle “telefonate strane” stavo ricominciando ad avere speranza. A me è sempre bastato poco per accendermi, nonostante le mille delusioni subite proprio a causa di quest’abitudine. Quella volta non sarebbe stata da meno e di lì a poco avrei pagato molto cara la mia ingenuità.
Due giorni dopo, di giovedì, ho chiamato G. per invitarlo al cinema. Non ci saremmo andati da soli, volevo includere anche mia sorella — per cui G. stravedeva — e il suo ragazzo, così non si sarebbe sentito in obbligo di fare o dire qualcosa di romantico. Doveva essere un’uscita tra amici, il film era divertente, volevo solo che uscisse di casa e si distraesse un po’. Credevo di avere buone possibilità di ricevere un sì come risposta perché… Insomma, mi aveva chiamata due volte, non mi odiava… Ma G. ha risposto come al solito e, anzi, è stato anche più odioso del solito, perché s’è pure stizzito. Io ci sono rimasta male e non l’ho nascosto, così ho riattaccato e ho giurato a me stessa che non ci avrei provato mai più. Da quel giovedì sono passate due settimane. Due settimane lunghissime in cui la sua mancanza si è mescolata ad una fortissima paranoia se pensate che ho avuto un ritardo considerevole e a me non capita mai. Sono stati giorni assurdi, ho avuto davvero paura e forse parlarne con lui mi avrebbe tranquillizzato, avrebbe trovato un pretesto per farmi ridere e l’emergenza sarebbe rientrata, in fondo era un problema psicosomatico ma lo so adesso, all’epoca no! L’ho vissuta male, credetemi, ma lui non l’ha mai saputo perché non gliel’ho mai detto. Avrebbe pensato che fosse una bugia, una scusa per sentirlo, o peggio, per tenerlo legato a me. Per fortuna, comunque, non è successo niente e quindi, dopo la paranoia, sono tornata alla tristezza con un breve intermezzo di autoconsapevolezza. All’improvviso era nato un tarlo e più i giorni passavano più diventava grande. Era molto più che un brutto presentimento… Stavo iniziando ad abituarmi alla sua assenza. No, non è esatto. Mi mancava ancora e ci pensavo tutto il giorno, me lo sognavo, persino! Di notte avevo incubi ricorrenti che riguardavano lui e la sua famiglia. Ma… Era strano… Meno lo sentivo e meno avevo voglia di chiamarlo. Non di sentirlo – attenzione! – ma di chiamarlo. Stavo entrando nella “modalità orgoglio”, la stessa che mi aveva impedito di chiamarlo per tre anni. Negli ultimi mesi gli avevo dato l’idea di essere pressante e di insistere parecchio, mi rendevo conto che tante volte (la maggior parte) l’avevo chiamato ben sapendo che spettava a lui, anche controvoglia se ero arrabbiata, ma allora perché l’avevo fatto? Perché mi conoscevo e non volevo far passare troppo tempo tra una telefonata e l’altra. La maggior parte delle persone che conosco preferisce prendersi del tempo tra una discussione e il chiarimento, perché così possono sfogarsi e calmarsi e limitare il rischio di incidenti diplomatici quando riaprono il discorso. Per me è sempre stato l’esatto opposto. Io preferisco discutere fino alla nausea, litigare se è necessario, ma sul momento, ché se passa troppo tempo mi chiudo in me stessa e poi non ne ho più voglia. Lo so che l’atteggiamento della maggioranza è più saggio del mio, ma per me è sempre stato così. Io ero del parere che fosse meglio battere il ferro finché era caldo; se si fosse raffreddato sarebbe stato rischioso, perché avrei potuto restare a secco sia di pretesti che di intraprendenza. Questo mi preoccupava non poco, se entro nella “modalità orgoglio” io perdo la spontaneità. In quel modo sarei tornata presto ad inaridirmi, ad autocensurarmi, a farmi condizionare dalla paura e non dai sentimenti. Non volevo essere quel tipo di persona, non più! D’altra parte, se pensavo alla possibilità di comporre il suo numero e chiamarlo, pensavo automaticamente a tutta una serie di motivi per non farlo. Tipo: “Di sicuro avrà il cellulare spento.” Oppure: “Se anche avesse il cellulare acceso, non si accorgerebbe della chiamata se non dopo qualche ora e anche in quel caso non richiamerebbe.” e alla fine non lo chiamavo mai. Mi sforzavo di pensare a cosa gli frullasse in quella testa marcia ma non ne avevo idea. Ho ritenuto possibile che avesse deciso di prendersi del tempo per stare da solo e che avesse capito che sentirsi “amichevolmente” non fosse proprio saggio. Me lo sono immaginato tornare in autunno inoltrato — proprio nello stesso periodo in cui ci eravamo rivisti dopo i fatti di quattro anni fa — chiamarmi e chiedermi “come stai? Novità?” così, come se niente fosse.
“Mi dirà che sta meglio, che si sente diverso e che ha anche ricominciato ad uscire con gli amici. Mi chiederà di vederci e si aspetterà un sì fulmineo, proprio come la prima volta. Quello che non riuscirà a concepire, nella semplicità della sua mente da uomo, è che io nel frattempo avrò perso anche l’ultima briciola di fiducia in noi, perché uno, due, tre mesi o forse più passati senza un cenno di vita mi avranno gelato il cuore. A sentirgli dire che si è ripreso e che le prime persone ad accorgersene sono stati gli amici e non io, il mio umore peggiorerà ancora e non avrò alcuna voglia di accettare la sua proposta. Mi sarò incattivita, inacidita, sarò arrabbiata e rancorosa e lui se ne accorgerà subito e penserà di nuovo “oh, chi me l’ha fatto fare?” A quel punto ci rinuncerà definitivamente e io lo odierò per tutta la vita. Ecco come andrà.”
Non so se anche voi l’avete pensato, ma è ovvio che non volessi questo per noi. Perché io speravo davvero che si riprendesse e il più presto possibile, ma non sopportavo che mi tenesse a distanza mentre questo avveniva. Non poteva chiamarmi solo alla fine e propormi di riprendere da dove avevamo lasciato perché, se anche io avessi accettato, ai miei occhi lui sarebbe sempre stato “quello che non si è fidato di me”. Questo avrebbe minato dalle fondamenta il nostro rapporto, qualsiasi tentativo futuro di ristabilirlo sarebbe andato a rotoli perché io non sarei mai riuscita a perdonarlo di avermi tenuto a distanza in una fase tanto delicata. Trovavo già difficile perdonarlo per avermi preferito X per ben tre anni, ma questo era niente al confronto! Prevedevo che sarebbe stata molto più complessa ed ardua la nuova prospettiva, perché non si trattava di semplice gelosia, si trattava di fiducia, che sta alla base! Io davvero non avrei potuto accettare di ricominciare a stare con lui sapendo che in un momento di difficoltà profonda aveva deciso che preferiva fare a meno di me.
“Se un domani avessi bisogno di aiuto, non riuscirei mai ad affidarmi a lui sapendo che oggi lui non si è affidato a me! Ecco perché credo sia meglio chiamarlo e mettere in chiaro questo punto. Deve sapere come la penso.”
Mercoledì 21 Maggio io ho messo fine al silenzio e alla pericolosissima “modalità orgoglio” per quello che credevo fosse un bene superiore. Intorno alle 18:00 ho provato a chiamarlo, i soliti cinque squilli e poi è partita la segreteria telefonica.
“Che stupida! Dovevo immaginare che non avrebbe risposto al cellulare. Devo provare a casa.”
E così ho fatto. Ha risposto N. sua sorella, la quale s’è subito scusata per non essersi più fatta viva ma non sapeva cosa dire, in fondo nessuno a casa sua sapeva cosa passava nella testa di G. Le ho risposto che non doveva preoccuparsi, che capivo perfettamente il suo imbarazzo e non me l’ero presa, ma lei ha ripetuto più volte le sue scuse e per un po’ ci siamo dedicate ai convenevoli. Non che mi dispiacesse parlare con lei, anzi, ma all’inizio non capivo perché si attardasse al telefono e non mi passasse suo fratello, poi ad un certo punto mi è stato fin troppo chiaro. N. mi ha detto che lui era a Roma. A Roma. E io non ne sapevo niente. Mi ha raccontato che negli ultimi giorni era un po’ più sereno, dire che stava meglio è dire troppo, ma sembrava più tranquillo. È uscito qualche volta, con la sua famiglia, e poi una volta è andato a trovare un amico, così, di sua spontanea volontà. Sembrava stare bene e venerdì 16 ha sentito alcuni ragazzi dell’università che gli hanno consigliato di tornare al tirocinio. Nessuno dei suoi si è opposto. Voleva partire già quella sera stessa ma poi l’hanno convinto a partire il sabato mattina. G. era a Roma dal 17 Maggio e non lo sapevo. Perché questo mi sconvolgeva? Noi non stavamo insieme e lui non era tenuto a dirmi niente, ma mi sarebbe piaciuto che lo facesse. Anche solo a titolo informativo, nulla di più. Insomma, pareva che stesse seguendo la cura farmacologica e io ho sperato soltanto che non la interrompesse solo perché a Roma non c’era nessuno a controllarlo. Ho avuto paura. Di quello a cui sarebbe andato incontro, tipo lo stress del tirocinio, gli esami incombenti… Ho avuto davvero paura.
N. mi ha detto che non sapeva per quale motivo lui mi avesse allontanata, non ne avevano mai parlato apertamente o così ha detto. Però — credeva — forse l’aveva fatto perché aveva percepito il mio interesse come eccessivo e si era sentito pressato. Ha detto che il neurologo aveva suggerito a tutti di non costringerlo a fare le cose che non voleva fare e per questo nessuno lo contraddiceva.
“Dai? Che novità!”
La verità è che mentre lei parlava io pensavo che avevo fatto proprio l’opposto. Io l’avevo contraddetto spesso, quando diceva le sue solite stronzate madornali, e in quel momento mi sono sentita molto stupida. Oh, be’, mi ci sentivo da molto, ma in quel momento ho avuto proprio voglia di prendermi a schiaffi. Ho ricordato gran parte delle cose che mi avevano spinto ad avere le reazioni che avevo avuto e nessuno avrebbe potuto biasimarmi. Solo ho capito che non sono stata furba, che il mio bisogno di manifestare amore è stato controproducente e l’ha portato a trovarmi addirittura fastidiosa. Io non volevo questo, io volevo solo che aprisse gli occhi su quello che stava sprecando, che crescesse e che mi amasse a sua volta!
Ho chiesto a N. come credeva che si sentisse e lei mi ha detto che quando lo chiamava lo sentiva allegro. Io ho cercato di immaginarmelo così e ovviamente mi faceva piacere ma in parte mi inquietava. Se stava davvero meglio, perché non mi aveva chiamato per condividere la bella notizia? Non meritavo forse di saperlo? Quando ho chiesto a N. cos’avrei dovuto fare, ha risposto che non ne aveva idea.
N: «Sicuramente adesso non sta bene al 100% ma non so se quando si riprenderà del tutto avrà voglia di riprendere anche il rapporto con te… O forse no, forse se lo chiami gli fa piacere, non lo so.»
Le ero grata per essere stata abbastanza diretta con me. Anche se sotto sotto credevo che sapesse più di quanto diceva riguardo i sentimenti di suo fratello, capivo che non spettava a lei rivelarmeli. Ci siamo salutate molto bene, mi ha detto che le aveva fatto piacere sentirmi e ho risposto che per me era lo stesso ma quando ho riattaccato sono rimasta stesa sul letto per un po’, senza la forza di muovermi. Non sapevo che fare.
“Ok, non mi ha risposto perché è a Roma e a quest’ora è sicuramente al tirocinio. Ok, adesso ha da fare, ma potrebbe richiamarmi stasera, dopo essere tornato a casa… Insomma, anche solo per cortesia. Troverà le chiamate perse e…”
Era inutile raccontarsi favole, la cortesia G. non sapeva neanche dove stava di casa! Sapevo che non mi avrebbe richiamato, a quel punto mi sono chiesta se dovevo farlo io, ancora una volta, o se dovevo lasciare le cose come stavano. Mi sembrava di sentirlo, mentre mi diceva “lascia tutto com’è ora”, con quella voce bassa e quel tono apparentemente deciso che mi straziava il cuore. Memore dei discorsi passati, ero abbastanza sicura che non avrebbe voluto, ma io dovevo chiamarlo, avevo bisogno di sentirlo. Non sapevo cosa gli avrei detto né come, in effetti il discorso che volevo fargli fino a mezz’ora prima non sembrava più andare bene… Né io ero dell’umore adatto per farglielo. La verità è che avrei voluto piangere e dirgli che stavo malissimo ed era tutto per colpa sua. Avrei voluto chiedergli come faceva a dormire in quel letto, a non pensare che l’ultima volte che c’aveva dormito c’ero anche io! Come faceva a non sentirmi per così tanto tempo, come mai non gli mancavo affatto! Avevo paura, una fottuta paura di quello che poteva succedere a Roma. E le ore passavano.
“Ho paura, cazzo! Perché non mi ha ancora chiamato? Ok che è al tirocinio, ma sono sicura che si sia già accorto della telefonata che gli ho fatto. So già che passerò la sera a fissare il cellulare pregando perché squilli e mi odio per questo!! Devo chiedere a qualcuno di prenderlo e chiuderlo a chiave da qualche parte, perché altrimenti farò esattamente come ho fatto quattro anni fa! Tutto questo mi fa male, ma nel vero senso della parola! Mi fa ammalare! Io non mi posso ammalare di nuovo! Non posso più permettermelo perché se mi ammalo di nuovo, stavolta è definitivo! Definitivo! Se mi ammalo di nuovo, stavolta la faccio finita! Non posso passare le stesse cose di quattro anni fa, le stesse angosce, lo stesso malessere, la stessa voglia di morire! Non posso tornare a stare nello stesso modo, non reggerei! Sono così spaventata dall’eventualità che… Oh, mio dio, se mi ammalo di nuovo, stavolta è la fine! Perché mi fa questo? Perché proprio a me?! Con X non si sarebbe mai permesso, perché con me lo fa? Perché mi ignora, perché si comporta come se non esistessi, come se non sapesse che senza di lui non riesco a respirare? PERCHÉ PROPRIO A ME?!!! Non avrei dovuto lasciarlo! Non avrei dovuto fingere di essere forte, io non sono forte! Questo potrebbe essere l’errore più grande della mia vita e non ne avevo idea! Credevo che potesse servire a dargli una smossa, ma forse gli ho dato solo una spinta ad allontanarsi definitivamente! Ho voglia di chiamarlo e di implorarlo, ho voglia di dirgli AMAMI, TI PREGO! PERCHÉ NON RIESCI AD AMARMI?! TI PREGO, DIMMI CHE MI AMI, ANCHE SE NON LO PENSI!! FINGI!! …Ho paura, sono terrorizzata. Sento che le cose si metteranno male, per me. Forse lui si riprenderà ma io ne morirò. Qualcuno mi aiuti! Io… Io non so neanche a chi chiedere aiuto! Come faccio se lui capisce che il problema ero io e che senza di me sta meglio? Come faccio se mi chiede di non farmi più sentire? Come faccio di nuovo senza di lui? Ho bisogno di vederlo, adesso! Ho bisogno di stringerlo forte! Voglio andare a Roma, voglio vederlo! Come farò per i prossimi mesi?”
È proprio quello che ho pensato e potete starne certi perché non l’ho solo pensato, l’ho scritto. Non a lui, ovvio. L’ho trascritto anche qui, pubblicamente, ben sapendo che mi avrebbe esposto a critiche, a pietosi “Aaaaw!” o peggio, a risate. Ma io ho bisogno di essere del tutto sincera e nascondermi non mi interessa più. Adesso mi prendo una pausa, perché mi sto sentendo male. Sì, mentre trascrivo queste cose mi sento proprio come quando le ho scritte la prima volta… Senza speranza, completamente persa.
Quando ho deciso di raccontarvi la mia storia sapevo che avrei avuto difficoltà a scrivere certi pezzi, difficoltà sempre maggiori a mano a mano che la storia fosse andata avanti e infatti è così che sta andando. Non so proprio come farò a scrivere la parte in cui tutto è finito davvero, ho già paura. Vi chiederete perché mi sto facendo questo, perché mi costringo a rivivere dei ricordi così dolorosi. Perché lo devo fare. Io devo capire, devo capire un sacco di cose! E devo espiare.
Mi sono calmata, andiamo avanti.
Era sempre il 21 Maggio. Alle 22:00 ho riprovato a chiamarlo sul cellulare ma non mi ha risposto, così ho provato sul fisso e ha risposto F. Gli ho chiesto di passarmi G. e lui l’ha chiamato a gran voce ma nessuno ha risposto. Allora mi ha detto di aspettare ed è andato a vedere dove fosse. Ho sentito che diceva: «Dov’è G?» e la voce di un ragazzo che rispondeva: «Sta…» e non ho sentito il resto. Magari era in bagno, ho pensato. Li sentivo parlottare in lontananza; conoscendo l’appartamento, la distanza dal telefono fisso e le abitudini ho calcolato che erano tutti in cucina e purtroppo capivo poco. Dopo un po’ F. è tornato e mi ha detto che G. era uscito con E, “probabilmente erano andati a comprare del kebab o simili”. Peccato che la voce che avevo appena sentito mi sembrasse proprio di E. Gliel’ho detto, ho detto: «F, sei sicuro? Guarda che me lo puoi dire, non ti preoccupare.»
F: «No, non era E. A casa ci siamo solo io, R, G. — l’altra G. — e qualche amico. Prova a chiamarlo sul cellulare.»
A: «Ho già provato, ma non mi risponde.»
F: «…..Ah. Va be’, quando tornerà ti farò richiamare.»
A: «D’accordo. Grazie.»
Appena ho attaccato, ho provato a contattare E. Sapevo che non dovevo farlo, una voce dentro di me diceva “Ale, fermati!” ma non ho resistito. Purtroppo non è stato neanche utile perché E. aveva — casualmente — il cellulare spento. E questo non faceva che confermare i miei dubbi! L’aveva spento solo perché immaginava che avrei provato a sgamare la bugia! Credetemi, è proprio così che è andata! Io metto sempre in discussione la mia sanità mentale ma stavolta sono troppo sicura di avere ragione. Avevo sentito bene! Era sua la voce che aveva risposto a F! Che furbo che era E, proprio un tempismo perfetto. L’ho odiato profondamente. Comunque sia, se G. era a casa, si era fatto negare e se non era a casa, E. non era con lui. Dove cazzo poteva essere di mercoledì sera, alle 22:15, a Roma? Con chi cazzo era?! Non poteva già essersene trovata un’altra, non era possibile! Cos’avrei dovuto fare, allora? Starmene ferma e buona? Forse sì, forse era la mossa giusta, l’unica che avesse un senso. Ma odio essere presa per il culo e non esisteva al mondo che gliela facessi passare liscia! Se G. non voleva parlarmi, perché mettere su questo teatrino? Tanto valeva dirmi “non voglio parlarti”. Ero incazzata nera e in più mi sentivo anche umiliata, perché chissà quante risate si saranno fatti alle mie spalle! E. tradisce R. da anni, lo so perché l’ha confidato a G. e G. l’ha detto anche a me.
“Non è la compagnia adatta a G. Non può portare a niente di buono, questa loro frequentazione. Lo convincerà che è giusto, che è normale, che tanto non stiamo più insieme… Se non l’ha già fatto! Devo sapere che cazzo sta succedendo, altrimenti impazzisco!”
Ho provato a richiamare G. sul fottuto cellulare, una o due volte, ma niente.
A2:”Se è vero che ha ospiti a casa, probabilmente non ha risposto perché hanno cenato tardi e poi si sono intrattenuti a chiacchierare…”
A3: “Questo non vuol dire proprio niente, perché avrebbe potuto comunque rispondere per dirti “Non posso parlare, sentiamoci domani”. Quante volte gliel’hai detto che il silenzio per te è molto peggio di una brutta risposta? Quante volte? Centinaia, ma non l’ha mai imparato.”
Quella è stata una notte difficile, una delle più difficili della mia vita. Per tenere le mani lontane dal telefono mi sono forzata a mettermi a letto. Ma bruciava. Non ce la facevo proprio a sentirmi in quel modo senza poter fare niente, scalpitavo, ero elettrica e mi sono sentita terribilmente sola. A un certo punto mi sono alzata e ho chiamato la prima persona che mi è venuta in mente: D. Per fortuna non mi ha risposto, era tardi e forse stava dormendo, ma se l’avesse fatto, cosa gli avrei detto? Ero sconvolta, avrei fatto una figura pessima. Così mi sono rimessa a letto e ho provato con tutte le mie forze a chiudere occhio ma ci sono riuscita per un lasso di tempo risibile, alle 4:30 ero già sveglia, alle 5 mi sono arresa e sono andata a guardare la tv. Sono tornata a letto verso le 6:30, un attimo dopo ho guardato l’orologio ed erano le 7:00. Credo di essermi addormentata un po’ verso le 8:30, lo ricordo perché ho guardato il cellulare ma mi sono svegliata un’ora dopo e a quel punto non c’era più niente da fare. Sono rimasta con la testa sul cuscino ma con gli occhi ben aperti che fissavano un punto impreciso del muro, una posizione che avevo assunto praticamente per tre anni interi. Ho aspettato ancora un po’ prima di provare a richiamare G. Le 11:00 mi sembravano un buon orario, ero abbastanza sicura che non stesse ancora dormendo ma anche che fosse ancora a casa, perché lui in ospedale ci andava sempre di pomeriggio. Non mi ha risposto, quindi ho provato di nuovo sul fisso, anche se odiavo l’idea di dare ulteriore spettacolo ai suoi coinquilini. Purtroppo — o per fortuna — niente di fatto, il telefono ha squillato per oltre un minuto ma non ha risposto nessuno. Non avevo la forza di andare a lavoro, quel giorno, non avevo la forza di fare niente. Per fortuna — adesso sì — il lavoro era un impegno non prorogabile, per fortuna ero obbligata ad andarci, sennò mi avrebbero licenziata e non me lo potevo permettere. Altrimenti mi sarei rintanata in questa camera e lo farei anche adesso, non lascerei più questo letto, esattamente come ho fatto per anni. Il lavoro è un obbligo ma è anche un appiglio, per me, un’ancora di salvezza. Finché mi interesserà qualcosa del mio lavoro e della mia immagine sarò relativamente al sicuro.
Quella mattina, comunque, gli ho inviato un sms, cercando di sembrare leggera e di non fargli capire che stavo uno schifo. Ho sperato tanto che rispondesse ma ad un certo punto non ho più avuto tempo per fare altro, perché dovevo proprio uscire. Ho mangiato due fettine di pane, me lo ricordo, giusto per mettere qualcosa nello stomaco e non far preoccupare troppo i miei, ma ce l’avevo completamente chiuso. L’ultima cosa a cui pensavo era il cibo. Avrei voluto fare ben altre cose, figuratevi, ma erano tutte poco probabili e poco sensate; per fortuna — di nuovo, sì — durante le ore passate a lavoro non ho potuto fare proprio niente. Ma la sera intorno alle 21:30, letteralmente appena entrata dalla porta, ho afferrato il telefono e mi sono fiondata in una stanza, chiudendomici dentro. L’ho chiamato ancora, sul cellulare. Cinque squilli e poi la segreteria. Ho richiamato a casa e stavolta ha risposto, chiedendomi di richiamarlo sul cellulare.
A: «Ci ho già provato, ma non hai risposto.»
G: «Non ho fatto in tempo a prenderlo dalla tasca, sono appena rientrato anch’io, stavo aprendo la porta.»
Com’era, come non era, finalmente ero riuscita a sentire la sua voce. Ero molto emozionata, avrei voluto sembrare più allegra e gioviale, ma ho dovuto concentrare i miei sforzi sulla gestione dell’ansia ed è già tanto che non abbia pianto.
A: «Ohi, che fine hai fatto?»
G: «Perché?»
A: «Perché ho provato a chiamarti più volte, non mi hai risposto mai…»
G. ha bofonchiato qualcosa che doveva essere una giustificazione o giù di lì, ma non si è applicato molto, infatti ha tergiversato immediatamente chiedendomi come stavo.
A: «Molto, molto bene.»
Non ho mai detto una bugia così grossa. Ha risposto che gli faceva piacere.
A: «Tu come stai?»
G: «Bene, bene.»
A: «Mi fa piacere.»
Volevo morire.
A: «No, in realtà io ti ho chiamato ieri, convinta che fossi a Napoli, ma tua sorella mi ha detto che eri a Roma. E ho pensato che fosse bello ma pure preoccupante…»
G: «Sì, stavo meglio e così sono tornato.»
Mi è dispiaciuto constatare che le prime persone a sapere dei suoi miglioramenti erano state altre e non io. Io sono stata l’ultima e non me l’ha detto nemmeno lui, ché se non l’avessi chiamato non avrei saputo proprio niente di niente.
A: «No, per carità, io quando ho saputo che stavi meglio ne sono stata felice, però… Insomma… Non eri tenuto a dirmelo perché, figurati… Non eri mica obbligato… Però… Mi avrebbe fatto piacere saperlo da te.»
Già… Ovviamente non ha fatto una piega. Gli ho detto che ero preoccupata perché sapevo che quel posto gli faceva un brutto effetto e lui ha detto tipo che non era Roma il problema.
A: «Lo so, però mi hai detto che la prima crisi l’hai avuta il giorno in cui ti sei trasferito lì, quindi…»
Avevo la voce bassa e soffiata, la stessa che ho quando mi sento stupida e quanto mi ci sentivo, oh, voi non potete averne un’idea. Lui invece sembrava molto sicuro di sé, ha fatto un verso che doveva essere una mezza risata e poi ha detto: «Nooo, ma io fondamentalmente sono sempre stato depresso.»
“Che cazzo ti ridi? È grottesco, non lo capisci?”
A: «Stai continuando a prendere quelle cose?»
G: «Se è per questo, sono pure aumentate.»
Ha detto che era in cura al centro di igiene mentale, che il neurologo aveva “aperto un caso”, una cartella clinica apposta per lui e io ho detto che mi sembrava la prassi, voglio dire, credo che tutti i pazienti trattati con psicofarmaci meritino l’apertura di una cartella apposita. Ha risposto che non credeva affatto che fosse così e ci ho letto una vena di autocompiacimento che mi ha messo in allarme.
A: «Ma tu ti senti meglio?»
G: «Sì, sì.»
A: «In cosa lo noti?»
G: «Ma per esempio mi sveglio la mattina e penso che la vita è bella.»
Non sapevo se credere o no a queste parole, mi faceva strano… È atipico che un depresso pensi questo, gli psicofarmaci non agiscono tanto in fretta e soprattutto non possono ribaltare così radicalmente la visione personale. Credo che un depresso possa svegliarsi e dire “Mh. Oggi sembra che non faccia proprio tutto schifo” ma non può dire che “la vita è bella”. Se lo dice, non è depresso. Ad un certo punto s’è messo a parlare con E. che gli ha chiesto con chi fosse al telefono. Ha detto il mio nome ma a voce bassa, ricordo che ha quasi sussurrato e non so perché. So che E. aveva la voce ironica quando ha detto “salutamela” e mi ha molto infastidito. Non mi stava più tanto simpatico, soprattutto considerata la splendida performance della sera prima. Ad ogni modo, si è fermato un po’ lì con lui a chiacchierare, senza alcun rispetto per me che ero all’altro capo del telefono, e G. l’ha assecondato, come faceva sempre, sempre!
“Cazzo, perché lo fai sempre? Che ci vuole a dire ‘Oh, scusami, ne parliamo dopo, adesso sono impegnato’?! Io lo faccio sempre quando parlo con te! Tutte le volte che una delle mie sorelle entra in camera e ci interrompe, ogni volta che i miei genitori spalancano la porta per dirmi che è pronto in tavola, io dico sempre ‘aspetta un attimo, per favore’ e se insistono io dico ‘Sul serio. Aspetta!’. Perché tu vieni sempre prima di chiunque altro! Perché per te non è lo stesso? Perché per te vengono sempre tutti prima di me?”
Quando gli incommensurabili stronzi hanno finito di ciarlare per conto loro, G. è tornato a parlare con me. Ovviamente ho evitato di fargli la predica su quello che era un errore a dir poco reiterato e gli ho detto: «Ohi, ma N. ha detto che scenderai a Napoli i fine settimana, è possibile?»
G: «Sì, ma se scendo è solo per vedere lo psichiatra.»
A: «Di sabato e domenica? Ti riceve di sabato e domenica?»
G: «Sì.»
A me sembrava strano. Di sabato, ancora ancora, proprio perché era un privato, ma di domenica… Ne dubitavo. Comunque, ho continuato: «No, te lo chiedo perché mi piacerebbe vederti. Magari non questo sabato, insomma… Fa’ quello che devi fare, ma anche l’altro… Ti volevo chiedere questo, cioè… Se fosse possibile…»
G: «Sì. Ma non so se posso. Dobbiamo pensarla bene questa cosa, ci sono orari in cui sono più lucido di altri. Dobbiamo organizzarci bene.»
A: «….Ok. Senti… Cos’è successo ieri?»
G: «Ieri? Non lo so.»
A: «No, perché c’è stata una strana dinamica.»
G: «Tipo?»
“Tipo la scenetta ridicola che hanno messo su a casa tua, quei coglioni di F. ed E, quando hanno voluto farmi credere che fossi con quest’ultimo a comprare il kebab.”
Saggiamente, ho evitato di dirla così e soprattutto le parolacce, ma comunque gliel’ho descritta.
A: «Sai, non sono stupida e ho sentito distintamente la voce di E. Quindi ho capito che mi stavano raccontando una bugia.»
G: «No, non ero con E. Erano tutti a casa tranne me, perché non potevo rimanerci.»
Ci ha messo un po’ per spiegarlo, ma alla fine ha detto che a F. serviva la stanza e detto così era abbastanza chiaro per quale tipo di attività gli servisse.
A: «Ok, ma non potevi restare con gli altri in un’altra parte della casa? Perché sei dovuto uscire per forza?»
G: «No, perché è una ragazza dell’università e non voleva farlo sapere.»
Ma E, R. e l’altra G. erano a casa, quindi l’avranno vista entrare, no? Non si capiva come mai questa ragazza accettasse di farlo sapere a 4 coinquilini su 5 e che l’unico a cui volesse tenerlo nascosto fosse proprio G, che continuava a sostenere di non sapere bene perché, ma ad un certo punto gli era stato detto che doveva restare fuori casa e lui aveva obbedito, andando in giro per conto suo per due ore circa. Era una storia che faceva acqua da tutte le parti e un po’ gliel’ho fatto notare, ma neanche tanto perché non sapevo fino a che punto potessi spingermi. Non mi doveva spiegazioni, non stavamo più insieme. Ma gli ho detto — dovevo farlo per rispetto verso me stessa — che mi aveva dato fastidio.
A: «Quando ti ho chiamato ero tranquillissima, poi ha iniziato a venirmi una strana paranoia perché mi sono accorta di essere stata presa in giro. A me è quello che dà fastidio. Cioè, non è necessario che tu mi faccia mentire dai tuoi coinquilini o che faccia addirittura spegnere il cellulare ad E, è una cosa che riesco a tradurre molto facilmente, non è che ci vuole una laurea.»
G: «Hai ragione, ma io non ho chiesto a nessuno di mentire per me, non so perché abbiano pensato che fosse necessario.»
“Lo so io, il perché. Perché quando i tuoi amici sono degli schifosi traditori, questo genere di sotterfugio è normale, viene proprio automatico, per averlo usato così spesso…”
Ho provato disgusto. Comunque sia, non sapevo se fosse vero oppure no, non sapevo se lui c’entrasse qualcosa con la scenetta vomitevole di cui sopra ma in quel momento ho desiderato moltissimo credergli. Ho cercato di sorridere per conferire alla mia voce un tono leggero, non so se ci sono riuscita.
A: «Tesoro, ti posso dire una cosa? Se stai uscendo con qualcuna me lo puoi dire, eh!»
G: «No, macché… Te l’avrei detto.»
A: «No, tu non lo diresti.»
G: «E perché?»
A: «Perché tu temi la mia reazione. Hai paura che mi presenti a Roma con una mazza in mano!»
L’ho detto ridendo ma, va da sé, divertita non lo ero affatto.
G: «No, io non ho paura proprio di niente. E poi in questo momento non mi può interessare nessuna perché prendo troppi farmaci.»
A: «Cioè, non senti niente?»
G: «No, sono tutti uguali, uomini e donne. Non mi interessa nessuno.»
Posto che non mi ha convinto al 100%, ho preferito andare avanti. Gli ho chiesto come mai non avesse risposto ad una sola delle mie telefonate o come mai non mi avesse mai richiamata. Se ha girovagato per conto suo per due ore come aveva detto, il tempo e il modo ce l’ha avuto. Così ha aggiunto nuovi dettagli a quella storia strana, ha detto che quando è sceso è andato a casa di alcuni amici.
“Amici? Perché, chi altro conosci a Roma? Quante sono le cose che non mi hai detto?!”
G: «Ero con loro e non mi andava di estraniarmi per parlare al telefono. Stavo chiacchierando e non volevo rispondere, è vero, ma stasera mi ha fatto piacere che mi hai chiamato e anche il messaggio che mi hai inviato.»
Con voce pacata gli ho fatto notare — credo per la milionesima volta, da quando lo conoscevo — che le regole del vivere civile vogliono che se uno riceve alcune telefonate e non risponde mai, a un certo punto richiama il poveraccio che l’ha cercato tante volte e gli dice: “Oh, sai, ho visto le telefonate…” e che, a prescindere dalle regole del vivere civile, lui sapeva come sono fatta io. Se mi avesse risposto e avesse detto “non posso parlare, ci sentiamo domani” mi sarei fermata, ma è proprio perché non ha risposto che ho insistito! Ha ammesso — non so con quanta convinzione — che sì, forse aveva sbagliato a non mandarmi neanche un sms per avvertirmi.
A: «Insomma, G, è piuttosto evidente che mi stai evitando.»
G: «Be’, veramente io ho notato che neanche tu mi hai più chiamato.»
“E cioè? Cosa vorresti dire, scusa?”
A: «No, dopo la proposta del cinema non ti ho più chiamato perché eri sembrato di cattivo umore. Poi durante queste settimane mi sono detta: “Lui lo sa. Se mi vuole sentire, se ha voglia o bisogno di parlare, conosce il mio numero”. Ecco… Non ho voluto insistere. Perché non volevo che tu subissi una telefonata, volevo che partisse da te. Poi ti ho chiamato per sapere come stessi e tua sorella mi ha detto che eri a Roma. Ma tu? Come passi i giorni? Di notte riesci a dormire?»
G: «Non molto. Nonostante prenda anche i sonniferi non riesco a dormire più di 5 ore a notte.»
A: «Oh… Neanche io dormo più.»
G: «Nell’ultimo periodo a Napoli avevo gli incubi.»
“Benvenuto nel club!”
A: «Oh, mi dispiace…»
Ad un tratto E. è rientrato in camera e sono tornati a parlare tra loro, io non ci potevo credere e ho capito che era arrivato il momento di chiudere quella telefonata. Quando ne ho avuto l’occasione, ho detto: «Va be’, dai, comunque… Volevo solo accertarmi che stessi bene, sapere più o meno che fine avessi fatto…»
G. «Ok.»
A: «Quindi… Cioè… Non credo ci sia bisogno di ribadire sempre la stessa offerta…»
G: «Quale?»
A: «Quella… Cioè “se avessi bisogno di parlare con qualcuno” eccetera eccetera…»
G: «Sì, sì.»
A: «….E niente, se scendi a Napoli e trovi un po’ di tempo… E non hai nulla da fare… Potremmo vederci. Tutto qui.»
G: «Ok.»
A: «Ok… Ciao, G. Buona serata.»
Click. Un click al rallentatore.
Il bilancio era pessimo: spontaneità zero, era evidente sia da parte sua che da parte mia. Non sono stata me stessa, ho avuto costantemente paura di fare un passo falso e anche di ascoltare cose spiacevoli. Non mi sono sentita a mio agio, è stato come se tutta l’intimità raggiunta in quei mesi si fosse di colpo azzerata. Sembravamo quasi due sconosciuti, è stato molto triste. E allora perché quando mi sono messa a letto e ho provato a dormire mi sono sentita più leggera? Non tranquilla, no, neanche serena, ma un po’ più leggera… Non mi ha detto niente che mi abbia consolato o rassicurato, è stato freddo e di poche parole, eppure quella notte ho dormito un paio d’ore in più. Possibile che solo sentire la sua voce mi facesse quest’effetto? Che diavolo aveva il mio cervello che non andava? Non riuscivo a capire le mie reazioni, erano incongruenti. Non riuscivo a capire me, non riuscivo a capire lui, non riuscivo ad oltrepassare quell’ostacolo. Mi sentivo come se stessi lentamente affogando nelle sabbie mobili, entro poco non avrei più potuto respirare e tutto quello che riuscivo a pensare era: “Almeno l’ho sentito”. Ben magra consolazione, se pensate che stavo per morire.
Mentre i giorni passavano, il mio umore peggiorava sempre di più e la mia stabilità si faceva sempre più precaria. Era quasi passato un mese dalla rottura, un mese intero e mi sembrava una cosa molto più recente, come accaduta solo il giorno prima. Stavo iniziando a perdere la cognizione del tempo, credo fosse una conseguenza dell’insonnia, oltre a un’estrema sensibilità ad ogni sorta di stimolo esterno. Avevo delle reazioni spropositate per cose minuscole e cominciavo a sentire che stavo perdendo il controllo di me stessa. E non nel modo liberatorio che tanto desideravo, ma in un modo angosciante. Un giorno mi sono trattenuta dopo il lavoro con le mie colleghe e una di loro, C, mi ha detto che stava organizzando una serata a cui dovevo per forza partecipare. C. è molto cara e ha sempre cercato di tirarmi su proponendomi mille cose da fare ma io le dicevo sempre di no. Anche quel pomeriggio, ho sorriso imbarazzata e le ho detto che non me la sentivo, precisando che comunque la ringraziavo per ciò che cercava di fare. C. s’era messa in testa di farmi conoscere un suo amico, secondo lei perfetto per me e quindi ha insistito con più forza del solito. Nel frattempo le altre si sono unite a lei e ne è venuto fuori un coro che qualcuno avrebbe trovato divertente ma che in me ha fatto scattare qualcosa. Erano tutte lì che mi dicevano: «Non essere pesante! Oh, mio dio, quanto sei noiosa! Non pensarci troppo, buttati! Madonna, ma che problema c’è? È solo un’uscita, ti fa bene!» e cose di questo tipo. Niente di che e poi so benissimo che le loro intenzioni erano buone, ma tutta quell’insistenza in stereofonia mi ha provocato una specie di shock. Parlavano a voce alta, tutte insieme, le voci si sovrapponevano, non so spiegare cosa mi è successo ma ricordo che avrei voluto tapparmi le orecchie con le mani e dire loro: “Basta! Vi prego basta!” …Non l’ho fatto, ma all’improvviso i miei occhi si sono riempiti di lacrime e con una scusa sono scappata in bagno. Mi sono guardata nello specchio e avevo la faccia completamente rossa. Adesso mi rendo conto che è stata una reazione eccessiva, ma in quel momento mi sono sentita accerchiata, in trappola. Le ragazze sono venute a controllare che fosse tutto a posto, hanno detto che forse avevano esagerato e che alla fine io non ero obbligata a uscire, se non m’andava, che dovevo fare solo quello che mi sentivo di fare. Mi hanno chiesto il perché di quel pianto improvviso e io riuscivo a dire solo: «Non lo so. Giuro che non lo so.» Ed era vero, lì per lì, ma non mi ci è voluto molto per capire. Appena ho potuto me ne sono andata, consapevole di lasciare dietro di me tre persone confuse e forse deluse, poi sono uscita in strada e c’era così tanto sole da far male agli occhi e per questo ho camminato a testa bassa fino all’auto pensando solo: “Troppa luce! C’è troppa luce!”, giuro che la soffrivo davvero. Appena sono tornata a casa mi sono fiondata in camera mia, ho chiuso la porta alle mie spalle e solo allora mi sono sentita al sicuro. Non so definire quello che mi è successo, so solo che dopo mi sentivo spossata e colpevole. È stato in quel momento che ho aperto gli occhi. Forse era così che si sentiva G. quando la sua famiglia ed io — ma soprattutto io — insistevamo per farlo uscire di casa. Anche lui si deve essere sentito accerchiato ed è una sensazione orribile! Tra l’altro l’avevo anche già sperimentata, quindi non è corretto dire che in quel momento ho capito, piuttosto è che ho ricordato. Mi è successo così tante volte, negli anni, di declinare gli inviti da parte delle amiche, dei parenti, di chiunque, e ogni volta che rispondevo negativamente sentivo di aver fallito un po’. Ero consapevole di avere appena perso un’occasione irripetibile, non perché questa o quell’uscita sarebbe stata la migliore della mia vita, no, solo perché ogni momento è per sua natura irripetibile, nel senso che non si ripresenterà mai più nello stesso modo. Ogni sera è diversa dall’altra, ogni tramonto, ogni risata, ogni incontro e la vita cos’è, se non una continua collezione di momenti irreplicabili? Sapevo che sbagliavo a rifiutare di viverli e mi sentivo già abbastanza stupida nel farlo ma anche troppo debole per accettare; pronunciare quei no era rassicurante e deludente allo stesso tempo. Era difficile, non li dicevo mai a cuor leggero, anzi! Per questo, ogni volta che la persona dall’altra parte dimostrava insistenza, io pativo perché, se quei no erano pesanti come pietre tombali, ripeterli ancora e ancora era come seppellirmi ancora e ancora ed era uno strazio che desideravo con tutta me stessa evitare! Quando dovevo giustificare quei no, arrivavo persino ad odiare le persone che mi costringevano a farlo, che poi erano quelle che ci tenevano di più a me… Le odiavo perché non si accorgevano che mi facevano sentire una poveretta, una debole, una pazza! Incassavano il rifiuto e tornavano alle loro vite piene, con la coscienza a posto e la certezza di aver fatto tutto ciò che era in loro potere, non si sentivano in colpa per avermi fatto sentire peggio, per avermi obbligato a palesare ancora una volta la mia vigliaccheria, il che è giusto, la colpa non era loro, l’ho sempre saputo dentro di me e questo rendeva tutto più difficile. Se avessi potuto dare la colpa a qualcun altro delle mie turbe mentali sarebbe stato meno doloroso, ma era proprio la consapevolezza di essere io la principale fonte della mia stessa infelicità ad affossarmi ancora di più e a farmi provare sempre più disgusto per me stessa. Ho visto tutti gli altri andare e tornare, ridere, vivere e li ho invidiati e mi sono chiesta: “Perché io non posso essere felice come loro?” e quando realizzavo che era colpa mia, mi disprezzavo da morire e pensavo che ci fosse un’unica via d’uscita. Ecco come mi sono sentita per tutta la vita e come ero tornata a sentirmi da quando io e G. ci eravamo lasciati. La reazione di quel pomeriggio mi ha fatto regredire a un tempo che desideravo solo dimenticare e invece no, ricordavo tutto fin troppo bene.
“Forse è questo che ho scatenato in G, mentre cercavo di aiutarlo. Oh, dio, me ne vergogno così tanto! Sono stata superficiale, avventata, forse ha pensato che fossi poco sensibile o addirittura stupida! Io gli ho sempre detto che capisco quello che sta passando, ma ho dimostrato l’esatto contrario. Forse è stato per questo che ha perso fiducia in me. Che cosa ho fatto? L’ho giudicato, l’ho tartassato, ho cercato di costringerlo a fare ciò che io ritenevo meglio per lui! Io credevo di aiutarlo prendendolo di petto, trattandolo come un adulto, caricando sulle sue spalle il peso enorme della consapevolezza ma le sue spalle erano troppo fragili! E quella consapevolezza, io l’ho ottenuta dopo anni, per lui è ancora tutto così nuovo, si sente ancora così confuso… Non ho rispettato i suoi tempi, ho commesso gli stessi sbagli grossolani e presuntuosi che hanno commesso gli altri con me. Che cosa ho fatto? È stata colpa mia se si è allontanato, solo colpa mia! Che cosa ho fatto?!”
Giuro che quel giorno mi si è spalancata la mente e ha fatto male. Ma la domanda più difficile da porsi era: “Che cosa posso fare per rimediare?”. Ancora una volta, la sincerità mi è sembrata l’unica risposta giusta. Dovevo vederlo, dovevo dirgli tutto quello che avevo capito e dovevo chiedergli scusa.
Ho fatto passare una settimana buona prima di richiamarlo, perché avevo deciso di andarci piano, ma quando ci ho provato ho sentito i soliti cinque squilli e poi la segreteria. Ho riattaccato, delusa, e l’ultima cosa che mi aspettavo era che lui mi richiamasse, ma l’ha fatto! Giusto un minuto dopo. Era allegro, tranquillo, ha riso, persino! In quel momento ho pensato che non ricordavo l’ultima volta che l’avevo sentito ridere. Mi ha detto che il giorno dopo (sabato) sarebbe sceso a Napoli, dopodiché avrebbe dovuto fare altre due settimane di tirocinio mentre i suoi colleghi l’avevano già finito. Ha detto che era stato fortunato, perché all’università gli avevano concesso di recuperare i molti giorni che aveva perso e ne sono stata contenta. Ad un certo punto mi ha detto che stava cenando e che potevamo sentirci più tardi, io gli ho detto: «Mi richiami tu?» e lui ha risposto di sì. Era a casa di amici… “Ultimamente è sempre a casa di amici…” Non sapevo bene chi fossero, perché non me ne aveva mai parlato e se mi mettevo a pensarci mi veniva l’ansia, per questo mi sono limitata a considerare che almeno non se ne stava da solo ed era positivo… Perché era positivo, no? “Certo che lo è, niente paranoia.” Ad ogni modo, ha detto che mi avrebbe richiamato e io ci ho creduto, l’ho aspettato fino alle 2:00 ma niente. La prima cosa che ho fatto appena ho aperto gli occhi, praticamente tre ore dopo, è stata guardare il cellulare per vedere se c’era un suo messaggio o qualsiasi cosa. Secondo voi c’era? No, non c’era.
“Va be’, sarà tornato a casa tardi e avrà pensato che non fosse più orario per telefonare… Oggi torna in città. Lo richiamo più tardi.”
E ci ho riprovato. Alle 14:00, alle 16:00 e alle 17:00. Non ha mai risposto. Alle 18:30 gli ho mandato un sms chiedendogli se avesse voglia di uscire, “una cosa tranquilla, niente di che”. Non ha risposto neanche a quello. Alle 21:30 ho finito di lavorare e l’ho richiamato, stavolta dal cellulare di mio padre. E lui ha risposto.
G: «Chi è?»
A: «Ohi, sono Alessandra. Hai già cancellato il numero di mio padre?»
G: «No, il mio cellulare non funzionava più. Adesso ne ho preso un altro, ma qui non ho tutti i numeri.»
A: «Ah, ecco, hai risposto solo perché non hai riconosciuto il numero!»
Ho riso, per non sembrare pesante, ma non c’era proprio niente da ridere. Non credevo più a niente di quello che diceva e se anche la storia del cellulare fosse stata vera, ero pronta a scommettere che il mio numero lo ricordava a memoria, eppure non aveva risposto alle mie telefonata perché la verità era che mi stava evitando.
A: «Be’, ti ho mandato un messaggio… L’hai letto?»
G: «Sì, mi sono accorto che mi era arrivato un messaggio ma non ho fatto in tempo a leggerlo perché, te l’ho detto, il mio cellulare ha smesso di funzionare.»
“Come no.”
A: «Va be’, comunque volevo solo sapere se avessi voglia di uscire, di farti un giro…»
G: «No, io stasera sto qua.»
A: «Dove?»
G: «A casa, ceno con i miei.»
A: «…Ok. Dopo cena?»
G: «Noo, resto qua, viene anche L. Sai, cantiamo un po’, suoniamo…»
A: «Ah… Ok. Quando torni a Roma?»
G: «Domani sera.»
A: «No, sai, io volevo solo vederti, sapere come stai…»
G: «Sto meglio.»
A: «Sì, proprio perché so che stai meglio, pensavo potessimo vederci, insomma…»
Lui è rimasto in silenzio.
A: «Anche perché non so quando torni di nuovo a Napoli…»
Ancora silenzio.
A: «Ok, va bene. Non aggiungere altro. Ci sentiamo. Ciao ciao.»
E ho messo giù. Ero così arrabbiata, così delusa e così triste contemporaneamente…
“Ho commesso un errore da principiante, avrei dovuto sapere che mi avrebbe detto di no! Cazzo, mi sta trattando come se non mi conoscesse! È assurdo!”
La cosa che mi straniva era che la sera prima sembrava conciliante, sereno, insomma… mi aveva richiamata! Io mi aggrappavo ad ogni più piccolo dettaglio perché mi rifiutavo di vedere la realtà dei fatti e cioè che l’avevo già perso. Quella sera ero così furiosa con me stessa e con lui che non riuscivo a calmarmi. Ho cercato invano qualcosa che potesse aiutarmi ma alla fine non ho trovato niente di meglio da fare che contattare D. L’ho fatto un po’ per ripicca, un po’ per necessità, perché mi sentivo davvero molto sola. Ho usato una scusa stupida e lui mi ha risposto, al che c’è stato un breve scambio di battute che ho interrotto il prima possibile perché me ne ero già pentita. Il giorno dopo D. mi ha scritto ancora e poi mi ha pure chiamata. Non sentivo la sua voce da quattro anni e la prima cosa che ho notato è stata il suo entusiasmo. Era davvero felice di sentirmi e lo so per certo, non solo perché me l’ha detto, piuttosto perché l’ho sentito.
D: «Mado’, sembra che non ci sentiamo da dieci anni!»
A: «Ma sono “solo” quattro.»
D: «Lo so, ma a me sembrano molti di più!»
A: «Questo è perché il tempo senza di me sembra non passare mai…»
D: «Infatti! Proprio questo volevo dire!»
Stava scherzando, è ovvio, come stavo facendo anch’io, ma mi è sempre piaciuto il suo modo di scherzare. È sempre stato diretto ma anche signorile, aveva tatto, charme. Non porterò altri esempi a sostegno di questa considerazione perché il mio scopo non è farvi conoscere D, ma credetemi sulla parola, il ragazzo ci sa fare. C’è stata un’altra cosa che ho notato subito, e in fondo non avrei potuto non notarla perché era sfacciatamente evidente, ossia l’estrema semplicità con cui abbiamo scherzato per tutto il tempo, praticamente a partire dal primo istante fino ai saluti, proprio senza alcun imbarazzo. Mi ha confortato e non so perché.
Come potete immaginare, D. mi ha chiesto di uscire entro i primi 60 secondi e — questo forse non lo immaginate — io gli ho risposto subito di sì. D. è rimasto un po’ basito, perché nemmeno lui lo immaginava; considerati i nostri trascorsi, sono sicura che si aspettasse un no al 98%. Invece gli avevo detto di sì e ne sembrava molto contento mentre io ero lì che pensavo solo: “Che diavolo… Cioè… Cosa?”
Abbiamo parlato ancora un po’ e tirato in ballo i vecchi tempi, lui ricordava una cosa che gli avevo detto proprio nel modo in cui gliel’avevo detta e me l’ha ripetuta con le stesse parole. Mi ha stupito, voglio dire… Io sono così, io ricordo le parole esatte e le pause e tutta una serie di dettagli insignificanti, ma non ho mai incontrato nessuno che avesse questa stessa “abilità” e non mi aspettavo certo di ascoltare una mia citazione dalla bocca di qualcun altro, soprattutto dopo essere stata con G. il quale non ricordava neanche la prima volta che lui stesso mi aveva detto “Ti amo”. Più in generale, sappiate che è una cosa che mi colpisce molto. Io parlo tanto ma quasi mai la gente ricorda quello che dico, a cominciare dalla mia famiglia, e ho sempre avuto la sensazione, ma proprio sin dall’infanzia, di scivolare troppo facilmente. In età adulta ho iniziato a credere di avere un problema di comunicazione e forse questo è uno dei motivi per cui scrivo così tanto, perché forse mi viene meglio che parlare. E in ogni caso, verba volant, scripta manent. Comunque sia, D. è di natura molto attento e, siccome l’attenzione è un requisito fondamentale nell’arte della seduzione, io l’ho sempre apprezzato. Durante quella telefonata è capitato anche a me di citare una delle sue battute storiche, una che non ricordava nemmeno più lui e a risentirla è esploso in una risata fragorosa che ha contagiato anche me e se esiste un dio, solo lui sa quanto avessi bisogno di ridere, quella sera. Alla fine mi sono trovata ad espirare sonoramente dicendo: «Che bello sentirti, D.»
D: «Anche per me.»
A: «Davvero?»
D: «Sì, davvero!»
Vi giuro che sentirglielo dire mi ha sorpreso e non è difficile capire come mai. Ultimamente qualcun altro mi faceva sentire un’appestata, si comportava come se anche solo sentirmi al telefono fosse un sacrificio immane, poi invece arrivava D. e mi diceva che gli faceva davvero piacere. Istintivamente l’avevo messo in dubbio e questo la dice lunga sul livello di autostima che era rimasta dopo l’uragano G. Poi però ci ho pensato e ho detto: «Sì, in effetti tu di bugie non me ne hai mai dette, quindi ti credo.»
D: «Sì, sono tutto ma non bugiardo. Ma come stai?»
A: «Mah, sto abbastanza male, però…”
D. non mi ha fatto neanche finire la frase che è scoppiato a ridere. A sentirlo l’ho fatto anch’io perché ho capito il motivo. Non è che ridesse perché stavo male, ma per la candida schiettezza con cui l’avevo detto. Di solito quando uno chiede “come stai?” l’altro risponde “bene”, sono le classiche aspettative sociali, comuni a tutti gli esseri umani; disattenderle provoca straniamento e/o ilarità, l’ho studiato in quella che ora mi sembra un’altra vita.
E niente, D. ha riso e poi ha esclamato: «Scusa, eh! È per come l’hai detto. Ma poi non sei credibile, perché il tuo pessimismo è talmente grande che sfiora il cinismo.»
Non ci vedevamo da quattro anni e lui parlava di me con una sicurezza tale che sembrava ci fossimo frequentati fino alla settimana prima. Ha riso per una mia battuta e ha addirittura commentato la coerenza tra questa e la mia personalità.
D: «Ma è proprio da te! Cioè, se uno non ti conoscesse, questo sarebbe un ottimo esempio di battuta tua!»
“È da me? Ottimo esempio di battuta mia? Ma lui che ne sa? Non mi conosce davvero… Ci siamo visti pochissime volte, quattro anni fa… Possibile che gli sia rimasta così impressa? Come…?”
Continuavo a reagire con stupore a tutto quello che diceva, mentre paragonavo il suo atteggiamento a quello del mio appena-ex-ragazzo che, al contrario, si comportava come se non mi avesse mai visto in vita sua.
Mi accorgo adesso che mi sto dilungando troppo su questo punto e non era mia intenzione, ma giuro che ancora mi fa strano. Ricapitolando, D. mi aveva chiesto di uscire e io avevo accettato, serviva solo una data precisa. Mi ha detto che aveva degli impegni fino a martedì, dopodiché avrebbe dato inizio al pressing. Gli ho detto che non ce ne sarebbe stato bisogno ma lui ha risposto che mi conosceva bene e sapeva che avrei potuto cambiare idea appena chiusa quella telefonata, in quel caso sarebbe servita una certa insistenza da parte sua. “Il solito D…” ho pensato, sorridendo. La tenacia è sempre stata uno dei suoi pregi maggiori.
Parlarci mi aveva fatto bene, non lo nego, ma pochi minuti dopo ero già irrequieta. Non riuscivo a stare ferma, sentivo di aver fatto qualcosa di sbagliato, così ho bevuto per cercare di stordirmi e dormire, ma invece ho fatto una cosa per cui meriterei solo schiaffi: ho chiamato G. e la prima cosa che gli ho chiesto è stata dove fosse. Credevo che fosse già a Roma, ma in sottofondo c’era parecchio rumore e io ho avuto uno strano presentimento.
G: «Sono dalle mie parti con O.»
A: «Ma non dovevi partire oggi?»
G: «No, parto domani.»
A: «E perché sei con O. e non qui?»
Pessima domanda… Come diavolo mi è venuta?
G: «Perché mi andava di uscire con O.»
A: «G… Ti devo dire una cosa.»
G: «Dimmi.»
A: «Ho appena parlato al telefono con D.»
G: «Mh. Allora?»
A: «Mi ha chiesto di uscire.»
G: «Ok.»
A: «Che devo fare?»
G: «Quello che vuoi.»
A: «G… Chiedimi di non farlo.»
G: «No, perché?»
A: «G! Ascoltami bene… Chiedimi di non farlo.»
G: «No, ma perché?»
A: «Non ti interessa?»
G: «Ma perché non dovresti?»
A: «Non riesci a trovare nessun motivo per cui non dovrei farlo?»
G: «No.»
A: «Cioè, se ci esco non ti fa né caldo né freddo.»
G: «No.»
A: «Zero.»
G: «No.»
A: «Quindi non ti interessa niente di me.»
A quel punto G. è rimasto zitto a lungo ma quel silenzio non lasciava ben sperare.
A: «Quindi non avevo torto quando pensavo che mi stavi evitando.»
Precedentemente mi aveva raccontato dei modi poco delicati che aveva usato per tagliare i ponti con un paio di ragazze che si erano innamorate di lui ma che non erano mai state ricambiate. Quello che provavo doveva essere molto simile a quello che avevano provato loro, con la differenza che a me G. aveva detto: “Ti amo. Non ti lascerò mai.”
A: «Io non sono diversa da quelle che hai avuto, vero? Non sono diversa, eh, G?»
G: «No, non sei diversa.»
A: «Mi hai fatto credere che ero diversa per te…»
G: «Ne parliamo domani.»
A: «NO, ADESSO!»
G: «Domani.»
A: «Ho detto che ne voglio parlare adesso! A che ora ce l’hai il treno?»
G: «Ma non lo so…»
A: «Puoi venire, adesso?»
G: «No, non è proprio possibile, sto in macchina con O.»
A: «Fatti accompagnare a casa e prendi la tua.»
G: «No, non esiste.»
A: «È un mese che ti voglio parlare e non riesco…»
G: «Ma tanto non cambia.»
A: «G, tu… Hai mai pensato di tornare con me?»
G: «No.»
In quel momento qualcosa dentro di me è andata in frantumi. È stata una sensazione fisica, reale, mi è parso persino di sentire il rumore del vetro che si rompe in mille pezzi.
A: «Perché io avevo capito che dovevi solo star meglio, e poi saresti tornato da me. Tu non pensavi… Non era proprio in programma?»
G: «No.»
A: «Perché?»
G: «Perché voglio stare da solo, voglio rifarmi una vita.»
A: «E io te lo impedisco, forse?»
G: «Io voglio dimenticare tutto quello che è successo e tu me lo ricordi.»
A: «Tutto, cosa?»
G: «Questi mesi.»
A: «Cioè tu pensi che faccio parte di un periodo brutto e quindi vado cancellata con tutto il resto?»
G: «Sì.»
“Ecco… L’ha detto…” Era la mia paura più grande.
A: «Non puoi dire questo. Non puoi fare così. G, io sto continuando ad aspettarti…»
G: «Non mi sembra.»
Si riferiva a D, al fatto che ci eravamo appena sentiti.
A: «Ma ti ho chiamato proprio per dirtelo, sperando che mi dicessi di non farlo. Se tu mi dici di non uscire con lui, non ci esco. Ma mi sento molto, molto, molto sola. Mi manchi! Mi manchi tantissimo!»
Ero esposta come una ferita e gli ho dato un’altra occasione per rigirarci il famoso coltello. G: «Non mi importa.»
A: «G, non parlarmi così, è una mancanza di rispetto assurda! Se mi hai voluto un po’ di bene, un po’, tu non mi puoi trattare così. Ti diverti a farmi del male?»
G: «Non ti sto facendo del male. Anzi, ti sto facendo un favore.»
A: «E questo lo stabilisci tu?»
G: «Ma forse D. è l’uomo della tua vita.»
A: «Che cazzo dici?»
Non potevo credere alle mie orecchie.
A: «G, mi manchi. Ti prego, vieni qui!»
G: «Ma non è possibile…»
A: «Per favore! Ho provato a vederti anche ieri sera… Vorrei parlarti di persona. Non è possibile che io e te parliamo sempre attraverso questo cazzo di telefono!»
G: «Eh, lo so…»
Aveva un tono che dava i brividi.
A: «Non capisco come fai ad essere così freddo con me. G, sono Alessandra! Sono io!»
G: «E quindi?»
A: «E quindi cosa? Come ci riesci?»
Continuava a rispondere come se non fossi nessuno, come se non avessimo un passato, mi stava per esplodere il cervello, come i computer dei cartoni animati che esplodono quando non sanno risolvere un enigma o un paradosso. Perché era tutto talmente senza senso che non riuscivo a capacitarmene!
A: «Non mi puoi trattare come una qualunque, sono io!»
G: «E quindi?»
A: «Ti ricordi di me?!»
G: «Più o meno.»
Era assurdo, era tutto troppo assurdo.
A: «Puoi partire martedì? Ci possiamo vedere domani pomeriggio?»
G: «Ma no, ho il tirocinio, non posso più rimandare, ho rimandato già troppo!»
A: «Ho bisogno di parlarti di persona.»
G: «Ma perché?»
A: «Ma perché voglio dirti tante cose…»
G: «Dimmele adesso.»
A: «Ma sono troppe…»
G: «Riassumi.»
A: «G, non ti permettere di parlarmi così! Mi stai parlando come a una sconosciuta! Non fingere di non conoscermi! Porca miseria, soltanto il mese scorso eravamo a letto insieme! Io non riesco a capire come cazzo fai a parlare così con me, adesso, a farmi sentire una perfetta idiota, non è umano! Cosa sei diventato? Non sei tu! Non stai parlando sinceramente, perché se questo è il vero G, allora io ho visto… Cosa ho visto, negli ultimi mesi?»
G: «E allora hai visto male, perché io sono così.»
A: «Non ti credo!»
G: «E va be’, non crederci.»
A: «Allora voglio che me lo dici in faccia.»
G: «Sì, ti dirò le stesse cose che ti sto dicendo adesso.»
A: «Sabato scendi di nuovo?»
G: «Penso di sì.»
A: «Ci vediamo.»
G: «Ok.»
A: «G, hai preso un impegno!»
G: «Va bene.»
A: «Sappi che se non verrai, verrò io da te.»
G: «Ok.»
Non riuscivo a riattaccare, ero fuori di me.
A: «G… Ma mi hai mai voluto un po’ di bene?
G: «Probabilmente sì, prima, ma adesso no.»
A: «E come fai a cancellare tutto così in fretta?»
G: «Ci riesco.»
A: «Non ci credo. Tu sei molto più sensibile di quanto vuoi far vedere stasera. Perché hai paura della tua umanità, non capisco…?»
G: «Ma quello è un altro discorso. Se vuoi possiamo parlare di questo, ma non cambia niente.»
A: «Stai già insieme a un’altra, eh?»
G: «Ma no, ma non mi interessa, non voglio stare con nessuno!»
Eccetera eccetera. Devo fermarmi, perché sto di nuovo male.
Ok, comunque. Quella sera avevamo preso un appuntamento ed è stato quello ad impedirmi di gettarmi dal balcone di casa. Vi sembrerò sicuramente una disperata, ma continuavo a ripetermi che non era stato sincero, che non poteva credere davvero alle cose brutte che mi aveva detto e che se m’avesse rivista non avrebbe mai saputo ripeterle, non se mi avesse guardato negli occhi! Dovevamo vederci, era importante che ci vedessimo perché il maledetto telefono è un mezzo infido e non volevo usarlo più, mai più!
Il giorno dopo l’ho usato di nuovo, però, perché non avevo alternativa. Mi ero un po’ calmata e avevo avuto un’idea che mi sembrava bella e giusta e volevo fargliela sapere. Avevo deciso di invitarlo a cena a casa mia. Se avete letto con attenzione, sapete che un invito del genere, da parte mia, ha dell’incredibile. Ma i miei genitori avrebbero passato il weekend al mare e se fosse salito a casa avremmo avuto tanto tempo e tanto spazio per parlare, in assoluta tranquillità. Nessuno ci avrebbe disturbato e lui non avrebbe potuto distrarsi, era essenziale che mantenesse la concentrazione. Così l’ho chiamato e gliel’ho proposto e lui ha cominciato a dire che non era sicuro di essere a Napoli, per quella sera.
A: «Ma ieri mi hai detto che ci sarai!»
G: «Ma sì, forse sì. Sì, credo che ci sarò.»
A: «Ok, allora cosa ti impedisce di passare?»
G: «Niente.»
A: «Allora vieni, no?»
G: «Ti faccio sapere.»
A: «Se dici così, vuol dire che non verrai…»
G: «Non leggere tra le righe.»
Ho cercato di restare calma e ho usato un tono leggero sperando che servisse ad alleggerire anche gli animi.
A: «Dai, vieni, ché se è l’ultima volta che parliamo, almeno è di persona. Siamo due adulti, penso che…»
Stavo per dire “me lo devi” ma poi ho aggiustato il tiro per non indispettirlo.
A: «…Penso che si può fare, no?»
G: «Sì.»
A: «Me la concedi, questa cosa, per favore?»
G: «Sì.»
A: «Quindi l’appuntamento è confermato?»
G: «Sì.»
A: «Perfetto. Io finisco di lavorare alle 21:30, mi vieni a prendere lì, così andiamo direttamente a casa?»
G: «Ok.»
A: «Ok. Ciao!»
E, con una fatica che non riesco a spiegare, ho riattaccato. Ogni volta che riattaccavo dopo aver parlato con lui, mi sentivo come se si spegnesse qualcosa, dentro di me, come una fiamma di candela spazzata via da una folata di vento. Non me lo sono mai spiegato.
Comunque, quel pomeriggio io avevo ricevuto ben tre “Sì” e un “Ok” e quindi ero abbastanza convinta che tutto sarebbe andato bene. Avevo tanto bisogno che andasse bene, dovevo ripristinare l’ordine perché c’era un casino spaventoso fuori e dentro di me.
Mi sono fermata a riflettere e a respirare profondamente. Ero sul mio letto mentre pensavo: “Spero davvero che non mi deluda ancora. Sono consapevole che sabato sarà la mia ultima possibilità, devo giocarmela bene. O la va o la spacca e, se va, sarò la donna più felice del mondo, se spacca… Be’, allora mi dovranno raccogliere dal pavimento, pezzo per pezzo. E saranno molti, migliaia. Ho tanta paura, ma preferisco non pensarci. Ho bisogno di restare positiva, finché non è detta l’ultima parola.”
Adesso che scrivo di quei giorni, mi guardo dall’esterno e non so se la mia impazienza mi suscita più pena o più rabbia. Mi comportavo da immatura e per certi versi da bambina capricciosa. Chiunque avrebbe capito che era il caso di fermarsi, di lasciargli spazio, come mi aveva suggerito la signora A. Eppure io mi ostinavo a pretendere quell’incontro e lo volevo anche il prima possibile perché, ve l’ho detto, sono fatta così. Non mi piace rimandare ciò che per me è vitale e non ho dato importanza al fatto che G. fosse, invece, come la maggior parte delle persone di cui vi parlavo prima, quelle che prendono tempo, quelle che aspettano. Io avevo aspettato per tutta la vita, per altre ragioni, e non ne potevo più. Secondo la mia visione delle cose, G. rappresentava la felicità, l’unica possibilità di felicità che avevo, la più grande, la più importante. E siccome me la meritavo, io dovevo raggiungerla, in un modo o nell’altro. La mia impazienza derivava dalla brama d’amore, dall’insicurezza secolare e dall’istinto di sopravvivenza, e mi aveva resa cieca e sorda, io non sapevo più interpretare i segni, non facevo più distinzione tra i sogni ad occhi aperti, gli incubi ad occhi chiusi e la realtà quotidiana. Mi ero persa. Avevo raggiunto il culmine della mia debolezza e se mi aspettavo di trovare comprensione in G, mi sbagliavo di grosso. G. non ha mai avuto pietà della mia debolezza, anzi, l’ha sempre considerata una colpa imperdonabile e mi ha punita proprio perché mi servisse di lezione.