Un attimo isolato di lucidità

Intorno a me le persone muoiono e non riesco a piangere. Guardo con invidia mia madre che singhiozza perché io non sono capace di sentirmi allo stesso modo. Mi dispiace, certo, ma non soffro. Non soffro. È impressionante come io mi disperi per cose futili e per persone inutili e poi, davanti alla morte di una persona innocente, non faccia una piega. Mia sorella apprende la notizia e resta di sasso, io invece continuo a spalmare la marmellata su una fetta di pane.
Quando ero in terapia chiesi alla dottoressa il perché di questa assenza di reazioni. Lei mi rispose che era un meccanismo di protezione, di autoprotezione. Non permettevo a me stessa neanche di elaborare l’idea perché altrimenti il dolore mi avrebbe sovrastato. Stavo iniziando a temere di non essere più umana ma lei mi spiegò che lo ero fin troppo e avevo trovato un modo contraddittorio per gestire la sovrabbondanza di umanità.
Da allora sono cresciuta e in parte sono cambiata e non so se sia ancora vero o se semplicemente io mi stia indurendo, ma oggi i miei occhi sono asciutti e non ho perso l’appetito. Mi sento in colpa per questo.

Ogni volta che qualcuno muore io penso a quanto sia stupido sprecare l’esistenza, finché la si ha. Ogni volta il mio pensiero va alle cose che non ho fatto perché ho rimandato, ai posti che non ho visitato, alle parole che non ho detto quando ero in tempo e alle persone che non ho saputo trattenere. L’idea che domani possa finire tutto mentre ho così tanti spazi da riempire mi mette un’angoscia che non so descrivere. Poi però si fa ora di andare al lavoro, o in qualsiasi altro posto e mi faccio distrarre da una marea di cose insignificanti. Così si perde il Senso.
Vivi come se dovessi morire domani, dicono, ma chi lo fa davvero? Tutti rimandano, tutti sprecano il proprio tempo. Viviamo la nostra routine in uno stato di dormiveglia, mentre ci ripetiamo che prima o poi metteremo a posto le cose (o noi stessi) che prima o poi faremo quel viaggio (quello che sogniamo da anni) che rivedremo quelle persone (quelle davvero importanti) che diremo quelle parole (finalmente le parole giuste) e intanto i paesaggi cambiano, i volti invecchiano, i ricordi sbiadiscono, gli occhi si chiudono per sempre e abbiamo perso la nostra occasione.
Siamo stupidi. È sulla nostra stupidità che dovremmo piangere. Sulla presunzione che ci porta a credere di avere più tempo di quanto ce ne serva ma la verità è che è poco, pochissimo e non basta mai.
Se tu sapessi di dover morire domani, prova a pensarci, non chiameresti un amico che hai perso di vista ma a cui tieni tanto, per salutarlo e fargli sapere che per te è stato importante? Non cercheresti il perdono di tuo fratello per averlo ferito e per non aver avuto l’umiltà di chiedergli scusa? Se sapessi di dover morire domani, non correresti a dichiarare il tuo amore a chi non sa di essere amato da te? Anche solo per sentirti più leggero, anche solo per andartene in pace.
Certamente faresti questo ed altro, se sapessi di avere poche ore a disposizione, ma siccome dai per scontato di averne molte di più, non fai niente di niente, le sprechi. Finché non è troppo tardi. Non è follia, questa? Non è presunzione? Credi che avrai anche il diritto di stupirti, quando il tempo finirà? Credi che avrai il diritto di rimpiangere le occasioni perse? No. Non lo avrai.
La trappola più grossa in cui si può cadere è la routine, soprattutto quando è satura di orgoglio o peggio, di paura. La trappola più grossa!
Fatti un favore, non rimandare ancora. Liberati. Adesso.
 

“Non reagire è una reazione: siamo altrettanto responsabili di ciò che non facciamo.”
(Jonathan Safran Foer)

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Memento

E la signora di una certa età, un’estranea, si rivolge a me e a una mia amica. Ci dice: «Ricordate sempre che siete preziose. Non lasciate mai a nessun uomo il potere di mortificarvi o di farvi dubitare del vostro valore. Nessun uomo deve sminuirvi. Mai.»
Io guardo l’estranea negli occhi e noto che hanno il colore del cielo. Mi colpisce il modo schietto in cui ci impartisce quella lezione di vita, lei stessa deve averla imparata con amarezza, mi dico. Allora il minimo che possa fare è dedicarle tutta la mia attenzione, così continuo ad ascoltarla e pendo dalle sue labbra, per dimostrarle che la rispetto. Alla fine faccio un cenno lento con la testa, un cenno che significa: “Ho capito. Glielo prometto.”
L’estranea mi guarda a sua volta e si accorge che ho capito davvero, così ci saluta e va via.

Ho annotato questo incontro e l’ho fatto proprio oggi perché proprio oggi io devo a me stessa fierezza e orgoglio. Proprio oggi. Perché la memoria mi gioca brutti scherzi, oggi.
Una volta avevo un vestito bianco ed era molto raro, qualcosa che non si vedeva in giro da tanto tempo, qualcosa che poteva lasciarvi a bocca aperta. È inutile provare a spiegarlo, perché non credereste a quanto era speciale, quel vestito, non credereste davvero a quanto era straordinario. Era fuori dall’ordinario. Eppure io lo portavo con eccessiva modestia; era bello, ma non avevo il coraggio di vantarmene, io, che non ho mai trovato niente di cui vantarmi. A volte mi capitava di provare persino imbarazzo se qualcuno si soffermava a guardarlo, avevo voglia di coprirmi o di chiedere a quella persona: “Ti prego, puoi voltarti un attimo dall’altra parte?”. Più spesso mi sentivo colpevole e avevo voglia di ridurlo in stracci… Sbagliavo, perché il mio vestito bianco mi rendeva Diversa. Era pulito, era immacolato, finché, in un giorno come questo, mi hanno gettato addosso un secchio di fango e non hanno neanche chiesto scusa.
[Non hanno neanche chiesto scusa…]
Dopo lo shock dell’impatto mi sono fermata, in piedi… Ho guardato dall’alto e ho visto rivoli di fango colare velocemente lungo le mie gambe. Era tutto imbrattato, era tutto sporco… Laddove poco prima c’era candore, all’improvviso c’erano solo vergogna e delusione e la cosa peggiore era che non capivo perché. Continuavo a chiedermi perché avevano fatto ciò che avevano fatto ma non riuscivo a trovare una risposta. Era appena avvenuto qualcosa a cui mi sforzavo di dare un senso perché, se l’avesse avuto, non sarebbe stato solo un gesto di cattiveria e allora avrei potuto capirlo. Io volevo capire… Purtroppo a volte la cattiveria un senso non ce l’ha, è fine a sé stessa e questo è tutto ciò che ci è dato sapere.
Ho il ricordo di una schiena che si allontana decisa e io da sola… Potevo vedere solo la schiena, mentre restavo indietro… Tutte le paure che avevo tentato di dissipare in una vita intera, si erano concretizzate. Una per una. Tutto ciò che più temevo era diventato realtà. Credevo di essere al sicuro, ma mi sbagliavo. Quella schiena… Dio mio, quella schiena…
[Vergogna e delusione…]
Mi ci è voluto un po’ per riuscire a muovermi, poi, in preda allo sconcerto, ho cominciato a strofinare forte. Ricordo il rumore dell’acqua corrente, l’ho sentito per tanto tempo, per troppo tempo, un tempo interminabile e mi stava facendo diventare pazza, ma non potevo farlo smettere perché proveniva da lontano, era alle mie spalle. Io invece ero lì, in una specie di trance, che strofinavo con tutta la forza che avevo e non mi accorgevo che stavo piangendo – me ne sono resa conto solo dopo, quando mi sono ritrovata le guance umide. Ho strofinato finché non è rimasta più neanche una macchia ma, anche se ho lavato via il fango, lo sporco mi è rimasto attaccato addosso. Chi ha compiuto quel gesto voleva esattamente questo.
Oltre l’appropriazione, la svalutazione. Oltre la distruzione, l’umiliazione. L’invidia rende meschini ed è possibile anche godere di un torto inflitto.
Ormai il mio vestito è rovinato, rovinato per sempre, ma non per colpa mia. Io non ho colpa di niente. Avrebbero dovuto ammirarlo per il suo colore e per la raffinatezza dei dettagli, non sminuirlo e disprezzarlo come fosse un calzino bucato. O riderne.
Mi hanno detto: “Poche storie, non era niente di speciale. Non aveva alcuna importanza! A chi importa di un vestito bianco? A nessuno!”
A me importava… Per me era infinitamente importante! Ma ho avuto la sfortuna di incontrare aridità e stupidità, presunzione e ristrettezza. E invidia, sì, soprattutto invidia. Non è colpa mia. Non piangerò per questo. Il mio vestito bianco era bello, è vero, era straordinario, ma io lo sono di più.

25 Febbraio 201(5)
Ore 16:30

[Piove… Proprio come allora. E mi sento disperatamente sola… Proprio come allora.]
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Liar!

Le foto sono bugie e nessuno lo dice mai.
La donna si mette in posa con le sue bambine e il marito che pochi minuti prima le ha tirato un pugno sullo zigomo. Sorride, quello stesso zigomo diventerà viola molto presto ma in quel momento è solo leggermente gonfio, se si mette un po’ di sbieco nella foto non si noterà.
“Fa’ un bel sorriso, abbraccia le bambine e aspetta il flash. Le bambine… Guarderanno questa foto e non lo scopriranno mai.”
Questa è una bugia.

La ragazza sorride e mostra il segno della vittoria con le dita. Peccato che in bocca, al contrario, senta il sapore della sconfitta. È ancora giovane, certo, ma va per i trenta e non è soddisfatta di come si sono messe le cose. Solo qualche anno fa credeva che a questo punto della sua vita sarebbe stata già sposata a un avvocato facoltoso e che avrebbero vissuto insieme in una villa di lusso. Non è andata così, purtroppo, perché ha scoperto che per mantenersi deve lavorare, così invia il suo curriculum in giro e nessuno la chiama mai. Quanto al suo compagno, lui non guadagna abbastanza per comprarle una villa e in fondo che razza di compagno è se non le ha ancora detto ‘ti amo’? Ma nella foto questo non si vedrà, nella foto non si noterà la rabbia che prova verso la sua fortuna avversa.
“Sorridi, fa’ il segno della vittoria con le dita… Questa poi la pubblichi su Facebook. Sei in bilico su un burrone ma l’importante è che tutti ti trovino bella e che te lo facciano sapere. Quando ci cadrai dentro è questa l’ultima immagine che avranno di te.”
Ma questa è una bugia.

Un ragazzo bacia la sua ragazza, o forse è la sua ragazza che bacia lui, in ogni caso succede, scatta un bacio perché, lo sanno tutti, nella foto ci sta bene. Ma nella foto non si vede che lui pensa ancora alla sua ex e al fatto che vorrebbe essere con lei in quel momento.
“Sorridi, arriccia le labbra e allungale. Ti sta baciando, ti tocca ricambiare. Le sue labbra… Non sono le stesse… Non è la stessa cosa. Non puoi dirlo. Ricambia e sta’ zitto.”
Anche questa è una bugia.

Tutte le foto sono bugie, qualcuna più, qualcuna meno. Forse è per questo che preferisco scattarle ai paesaggi, ai tramonti, ai ciliegi in fiore. Preferisco evitare le persone, a meno che non si parino davanti all’obiettivo e comunque il più delle volte preferisco evitare di starci io, lì davanti. L’obiettivo non potrà mai catturare la mia verità. Non sono davvero io quella lì. Quella che cazzeggia sui sedili posteriori di un’auto sconosciuta che andrà chissà dove, quella che sembra non pensare a niente di niente mentre alle sue spalle luccica il golfo di notte. Quella che sembra a suo agio in mezzo al caos di una serata atipica che poi si rivela un appuntamento al buio non autorizzato, quella che ammicca attraverso lo specchio di una camera da letto che non è la sua… Sono sempre io, eppure non sono mai veramente io. A volte mi guardo e non mi riconosco. Le foto sono bugie perché rappresentano solo un momento e non la vita, solo una parte e non il totale. Attraverso una foto puoi spingere gli altri a credere a ciò che vuoi, con uno scatto ben pensato puoi darla a bere a molte persone. Ma chi ti conosce davvero non si lascia fuorviare. Chi ti conosce davvero sa sempre chi sei e, anche dietro i baci scenografici e i sorrisi ostentati, riesce a vedere la tua verità. E il marcio che nascondi.

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Rituali

Ho preso un oggetto di carta ben preciso e l’ho strappato in due parti, poi in quattro, dopodiché mi sono concentrata su ognuna di quelle parti e le ho strappate ancora, in modo da ricavare dei pezzetti sempre più piccoli. Ho strappato e strappato, finché non è rimasto niente da strappare. Ma non l’ho fatto con impazienza o con veemenza, bensì con calma, lentamente. Mi sono presa il mio tempo perché ci sono momenti che vanno assaporati.
Rituali. È importante che siano perfetti.
Ho preso un oggetto fragile ben preciso e l’ho fatto cadere. Ma non l’ho gettato con rabbia né con violenza, piuttosto ho alzato il braccio con calma, lentamente, l’ho sollevato fino a poco più in su della mia testa e poi, sempre lentamente, ho aperto la mano. Ho lasciato cadere quell’oggetto fragile e l’ho guardato frantumarsi sul pavimento. Peccato che il suo volo non sia stato lento come i miei movimenti. Mi è dispiaciuto molto che la forza di gravità esistesse e che fosse così spietata, perché dall’apertura del palmo al crash è passato troppo poco tempo, troppo poco davvero. Ho cercato di imprimere nella memoria quell’immagine e quel suono ma mi sarebbe piaciuto restare ancora un po’ a guardare mentre quell’oggetto tagliava l’aria, avrei voluto avere il potere di farlo fermare a un centimetro da terra e tenerlo lì per qualche istante prima di lasciarlo al suo impatto col suolo. Avrei dovuto riprendere la scena, credo, per poterla riguardare al rallentatore e godermela ancora e ancora… E ancora… Non l’ho fatto, ma va bene lo stesso. Va tutto bene. Ha tutto molto senso.
Ci sono gesti che affossano e gesti che sollevano. Gesti che vincolano e poi gesti che liberano. Alcuni gesti sono rituali e io, che ho sbagliato tutto, ne ho bisogno per rimediare.


“Quelli che non sanno ricordare il passato sono condannati a ripeterlo.”
(George Santayana)

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Schubert, non mi avrai!

Quando la città è addobbata a festa, quando i negozi sono pieni di luci scintillanti, quando la mia casa sembra uscita da una rivista di arredamento natalizio e, anche qui, lucine ovunque…
Quando cammino su tappeti di foglie umide che sembrano sparse apposta per me da una mano segreta e benevola, quando si gela, ma la lana è morbida e oltre al calore offre un dolce conforto…
When Santa Claus is coming to town, quando Harry lascia messaggi in segreteria a Sally dopo averla delusa, quando lei non vuole rispondere perché è incazzata e ha ragione a esserlo, ma la verità è che, anche se l’ha ferita, lui le manca tanto…
Quando il cielo è grigio ma di un grigio uniforme, senza sfumature, senza nuvole, senza riferimenti e non c’è profondità, non c’è orizzonte, sembra che i palazzi di staglino contro un muro di plexiglass, un po’ come i confini dipinti del Truman Show, bidimensionali…
Quando fuori dalla mia finestra si scatena un temporale, quando il vento è talmente forte che sembra di sentire i lamenti dei fantasmi, così pieni di rabbia e disperazione…
Quando tutti dormono e io sono sveglia — la custode silenziosa del sonno altrui — quando mi alzo dal letto, faccio due passi nel buio e poi decido di fermarmi in salotto, quindi accendo le luci dell’albero e me ne sto sul divano a guardarlo, quando tengo tra le mani una tazza di Earl Grey bollente, quando Schubert suona solo per me… I ricordi si affollano. Ma non restano a lungo, perché non sono i benvenuti.
Ricordi il freddo? Un freddo perfetto…
Ricordi la nebbia? E il profumo di una neve che non è caduta mai…
“No, dai, non riattaccare!”
Ero la parte migliore. Ero lo Stupore, l’Innocenza, la Generosità, ero il Sogno ad occhi aperti. Ero il Fremito sotto la pelle, ero il Batticuore, ero la Passione e la Tenerezza. Ero l’Entusiasmo, ero la Bontà. Ero la frase non detta, quella che restava sulle labbra e si intuiva da un sorriso, ero il Segreto più bello, quello che non si rivela a nessuno per compiaciuta gelosia. Ero la Musica e la Poesia, ero il Romanticismo. Ero la Pelle d’oca, ero l’Impazienza, ero la Promessa e la Purezza. Ero la Verità, ero l’Incanto. Ero l’Amore. Ero io la parte migliore, ero la parte migliore, la parte migliore. E lo sono ancora. Non sento la mancanza di niente, perché tutto quello che cercavo altrove era già dentro di me. Sono qui, non mi serve altro. Io mi ho.

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