Astrazioni

Le promesse notturne non sono fatte per essere mantenute. Poco dopo il tramonto qualcosa di magico avviene sulla terra e la dimensione del sogno si mescola con la realtà.
E allora tutto assume un peso diverso. Persino fingere appare giusto, se non indispensabile. Non ci si biasima per aver detto una bugia se quella bugia ha reso l’atmosfera più dolce.
È solo un legittimo gioco di prestigio e non ha ripercussioni sulla vita vera.
Le parole dette in queste ore si dimenticano in fretta ed è proprio la loro inconsistenza che le rende così affascinanti. Sono squisitamente frivole, come le farfalle. Che i loro colori siano un piacere per gli occhi è tutto ciò che conta. Non ci chiediamo quale sia la loro utilità, semplicemente le guardiamo e godiamo della loro intangibile bellezza.
Non ci si affeziona alle farfalle, però, perché si sa che hanno vita breve. Allo stesso modo non ci si deve affezionare alle parole dette di notte. Provocano un leggero brivido lungo la schiena che è assolutamente fine a sé stesso. Arrivare a provarlo è già tanto e non bisogna chiedere di più.
Non esiste continuità nella dimensione del sogno, perché cambia aspetto ad ogni tramonto. L’illusione, in questa dimensione, è talmente facile da ricreare che è quasi un dovere approfittarne. Non farlo significa limitarsi, censurare a prescindere un’emozione. Significa sprecare la perfezione di un istante così unico che difficilmente si ripeterà. La sua natura non garantisce verità ma non è un buon motivo per privarsene. È, anzi, assolutamente consigliabile coglierlo se non si vuole conoscere soltanto la noia concreta del giorno.
È un dono, una gentile concessione dell’universo. E va preso così, senza aspettarsi che duri.
Le ombre che ci pare di scorgere nel buio svaniscono appena sorge il sole. A quel punto la luce mostra le cose per come sono e se proviamo tristezza commettiamo un errore.
Le ombre sono solo ombre e sperare di renderle eterne denota ingenuità.
Provare a trattenere una farfalla è un’imperdonabile colpa.

Me lo ripeto da settimane, ormai, e non mi è ancora entrato in testa. Una parte di me si rifiuta di accettare la fredda logica dell’incoerenza.
Ma quando smetterò di guardare al passato, che per definizione non è più qui, quando mi convincerò della vera essenza di quelle notti e rinuncerò ad attribuire loro un altro significato… resterà solo disgusto per le tue azioni, disprezzo per la tua ipocrisia e un’assoluta mancanza di stima. E allora sarò libera.

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Sadismo

Qualcuno è scappato dalla mia vita dopo aver fatto irruzione all’improvviso. Bruscamente è entrato e bruscamente ne è uscito.
Ha bussato appena alla porta e quando è andato via non l’ha nemmeno richiusa.
Da quella porta spalancata è entrato l’inverno.

“Chi sei tu per portare confusione nella mia vita?”, mi ha chiesto mentre mi teneva stretta.
Avrei potuto dire lo stesso ma in quel momento non ero in grado di parlare.
Stanotte vorrei potergli chiedere che diritto avesse di portare, oltre la confusione, tanto dolore… Ma mi è stata rubata la voce.

Qualcuno è uscito dalla mia vita senza lasciarmi scelta. Ha preso ciò che gli serviva per nutrire il suo ego e poi mi ha buttato via.
“Potrei innamorarmi di te”, mi ha detto mentre mi baciava. Ma era una bugia, come tutto il resto. Una bugia dietro l’altra, una recita perenne. Io non me lo meritavo…

È successo tutto troppo in fretta. Inaspettatamente avevo ascoltato la sentenza. “Sei come un castello.”
“In aria?”, ed ho sorriso.
Ma lui ha proseguito: “Sei come un castello con un largo fossato intorno. L’hai scavato per tenere lontane le persone. Per sembrare impenetrabile.”
Ho smesso di sorridere e ho guardato a terra. Sapevo che era vero.
Solo non immaginavo potesse risultare così divertente provare a superarlo, quel fossato. Che si potesse considerare solo un esercizio di stile, un passatempo. Tenevo molto al mio fossato, era costato anni di fatica…

Non puoi far credere a qualcuno che lo trovi speciale quando sai benissimo che per te non lo è. Non puoi alimentare speranze vuote solo per il gusto di portarle via e vedere l’effetto che fa. Non puoi giocare con i sentimenti degl’altri, soprattutto con quelli di chi non conosci, non sai come la prenderà.

Qualcuno però l’ha fatto. Ha giocato con me, come il gatto col topo. Ha scatenato un maremoto fuori e dentro di me ed è rimasto a guardare compiaciuto. E più mi dannavo più traeva forza vitale.
Non sapevo realmente cosa fosse il sadismo. Poi ho guardato in due occhi di ghiaccio. Due occhi che non sempre hanno avuto il coraggio di guardare dritto nei miei. Due occhi che quando si posavano altrove tradivano un accenno di umanità. Ma non rimorso. Quello mai.

Il mondo, lo so, è pieno di giocatori. Ma io credo che anche in giochi come questi siano necessarie delle regole.
Non spingerti mai oltre un certo limite. Ad esempio. Non spendere parole più grandi della reale considerazione della persona che hai davanti.
Divertiti, ma non demolire. Non ci guadagni nulla, in fondo, a vedere distrutta un’anima.
A meno che per te il divertimento non stia proprio in questo.

 

La foto del mese:

On Air:  Sonata al chiaro di luna – Ludwig van Beethoven

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“Col mal di mare e ancora agli ormeggi”

Qualche giorno fa, come tutti, ho dovuto salutare il 2010. Il mio amato 2010.
L’ho atteso con trepidazione e quando è arrivato l’ho accolto a braccia aperte, proprio come si accoglie un amico.
È stato buono con me, l’anno appena concluso. Mi ha dato tanto. Sono stata felice, nonostante tutto. Ho avuto quello che volevo, nonostante tutto. Cosa volevo, in fondo? Vivere, sognare, sperare, sorridere… L’ho ottenuto.
Ho pianto ancora, certo. Soprattutto negli ultimi mesi. Ma le lacrime sono anch’esse segno di vitalità. I morti non piangono.
Conosco una persona che non piange mai e ne fa un motivo di vanto. Io non la invidio neanche un po’.
Ecco, il bilancio è un cuore infranto, sì, ma anche tanta vita vissuta. Non so se il 2011 sarà altrettanto intenso.
La notte di Capodanno, però, ho riso tantissimo. Non so, sarà stato il vino… Ma sono esplosa in diverse, grosse e rumorose risate, come per allontanare i cattivi pensieri. Come se quel suono forte e a tratti sgraziato potesse esorcizzare i demoni che sapevo mi aleggiavano intorno… Neri, beffardi…
Sono riuscita a tenerli a bada per un po’ ma stanotte sono tornati e non posso fingere di non accorgermene.
Ho paura di questo 2011. Ho paura di fare dei passi indietro anziché in avanti. Ho paura di tornare come prima, di scoprire che in fondo non sono cambiata di una virgola, ché questa breve parentesi non è stata sufficiente.
Mi ripeto che si ricomincia, è un nuovo anno. Potrei prendere tante nuove direzioni, potrei reinventarmi in tanti nuovi modi. Ma ho il ‘blocco da foglio bianco’. Tanto spazio per scrivere altri capitoli ma al momento neanche un briciolo di coraggio.
Resto con la penna sospesa sulla pagina e ho paura che questa ingiallisca prima che sia riuscita a tracciare la prima linea.
È solo che sono così stanca di vedere i miei sogni svanire e il cuore mi fa troppo male.

 

On Air: Seasick, Yet Still Docked – Morrissey

 

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Offerte

“Usami”, ti ho detto una notte.
“Io sono qui. Se hai bisogno di parlare con qualcuno puoi farlo con me.”

M’avevi detto che non racconti mai certe cose di te agl’altri. Adesso lo so, tu non ti dai mai veramente.
Ma quella notte pensai che doveva essere difficile portare tutto quel peso, da solo… Ebbi voglia di abbracciarti, ma era ancora presto, quindi ti offrii ciò che potevo: il mio tempo. Non è mai stato molto prezioso ma sperai che donandolo senza riserve l’avresti apprezzato. Pensai che potevo lasciarmi ‘sfruttare a fin di bene’, ché un tuo sorriso poteva essere una giusta ricompensa.
Mi preparai a ricevere i tuoi pensieri annullando i miei. E ne avevo…

“Usami”, ti ho detto.
L’hai fatto.

“E mentre incantata lo stavi a guardare
dai piedi ai capelli ti volle baciare…
Dai piedi ai capelli ti volle baciare…”

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Possibilità

C’è un posto a circa due ore da casa mia in cui mi sono sentita davvero al sicuro.
È un appartamento come tanti altri eppure diverso. Credo che la differenza la facciano le persone che ci vivono.
Uno di loro mi ci ha fatto entrare, qualche tempo fa. Non mi aveva detto che mi ci avrebbe portato, semplicemente eravamo in macchina e all’improvviso ci fermammo lì.
Quello che mi piacque subito di quel posto fu la gentilezza delicata che avvertii da parte di chiunque. Nessuno che guardasse dall’alto in basso ma contemporaneamente nessuno che facesse moine varie e sorrisi troppo larghi e ostentati, che sono sintomo di una cordialità solo apparente. Ci trovai persone pacate, che parlavano a voce bassa, cioè… a voce normale… Fui io a percepirla come bassa considerato che a casa mia il volume è sempre fin troppo alto.
Ma la cosa che più mi colpì fu la naturalezza che quelle persone mostrarono davanti a me, perfetta estranea. Li osservai attentamente, rapita. Andavano, venivano, parlavano tra loro e una donna cantò.
Qualcun altro forse non si sarebbe sentito completamente a suo agio davanti ad una sconosciuta, invece il fatto che fossi presente anch’io non fece la minima differenza. Per un attimo mi sentii invisibile, parte dell’arredamento. Che detto così sembra una cosa orrenda, invece è bello.
Io lo trovai confortante. Ricordo che avvertii un insolito senso di pace… e verità… Non so spiegarlo meglio…
Comunque le ore passate lì, quella volta e altre, furono divertenti, serene, piacevolissime. In quella casa mi sono sentita la benvenuta e questo mi succede così di rado…
Non so se questa persona sa quanto ha significato per me… Entrare nella sua quotidianità, avvicinarmi un po’ di più al nucleo…
Una volta mi disse che avrei potuto considerarla casa mia ed io non risposi. Chiusi gli occhi per istante e tirai un sospiro carico di commozione e malinconia.
Credo fermamente che questa sia una delle cose più belle che un essere umano possa sentirsi dire.
Da allora però la situazione è cambiata, si è evoluta e so che quella proposta non è più valida. Mi fa particolarmente male, oggi, perché penso alla possibilità che ho avuto di passare un Natale diverso… Avrei potuto tornare in quella casa e… aiutare ad addobbare l’albero, per esempio…
Avrei portato dei biscotti preparati da me e li avrei offerti con un sorriso… Qualcuno si sarebbe messo a suonare la sua inseparabile chitarra, qualcun altro avrebbe cantato ancora e io mi sarei messa in un angolo ad osservare, di nuovo rapita. Immagino che i miei occhi sarebbero stati più brillanti delle lucine colorate, non come adesso che fissano il vuoto… Adesso c’è tanto silenzio nella stanza…
Sì, avrei potuto davvero vivere un bel Natale e per la prima volta dopo tanti anni. Io non ci tengo più, è vero, lo sanno tutti… Ma solo perché so che a casa mia, con la mia famiglia, è impossibile rivivere le stesse emozioni che provavo da bambina. Ci siamo troppo inariditi, ci siamo troppo allontanati. L’unica speranza che ho di tornare indietro nel tempo è entrare nel Natale di qualcun altro. Partecipare all’entusiasmo di altri esseri umani, trascorrere qualche ora in compagnia di persone capaci di donare calore… Quel posto mi piaceva tanto proprio per questo, per il calore che ci ho trovato. Un solo giorno insieme a loro e sarei tornata quella di tanto tempo fa… Avrei potuto risvegliare la ‘piccola me’ che dorme profondamente da qualche parte, qui dentro… E guardare il mondo con i suoi occhi, per un giorno o due, alleggerirmi il cuore…
Adesso a godere di quel calore è qualcun altro. Non provo risentimento, solo un pizzico di invidia. Chissà se questa persona capisce quanto è fortunata ad essere entrata a far parte di quella famiglia, a sedersi alla loro tavola, ridere delle loro battute e ricevere i loro sorrisi…
Ci sono momenti in cui penso che sarebbe bello essere al suo posto. Altri in cui penso che avrei dovuto. Quello era il mio posto… Dopo averlo tanto cercato l’avevo finalmente trovato, era lì. Mi chiedo ancora se le motivazioni che mi hanno spinto a rinunciarvi fossero giuste.
Non so darmi una risposta. Certo è che non mi voglio proprio bene se continuo a vanificare la mia attesa.
Smetto di scrivere, adesso. Ho le mani troppo fredde.

On Air: “I Giorni” -Ludovico Einaudi

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