Tra un paio di settimane sarà un anno esatto che abito qui.
Ricordo bene il giorno in cui mi sono trasferita. Ero molto triste perché stavo lasciando per sempre la casa in cui avevo vissuto per ben 24 anni e avevo solo voglia di correre lontano.
Sapevo che l’avrei presa male. Ne avevo avuta una chiara idea il giorno prima.
Mi avevano da poco fatto notare che si può chiedere aiuto quando se ne ha bisogno e allora io, fiduciosa, lo chiesi ad un amico. In quel momento ero al lavoro ma stavo per uscire, così lo chiamai e timidamente gli proposi di passare qualche ora insieme.
Non avevo programmi, cercavo solo compagnia. Ricordai che c’erano i mondiali di calcio e che proprio quel giorno ci sarebbe stata una partita dell’Italia.
Io non sono esattamente un’appassionata di questo sport, per non dire che non me ne può fregare di meno, però gli proposi di vederla insieme. La verità è che non volevo restare sola con i miei pensieri e che avevo bisogno di un abbraccio. Un semplice abbraccio, tutto qui.
Il mio amico rispose al cellulare ma non capì tutto quello che dicevo perché era in treno e stava andando non so dove con non so chi. C’era molto rumore in sottofondo e lui rideva. Inizialmente mi disse che si poteva fare, pur senza particolare entusiasmo, poi cadde la linea e non facemmo in tempo a metterci d’accordo. Provai a chiamare di nuovo ma era diventato irraggiungibile. Una volta sceso dal treno fu lui a richiamare ma io non risposi.
Mi ero sentita stupida ad autoinvitarmi a casa sua e così, come spesso faccio quando mi sento stupida, finii per ritrarmi. Rassegnata tornai a casa e la trovai semivuota.
Quella mattina avevano portato via quasi tutto. Fu uno shock vederla così…
C’erano ancora i letti, però. Mi distesi sul mio con delusione. Era l’ultima notte che dormivo in quella stanza e la passai proprio come non volevo: sola con i miei pensieri.
Il giorno dopo, quello del trasloco definitivo, non potei fare a meno di pensare al mio amico e al fatto che non aveva avuto tempo per me. Era stato sicuramente un caso, non c’eravamo capiti.
…O forse avrei dovuto interpretarlo come un segno perché è proprio quello che è successo dopo, e quello che succede ancora adesso. Non ha più avuto tempo per me.
Mi sono trasferita qui d’estate. I primi ricordi che ho di questo posto sono gli alberi già carichi di frutti e le notti calde e silenziose. Sono stata lasciata sola, la scorsa estate. Un po’ l’ho voluto, un po’ l’ho subito. Poi, inaspettatamente, arrivò lui, l’uomo del mistero.
Prima che me ne accorgessi s’era già fatto spazio nelle mie vene e quando poi me ne accorsi scoprii che questo mi rendeva felice. Tremendamente confusa, ma felice.
Anche lui, come me, faceva fatica ad addormentarsi, o almeno così sembrava, e notte dopo notte ci facevamo compagnia. Io avevo dei progetti per l’anno a venire e forse non dovrei chiamarli progetti, perché non avevano niente di definito… Erano più che altro speranze e sogni e lui, coscientemente, mi distolse da questi, li rese fumosi e indistinti e li rimpiazzò con altri sogni e speranze nuove che lo riguardavano direttamente.
Portò tempesta e non seppi (o non volli) oppormi.
Quando mi guardo attorno tutto mi parla di quel periodo. Bella fortuna. È come aver dato un imprinting alle cose, persino all’arredamento. Mi sembra di vedermi su quel letto, col telefono all’orecchio e il sorriso stampato sulla faccia. E non posso scendere sotto casa senza riconoscere il posto in cui gli baciai la fronte. Quel muretto, quelle foglie… Io non lo so se si può rimuovere un imprinting. Mi servirebbero ricordi nuovi per rimpiazzare quelli vecchi però fin’ora non è accaduto niente di significativo tra queste quattro mura.
Quindi per il momento il fatto è questo, che i primi ricordi nella casa nuova sono legati indissolubilmente a quella storia. Una storia che è molto più complessa di quanto sembra.
Ed è per questo che non riesco a liberarmene.
Mi dicono che è normale, succede a tutti di avere dei ricordi che ogni tanto si ripresentano e creano malessere. Lo so. Il problema nasce quando un ricordo prende il sopravvento e non si riesce a gestirlo.
L’altra sera sono uscita fuori e senza che ci facessi caso ho involontariamente riconosciuto un’atmosfera particolare. Era la stessa che c’era le prime notti passate qui. Era tornata, uguale. L’aria è diversa qui, ci sono i campi e lunghi fili d’erba incolta. Con l’umidità della sera la terra rilascia un profumo che nella vecchia casa non ho mai sentito.
Quando tutti qui dormivano io mi sedevo fuori a guardare il cielo. Pensavo a quello che mi stava capitando e fantasticavo su quello che ancora mi aspettava e tutto sembrava permeato d’estate e di speranze. Col senno di poi so che non avevo per niente idea di quello che di lì a poco sarebbe successo. È strano come i casi della vita a volte superino la nostra fantasia. Non potevo neppure immaginare che il vento si sarebbe alzato e m’avrebbe lasciato con le mani piene di niente. Me ne stavo lì, ignara e malinconica a godermi il silenzio e la quiete…
L’altra sera l’atmosfera era identica e questo, non so perché, mi ha spaventato. Davvero. Con uno scatto sono rientrata e ho chiuso rapidamente la finestra. Il cuore batteva forte e il respiro si era fatto all’improvviso più veloce. Non capisco perché ho reagito così.
Ho paura. Di non riuscire a smettere di pensarci, dei fantasmi che so che si ripresenteranno, notte dopo notte… Ho paura di non riuscire a dormire, di non riuscire a gestire le mie emozioni, a volte mi capita. Ho paura di impazzire.

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