Sæglópur

Passi tutta la vita a costruirti delle certezze, a cercare punti fermi su cui fare affidamento.
È rassicurante sapere cosa aspettarsi, utile prevedere le reazioni altrui. Talvolta i colpi di scena spaventano, perché ti costringono a metterti in discussone. E così insegui la stabilità e riduci al minimo le sorprese.
Ma capita che tutti gli sforzi fatti per mantenere il controllo si annullino in un istante…
Capita di non aver più potere su sé stessi, sulla propria mente, sul proprio corpo…
Capita di sentirsi in balia della corrente e di sapere bene che si rischia di annegare, ma non avere alcuna voglia di nuotarle contro.
Un attimo di totale abbandono…
Un attimo di libertà…
Io l’ho vissuto e da allora non ho mai smesso di desiderarne un altro. Mi manca quella sensazione più di qualsiasi altra cosa al mondo, anche se mi ha tolto tutto, anche se mi ha seccato gli occhi io ne voglio ancora.
Voglio perdermi di nuovo e stavolta davvero. Voglio lasciare che sia, voglio smettere di provare a proteggermi. È tanto che ci provo ma quasi mai è servito.

Io ho visto il Mare di notte e mi ha fatto paura. Ma adesso mi lascerei ingoiare senza opporre resistenza.
Ché la mia intera vita, in fondo, non vale più di quell’istante.

On air:  Sæglópur – Sigur Rós

Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Pubblicato in Senza categoria | 2 commenti

Lettera mai spedita #20

Metti la tua data di nascita su Facebook e i tuoi millemila amici ti scrivono i loro insipidi auguri. La maggior parte di loro non la vedi da una vita e se non l’avesse letto lì non t’avrebbe dedicato un solo pensiero.
“Grazie” di qua, “grazie” di là… Adesso è piacevole, ma ricorda quando hai passato il compleanno lontano e hai pensato che a nessuno importasse di te perché nessuno ti ha cercato. Conosco la sensazione e non la auguro neanche al mio peggior nemico, o in questo caso a te. Nessuno dovrebbe sentirsi invisibile il giorno del suo compleanno. Nemmeno tu.
Perciò auguri. Anche se non siamo amici, né su Facebook, né nella vita.
Ti faccio i miei auguri anche se non li leggerai mai. Che se li leggessi forse li troveresti più insignificanti di tutti, persino più insignificanti di quelli che riceverai dagl’altri. Quelli che a stento si ricordano di te, quelli che non ti hanno considerato importante nemmeno la metà di quanto ho fatto io. E non ci hai mai creduto.
Auguri anche se non ne hai bisogno, anche se forse ti farebbero ridere (ancora).
Auguri perché io mi ricordo di te, perché io ho creduto in te, auguri perché mi sono fidata di te. Auguri perché quando ho avuto l’occasione di fartela pagare ho ricordato che ti volevo bene e ci ho rinunciato. Il mio regalo te l’ho fatto in quel momento, quando ho deciso di graziarti e sparire, senza obbligarti a fare i conti con le conseguenze delle tue sporche bugie. Meritavi di essere punito, meritavi di veder crollare il tuo mondo, così come io ho visto crollare il mio, a causa tua. Se oggi hai ancora qualcuno, se sei felice e soddisfatto lo devi solo a me e ai miei stupidi scrupoli, oltre che alla tua totale mancanza di coscienza.
Perciò auguri… e basta.

03/07/2011

 

“I hope you’re feeling happy now
I see you feel no pain at all, it seems
I wonder what you’re doin’ now
I wonder if you think of me at all…

Just because you feel good doesn’t make you right.”

HedonismSkunk Anansie

 

Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Pubblicato in Senza categoria | 1 commento

Dipendenze

Dovrebbero esistere dei gruppi di supporto per le anime in pena. Per tutte quelle persone, uomini e donne, troppo deboli per superare da soli un lutto d’amore.
Oggi potrei dire: “Ciao a tutti. Mi chiamo Alessandra, sono una bastardo-dipendente ed è una settimana che ho smesso.”
E i miei compagni di sventura batterebbero le mani con partecipazione, mi darebbero pacche sulle spalle e poi, a riunione terminata, esclamerebbero: “Andiamo ad abboffarci di ciambelle!!”
…Ma poi dovrebbero creare il gruppo dei Ciambellisti Anonimi perché si sa che i bastardo-dipendenti tendono a ripiegare su ciambelle con glassa, torte, pasticcini, caramelle e bon bon in assenza di altre forme di dolcezza…
“Ciao a tutti, mi chiamo Alessandra e sono una zucchero-dipendente.”
“Ciaaao Alessaaandra.” (in coro)
“È dura, sapete… L’altro giorno ho svuotato un’intera vaschetta di gelato tutta da sola. Era un affogato al cioccolato, così ho pensato di affogarci anche le mie lacrime. Dopo un po’ non mi sentivo più la lingua ma non riuscivo a smettere… Sono qui perché ho bisogno di aiuto. Voglio dire, già sto uno schifo emotivamente, non voglio diventare pure una balena!”
“Sta’ tranquilla, Alessandra. Sei nel posto giusto, tra amici. PRESTO, LEGATELE MANI E PIEDI! NO, NO! LASCIA STARE QUELLA SFOGLIATELLA! Maledetta tossica, dove l’avevi nascosta?! STRAPPATEGLIELA DA MANO! STORDITELA SE È NECESSARIO!”
#ZZZZZZZZZ!!!# (corrente elettrica)

…Osssì, quanto mi piacerebbe un gruppo di supporto! *___* Voglio pure la spilletta che conta i giorni e testimonia il mio processo di guarigione! La voglio, la voglio!

Ma sì, dai, facciamo ironia. Dentro sono completamente vuota ma nessuno deve accorgersene. Tutti devono vedermi ridere, sono il ritratto della felicità! ^_^
Nel frattempo non mi collego quasi più ad internet, tengo a distanza di sicurezza il cellulare e guardo tanti, tanti film. Poi però mi capita, senza il minimo preavviso, di ricevere telefonate assurde dall’oltretomba e allora ci penso e non so se mi fanno più piacere o rabbia… Uhm…
…Forse una teglia di cookies mi chiarirebbe le id..NO!!
NO.

 

Nanni mon amour!

 

Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Pubblicato in Senza categoria | 6 commenti

Solo una passante

Esistono persone di cui non puoi fare a meno (ed io lo so bene).
Ma esistono anche persone che non possono fare a meno di te.
Se chiedessi ad uno qualunque di voi so che ci penserebbe un attimo e poi risponderebbe con un nome. I più fortunati farebbero anche più nomi.
Io è un po’ che ci penso ma non riesco a trovare qualcuno che senta o abbia sentito questo per me. Tutte le persone che ho incontrato e conosciuto sono riuscite perfettamente a fare a meno della sottoscritta. Davvero, è singolare constatare come la mia comparsa nelle vite altrui spesso non sia stata neanche notata.
…O talvolta sì, ma comunque non ha lasciato segni rilevanti.
Nessuno ha mai avuto bisogno di me, nessuno s’è straziato in mia assenza. Ho le mie ragioni di credere che nessuno abbia mai versato una sola lacrima per me.
Io non sono poi così importante, io passo. E una volta passata si va avanti, è molto facile.
Ci si dimentica presto di Alessandra, non è neanche cattiveria. Va semplicemente così.
Non lo scrivo in preda alla tristezza, o con l’intento di autocommiserarmi, giuro.
È una lucida analisi: Nessuno ha bisogno di me.
È solo un mio problema se non riesco a fare altrettanto. Ma quello è un altro discorso.
Io ti lascio entrare, ti stendo il tappeto rosso. Quando te ne vai lasci un buco enorme e non te ne curi… Ma te l’ho concesso io, quando ti ho aiutato a scavarlo!
Non sono ancora riuscita a capire come si protegge il cuore.

Posto che tutti siamo utili e nessuno è indispensabile, mi chiedo… Come mai è così semplice fare a meno di me? Come mai gli altri si sentono in diritto di buttarmi via, come fanno gli incivili per strada con un fazzoletto usato, senza neppure voltarsi per vedere dov’è caduto?
Come mai non lascio traccia nella vita di chi, in un modo o nell’altro, ha sconvolto la mia?

Non so dov’è che sbaglio, ma so che è questo che sono: una passante.
Come nella canzone di De André… Io passo…
Vorrei che una volta tanto qualcuno mi chiedesse di restare.

“Io dedico questa canzone
ad ogni donna pensata come amore
in un attimo di libertà.
A quella conosciuta appena,
non c’era tempo e valeva la pena
di perderci un secolo in più…
[…]
Immagini care per qualche istante
sarete presto una folla distante
scavalcate da un ricordo più vicino.
Per poco che la felicità ritorni
è molto raro che ci si ricordi
degli episodi del cammino.
Ma se la vita smette di aiutarti
è più difficile dimenticarti
di quelle felicità intraviste…
Dei baci che non si è osato dare,
delle occasioni lasciate ad aspettare,
degli occhi mai più rivisti.”
(Fabrizio De André)

Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Pubblicato in Senza categoria | 8 commenti

Un anno fa

Tra un paio di settimane sarà un anno esatto che abito qui.
Ricordo bene il giorno in cui mi sono trasferita. Ero molto triste perché stavo lasciando per sempre la casa in cui avevo vissuto per ben 24 anni e avevo solo voglia di correre lontano.
Sapevo che l’avrei presa male. Ne avevo avuta una chiara idea il giorno prima.
Mi avevano da poco fatto notare che si può chiedere aiuto quando se ne ha bisogno e allora io, fiduciosa, lo chiesi ad un amico. In quel momento ero al lavoro ma stavo per uscire, così lo chiamai e timidamente gli proposi di passare qualche ora insieme.
Non avevo programmi, cercavo solo compagnia. Ricordai che c’erano i mondiali di calcio e che proprio quel giorno ci sarebbe stata una partita dell’Italia.
Io non sono esattamente un’appassionata di questo sport, per non dire che non me ne può fregare di meno, però gli proposi di vederla insieme. La verità è che non volevo restare sola con i miei pensieri e che avevo bisogno di un abbraccio. Un semplice abbraccio, tutto qui.
Il mio amico rispose al cellulare ma non capì tutto quello che dicevo perché era in treno e stava andando non so dove con non so chi. C’era molto rumore in sottofondo e lui rideva. Inizialmente mi disse che si poteva fare, pur senza particolare entusiasmo, poi cadde la linea e non facemmo in tempo a metterci d’accordo. Provai a chiamare di nuovo ma era diventato irraggiungibile. Una volta sceso dal treno fu lui a richiamare ma io non risposi.
Mi ero sentita stupida ad autoinvitarmi a casa sua e così, come spesso faccio quando mi sento stupida, finii per ritrarmi. Rassegnata tornai a casa e la trovai semivuota.
Quella mattina avevano portato via quasi tutto. Fu uno shock vederla così…
C’erano ancora i letti, però. Mi distesi sul mio con delusione. Era l’ultima notte che dormivo in quella stanza e la passai proprio come non volevo: sola con i miei pensieri.
Il giorno dopo, quello del trasloco definitivo, non potei fare a meno di pensare al mio amico e al fatto che non aveva avuto tempo per me. Era stato sicuramente un caso, non c’eravamo capiti.
…O forse avrei dovuto interpretarlo come un segno perché è proprio quello che è successo dopo, e quello che succede ancora adesso. Non ha più avuto tempo per me.

Mi sono trasferita qui d’estate. I primi ricordi che ho di questo posto sono gli alberi già carichi di frutti e le notti calde e silenziose. Sono stata lasciata sola, la scorsa estate. Un po’ l’ho voluto, un po’ l’ho subito. Poi, inaspettatamente, arrivò lui, l’uomo del mistero.
Prima che me ne accorgessi s’era già fatto spazio nelle mie vene e quando poi me ne accorsi scoprii che questo mi rendeva felice. Tremendamente confusa, ma felice.
Anche lui, come me, faceva fatica ad addormentarsi, o almeno così sembrava, e notte dopo notte ci facevamo compagnia. Io avevo dei progetti per l’anno a venire e forse non dovrei chiamarli progetti, perché non avevano niente di definito… Erano più che altro speranze e sogni e lui, coscientemente, mi distolse da questi, li rese fumosi e indistinti e li rimpiazzò con altri sogni e speranze nuove che lo riguardavano direttamente.
Portò tempesta e non seppi (o non volli) oppormi.

Quando mi guardo attorno tutto mi parla di quel periodo. Bella fortuna. È come aver dato un imprinting alle cose, persino all’arredamento. Mi sembra di vedermi su quel letto, col telefono all’orecchio e il sorriso stampato sulla faccia. E non posso scendere sotto casa senza riconoscere il posto in cui gli baciai la fronte. Quel muretto, quelle foglie… Io non lo so se si può rimuovere un imprinting. Mi servirebbero ricordi nuovi per rimpiazzare quelli vecchi però fin’ora non è accaduto niente di significativo tra queste quattro mura.
Quindi per il momento il fatto è questo, che i primi ricordi nella casa nuova sono legati indissolubilmente a quella storia. Una storia che è molto più complessa di quanto sembra.
Ed è per questo che non riesco a liberarmene.

Mi dicono che è normale, succede a tutti di avere dei ricordi che ogni tanto si ripresentano e creano malessere. Lo so. Il problema nasce quando un ricordo prende il sopravvento e non si riesce a gestirlo.
L’altra sera sono uscita fuori e senza che ci facessi caso ho involontariamente riconosciuto un’atmosfera particolare. Era la stessa che c’era le prime notti passate qui. Era tornata, uguale. L’aria è diversa qui, ci sono i campi e lunghi fili d’erba incolta. Con l’umidità della sera la terra rilascia un profumo che nella vecchia casa non ho mai sentito.
Quando tutti qui dormivano io mi sedevo fuori a guardare il cielo. Pensavo a quello che mi stava capitando e fantasticavo su quello che ancora mi aspettava e tutto sembrava permeato d’estate e di speranze. Col senno di poi so che non avevo per niente idea di quello che di lì a poco sarebbe successo. È strano come i casi della vita a volte superino la nostra fantasia. Non potevo neppure immaginare che il vento si sarebbe alzato e m’avrebbe lasciato con le mani piene di niente. Me ne stavo lì, ignara e malinconica a godermi il silenzio e la quiete…
L’altra sera l’atmosfera era identica e questo, non so perché, mi ha spaventato. Davvero. Con uno scatto sono rientrata e ho chiuso rapidamente la finestra. Il cuore batteva forte e il respiro si era fatto all’improvviso più veloce. Non capisco perché ho reagito così.
Ho paura. Di non riuscire a smettere di pensarci, dei fantasmi che so che si ripresenteranno, notte dopo notte… Ho paura di non riuscire a dormire, di non riuscire a gestire le mie emozioni, a volte mi capita. Ho paura di impazzire.

Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.

Pubblicato in Senza categoria | 3 commenti