Mi riprendo l’autunno. Mi riprendo il vento e il colore delle foglie vecchie. Le nuvole grigie saranno solo mie e la pioggia cadrà per me soltanto, e non avrò bisogno di condividere tutto questo con qualcuno che in fondo – lo so – non capirebbe.
Non ho mai conosciuto nessuno tanto pazzo da volermi davvero. Mai.
Una volta incontrai un tipo strano che si diceva folle e squilibrato e ne restai affascinata. Ebbe poi l’ardire di definirsi innamorato di me e ne rimasi scioccata. Era la prima volta che qualcuno me lo diceva.
“Regalami un autunno dolce”, gli avrei detto se solo me ne avesse lasciato il tempo.
Ma scoprii che era più sano ed equilibrato di quanto amasse far credere e quindi, venendo a mancare il requisito fondamentale, quel sentimento così prematuramente sbandierato non poteva più esistere. Niente follia = niente amore.
Naturalmente la scusa adottata per defilarsi fu un’altra. “Sei disonesta”.
E perché, poi? Perché avevo osato preferire i sussulti del cuore al vuoto e alla solitudine.
Ipotetico amore mio, ti ho dedicato sospiri di giorno e lettere e musica di notte. Come hai potuto sparire nel nulla? Te ne sei andato senza neppure salutare e mi hai lasciato due mesi interi a rimuginare su un ridicolo senso di abbandono che si faceva ogni giorno più amaro. Come potevi pretendere che al tuo ritorno io sarei stata la stessa?
Ce l’avevo con lui. Dopo avermi regalato il sogno più bello della mia vita me l’aveva portato via. L’aveva strappato via dai miei occhi, lasciandoli senza luce. Ma i miei occhi avevano troppo bisogno di luce, così quando la trovarono negli occhi di un altro decisero di assorbirla, assetati, avidi. Non c’era cattiveria, solo un’enorme e incontenibile voglia di vivere. Quando qualcosa di così forte irrompe in una quotidianità stantia e stravolge la solita immobilità, il corpo, il cuore e la mente si agitano di colpo. La gola brucia, si scopre una sete che non ci si era neppure accorti di avere. E non esiste un interruttore, non si può mettere tutto a tacere. Quando apri il vaso di Pandora e liberi i demoni non puoi richiuderlo come se niente fosse.
Ecco, credo che se lui non m’avesse svegliato dal sonno in cui ero non avrei osato chiedere di più.
Incauto amore mio, non avrei voluto, non l’avevo programmato. Lo so, desideravi che ti aspettassi con cuore immutato ma non ce l’ho fatta, mi sentivo troppo sola. Mi guardava come tu non avevi mai osato guardarmi, mi diceva cose che tu non avevi mai saputo dirmi, mi faceva sentire bella e importante, mentre di te non mi sentivo mai degna. Gelido amore mio, sai cosa vuol dire questo per una donna?
Lui non sarebbe mai caduto in una trappola del genere; era già stato amato e sapeva distinguere le parole dai fatti. Io invece li confusi, mescolai tutto per la smania di correre, per la paura di perdere ciò che non ho mai avuto e che neanche quella volta mi sarebbe stato concesso, ma non lo sapevo. Ero nuova a questo genere di cose, non ero mai stata al centro dei pensieri di qualcuno per più di un giorno. Non ero abbastanza lucida per riconoscere le bugie, non ero abbastanza esperta per capire che spesso uno sguardo silenzioso nasconde più affetto di una dichiarazione appassionata.
Ma quando un viso d’angelo si corruccia e si scurisce, quando una voce dolce racconta il proprio isolamento, come si può restare indifferenti? C’era la luna piena, quella notte, e non capii di essere l’unica spettatrice di una recita sadica. I sorrisi fulminei celati al mio sguardo e intercettati solo con la coda dell’occhio, forse sarebbero stati più semplici da tradurre alla luce del giorno. Forse il mio cervello non avrebbe bloccato l’elaborazione del sospetto se la mia pelle non avesse avuto tanto bisogno di carezze.
“Io non mi fido di nessuno, io non mi lego a nessuno e nessuno è indispensabile per me.”
“Povero te! – avrei dovuto rispondere – Mi fai pena.” E invece ho commesso l’errore che molte donne commettono quando si fa credere loro che possono rappresentare la salvezza. E quando la cercano a loro volta nell’altro. Una salvezza reciproca, l’hai vista mai? Adesso so che era insensato. Adesso è tutto così diverso dentro di me.
C’ho messo tanto, lo so, però sono guarita. E non sono solo libera da quell’incantesimo nocivo e perverso, ma anche dall’idea di averlo meritato. Oggi so che posso aspirare a qualcosa di più di un individuo fondamentalmente violento che prova a nobilitare i suoi istinti animali mascherandoli col fanatismo. Come diavolo ho fatto a innamorarmi di qualcuno che parla per slogan? È la cosa più ridicola del mondo! Bisogna sempre diffidare di quelli che recitano i copioni altrui; spesso i loro cuori sono contenitori vuoti, senza emozioni autentiche, così come i loro corpi sono privi di personalità. Adesso lo so, adesso vedo con chiarezza il vero volto di chi mi ha rubato un pezzo di vita, un ragazzino narcisista che concepisce l’amore come possesso e non riesce a dare neanche la metà di ciò che chiede, perché è arido e sentimentalmente immaturo. Un viscido opportunista che crede di poter disporre degli altri come pedine, che – per sua stessa ammissione – gode a sapere che qualcuno sta male per lui, che si compiace di quanto sia furbo e non conosce il rispetto, ma nemmeno capisce quanto in fondo sia debole e meschino.
Sono guarita, sì, da mesi ormai. E mentre lo scrivo so che è vero, mi sento più leggera.
Ma vorrei poterlo dire anche a lui, vorrei gettargli le braccia al collo e dirgli che sono pronta a voltare pagina, che non vedo l’ora di lasciarmi tutta questa ipocrisia alle spalle, tutta la cattiveria e gli errori, quelli che ho commesso io e quelli che ha commesso lui.
Sfuggente amore mio, avrei dovuto accontentarmi dei tuoi silenzi e non pretendere di più. Non avrei dovuto dare per scontato che se la bocca non pronuncia parole d’amore, allora il sentimento non c’è. Se avessi accettato quei silenzi senza fretta, forse col tempo ti saresti aperto con me. Se non fossi stata tanto impaziente, forse col tempo mi avresti considerata meritevole e avresti affidato a me i tuoi pensieri. C’era tanta bontà in te e non le ho dato il giusto peso. Non mi chiedevi mai di restare, però guidavi fino alla stazione e ti fermavi lì a ridere con me anche se sapevi che stava per arrivare il mio treno. L’ho perso così tante volte e lo facevo sempre apposta. Le provavo tutte pur di strappare ancora qualche minuto alla tua lunga giornata senza me, per fare in modo di restarti impressa anche quando non potevo esserci.
Io condividevo ciò che mi sembrava bello con te e forse non mi hai mai detto che questo ti piaceva, ma sorridevi ogni volta che ti parlavo delle mie passioni, annuivi e sembrava non ti bastasse mai, e poi restavi scosso dagli acuti di Liz Fraser ed era stupendo guardarti, col capo chino e la mente spalancata. C’era qualcosa di divino in quei momenti, c’era qualcosa di divino in noi. Con un po’ di pazienza saremmo potuti diventare perfetti.
E questo a volte mi spaventava. Andavi via, tornavi… Cosa sarebbe stato di me se, lasciandomi andare, mi fossi persa al largo della tua incostanza? Avrei voluto che mi prendessi per mano e mi rassicurassi.
“Non c’è niente di cui aver paura, è più semplice di quanto credi. Riuscirai a sostenere tutta la felicità che ti darò. Non c’è bisogno di essere allenati, si fa presto ad abituarsi alle cose belle.”
Silenzioso amore mio, perché non mi hai mai detto niente del genere? Perché ti sei arreso con me?
Che stupidi siamo stati. Se avessimo avuto il coraggio di dire la verità, di ammetterla a noi stessi prima di tutto, non saremmo arrivati a tanto. Ricordo bene quel giorno, il giorno in cui negammo ciò che era stato evidente a tutti prima che a noi. Eravamo tesi, trattenuti dal nostro orgoglio e dal senso di lealtà verso la persona sbagliata. Non parlammo col cuore in mano, ma pesammo le parole in base a ciò che ci aspettavamo di sentire. A turno, attaccammo in anticipo per non trovarci esposti e rispondemmo di conseguenza, con circospezione. Proprio quando avremmo dovuto dar sfogo ai nostri sentimenti, così a lungo repressi, proprio quando avremmo dovuto avvinghiarci in un abbraccio liberatorio, scegliemmo la cautela, ci adeguammo al timore. E non fummo onesti. Lui negò di essere ancora innamorato, io negai persino di esserlo stata. Mai nella vita mi era capitato di dire una bugia così grande. E infatti non fui neanche troppo convincente, lo dissi a voce bassa, schivando il suo sguardo.
Ci fu silenzio e durò molto. Le nostre schiene attaccate agli sportelli dell’auto in cui eravamo seduti; ci accorgemmo in quel momento di aver preso quelle posizioni all’interno di un abitacolo che non consentiva di allontanarsi granché. Inconsciamente avevamo tentato di mettere tutta la distanza possibile tra i nostri corpi, poiché a quel punto le nostre anime sembravano distanti anni luce. Era ormai calato un velo surreale di prudenza e rassegnazione, ci guardammo un istante in faccia e ci stupimmo di quanto riuscivamo ad essere vigliacchi. Poi entrambi continuammo a mentire, credendolo necessario.
Debole amore mio, perché non mi hai fermato il viso con le mani quando non ho avuto la forza di guardarti negli occhi? Perché non hai insistito, perché non hai preteso che ti rispondessi con decisione? Non mi hai mai chiesto cosa provassi davvero per te. Se avessi dimostrato che ti importava non avrei saputo mentirti per la seconda volta, non ci sarei riuscita.
Perché non mi hai detto prima che stavi scrivendo una canzone per me? Lo so, dopo hai detto che a quel punto non l’avresti più terminata, ma sarei curiosa di sapere se l’hai fatto. Vorrei tanto ascoltarla, lo sai? Vorrei chiamarti e dirti “Suonami la mia canzone!” ma sai bene che non lo farò.
Non lo farò mai, amore mio, perché ti odio, perché mi hai abbandonato a me stessa, e sapevi quanto fosse desolante, quanto fosse pericoloso.
Ti ho aspettato con gli occhi fissi sul vuoto, così a lungo che spesso ho confuso i giorni. Mi dicevo “oggi verrà. Ascolterà quella canzone islandese che gli ricorda me, ripenserà al mio sorriso e ne sentirà la mancanza, troppa per restare lontano. Sì, oggi verrà.”
Ma l’unico a tornare è stato l’autunno. L’autunno – almeno lui – torna sempre, per me e per tutti quelli che possono specchiarsi in una goccia di pioggia.
Forse non mi hai mai amata davvero, lo ammetto, ma nemmeno ce n’è stato il tempo. Pensa a quanto immensi saremmo diventati se solo ci fossimo dati una vera opportunità, invece di fidarci delle persone sbagliate e seguire i loro consigli striscianti. Invece di combattere questa stupida guerra fredda che non ha portato a niente di buono. Non ci sono stati vincitori, entrambi ne siamo usciti perdenti. Tu hai perso me e io ho perso te. Ne è valsa la pena? Forse per te sì, e il perché lo conosco: non eri sufficientemente folle, eppure facevi di tutto perché gli altri lo pensassero, credevi ti conferisse un valore aggiunto.
Quando ormai credevo mi avesse dimenticata, quando tutti mi dicevano che anch’io dovevo farlo, senza il minimo preavviso ricomparve dal nulla, balzò fuori dal mondo delle idee ossessive e si catapultò con violenza nella vita vera. Ero a casa, non avevo nulla da fare e neppure la minima voglia di rimediare a questo. Quando squillò il telefono, nel pavimento si aprì una voragine e io ne fui risucchiata. Dall’altra parte c’era lui, mi salutò con la sua solita voce bassa, sforzandosi di camuffare la tensione con qualche risatina nervosa e qualche “come stai?”. Tremavo come una foglia e sentivo il viso andare in fiamme. Per tutta la durata di quella telefonata assurda camminai su e giù per la stanza, con passo frenetico, e cercai anch’io di modulare la voce per non sembrare sconvolta, senza riuscirci. Erano passati otto mesi da quel giorno alla stazione, otto lunghi mesi da quell’addio mascherato da arrivederci. Non ero sicura di essere sveglia.
Ed eccolo, non si fece attendere molto: il nostro solito impasse, la nostra solita paura di scoprire le carte. Lui – che si era impegnato in un’altra relazione due giorni dopo aver chiuso con me – mi chiamò perché gli mancavo. Stava con un’altra e sentiva la mia mancanza, ma non lo disse mai; preferì fingere un’inverosimile nonchalance che portò anche me a fingere disinteresse. Durò poco, però, perché il rancore reciproco divenne troppo evidente per continuare la pantomima. Di nuovo le sopracciglia aggrottate, le risposte sferzanti di cui ci si pente subito. Di nuovo le accuse, le recriminazioni e la presunzione di sapere cosa c’è nella testa dell’altro quando non si sa bene neanche cosa c’è nella propria. Come sempre parlò poco, ma le poche cose che disse suonarono assolutamente sbagliate, qualcuna persino offensiva, anche se non era sua intenzione.
Capii che i serpenti avevano sibilato le loro malignità troppe volte e purtroppo avevano fatto centro.
Poi all’improvviso cambiò tono. Non era più indispettito, solo serio. Mi disse che avremmo potuto recuperare. Cosa non lo so, non andò fino in fondo perché gli mancarono le parole. Forse perché gli tornò in mente lei, forse perché io stessa non glielo consentii. Sarebbe stato bello e facile dirgli che anch’io lo volevo, ma sapevo di non essere pronta. E se avessi accettato per poi accorgermi di non essere ancora libera da quei fantasmi? Come potevo rischiare di deludere ancora lui e me? Meritavamo entrambi un po’ di chiarezza, prima di fare proposte, prima di fare promesse. Ed io non potevo affrettare di nuovo i tempi, mi sono sempre pentita di averlo fatto. Così quella volta non risposi e lui si arrese.
Ma adesso potrei. Adesso potrei correre da lui e rendere finalmente onore alla verità.
Ci sono giorni in cui il telefono è una tentazione troppo forte e mi invita a mandare al diavolo l’orgoglio. Ma poi ci penso su, ritrovo il risentimento, l’offesa, e le parole mi muoiono in gola. La mia gola è un cimitero di parole che non hanno mai potuto risuonare nell’aria, che non ho mai potuto sussurrare, tantomeno urlare, che non hanno mai raggiunto il suo orecchio né la sua faccia severa.
Sei sparito di nuovo nel nulla, debole amore mio. Sparire è sempre stato il tuo forte. In questo siamo simili ma quanto odio doverlo ammettere, e quanto odio constatare che ti riesce meglio che a me. Sconfitta con le mie stesse armi, impotente davanti alla tua impotenza. Sono esausta e ho solo voglia di dormire, in questo autunno troppo caldo che stenta a farsi riconoscere, ma lo farà. E quando lo farà mi specchierò in ogni goccia di pioggia che il cielo mi regalerà, e non penserò a te che dormi con lei, né piangerò sulla mia solitudine. Al massimo esprimerò il desiderio che tu sia felice e che possa esserlo anch’io, almeno un giorno o due, chissà quando. Perché in fin dei conti so che mi hai voluto bene, stupido amore mio. Ma non ti perdonerò mai per avermi lasciata andare.

Questo/a opera è pubblicato sotto una Licenza Creative Commons.



