It’s always darkest before the dawn

Sono in collera con la mia vita per non avermi mai concesso momenti cinematografici tipo un ricongiungimento in una stazione o in un aeroporto con Shake It Out in sottofondo.
Mi riferisco alla parte che va dal minuto 2:33 alla fine, passando per il climax del ritornello che risulta catartico non solo per i protagonisti ma anche per i presenti attoniti.
Bell.

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MOC

Mi rassegno al fatto che il clima è cambiato e fa decisamente più freddo. Ho dovuto tirare fuori i maglioni, le felpe, le sciarpe di lana… No, quelle ancora no, ma manca poco. Odio i miei vestiti invernali, perché l’ultima volta che li ho indossati era un’altra vita, un’altra mentalità. Però poi li provo e scopro che mi stanno meglio di come mi stavano l’anno scorso e allora li indosso comunque con una certa fierezza e mi piacciono di nuovo. Nei prossimi giorni voglio comprare delle gonne perché sono dimagrita davvero molto e credo che adesso mi starebbero bene. E poi voglio altri cappelli e giuro che quest’anno troverò le occasioni per metterli.

“Ti vedo diversa… Sei più serena, o sbaglio?”
“No, non sbagli. Sto veramente bene.”
“Si vede! Mi fa piacere!”
“Anche a me.”

Sono pulita, mi sono disintossicata. Forse non tutti sanno che, quando ci si innamora, il cervello (nello specifico, una zona detta substantia nigra) rilascia un ormone chiamato dopamina che è responsabile del senso di euforia e felicità tipico di quella fase. La dopamina è lo stesso ormone che provoca la dipendenza da sostanze stupefacenti. È stato dimostrato che il calo di dopamina dovuto ad una delusione amorosa produce una sorta di crisi d’astinenza, paragonabile a quella da droghe. Sostanzialmente l’amore è come la cocaina e, quando finisce prematuramente, il corpo non lo accetta e reagisce in modi estremi. Contorcimenti e crampi, quelle robe lì. Il senso di malessere intenso che si prova quando si soffre è giustificato, oltretutto, anche dal fatto che quando si subisce un rifiuto si attivano le stesse aree del cervello che si attivano durante uno stimolo che provoca dolore fisico. Un rifiuto e un pugno sul braccio: per il cervello non fa differenza, entrambe le cose attivano la corteccia somatosensoria secondaria e l’insula posteriore dorsale. Insomma, tutto ‘sto pippone era solo per dirvi che siamo tutti uguali, siamo solo il risultato delle solite dinamiche ormonali ed elettriche e che non c’è poesia, non c’è canzone, non c’è film in bianco e nero che possa nobilitare le stupide sensazioni che proviamo e che nello struggimento ci fanno sentire unici e speciali, perché fior fior di scienziati hanno già fatto e continuano a fare centinaia di esperimenti sui nostri cervelli e la risposta è sempre la stessa: siamo macchine di carne. Le nostre emozioni sono prevedibili. Punto. Io sono uguale a te che leggi e tu sei uguale ad altre centinaia di migliaia di poveri romantici come noi. Siamo senza speranza e facciamo tenerezza, ma siamo uguali. E visto che sentiamo tutti le stesse cose e che in linea di massima ci comportiamo anche negli stessi modi, ho deciso che non ha senso sfuggire a questa realtà. Se ci provo non ottengo niente, dimostro solo la mia immensa presunzione. Allora perché stressarsi? Faccio come fanno tutti. Take it easy. Fottitene. Saggia superficialità. Gonne e cappelli. E smalti per unghie di tutti i colori. Frappè al cioccolato con le amiche. Chiacchiere frivole. Non me ne vergogno. Prendo la via più facile, chi me lo fa fare di prendere quella difficile? Non mi perdo più dietro mille punti interrogativi. Faccio ragionamenti schematici, non vedo quasi più le sfumature. Se vuoi davvero una cosa, te la prendi. Se pensi qualcosa, la dici. Non sono ammessi “ma” e “però”. La mia attuale visione della vita è manichea, da una parte c’è il bene e dall’altra c’è il male. E poi ci sono io che mi disinteresso al bene e al male e faccio solo quello che mi va di fare. Come tutti. No, non come tutti, ma come molti. La maggior parte. Un grande, enorme “sticazzi” aleggia sulla mia testa sotto forma di fumetto. Ma sì, sticazzi. Una parola magica e la vita cambia.

Ma sì, usciamo. Andiamo a bere qualcosa sul lungomare. Metto pure i tacchi. Mi donano, mi slanciano, li porto bene. Me li posso permettere. Io.

“Sei bellissima!”
“Quanto sei bella!”
“Mado’, Ale, come stai bene!”
“Insomma, avete conosciuto le mie amiche. Che ne pensate?” – ” ‘A bruna è troppa tosta!”
“Ua, amo’, hai fatto una strage!”
“Se avessi qualche anno di meno, ti rapirei.”
“Allora? Quando usciamo insieme?”
“Biancaneve, hai un sorriso che fa male.”
“Questa rosa è per te.”
“Il mio amico si è innamorato del tuo profumo.”
Ma che diavolo sta succedendo?!?

“Non ci credo che sei single.”
“E invece lo sono.”
“Una come te non resta sola a lungo. A meno che non sia per scelta.”
Cervello scoperchiato, occhi spalancati. Rivelazione.
“Ora che ci penso… Probabilmente hai ragione… L’ho sempre scelto io…”
Wow…

“Da quanto sei single?”
“Da un po’.”
“E chi è il pazzo che ti ha lasciato andare? Vorrei proprio conoscerlo!”
“Non ne varrebbe la pena.”

Sticazzi.

Dove eravamo rimasti? Ah, già, all’autostima.

Ma sì, balliamo. Come fanno tutti. Anzi, più forte! Balliamo con tutto il corpo, non come le fighe apparecchiate in discoteca, con la minigonna giropassera, che se si muovono un po’ troppo restano in mutande. Dimeniamoci senza pudore! Freghiamocene di come appariamo, tanto siamo bellissimi. Freghiamocene di quello che pensano gli altri, tanto è tutta invidia. Guardali, come sbavano… Tra un po’ si potrà vedere la schiuma uscire dalle loro bocche sporche. Ci invidiano perché vorrebbero essere come noi ma non ci riusciranno mai. Noi siamo vivi! Facciamoglielo vedere! Balliamo usando le gambe, le braccia, la testa e tenendo gli occhi chiusi; quello che si vede con gli occhi chiusi è molto più bello di quello che si vede ad occhi aperti, soprattutto quando i bassi sono potenti. Bassi, suoni sintetici, creatività elettrica. La vita è ora, non ieri, non domani, ora.

Credo di essere la versione migliorata di me stessa. Sono uno spettacolo.
E mi dispiace per chi non ha la fortuna di assistere.

  

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Raindrop 2.0

Avevo dei capelli molto lunghi, mi arrivavano all’altezza dello stomaco. Adesso li ho tagliati, mi arrivano alle spalle e ogni tanto li arriccio. Sono onde morbide, scure e profumate che mi incorniciano il viso con voluttuosità. Mi dipingo le unghie di rosso e a volte stendo sulle labbra un rossetto dello stesso colore. La mia pelle è liscia e bianca, i miei polsi nudi sono piccoli ed eleganti. Non sono mai stata tanto magra quanto oggi, dicono che a guardarmi di profilo sembro sul punto di spezzarmi, eppure il mio seno resta pieno e sodo. Non lo metto in mostra con scollature profonde, anzi, ma si nota lo stesso.
Le mie ciglia sono lunghe e nere e mi basta batterle un paio di volte per catturare gli sguardi curiosi degli uomini, che restano intrappolati lì come le mosche in una ragnatela. Li osservo con disprezzo e divertimento, qualcuno tra loro pende letteralmente dalle mie labbra. Ce n’è uno in particolare che quando mi vede arrossisce vistosamente. Non ha speranze con me. Da quando mi hanno detto che “si alza la mattina solo per vedermi” ho smesso di rivolgergli la parola, a meno che non sia lui ad interpellarmi e anche in quel caso rispondo a malapena, perché non voglio alimentare la sua illusione. Per fortuna ha capito l’antifona, perché si fa vedere di meno e quando lo fa non sorride più, e io mi sento sollevata. Mi sorrideva davvero troppo e i suoi sorrisi erano troppo larghi, potevo vedergli tutti i denti e poi i suoi occhi si illuminavano in maniera oscena, luccicavano, era insopportabile. Nessuno mi aveva mai guardato in quel modo, con quella sfacciata adorazione, proprio non lo reggevo. Ho dovuto farlo smettere, capite? Ho dovuto.
Con tutti gli altri invece sono diversa, spigliata. Mi lascio guardare, se vogliono. Tanto non devo fare niente di speciale, devo essere solo me stessa. Parlo come al solito, gesticolo come al solito, rido come al solito. Loro mi guardano e io me ne accorgo. Allora li guardo anch’io, dritto negli occhi, con insistenza. Voglio vedere chi resiste di più prima di abbassare la testa e finisce che vinco sempre io. Li ascolto mentre tentano di sembrarmi brillanti, simpatici, qualcuno si impegna particolarmente. A volte li assecondo e sorrido, e loro sono tutti contenti e si sentono grandi, altre volte non mi va e resto seria. Nel vedere che non faccio una piega qualcuno va via deluso, qualcun altro torna e ci riprova ma la mia reazione è imprevedibile. A me non importa se ci restano male o no, non sempre ho voglia di avere riguardo e non ho intenzione di forzarmi. Non sono tenuta a preoccuparmi per il loro ego, in fondo.
So per certo che qualcuno mi spia. A me non dà fastidio, il più delle volte me lo dimentico proprio, altre invece decido che quella costanza va premiata. Allora ballo. Che sia rock psichedelico anni ’70 o la più frivola e irresistibile disco music, io improvviso qualche passo di danza mentre sto facendo tutt’altro, così non se l’aspettano e restano stupiti. L’altra sera ho messo su Family Affair e ho alzato il volume in modo che sentissero. Volevo attirare l’attenzione. È divertente, muovo la testa e le spalle mentre guardo altrove e da fuori sembra fatto con nonchalance, sembro una che non ci pensa, invece è tutto calcolato. Ho una marea di controllo.
Non ho peli sulla lingua. Dico quello che penso, anche se spiazza. Se mi viene in mente una battuta maliziosa, la faccio, così nessuno pensa che sono ingenua. Ho sempre la risposta pronta. Laddove gli altri devono pensarci un po’, io so sempre cosa dire. È una qualità che qualcuno mi invidia. Mi dicono sempre che a vedermi dimostro a dir poco cinque anni di meno ma poi parlo e sembro più grande. Sembro una donna. Una donna con le unghie rosse e le ciglia lunghe. Glielo lascio pensare, forse lo sono. Li lascio liberi di immaginare sé stessi mentre mi stringono i polsi dietro la schiena, o mi baciano i piedi. Sono in vetrina. Ma non possono toccarmi, se non lo voglio anch’io.

 

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Oltre la tenda

Succedono tante cose, fuori e dentro di me. Tante ne vengo a sapere e mi sconcertano e sollevano insieme. È difficile da spiegare, ma proverò a farlo perché spiegandolo troverò un senso.
Subito dopo aver spedito la mia ultima lettera a G. ho iniziato a sperare che il postino la perdesse. Ve lo giuro. Nei mesi passati a scrivere di questa storia mi è capitato più volte di pensare che fosse tutta una pazzia ma avevo la reale necessità di andare fino in fondo perché era l’unico modo che conoscevo per esorcizzarla. Io non sono come lui, che censura tutto ciò che può provocare turbamento, io il turbamento me lo vado a cercare, lo analizzo in tutte le sue manifestazioni e lo elaboro. Credo che l’elaborazione stia alla base della crescita emotiva, su questo non ho dubbi. Ad ogni modo, mentre ero lì che elaboravo, sono stata sommersa da una marea di emozioni contrastanti. C’erano giorni in cui soffrivo come un cane, altri in cui mi sentivo ottimista e piena di speranza, altri ancora in cui mi sentivo lucida e disincantata. In giorni come questi, in particolare, mentre mi tornavano in mente cose che avevo rimosso, dettagli all’apparenza insignificanti che invece non lo erano, avevo la sensazione di trovarmi a un passo da una stanza segreta, da cui mi separava solo una tenda. Mi sembrava di essere sempre lì davanti e di appoggiare appena la mano su quella tenda, iniziare a spostarla un po’, tirandola piano da un lato… Ma poi mi spaventava l’idea di quello che avrei potuto vedere, tiravo indietro la mano di scatto e mi allontanavo di almeno dieci passi. Dietro quella tenda c’era una consapevolezza che non ero ancora in grado di sostenere e per questo avevo bisogno di tenerla ancora chiusa. Stavo iniziando a pensare che forse la mia stima nei confronti di G. era un po’ esagerata, che se nessuno vedeva in lui quello che vedevo io era perché forse non esisteva. L’avevo guardato con gli occhi dell’amore ed era un amore talmente intenso che doveva aver falsato la conoscenza. “Forse”, mi dicevo… Ero piena di “forse”. “Forse lui non è tanto speciale, forse è come tutti gli altri figli di puttana che ho incontrato. Forse vale meno di quanto sono disposta ad ammettere, perché poi dovrei ammettere anche di aver offerto me stessa a una persona piccola.” Me lo chiedevo per un istante, ma non iniziavo neppure a ragionarci su, che già mi rispondevo: “Ma no, che dico? Certo che è speciale, certo che merita stima, certo che è buono!” perché non ero ancora pronta, non potevo reggere la verità, non ancora. Oggi lo sono. Sono serena, in pace con me stessa e leggera, è così che mi sento, leggera. Sulle mie spalle non c’è più il peso del dubbio, posso alzarmi in piedi e tenere la testa alta. È una sensazione meravigliosa!
Vi chiederete cosa mi ha portato a questo punto, soprattutto dopo lo stato pietoso in cui ero negli ultimi tempi. Ve lo racconto.
La raccomandata è arrivata a destinazione ma non è stato G. a riceverla, bensì E. Ho scoperto solo dopo averla inviata che G. non abita più in quella casa, ma vive con la sua nuova ragazza e un paio di amici in un altro appartamento di Roma. E. ed R. sono stati così gentili ed affettuosi da tenermi aggiornata su quanto è successo ed io gliene sono profondamente grata. Mi hanno raccontato che il giorno dopo averla ricevuta, si sono incontrati con G. e gli hanno portato la busta, lui l’ha aperta, ha visto che conteneva una lettera e un cd, il cd l’ha buttato in un bidone della spazzatura, della lettera ha letto le prime due righe e poi ha buttato anche quella. I due gli hanno fatto notare che era poco carino da parte sua e che avrebbe potuto quantomeno leggere il resto, anche solo per curiosità ma lui questa curiosità non ce l’aveva. Hanno detto che ha riso, mentre ha buttato via tutto e io non ho fatto alcuna fatica ad immaginare la scena, né mi ha sorpreso. Queste sono le reazioni di G, io le conosco bene. Qualcuno si arrabbierebbe davanti a una reazione del genere, io no. A me mette solo tanta tristezza.
Adesso, la cosa che più di tutte mi lascia perplessa è la derisione e il disprezzo con cui ha parlato di me. Io non gli ho fatto niente di male, anzi! Ho sempre voluto il suo bene e ho sempre cercato di aiutarlo a raggiungerlo e se alle volte sono stata troppo insistente è stato sempre e comunque per altruismo e mai per cattiveria. Voglio dire, X si era comportata da vera stronza eppure lui non l’ha mai disprezzata, non capisco come posso averlo meritato io. Siamo davanti a una persona la cui emotività è seriamente compromessa, di questo sono sicura. Come sono sicura di non aver fatto niente per meritare derisione e disprezzo; la sua reazione è stata gratuita e maleducata ma al di là di tutto, la cosa strana è che conoscerla non mi ha fatto male. Certo, mi è dispiaciuto, non lo nego, ma non ho sentito la morsa d’acciaio intorno al cuore che ho sentito altre volte. È questo che mi ha sconcertato e sollevato insieme!
I ragazzi mi hanno raccontato un po’ del suo nuovo stile di vita. Non più di tanto, mi hanno detto che i due piccioncini vivono praticamente in simbiosi e che lui sembra uno di quegli esaltati che entrano a far parte di una setta, completamente soggiogati dal santone di turno. Mi hanno detto che hanno un rapporto morboso, che lui non ha potere decisionale e che lei lo schiaccia. Non stento a credere neanche a questo. G. ha fatto le stesse identiche cose con X. Identiche, vi dico. Anche quando stava con lei si era annullato e aveva allontanato i suoi amici, anche quando stava con lei aveva sviluppato una sorta di ossessione che lo aveva reso schiavo. Non sono l’unica a ricadere negli stessi errori, a quanto vedo. Anche lui si sta comportando come quattro anni fa e se ho insistito fino ad oggi è perché l’avevo già capito e volevo impedirglielo. Proprio così, volevo impedirgli di sbagliare nello stesso modo. L’avrei fatto per noi, certo, ma soprattutto per lui, che mai come adesso ha bisogno di una guida. Credo che oggi come oggi non sia in grado di formulare pensieri definiti e definitivi, con tutto il casino che ha in testa, senza considerare i farmaci che prende. Credo che si senta al sicuro in quella nebbia in cui è immerso il suo cervello, credo che lo spenga il più spesso possibile perché pensare gli fa male. Credo che, per evitare a sé stesso spiacevoli reazioni, non si sia posto più di tanto il problema di tutto il male che mi ha fatto, piuttosto ha provato a convincersi che non è mai successo. Probabilmente in questi mesi mi ha pensata a malapena e le rare volte che l’ha fatto si è detto: “Sicuramente sta bene!”, perché odia sentirsi responsabile del dolore altrui e per evitarlo si racconta molte bugie. Io però l’ho costretto a farci i conti ripiombando dopo tre mesi nella sua vita, col mio solito modo brusco e senza filtri, così l’ho indispettito e ho suscitato la reazione che vi ho descritto. Per la serie: “Sto cercando di dimenticare quanto sono stato vigliacco e cattivo, come osi ricordarmelo?!”
Povero piccolo G. Non conosce l’importanza della memoria. “Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”, diceva George Santayana. È proprio quello che sta succedendo, proprio le stesse identiche cose che sono successe quattro anni fa.
La verità è che G. crede di poter andare avanti calpestando i cadaveri di chi ha la sfortuna di incappare sul suo percorso ma col tempo torna a sentire le voci lontane dei fantasmi che credeva di essersi lasciato alle spalle e allora crolla. Una delle tante cose che non sa gestire è il senso di colpa. Proprio lo fa impazzire! Non ha mai imparato a chiedere perdono ma possiede comunque un rudimentale senso etico che lo manda in tilt. Dentro di sé lui conosce la differenza tra il bene e il male e si rende conto, seppur sommariamente, dell’impatto negativo che hanno certe sue azioni sugli altri ma non sa chiedere scusa perché per farlo dovrebbe guardarsi dentro e rischiare di provare disgusto per sé stesso, così evita qualsiasi confronto e scappa, ma gli resta comunque un tarlo fastidioso a rodergli l’anima, o quello che è. Per questo negli anni ha preso l’abitudine di gettarsi a capofitto in situazioni al limite che avevano lo scopo (conscio o inconscio) di fargli espiare le sue colpe. Con me l’ha fatto ben due volte. Quattro anni fa si era comportato malissimo con me e per questo si era attaccato a X e aveva cercato con lei la perfezione.
«Dovevo essere perfetto, perché prima di lei non lo ero stato e io volevo esserlo! Non l’amavo, lei non meritava i miei sforzi, ma io volevo essere perfetto.»
Dopodiché, stremato da quella recita, è tornato da me ma poi si è comportato ancora peggio, ha toccato il fondo e suppongo che in privato si faccia un po’ schifo per questo, anche se non lo ammetterebbe mai. Ed ecco che ne ha trovata subito un’altra con cui fare ammenda, la prima che gli è capitata, una qualsiasi, con cui diventare “il ragazzo modello” di cui mi parlava, come se tramite lei potesse ripulirsi la coscienza, come se fosse un’auto che entra in un autolavaggio lercia e piena di escrementi di piccione e ne esce lucida e scintillante. Ho cercato di spiegargli che l’universo non funziona così e che, anche se si comporta in maniera impeccabile con una perfetta sconosciuta, i torti che ha fatto a me non spariranno. Solo tramite il mio perdono potrebbe espiare le colpe che ha commesso contro di me, non c’è alternativa valida che sia anche duratura. Ma lui no, preferisce continuare così, con i paraocchi, con la dissociazione, con la negazione che si ritorcerà contro di lui. Va bene. Non è più un mio problema.
Una sera mi ha scritto di aver paura dell’inverno perché ogni volta “gli ruba l’anima”. Ebbene, ne ha così tanta paura che pur di non dormire in un letto freddo vi fa entrare un corpo a caso che è buono solo a scaldarlo. Si accontenta. Forse crede di meritare poco, non lo so. Forse merita effettivamente poco, sto iniziando a pensarlo. Comunque nel frattempo finge. Oh, ne sono sicura al 100%. Sta fingendo di essere innamorato di lei, sta fingendo che lei gli basti, sta fingendo di stare bene con sé stesso. Può darla a bere a tutti, a lei, alla sua famiglia (che desidera così tanto la sua felicità da credere ciecamente che l’ha raggiunta solo perché sfoggia un sorriso di cera), può darla a bere a chiunque ma non a me. Lo conosco meglio di chiunque altro ed è per questo che non mi sopporta più. Ho visto troppo.
“Come osi vedere? Mi sono nascosto così bene per tutta la vita, come ti permetti di vedermi?!”
Ah, sì, ho visto eccome. Ed è stato stupido da parte sua temerlo, perché avrebbe dovuto sentirsi rassicurato da questo! Ho visto il suo peggio e l’ho amato lo stesso: quale altra dimostrazione gli serviva? Chi mai ci riuscirebbe, a parte una povera pazza come me? Lei? Ma per favore! A lei adesso mostra solo la sua maschera lucente, ma quanto a lungo pensa di poterla tenere, prima di sclerare? Non molto, credetemi. Non resisterà più di quanto ha resistito con X, poi il suo vero Io verrà fuori. E non è oro, affatto. È malato.
No, sul serio, forse è vero che sono un po’ pazza, perché quel suo Io malato ero davvero disposta ad accettarlo. Con me non sarebbe mai stato costretto a fingere perché io lo avrei accettato per come è in realtà, con tutti i suoi mille difetti, con tutte le sue debolezze. Io non avevo paura. Gli offrivo amore incondizionato, comprensione, gli offrivo la possibilità di essere sé stesso e la promessa di una lealtà e di un sostegno eterni. Lei? Lei non ha neanche la più pallida idea di quanto sta rischiando a stargli vicino. Adesso è accondiscendente e remissivo, certo, perché va tutto bene e perché gli conviene così, ma quando inizierà a sentirsi in trappola, sarà allora che mostrerà la sua vera natura. Non oso immaginare cosa succederà… Anzi, non ho bisogno di immaginare, perché lo so già. Esattamente quello che è successo in questi mesi, con me. Provo molta tenerezza per lei, non ha nessuna colpa ma è destinata a soffrire lo stesso. Verrà triturata da quello schiacciasassi emotivo che è G. e qualcuno dovrebbe dirglielo: “Tesoro, sta’ attenta. Proteggiti!” …Ma sarebbe inutile, a me lo hanno detto decine di volte e io non ho dato ascolto a nessuno. Certe botte le devi prendere dritte sulla faccia per capire, altre puoi evitarle ma magari si potesse conoscere dal principio la differenza! Spero che lei sia forte abbastanza da fronteggiare lui e le sue crisi, quando si ripresenteranno, e furba abbastanza da tagliare i ponti prima che lui la distrugga. Quanto a me, lo ripeto, mi sento sollevata. Il fatto che fossi disposta ad abbracciare quella croce non significa che mi avrebbe fatto bene, anzi. Mi dispiace per quello che la aspetta ma sono felice perché non aspetta me! Non sono io che dovrò sopportare i suoi silenzi passivo-aggressivi, non sono io che dovrò fare i conti con la sua sessualità ambigua, non sono io che resterò delusa davanti alla sua ennesima caduta di stile, non sono io che dovrò spronarlo a fare qualcosa, qualsiasi cosa e scontrarmi con la sua ostinata immobilità. Io sono al sicuro. Certo, la vita mi metterà davanti a nuove sfide, a chissà quante altre delusioni, ma dopo G. è tutta discesa!
Mi fa tanta pena, sapete? Non lo dico in senso dispregiativo, non è mia intenzione sminuirlo, come lui ha fatto con me. Qualcuno penserà che sono come la volpe che non arriva all’uva e allora dice che è acerba, ma credetemi, masochista come sono avrei potuto passare ancora dieci anni a tessere le sue lodi davanti a tutti, indipendentemente dalla sua noncuranza. Non scriverei certe cose se non le pensassi davvero. Sarò pure una noiosa analizzatrice compulsiva ma possiedo una buona scorta di onestà intellettuale che mi fa tenere sempre presenti i pro e i contro e non è che rinnego i pro quando mi conviene, come fa G. C’era anche del buono in lui ed era tanto, ma purtroppo ha fatto di tutto per annientarlo e alla fine ce l’ha fatta. Lo diceva sempre: «Voglio perdere ogni brandello di umanità che è dentro di me, non voglio sentire più niente!» …Ci è riuscito, non è più umano, non è più nulla. È morto.
Io ero (e sono) ancora innamorata di quel ragazzo dolce e meraviglioso che ho conosciuto nel 2010. Era diverso, era sensibile. Lui non avrebbe mai buttato una lettera senza leggerla, per esempio… Ma quel ragazzo ormai non esiste più, si è ucciso. Quello che mi ha tratto in inganno, in questi mesi infernali, è il fatto che il suo involucro continuasse a muoversi e andare in giro per la città. Aveva la stessa faccia, gli stessi occhi e le stesse mani, ecco perché mi ero illusa di avere a che fare con la stessa persona ma quella persona era morta. È come piangere davanti al poster di Jim Morrison: ok, era figo, ma è morto, non può ricambiarti. Anche G. è morto, ma io sono viva e mi strugge il cuore ricordare quello che era. L’avreste amato, era una bella persona. Poi però si è arreso e si è trasformato in un essere debole e meschino. Adesso è un vile. Ecco perché mi fa pena. Mi dispiace davvero per lui e per lo spreco, mi dispiace tanto.
Non lo so, forse con gli anni affronterà quello che adesso non ha il coraggio di affrontare… Forse succederà quando sarà più grande, quando si guarderà in uno specchio e vedrà una manciata di capelli bianchi su entrambe le tempie… O forse ci metterà molto meno, forse l’anno prossimo si sveglierà, una mattina qualsiasi, e aprirà gli occhi, in tutti i sensi, come una specie di rivelazione divina o cose del genere… Forse tornerà ad implorarmi come ha fatto lo scorso autunno, forse non ne troverà il coraggio e si mangerà le mani nell’ombra, forse non ricorderà nemmeno il mio nome, forse starà con lei per sempre e si innamorerà davvero o forse la metterà incinta e a quel punto dovrà sposarla ma poi la tradirà tutte le volte che ne avrà l’occasione. Forse, forse, forse… Il punto è che non mi riguarda. Non sono più tenuta a chiedermi cosa ne sarà di lui perché qualsiasi cosa diventerà non avrà influenza su di me. Mi ha persa per sempre e non avrei mai creduto di arrivare a scriverlo ma mentre lo faccio mi sento così bene! Mi ha persa, stavolta davvero. Adesso fa spallucce e dice “chissenefrega!” e forse è vero, che non gli frega, ma non cambia il fatto che sono la cosa migliore che gli sia mai capitata e che non mi avrà mai più. Ha sciupato il mio amore e per questo ha fallito. Punto. Gli avevo dato una seconda possibilità, un milione di seconde possibilità, ma lui le ha sprecate una per una. Ha gettato al vento una grossa opportunità di felicità e non se ne rende neanche conto, imbottito com’è di farmaci e ossessioni. Sono capace di slanci che a lui non verranno mai istintivi, sono capace di amare con un’intensità che lui può solo simulare, G. simula i suoi sentimenti come le pornostar simulano l’orgasmo, è diventato di plastica! Io non sarei mai capace di accontentarmi di quello che ha lui ora, io voglio di più. Lo voglio e me lo merito! Non so che farmene di questo: ——————  io voglio questo: /\/\/\/\. Voglio passione, amore accecante, sussulti e sospiri perché sono viva! Io sono così luminosa e non me ne ero mai accorta! Ho appena capito che non era lui a brillare: ero io! La luce veniva da me! Lui è buio, non so se lo è sempre stato o se lo è diventato, ma so che oggi lo è e io non so che farmene di uno così.
Ma che volete? In fondo stiamo parlando di una persona spaventata che si detesta. Non è che si può pretendere chissà che. G. ha la maturità emotiva di un bambino di cinque anni, non è che ci puoi stare tanto a ragionare. Ricordo che quando mi disse che si vedeva con X gli chiesi se ne fosse innamorato e lui rispose: «No. Però è questo che voglio, adesso. Non voglio emozioni forti, voglio un’amicizia non troppo amichevole, una passione non troppo passionale. Un amore senza amore. Proprio così, un amore senza amore. Voglio percorrere la strada più facile. Chi me lo fa fare di scegliere quella più difficile?» …Ecco, è di uno così che stiamo parlando. Dio, è la persona più insicura che ho mai incontrato! Non sa chiedere scusa, non sa dire come si sente e perché, lui non sa parlare. Non credo di avergli mai sentito dire una frase lunga tutta d’un fiato, senza tentennamenti. E se non sa parlare è perché non sa ascoltare, né gli altri, né sé stesso. Ha una fortissima difficoltà ad esprimersi perché non si è mai evoluto. E come avrebbe potuto evolversi senza rischio? Quelli che gli vivono intorno gli hanno reso sempre tutto troppo facile, non ha mai dovuto lottare, non ha mai dovuto impegnarsi per raggiungere un obiettivo perché qualcun altro lo ha sempre portato in braccio fino alla meta. Lui non sceglie niente, tutto gli capita tra capo e collo. Si alza la marea e lo travolge e lui non ha neanche la forza di scansarsi. Non ha mai preso una decisione in vita sua, persino la facoltà da seguire l’ha scelta suo padre! Sta vivendo una vita che non gli piace ma non ha il coraggio di chiamarsene fuori perché non saprebbe da che parte cominciare per costruirsene una con le sue mani! Ha una personalità che è uno scolapasta e lui ci mette centinaia di tappi ma continua a perdere pezzi di sé senza reagire davvero. Oh, povero G! Deve essere orribile vivere in questo modo! Mi dispiace così tanto per lui che per un attimo ho voglia di piangere ma non lo faccio perché ormai non ho più lacrime da dedicargli. Ne ho versate così tante da quando lo conosco… Quante lacrime e quanto tempo perso ad aspettarlo… Tre lunghi anni… Se avessi capito subito quello che ho capito solo oggi, mai e poi mai avrei sprecato così tanta vita! Non ne valeva davvero la pena!! È solo colpa mia se l’ho sprecata, sia chiaro, non incolpo lui per i miei anni persi. Ma proprio perché ne ho già persi troppi, non posso più perderne altri.
Ripenso al fatidico 2010… Non ci saremmo mai dovuti incontrare, io e lui. Il nostro incontro non era previsto. Quell’anno io avevo fatto domanda per partecipare a un altro progetto, non avevo idea che mi avrebbero presa in quella scuola di Ponticelli, non era in programma! Dio, se potessi tornare indietro cancellerei tutto semplicemente rinunciando a quel lavoro. Tutto quello che è venuto dopo è stato dolore. Tutto ciò che G. ha portato nella mia vita è stata devastazione. Per un attimo di felicità, durato così poco e comunque illusorio, ho pagato un prezzo troppo alto. È venuto con una rosa rossa e un sorriso imbarazzato e ha rubato tutto quello che avevo. L’innocenza, la fiducia, la purezza e non ha meritato niente di tutto questo. Gli ho donato il mio tempo, la mia anima, la mia carne! Il mio sangue! E lui mi ha buttata via come se niente di tutto questo avesse valore. Non sono io ad essere malata, è lui. E come se non bastasse, ha persino provato a darmi la colpa! E io, cretina, per un po’ ci ho pure creduto! Perché mi odiavo, ecco perché mi è riuscito facile, ma la colpa non era mia. Voleva “vivere la favola” e mi ha accusato di avergliela distrutta, ma la favola dov’era? Eravamo forse in una favola quando latitava per settimane? Eravamo in una favola quando mi ha lasciata sola a capodanno o al mio compleanno? Eravamo in una favola quando mi ha usato senza vergogna? Cosa ha fatto per me? Mi ha trascurata, mi ha mancato di rispetto, mi ha offesa, mi ha mentito, forse mi ha pure tradito, a ‘sto punto tutto può essere. È lui che ha rovinato tutto, non io! Io gli ho dato tutto quello che avevo di più prezioso! Non ho niente da recriminarmi.
Mi ha detto: «Non sei migliore degli altri» ed è vero, ma sono sicuramente migliore di lui! Eccomi qui, davanti alla tenda, l’ho spostata tutta da un lato, non c’è più alcun ostacolo e posso vedere bene quello che c’è oltre. Non mi piace, non mi piace per niente. Ma in compenso mi piaccio io! Mi piace il modo in cui lotto, mi piace la forza che ci metto, mi piace il coraggio che ho e il modo in cui amo! Non sapevo di poterlo fare così! Totalmente, senza limiti! G. non è mai stato amato così in tutta la sua vita! Mai! Non so se gli capiterà di nuovo, ma una cosa è sicura: non gli era mai capitato prima di me. Per questo mi assolvo. Perché il mio sentimento era sincero e perché non avrei potuto fare di più. Ci ho provato fino all’ultimo, ho fatto tutto quello che non ho avuto il coraggio di fare quattro anni fa. Quante volte mi ero chiesta “cosa sarebbe successo se avessi fatto o detto”, ma l’orgoglio, il mio caro vecchio orgoglio non mi consentiva di fare un solo passo verso di lui. Invece adesso ho avuto il coraggio di fare tutto, gli ho teso una mano, gli ho urlato: “Afferrala! Fa’ presto!” e lui non ha ascoltato, ma com’è bello poter inspirare, espirare e dirvi che sono in pace! Avevo accumulato così tanti punti interrogativi e così tanti rimpianti che mi basteranno per tutta la vita, mentre adesso posso dire che ho dei rimorsi ed è completamente diverso! È molto meglio! Dio, che belli che sono i rimorsi, paragonati ai rimpianti!
Nonostante tutto ciò che mi ha fatto, comunque, io non lo odio. La cosa più brutta che poteva farmi era indurmi ad odiare, ma non glielo permetterò. Non ho intenzione di concedergli ancora tutto questo potere. Non cederò all’odio, io non lo seguirò nel baratro dove è sprofondato! Mi ha ferito molto, è vero, ma vincerebbe se mi lasciassi inaridire. Allora sì che avrebbe preso tutto. Invece no, io non mi faccio inaridire, non mi faccio indurire! Tutta questa luce merita di essere conservata! E ammirata! Qualcuno prima o poi dovrà vederla.

[ Sto pensando che forse lui l’aveva vista… E conoscendosi aveva intuito che avrebbe finito per spegnerla. Forse aveva capito che non sarei mai stata felice con lui, che era lui l’incidente di percorso! Forse un po’ mi ha voluto bene. Per questo, forse, lasciarmi andare è stato il suo ultimo gesto d’affetto. Se è così, allora dovrei ringraziarlo. Grazie G! Per avermi fatto capire cosa voglio in un uomo e per esserti fatto da parte quando tu stesso hai capito che non avresti potuto darmelo, perché non ce l’avevi più. Grazie per avermi fatto scoprire cosa sono disposta a dare e perdere per amore, grazie per avermi mostrato in che stato ti può ridurre la paura e per avermi ispirato per questo a non averla mai più! Grazie per avermi portato al limite perché al limite, nel bene e nel male, io mi sono sentita viva! Grazie per avermi mostrato le tenebre e avermi lasciato libera di strisciarne fuori! Mi hai lasciato libera! Io avevo scelto di essere una schiava ma tu me lo hai impedito! Te ne sono infinitamente grata! Grazie, amore mio! ]

L’anno scorso, esattamente in questo periodo, io ero sul punto di risorgere. Prima che il fantasma del mio amore morto tornasse nella mia vita, io avevo fatto dei passi avanti. Non è necessario azzerare tutto, non devo per forza fermarmi per altri tre anni, chi lo dice? Io posso ricominciare da lì, da dove ero rimasta lo scorso autunno!
C’è così tanta bellezza intorno a me! Così tante cose per cui vivere! Le risate tra amiche, quelle che dopo mi fanno male le guance, un’insolita chiacchierata padre-figlia che io e il mio vecchio abbiamo fatto qualche giorno fa, durante un lungo viaggio in macchina… Gli abbracci di mia sorella, che è più piccola di due anni ma che si prende cura di me come se fosse lei la più grande. Gli occhi di mia madre quando le do il buongiorno sorridendo e resta stupita, perché non c’era più abituata. Si rende conto che sto bene, adesso per davvero. Non parla, non dice niente, resta solo a guardarmi e lo sente… Io sto bene e questo la rende felice!
E come se non bastasse c’è tanto cinema da scoprire, c’è tanta musica da ascoltare, tanta arte da divorare e tante città da visitare! C’è tutto un mondo pieno di nuove possibilità e non mi sono mai sembrate così allettanti. Non vedo l’ora di coglierle! Adesso posso, sono libera! Bella, leggera e libera.

 

“In fondo non c’è
in quello che dici
qualcosa che pensi
sei solo la copia
di mille riassunti.
Leggera, leggera
si bagna la fiamma
rimane la cera
e non ci sei più.”

 

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“Gli altri non lo sanno”

Non va bene. Non mi passa. Se sono ancora qui tra voi è perché utilizzo dei mezzi patetici per ingannare il dolore. Tipo quella storia del profumo e simili. Rileggo spesso le cose che ho scritto sui nostri inizi, quasi tutti i giorni. E ogni giorno che passa mi innamoro sempre più di lui, ancora e ancora, non c’è fine. A volte per addormentarmi devo fingere che G. sia vicino a me. Gli dico: «Buonanotte» e immagino che lui mi dia un bacio sulla fronte. Un po’ come quella volta di quattro anni fa, quando ha fatto finta che io lo abbracciassi. Eravamo stesi su un letto, a Napoli, lui sulla schiena, io sul fianco sinistro. Ha fatto finta di prendere il mio braccio per portarlo attorno al suo torace. Non l’ha fatto davvero, ha spostato solo l’aria… l’ha mimato. Poi ha detto: «Sono arrabbiato.» ed io: «Perché?» e lui: «Perché non ti ho.»
Allo stesso modo, io mi sveglio, mi stiracchio, gli dico: «Buongiorno!» e immagino di sentirlo mugolare qualcosa di incomprensibile. Poi mi alzo e affronto il mondo, ma il mondo è un posto buio se non c’è lui.
Com’era bella la mia città, quando ero in macchina con G. Continuo a chiedermi perché non sia venuto a prendermi più spesso, è stato un peccato. Le strade che di giorno sono già belle, di sera diventavano magiche. I lampioni accesi, poco traffico, il golfo illuminato, Castel dell’Ovo in lontananza… Immagini familiari, che avevo visto altre cento volte ma che mi sembravano sempre nuove, se G. era al mio fianco. Le strade extraurbane con la segnaletica catarifrangente, frecce bianche ovunque. Saremmo potuti andare in qualsiasi direzione, io l’avrei seguito in capo al mondo. Le insegne dei negozi chiusi, le saracinesche abbassate… La città era un parco giochi e mi sentivo come se ci entrassimo sempre dopo la chiusura, di nascosto, come due ragazzini che scavalcano una recinzione e stanno attenti a non farsi beccare dal custode notturno. Era tutta nostra. Tutto quello che c’era davanti ai nostri occhi era stato messo lì per noi, i sanpietrini, gli obelischi, persino il mare. Era tutto per noi.
Mi manca. È difficile fare a meno di lui. Lo so che tra noi è durata poco ed è molto più lungo il tempo che abbiamo passato separati. Dovrei essere abituata a non sentirlo, invece è il contrario, perché non importa quanto durano, si fa troppo presto ad abituarsi alle cose belle. Nel poco tempo che siamo stati insieme io mi ero abittuata a sentirlo tutti i giorni e adesso mi manca non potergli parlare di come mi sento, di quello che mi succede, delle piccole sciocchezze quotidiane senza importanza. Vorrei comporre il suo numero ma non risponderebbe, allora tengo ferme le mani ma è una forzatura. Mi costringo, non è affatto naturale. Vorrei potergli raccontare di quando ho litigato con una cliente ma mi sono fatta valere, sarebbe così fiero di me a sentire come le ho risposto. Vorrei potergli raccontare di un altro cliente che invece mi vuole bene e che mi ha già regalato due cd di musica jazz. È stato G. a farmi conoscere il jazz, prima di lui non lo capivo e senza di lui non riesco ad ascoltarlo. Vorrei potergli raccontare dell’operazione agli occhi a cui mi sono sottoposta a metà Settembre, adesso ci vedo bene ma che me ne faccio dei miei occhi nuovi se non posso guardare nei suoi? Vorrei potergli raccontare di un ragazzo che ho incontrato un pomeriggio, aveva una t-shirt con una stampa che ho subito riconosciuto, erano John Travolta e Samuel L. Jackson in una scena di Pulp Fiction. Gli ho fatto i complimenti per la maglietta e lui mi ha sorriso, rispondendo che quello è un film che ama alla follia. Ha detto che lo conosce a memoria e che sarebbe in grado di recitarlo parola per parola, una scena dopo l’altra e io ho pensato: “Dio! Proprio come G!” Non è colpa mia se tutto mi ricorda lui! È ovunque! In ogni canzone che ascolto, in ogni film che guardo. Persino nei titoli di coda trovo il suo nome! Il produttore, l’addetto al casting, l’assistente alle luci, si chiamano tutti come lui! Chissà che confusione sul set… Se cammino per una strada che non conosco, alzo gli occhi a cercarne il nome ed è sempre il suo! Un uomo si sbraccia per attirare l’attenzione dell’amico che è sul lato opposto della strada e l’amico si chiama G. Accendo la tv e un ragazzo con gli occhi scuri e la barba e i capelli lunghi suona la chitarra… Non si chiama G, ma è uguale a lui. Tutto mi ricorda lui. Sono circondata! Esco fuori con le mani in alto, ma lui dov’è? Non ne ho idea. Non so dov’è, cosa sta facendo, se ha già ricominciato il tirocinio, se ha già dato qualche esame e com’è andato… La vita quotidiana, quella noiosa e banale, la routine… Vorrei solo esserne resa partecipe. Trovo assurdo dover fingere di non conoscerlo! Porca miseria, io lo conosco, è G! Non è un estraneo, è la mia anima gemella!
L’altro giorno ero a casa di F. una mia amica molto religiosa che crede nella compassione e nella carità, ma nel senso originario di queste parole, che oggi invece vengono usate in maniera impropria. F. è sposata con M. e insieme hanno due bambini incantevoli. Mi ha invitata da lei per fare la marmellata di mele e quando ho bussato alla loro porta li ho trovati nel bel mezzo di una partita di Magic, un gioco di carte difficilissimo. Erano tutti seduti intorno al tavolo in cucina, in sottofondo c’era della musica jazz e tutti ridevano. Mi sono seduta accanto a loro e li ho guardati… Erano il ritratto della felicità. Mi hanno detto che ascoltano spesso la musica, soprattutto quando pranzano e cenano, la tv non la accendono quasi mai. M. ha una playlist apposita pure per quando legge Tolkien ai bambini. Se G. fosse stato lì, avrebbe convenuto sul fatto che era proprio quello che volevamo anche noi. Una casa piena di libri, musica jazz in sottofondo in una grigia mattina di inizio autunno, due bambini bellissimi e dolcissimi, scalzi e sorridenti, fotografie di momenti speciali sparse un po’ qui e un po’ lì… Mi sono alzata dal tavolo e sono andata a sbucciare le mele mentre F. finiva la partita con la sua meravigliosa famiglia. Dopo aver sentito che mi piacciono i Sigur Rós, M. ha fatto partire uno dei loro album migliori ed è proprio quello che G. preferiva. Il mio cuore ha ceduto. Ero lì che sbucciavo tre chili di mele rosse e davo a tutti la schiena, mentre in sottofondo c’era Samskeyti e le risate dei bimbi e io mi sforzavo di non piangere, mentre pensavo che potevamo avere tutto questo… Noi potevamo avere tutto questo! Dalla finestra entrava un accenno di vento, la tenda bianca svolazzava e il profumo della frutta si mescolava a quello della pioggia che per un po’ è caduta, silenziosa. La più piccola si è alzata, scalza, è venuta a prendersi un pezzo della mela che avevo appena sbucciato e poi me ne ha offerto un altro, mi ha detto: «Senti che buona!» e io ho preso un morso, era croccante e dolce, la cosa più buona che abbia mai assaggiato. Quando le mele erano sul fuoco a cuocere con lo zucchero, il profumo si è fatto ancora più intenso e ha riempito la casa. I bimbi mi hanno portato in camera per farmi vedere tutti i loro giocattoli, specialmente i peluches. Mi dicevano: «Guarda questo! Guarda quest’altro!» e me li porgevano tutti e tutti insieme, al punto che ne avevo così tanti tra le braccia che non riuscivo a tenerli.
N: «Guarda, questo è il mio peluche preferito, da piccola non riuscivo a dormire senza.»
A: «Anche io ho ancora i peluches di quando ero piccola, sai?»
N: «E ci dormi insieme?»
A: «No… Non ci dormo più…»
N: «Dovresti farlo!»
A: «Già… Dovrei…»
Ho pensato che quella piccoletta aveva proprio ragione. Aveva detto una cosa così semplice, come mai non ci avevo pensato prima? Il mio letto è così vuoto e non riesco a dormire se non do la buonanotte a qualcuno che neanche c’è. Perché mi sento così sola… E non so mai come mettere le braccia, penso sempre che ho bisogno di avvolgerle attorno a qualcuno… O a qualcosa. Sono troppo vuote…
A: «Lo farò stanotte, te lo prometto. Stanotte dormirò abbracciata al gatto bianco con gli occhi azzurri.»
N: «Brava!»
Le ho intrecciato i capelli. N. ce li ha lunghissimi e sono di un morbido castano chiaro. È venuta una treccia perfetta e alla fine era così contenta! Nel frattempo D. saltava di qua e di là per attirare la nostra attenzione e ha tirato fuori una tenda per bambini, una di quelle che non si montano, perché hanno i bordi ripieni di fili metallici flessibili che si dispongono per conto loro. Ha insistito perché c’entrassi dentro e mi sono sentita molto goffa, ma alla fine ci siamo entrate in due. Io, N. e i peluches. Poi è arrivata l’ora di cucinare qualcosa per il pranzo e ci ha pensato M. Mentre F. rassettava, io e suo marito abbiamo parlato molto. M. mi vuole bene anche se mi ha visto poche volte e con lui mi viene proprio istintivo aprirmi. Gli ho raccontato di G. e lui mi ha detto delle cose che mi hanno scioccato, ma aveva una voce talmente dolce che non avrei potuto chiedergli di stare zitto.
M: «Ma se lui tenesse a questa nuova ragazza?»
A: «Ma sì, sicuramente le vuole bene, perché gli tiene compagnia in questo momento difficile. Ma non la ama.»
M: «Come fai a saperlo?»
A: «L’ha già fatto in passato. Non sa stare da solo e, pur di non starci, si mette in queste situazioni senza capo né coda. Sa fingere bene, nessuno si accorge di nulla, solo lui sa la verità. Sua madre mi ha detto che lei “lo sta aiutando”, ma anche lì… Tutti parlano e nessuno capisce bene di cosa.»
M: «Che intendi?»
A: «Il disturbo depressivo maggiore si caratterizza per alcuni sintomi che sono abbastanza ricorrenti. Ma altrettanto ricorrente è la tendenza di questi a sparire, anche per lunghi periodi. Poi, se ti curi eviti il ripresentarsi di questi sintomi, se non ti curi ritornano, ciclicamente, più e più volte. G. stava con me durante la fase acuta e inizialmente l’ha attribuita alla mia presenza. Quando ci siamo lasciati ha cominciato a prendere gli psicofarmaci e subito dopo si è messo con lei. In quel periodo ha cominciato a star meglio e lo ha attribuito alla sua nuova storia, così come ha fatto sua madre, la quale crede che la sua allegria lo abbia contagiato, che lo sta aiutando eccetera eccetera. Ma questa è solo la fase di recessione dei sintomi, niente di più. Se non l’avessi lasciato, ad Aprile, adesso la starebbe vivendo con me. Quello che lei gli dà glielo posso dare anche io e pure meglio, perché io lo conosco di più e lo amo davvero. Non è che mò è arrivata questa e ha fatto il miracolo, come pensano a casa sua. E ti dirò di più! Siccome lui non si sta curando veramente, i sintomi si ripresenteranno! E quando si ripresenteranno che succederà? Vorrà dire che la santa ha perso i poteri magici? La verità è che lei non ha alcun potere su di lui, solo lui ce l’ha. G. è un ragazzo estremamente intelligente, lo capirà da solo. Anzi, forse lo ha già capito. Sta recitando.»
M: «Perché pensi che adesso andrebbe meglio, tra voi?»
A: «Perché ho capito i miei errori.»
M: «Che errori hai commesso?»
A: «Ho cercato di imporgli la mia soluzione, ho cercato di costringerlo a reagire.»
M: «Va be’, ma l’hai fatto per lui. Era altruismo.»
A: «Ma non ho rispettato i suoi tempi, l’ho fatto sentire oppresso… Ho sbagliato.»
M: «Per il troppo amore, però. È un’attenuante. Tutti sbagliamo, ma c’è differenza tra gli errori commessi in buona fede e quelli commessi in cattiva fede. Non devi biasimarti.»
Ho scosso la testa, guardando altrove.
A: «No, ho esagerato, gli serviva più tempo…»
M: «Fermati un attimo. Piuttosto che pensare a ciò che serviva a lui, pensa a ciò che serve a te. Cosa ti fa bene? A me sembra che lui abbia molti problemi. Ti conviene?»
A: «Non posso abbandonarlo, capisci? Ha bisogno di aiuto. So cosa sta passando… L’ho già vissuto anch’io.»
M: «Non lo sapevo. Ti va di parlarne?»
M. è un uomo gentile e delicato, per cui, ripeto, parlare con lui è la cosa più naturale del mondo. Quindi sì, gli ho raccontato di me e dei miei anni persi. M. mi ha ascoltato in silenzio senza staccarmi gli occhi di dosso. Ha detto: «Mamma mia… Deve essere orribile. Mi dispiace.» poi si è preso un attimo per pensare e alla fine ha detto: «Ok, anche tu sei stata male. Ma sei ancora capace di amare, non ti sei inaridita. Invece lui, da quello che mi hai raccontato, sembra molto arido. Perché vuoi una persona così al tuo fianco?»
A: «Perché lo amo.»
M: «Ma lui non sa amare.»
A: «Non è vero. È solo spaventato, ma è buono. Voglio andare a Roma. Voglio portargli una rosa bianca, in risposta alla rosa rossa che mi ha portato l’anno scorso.»
M: «Quando vuoi andarci?»
A: «Un lunedì sera. Come quando stavamo insieme e lo raggiungevo. Forse il 6 Ottobre.»
M: «Credi che l’accetterà?»
A: «Non credo. Lui sta cercando di allontanarmi, perché crede di fare il mio bene, viste le sue condizioni. Quindi probabilmente mi eviterà, probabilmente suonerò il citofono e lui non aprirà.»
M: «E tu cosa farai?»
A: «Resterò lì finché non scenderà ad ascoltarmi.»
M: «Tutta la notte?»
A: «Sì, e anche tutto il martedì. Tutto il tempo fuori al palazzo finché non scende ad ascoltarmi.»
M. mi ha sorriso con la tenerezza di un padre e mi ha detto: «Tu sei così passionale…»
F. ogni tanto passava lì davanti e diceva la sua, in quel momento ha detto: «Sì, si getterebbe tra le fiamme!»
M: «E ti capisco. Anch’io sono così, anche io ho fatto delle pazzie simili quando ero innamorato. Quello che vuoi fare tu è un gesto bellissimo, ma è lui che dovrebbe farlo. E non sa come si fa. Perché è un nichilista.»
Ho aggrottato le sopracciglia, incuriosita dalla parola. Lui si è spiegato meglio.
M: «Tu sei passionale, lui è frigido. Non sente niente.»
A: «Ma… È perché è depresso, non sta bene!»
M: «Anche tu sei depressa. Eppure sei capace di amare. Non è la depressione che lo fa agire così, è proprio frigido di natura. Tutte le cose che ti ha detto, tutte quelle frasi fatte del tipo “meriti di meglio”, non lo so… Mi sanno tanto di bugie comode.»
F: «Ah, l’ho sempre pensato anche io! È così borghese… Soffro solo io, nessuno può capire, stammi lontano, sennò ti fai male… È borghese! Lei non è come lui, lei è viscerale!»
M: «Lui lo sa che lo ami ma non lo sopporta. Non vuole che lo ami, perché lui per primo non si ama e non riesce ad accettare che provi tutto questo amore, non se ne capacita, gli dà fastidio. Lui preferisce stare con una con cui non si deve mettere in gioco, una che non capisce quanto è vuoto, una che prenderà tutto quello che può finché ce ne sarà, ma senza investimento. Tu invece sei impegnativa e lui non ti regge. Con te si deve impegnare, ma non sa farlo. E se un giorno tornasse da te e tu lo riaccettassi, ti meriteresti di essere tradita.»
A: «Cosa?»
M: «Sì, te lo meriteresti. E lui lo farebbe. Perché ha bisogno di distruggere le cose belle, è nichilista. Nichilista e lesionista. Ma non “autolesionista”, proprio lesionista. Ferisce per sentirsi vivo. È l’unico modo che conosce. Tu non meriti questo. Sei bella, dentro e fuori. Sai quanti ti apprezzerebbero di più? Puoi dare tanto ma meriti anche di ricevere.»
Mentre M. parlava, a me è tornata in mente una cosa che G. mi ha detto al telefono, una sera… Ha detto: «Ale, non ti conviene. Io posso distruggere tutto. Ma ricordati che prima di distruggere qualcosa, la si deve costruire. Io so fare anche questo. Posso costruire tanto e poi distruggerlo. Lo so fare.»
Ripensarci mi ha dato i brividi. M. non sapeva di questa cosa, non l’ho mai confidata a nessuno, eppure stava descrivendo proprio lo stesso concetto. Mi guardava dritto negli occhi e mi parlava di nichilismo e lesionismo… Era tutto così lineare, il suo discorso non faceva una piega, anzi, aveva molto senso, fin troppo, ma non poteva essere vero. Ho pensato che quella sera, in fondo, G. mi aveva mentito. G. diceva tante bugie, quella doveva essere per forza una bugia, alla stregua di “Si butta tutto, non salvo niente”. Era una bugia e M. stava facendo un discorso teorico che filava, ma senza conoscere la persona a cui lo applicava.
A: «Nessuno lo conosce davvero. Io l’ho visto. Lui non è come lo descrivi tu. È buono!»
M: «Ok. Ma ti prego, prenditi un po’ di tempo prima di andare a Roma con una rosa bianca in mano e passare la notte appoggiata al portone di un palazzo chiuso. Pensaci. Poi, se non cambi idea, vacci pure. Io sono del parere che l’istinto vada seguito, ma prima prenditi un po’ di tempo. È tutto quello che ti chiedo.»
A: «…Ok.»
Oggi è il 6 Ottobre e io sono a Napoli. Non sono partita per Roma ma gli ho scritto una lettera e ho intenzione di spedirgliela domani, assieme a un cd. Se è il tempo quello che serve, ho deciso di darlo anche a G. Ma non è un tempo eterno, come lui stesso crede. Il 3 Novembre la mia attesa finirà. Lui non lo sa ancora, ma abbiamo un appuntamento. Io quella sera indosserò gli stessi vestiti che ho indossato il 3 Novembre dell’anno scorso, e voi sapete cosa è successo in quella data. Metterò la stessa giacca di velluto, le stesse scarpe, quella sera portavo una treccia molto particolare che poggiava sulla spalla sinistra. Avevo un ombretto marrone con un accenno di oro nell’angolo interno. Quella sera tremavo per l’ansia e la gioia insieme. Voglio un nuovo 3 Novembre. Gli ho scritto che lo aspetterò lì, seduta sul muretto, dove ci siamo rivisti dopo tre lunghi anni. E se lo vedrò arrivare, ricominceremo tutto daccapo e saremo felici. Se non lo vedrò, cancellerò il suo numero e proverò a scordarmelo. So già che quando leggerà queste parole penserà che sto bluffando o, peggio, che mi sto autoconvincendo di essere capace di fare a meno di lui. G. mi accusava di essere presuntuosa ma lui è il primo a pensare di potermi avere quando vuole. Ricordate? Una volta mi ha detto: «Va’, vola! Credi che non ti saprei riprendere?»
Gli ho giurato sul mio onore che se mi lascia sola ad aspettare, il 3 Novembre sarà la fine di tutto. Ma io ho fiducia in lui e credo che quella sera verrà da me. Perché non importa quante ragazze entrano nel suo letto, non importa quante pillole maledette prende, non importa quanto penosa sia la sua memoria, certe cose non si possono cancellare a comando. Lui non può avermi dimenticata. Non ci credo.
Vedo già la scena… All’improvviso la sua auto farà capolino dal buio, lo dissolverà con la luce dei fanali e io cercherò di distinguere il suo viso in tutta quella luce, poi lui si fermerà, spegnerà il motore e io vedrò il suo profilo, un profilo che saprei riconoscere tra la folla. Scatterò in piedi e gli andrò incontro, piano. Lui mi abbraccerà e io farò lo stesso. Nessuno dei due parlerà, ma sarà tutto chiaro. L’amore deve vincere sulla paura, sempre, perché altrimenti questo mondo merita di morire e l’umanità merita di estinguersi! Noi saremo più forti della paura e tra un anno tornerò a scrivervi che stiamo ancora insieme, che abbiamo sistemato tutto e che in fondo non era poi così difficile. E tra dieci anni tornerò ancora a scrivervi che nel frattempo siamo andati a vivere insieme, in una casa piena di libri e di foto, che abbiamo due bambini bellissimi che mi aiutano a fare la marmellata mentre lui suona la chitarra, che la vita è meravigliosa e che abbiamo voglia di viverla fino alla fine. Vi scriverò che sono felice e vi augurerò la mia stessa felicità. Perché io e G. possiamo ancora avere tutto questo! Chiunque può, se ha il cuore puro.

   

On Air: “Medicine” – Daughter
(!!!)

  

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