Love will tear us apart

Mi riprendo l’autunno. Mi riprendo il vento e il colore delle foglie vecchie. Le nuvole grigie saranno solo mie e la pioggia cadrà per me soltanto, e non avrò bisogno di condividere tutto questo con qualcuno che in fondo – lo so – non capirebbe.
Non ho mai conosciuto nessuno tanto pazzo da volermi davvero. Mai.

Una volta incontrai un tipo strano che si diceva folle e squilibrato e ne restai affascinata. Ebbe poi l’ardire di definirsi innamorato di me e ne rimasi scioccata. Era la prima volta che qualcuno me lo diceva.
“Regalami un autunno dolce”, gli avrei detto se solo me ne avesse lasciato il tempo.
Ma scoprii che era più sano ed equilibrato di quanto amasse far credere e quindi, venendo a mancare il requisito fondamentale, quel sentimento così prematuramente sbandierato non poteva più esistere. Niente follia = niente amore.
Naturalmente la scusa adottata per defilarsi fu un’altra. “Sei disonesta”.
E perché, poi? Perché avevo osato preferire i sussulti del cuore al vuoto e alla solitudine.

Ipotetico amore mio, ti ho dedicato sospiri di giorno e lettere e musica di notte. Come hai potuto sparire nel nulla? Te ne sei andato senza neppure salutare e mi hai lasciato due mesi interi a rimuginare su un ridicolo senso di abbandono che si faceva ogni giorno più amaro. Come potevi pretendere che al tuo ritorno io sarei stata la stessa?

Ce l’avevo con lui. Dopo avermi regalato il sogno più bello della mia vita me l’aveva portato via. L’aveva strappato via dai miei occhi, lasciandoli senza luce. Ma i miei occhi avevano troppo bisogno di luce, così quando la trovarono negli occhi di un altro decisero di assorbirla, assetati, avidi. Non c’era cattiveria, solo un’enorme e incontenibile voglia di vivere. Quando qualcosa di così forte irrompe in una quotidianità stantia e stravolge la solita immobilità, il corpo, il cuore e la mente si agitano di colpo. La gola brucia, si scopre una sete che non ci si era neppure accorti di avere. E non esiste un interruttore, non si può mettere tutto a tacere. Quando apri il vaso di Pandora e liberi i demoni non puoi richiuderlo come se niente fosse.
Ecco, credo che se lui non m’avesse svegliato dal sonno in cui ero non avrei osato chiedere di più.

Incauto amore mio, non avrei voluto, non l’avevo programmato. Lo so, desideravi che ti aspettassi con cuore immutato ma non ce l’ho fatta, mi sentivo troppo sola. Mi guardava come tu non avevi mai osato guardarmi, mi diceva cose che tu non avevi mai saputo dirmi, mi faceva sentire bella e importante, mentre di te non mi sentivo mai degna. Gelido amore mio, sai cosa vuol dire questo per una donna?

Lui non sarebbe mai caduto in una trappola del genere; era già stato amato e sapeva distinguere le parole dai fatti. Io invece li confusi, mescolai tutto per la smania di correre, per la paura di perdere ciò che non ho mai avuto e che neanche quella volta mi sarebbe stato concesso, ma non lo sapevo. Ero nuova a questo genere di cose, non ero mai stata al centro dei pensieri di qualcuno per più di un giorno. Non ero abbastanza lucida per riconoscere le bugie, non ero abbastanza esperta per capire che spesso uno sguardo silenzioso nasconde più affetto di una dichiarazione appassionata.

Ma quando un viso d’angelo si corruccia e si scurisce, quando una voce dolce racconta il proprio isolamento, come si può restare indifferenti? C’era la luna piena, quella notte, e non capii di essere l’unica spettatrice di una recita sadica. I sorrisi fulminei celati al mio sguardo e intercettati solo con la coda dell’occhio, forse sarebbero stati più semplici da tradurre alla luce del giorno. Forse il mio cervello non avrebbe bloccato l’elaborazione del sospetto se la mia pelle non avesse avuto tanto bisogno di carezze.
“Io non mi fido di nessuno, io non mi lego a nessuno e nessuno è indispensabile per me.”
“Povero te! – avrei dovuto rispondere – Mi fai pena.” E invece ho commesso l’errore che molte donne commettono quando si fa credere loro che possono rappresentare la salvezza. E quando la cercano a loro volta nell’altro. Una salvezza reciproca, l’hai vista mai? Adesso so che era insensato. Adesso è tutto così diverso dentro di me.

C’ho messo tanto, lo so, però sono guarita. E non sono solo libera da quell’incantesimo nocivo e perverso, ma anche dall’idea di averlo meritato. Oggi so che posso aspirare a qualcosa di più di un individuo fondamentalmente violento che prova a nobilitare i suoi istinti animali mascherandoli col fanatismo. Come diavolo ho fatto a innamorarmi di qualcuno che parla per slogan? È la cosa più ridicola del mondo! Bisogna sempre diffidare di quelli che recitano i copioni altrui; spesso i loro cuori sono contenitori vuoti, senza emozioni autentiche, così come i loro corpi sono privi di personalità. Adesso lo so, adesso vedo con chiarezza il vero volto di chi mi ha rubato un pezzo di vita, un ragazzino narcisista che concepisce l’amore come possesso e non riesce a dare neanche la metà di ciò che chiede, perché è arido e sentimentalmente immaturo. Un viscido opportunista che crede di poter disporre degli altri come pedine, che – per sua stessa ammissione – gode a sapere che qualcuno sta male per lui, che si compiace di quanto sia furbo e non conosce il rispetto, ma nemmeno capisce quanto in fondo sia debole e meschino.
Sono guarita, sì, da mesi ormai. E mentre lo scrivo so che è vero, mi sento più leggera.
Ma vorrei poterlo dire anche a lui, vorrei gettargli le braccia al collo e dirgli che sono pronta a voltare pagina, che non vedo l’ora di lasciarmi tutta questa ipocrisia alle spalle, tutta la cattiveria e gli errori, quelli che ho commesso io e quelli che ha commesso lui.

Sfuggente amore mio, avrei dovuto accontentarmi dei tuoi silenzi e non pretendere di più. Non avrei dovuto dare per scontato che se la bocca non pronuncia parole d’amore, allora il sentimento non c’è. Se avessi accettato quei silenzi senza fretta, forse col tempo ti saresti aperto con me. Se non fossi stata tanto impaziente, forse col tempo mi avresti considerata meritevole e avresti affidato a me i tuoi pensieri. C’era tanta bontà in te e non le ho dato il giusto peso. Non mi chiedevi mai di restare, però guidavi fino alla stazione e ti fermavi lì a ridere con me anche se sapevi che stava per arrivare il mio treno. L’ho perso così tante volte e lo facevo sempre apposta. Le provavo tutte pur di strappare ancora qualche minuto alla tua lunga giornata senza me, per fare in modo di restarti impressa anche quando non potevo esserci.
Io condividevo ciò che mi sembrava bello con te e forse non mi hai mai detto che questo ti piaceva, ma sorridevi ogni volta che ti parlavo delle mie passioni, annuivi e sembrava non ti bastasse mai, e poi restavi scosso dagli acuti di Liz Fraser ed era stupendo guardarti, col capo chino e la mente spalancata. C’era qualcosa di divino in quei momenti, c’era qualcosa di divino in noi. Con un po’ di pazienza saremmo potuti diventare perfetti.
E questo a volte mi spaventava. Andavi via, tornavi… Cosa sarebbe stato di me se, lasciandomi andare, mi fossi persa al largo della tua incostanza? Avrei voluto che mi prendessi per mano e mi rassicurassi.
“Non c’è niente di cui aver paura, è più semplice di quanto credi. Riuscirai a sostenere tutta la felicità che ti darò. Non c’è bisogno di essere allenati, si fa presto ad abituarsi alle cose belle.”
Silenzioso amore mio, perché non mi hai mai detto niente del genere? Perché ti sei arreso con me?

Che stupidi siamo stati. Se avessimo avuto il coraggio di dire la verità, di ammetterla a noi stessi prima di tutto, non saremmo arrivati a tanto. Ricordo bene quel giorno, il giorno in cui negammo ciò che era stato evidente a tutti prima che a noi. Eravamo tesi, trattenuti dal nostro orgoglio e dal senso di lealtà verso la persona sbagliata. Non parlammo col cuore in mano, ma pesammo le parole in base a ciò che ci aspettavamo di sentire. A turno, attaccammo in anticipo per non trovarci esposti e rispondemmo di conseguenza, con circospezione. Proprio quando avremmo dovuto dar sfogo ai nostri sentimenti, così a lungo repressi, proprio quando avremmo dovuto avvinghiarci in un abbraccio liberatorio, scegliemmo la cautela, ci adeguammo al timore. E non fummo onesti. Lui negò di essere ancora innamorato, io negai persino di esserlo stata. Mai nella vita mi era capitato di dire una bugia così grande. E infatti non fui neanche troppo convincente, lo dissi a voce bassa, schivando il suo sguardo.
Ci fu silenzio e durò molto. Le nostre schiene attaccate agli sportelli dell’auto in cui eravamo seduti; ci accorgemmo in quel momento di aver preso quelle posizioni all’interno di un abitacolo che non consentiva di allontanarsi granché. Inconsciamente avevamo tentato di mettere tutta la distanza possibile tra i nostri corpi, poiché a quel punto le nostre anime sembravano distanti anni luce. Era ormai calato un velo surreale di prudenza e rassegnazione, ci guardammo un istante in faccia e ci stupimmo di quanto riuscivamo ad essere vigliacchi. Poi entrambi continuammo a mentire, credendolo necessario.

Debole amore mio, perché non mi hai fermato il viso con le mani quando non ho avuto la forza di guardarti negli occhi? Perché non hai insistito, perché non hai preteso che ti rispondessi con decisione? Non mi hai mai chiesto cosa provassi davvero per te. Se avessi dimostrato che ti importava non avrei saputo mentirti per la seconda volta, non ci sarei riuscita.
Perché non mi hai detto prima che stavi scrivendo una canzone per me? Lo so, dopo hai detto che a quel punto non l’avresti più terminata, ma sarei curiosa di sapere se l’hai fatto. Vorrei tanto ascoltarla, lo sai? Vorrei chiamarti e dirti “Suonami la mia canzone!” ma sai bene che non lo farò.
Non lo farò mai, amore mio, perché ti odio, perché mi hai abbandonato a me stessa, e sapevi quanto fosse desolante, quanto fosse pericoloso.
Ti ho aspettato con gli occhi fissi sul vuoto, così a lungo che spesso ho confuso i giorni. Mi dicevo “oggi verrà. Ascolterà quella canzone islandese che gli ricorda me, ripenserà al mio sorriso e ne sentirà la mancanza, troppa per restare lontano. Sì, oggi verrà.”
Ma l’unico a tornare è stato l’autunno. L’autunno – almeno lui – torna sempre, per me e per tutti quelli che possono specchiarsi in una goccia di pioggia.
Forse non mi hai mai amata davvero, lo ammetto, ma nemmeno ce n’è stato il tempo. Pensa a quanto immensi saremmo diventati se solo ci fossimo dati una vera opportunità, invece di fidarci delle persone sbagliate e seguire i loro consigli striscianti. Invece di combattere questa stupida guerra fredda che non ha portato a niente di buono. Non ci sono stati vincitori, entrambi ne siamo usciti perdenti. Tu hai perso me e io ho perso te. Ne è valsa la pena? Forse per te sì, e il perché lo conosco: non eri sufficientemente folle, eppure facevi di tutto perché gli altri lo pensassero, credevi ti conferisse un valore aggiunto.

Quando ormai credevo mi avesse dimenticata, quando tutti mi dicevano che anch’io dovevo farlo, senza il minimo preavviso ricomparve dal nulla, balzò fuori dal mondo delle idee ossessive e si catapultò con violenza nella vita vera. Ero a casa, non avevo nulla da fare e neppure la minima voglia di rimediare a questo. Quando squillò il telefono, nel pavimento si aprì una voragine e io ne fui risucchiata. Dall’altra parte c’era lui, mi salutò con la sua solita voce bassa, sforzandosi di camuffare la tensione con qualche risatina nervosa e qualche “come stai?”. Tremavo come una foglia e sentivo il viso andare in fiamme. Per tutta la durata di quella telefonata assurda camminai su e giù per la stanza, con passo frenetico, e cercai anch’io di modulare la voce per non sembrare sconvolta, senza riuscirci. Erano passati otto mesi da quel giorno alla stazione, otto lunghi mesi da quell’addio mascherato da arrivederci. Non ero sicura di essere sveglia.
Ed eccolo, non si fece attendere molto: il nostro solito impasse, la nostra solita paura di scoprire le carte. Lui – che si era impegnato in un’altra relazione due giorni dopo aver chiuso con me – mi chiamò perché gli mancavo. Stava con un’altra e sentiva la mia mancanza, ma non lo disse mai; preferì fingere un’inverosimile nonchalance che portò anche me a fingere disinteresse. Durò poco, però, perché il rancore reciproco divenne troppo evidente per continuare la pantomima. Di nuovo le sopracciglia aggrottate, le risposte sferzanti di cui ci si pente subito. Di nuovo le accuse, le recriminazioni e la presunzione di sapere cosa c’è nella testa dell’altro quando non si sa bene neanche cosa c’è nella propria. Come sempre parlò poco, ma le poche cose che disse suonarono assolutamente sbagliate, qualcuna persino offensiva, anche se non era sua intenzione.
Capii che i serpenti avevano sibilato le loro malignità troppe volte e purtroppo avevano fatto centro.
Poi all’improvviso cambiò tono. Non era più indispettito, solo serio. Mi disse che avremmo potuto recuperare. Cosa non lo so, non andò fino in fondo perché gli mancarono le parole. Forse perché gli tornò in mente lei, forse perché io stessa non glielo consentii. Sarebbe stato bello e facile dirgli che anch’io lo volevo, ma sapevo di non essere pronta. E se avessi accettato per poi accorgermi di non essere ancora libera da quei fantasmi? Come potevo rischiare di deludere ancora lui e me? Meritavamo entrambi un po’ di chiarezza, prima di fare proposte, prima di fare promesse. Ed io non potevo affrettare di nuovo i tempi, mi sono sempre pentita di averlo fatto. Così quella volta non risposi e lui si arrese.
Ma adesso potrei. Adesso potrei correre da lui e rendere finalmente onore alla verità.
Ci sono giorni in cui il telefono è una tentazione troppo forte e mi invita a mandare al diavolo l’orgoglio. Ma poi ci penso su, ritrovo il risentimento, l’offesa, e le parole mi muoiono in gola. La mia gola è un cimitero di parole che non hanno mai potuto risuonare nell’aria, che non ho mai potuto sussurrare, tantomeno urlare, che non hanno mai raggiunto il suo orecchio né la sua faccia severa.

Sei sparito di nuovo nel nulla, debole amore mio. Sparire è sempre stato il tuo forte. In questo siamo simili ma quanto odio doverlo ammettere, e quanto odio constatare che ti riesce meglio che a me. Sconfitta con le mie stesse armi, impotente davanti alla tua impotenza. Sono esausta e ho solo voglia di dormire, in questo autunno troppo caldo che stenta a farsi riconoscere, ma lo farà. E quando lo farà mi specchierò in ogni goccia di pioggia che il cielo mi regalerà, e non penserò a te che dormi con lei, né piangerò sulla mia solitudine. Al massimo esprimerò il desiderio che tu sia felice e che possa esserlo anch’io, almeno un giorno o due, chissà quando. Perché in fin dei conti so che mi hai voluto bene, stupido amore mio. Ma non ti perdonerò mai per avermi lasciata andare.

         

On Air:  ‘Trouble’  –  Coldplay

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Mi hai detto “Ti amo”, ti dissi “Aspetta”. Stavo per dirti “Eccomi”, tu mi hai detto “Vattene”. (Jules et Jim)

Se avessi saputo che quella sarebbe stata l’ultima volta che lo vedevo avrei pensato a un saluto migliore, avrei detto qualcosa di conclusivo, che so… Di certo le nostre ultime parole non sarebbero state: “Dove vai?” – “Vengo a casa tua.” – “Non credo.”
Io pensavo di avere più tempo a disposizione. Per parlargli ancora un po’ di me, per chiedergli di farmi rivedere le foto di quando era piccolo… Per farlo salire a casa mia – sì, anche – ma facendo un invito spontaneo e non subendolo. Per decidere che era giusto.
Credevo di avere più tempo per queste ed altre cose. Se avessi saputo che non ne avevo, difficilmente avrei trovato il coraggio di voltarmi e andar via, quel giorno. Non avrei preso proprio quel treno, ma magari quello dopo o quello dopo ancora. Mi sarei presa qualche altro minuto per fissare nella mente dettagli di poco conto, come gli abiti che indossava, le scarpe che calzava, quante nuvole c’erano in cielo in quel momento, la temperatura dell’aria… Adesso, per esempio, mi piacerebbe ricordare se faceva freddo o no, ma non posso, perché non ci ho fatto caso.
Io non sapevo che lui aveva già deciso, tant’è vero che l’ho aspettato per giorni, settimane… per mesi. E non è mai più tornato. Ma quel giorno avrebbe dovuto dirmelo che non sarebbe più tornato, almeno avremmo potuto salutarci decentemente. Al posto di un vago cenno con la mano avrebbe potuto esserci un abbraccio, gli abbracci ci stanno sempre bene con gli addii; e pure io, me lo meritavo almeno un ultimo abbraccio, no?
Sì.

Che poi perché voleva venire a casa mia se aveva già deciso?

 

On Air: Do you recall? – Royal Wood

 

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La Terrificante Maledizione del Disco Samba

Come si fa a farsi venire gli occhi a cuoricino col Disco Samba? Diciamocelo, bisogna essere un po’ schizzati e per fortuna io lo sono!
Quest’estate mi è capitato spesso di sentirlo nell’aria, lo mettono in un locale che è qui nei paraggi, durante qualche festa a cui non andrei mai, ché se mettono roba del genere sarà di sicuro qualcosa di improponibile. Sappiatelo, se quando vado a ballare al dj viene l’insana idea di metter su il Disco Samba io considero la festa UFFICIALMENTE FINITA.
Proprio appena parte il trenino, è senza dubbio quello il momento giusto per salutare e andar via, ché di lì in poi è solo un tripudio di latino americano e nessuno dovrebbe essere obbligato a sorbirsi il latino americano, neanche i latino americani che, infatti, non hanno idea dei balli di gruppo che si fanno in Italia, non li hanno mica inventati loro. Io odio i balli latino americani così come odiavo il Disco Samba. Ma poi è successa una cosa…
Io non vorrei – giuro! – ma da un po’ di tempo quando parte il Disco Samba sorrido con quel sorriso ebete tipico dei romantici che pure Gandhi troverebbe irritante, perché mi vengono in mente citofoni suonati col batticuore, finestre e saluti composti solo da vocali, coppole di tessuto beige e occhiali dai grandi vetri marroni indossati a turno, gare di pizzicotti, i documenti scaduti e il posto di blocco della polizia. Mi vengono in mente abbracci dati per strada, camminando dritto che uno dei due va per forza all’indietro come i gamberi. Terrazze, alberi, panchine, comunicati urlati fatti in piedi sulle panchine, poi corse in macchine verdi con il vento tra i capelli, campetti scolastici, aneddoti da liceo, abbracci interrotti dallo squillo di un cellulare, confidenze non capite, gradini su cui sedersi e colonne contro cui appoggiarsi; mi vengono in mente vecchie canzoni napoletane sussurrate all’orecchio, mentre uno sussurra e l’altro ascolta e quello che sussurra gioca con i capelli di quello che ascolta. Custodi burberi e cancelli chiusi, e ancora amici sconosciuti, disegni, racconti fra uomini, imbarazzo, gelosia e crepuscoli popolari. Giravolte con casquè in piazza, in mezzo a un cumulo di estranei – senza manco la musica – rotelle di liquirizia e orsetti gommosi dal sapore di frutta finta, e poi girelle con gocce di cioccolato, e poi altre panchine. Baci tra la folla, baci interrotti dalle risate, baci interrotti dal Disco Samba, baci contro i muri di pietra, manifesti di concerti già tenuti, strade che prima di allora avevo visto solo di giorno. Mi vengono in mente passeggiate accelerate mano nella mano, con le braccia che dondolano con troppa enfasi tipo quelle dei bambini, e anche improbabili parcheggi nominali. Le luci di Napoli di notte, silenzi sorridenti al volante e silenzi confusi alla destra del volante. Risate. Quando parte il Disco Samba mi ricordo soprattutto le risate.
“Vocêêêêêê aaaaaabusou, tirou partido de miiiiim, abusou!”
Che giorno è oggi? Ah, è il 3 settembre.

 

 Prova a ripetere un giorno così, provaci pure.
Non ci riuscirai nemmeno tra cento anni. E lo sai.

 

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La notte del 25 agosto 2010

Con gli occhi pieni della luce lunare e le gambe cedevoli come terra bagnata ho salito le scale a fatica e ho aperto la porta. La casa era vuota e il silenzio, che era così innaturale tra quelle quattro mura, mi aveva accolto benevolo. Avevo tutto lo spazio e il tempo del mondo, così mi sono spogliata lentamente. Anche le braccia erano molli e mi sembrava di muovermi per inerzia.
Mentre la toglievo mi sono accorta che era rimasto un odore nuovo sulla mia maglietta.
Ci ho dormito tenendola sempre sotto il naso; mi giravo e rigiravo sopra e sotto le lenzuola ma non ho mai lasciato la maglietta, a cui sono rimasta aggrappata come Linus con la sua coperta. Era un odore intenso, vivo. Era il suo, o meglio, era la combinazione tra l’odore della sua pelle e quello della mia. Rimanendo abbracciati tanto a lungo avevamo dato origine a un profumo sconosciuto che era rimasto imprigionato nella trama del tessuto e se chiudevo gli occhi e lo respiravo mi pareva che lui fosse lì con me.
Il giorno dopo ho passato gran parte delle ore diurne in quel letto. Non avevo la forza di alzarmi. Mi sentivo “inconsistente… fatta di nebbia. Era una sensazione strana, era come se avessi esaurito la scorta di energia, eppure stavo bene…”
Non ero mai stata meglio.
Una volta tramontato il sole mi sono alzata piano e quasi in trance ho scritto: “Sono ore cristallizzate. Improvvisamente s’è fatto buio e non me ne sono accorta.”

Anche la notte successiva ed altre ancora ho tenuto quella maglietta molto vicina al mio viso, in modo da non dimenticare quell’odore. Dopo un po’ però è scemato, fino a sfumare del tutto e così l’ho adagiata poco più in là, in un angolo del letto sfatto che non avevo voglia di sistemare.
Quella dolce indolenza mi ha cullato come una tata dai grandi seni bianchi. Non avevo alcuna intenzione di riprendere un ritmo che all’improvviso mi pareva insulso.
Io avevo avuto il mondo intero nelle mie mani e niente avrebbe più avuto la stessa importanza. Il ricordo di quella sensazione doveva restare vivido il più a lungo possibile.
Ho vissuto in una bolla di sapone per qualche giorno, crogiolandomi nel ricordo di ciò che aveva superato i sogni. Poi l’estate è finita e ho dovuto svegliarmi.
Ciò che l’autunno ha portato è stata la morte dei sensi. Non c’era più alcun profumo, non c’era più la sensazione dei suoi capelli tra le mie dita. Non c’era più la vista di quel mare scuro che erano i suoi occhi e non c’era più il sapore della sua pelle. Nemmeno il suono della sua voce c’era più, quelle parole sussurrate sapientemente che avevano sciolto il ghiaccio di anni e anni.
Ciò che l’autunno ha portato è stata una piccola morte interiore e oggi, a distanza di un anno da quella notte, sono sul punto di risorgere e ne sono felice. Ma se potessi tornare indietro nel tempo tutto ciò che chiederei è di potermi addormentare di nuovo con quella maglietta sotto il naso.
Nient’altro, solo un’altra notte di quieta soddisfazione.

 

Mi ha chiesto: «Come ti senti?»
Ed io: «Come neve al sole… Conosci la sensazione?»
Ha risposto: «No, descrivimela.»
Ma io sono rimasta in silenzio. Quei pensieri erano molto più al sicuro nella mia testa, e col senno di poi è stata una scelta saggia. Se li avessi espressi lui avrebbe potuto ucciderli come ha fatto col resto. Li ho salvati, almeno loro.
Più tardi mi ha detto: «Grazie.»
Ed io: «Per cosa?»
E lui: «Per questa notte. È stata la più bella di questa estate.»

Su quello non ha mentito, perché lo è stata davvero.

 

On air: ‘Don Pizzica’ – Officina Zoé
(Solo adesso ho il coraggio di riascoltarla. È bella.)

 

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Perché io sono furba.

Programma per mercoledì 24/08/2011:
– Assumere una massiccia dose di sonnifero.
– Mettersi a letto.

Programma per venerdì 26/08/2011:
– Svegliarsi.
– Preparare una megacolazione ricca di zuccheri complessi.

 

Nel frattempo, stordirsi con la musica.
Vai con un pezzo a caso.

“Estate, sei calda come i baci che ho perduto
sei piena di un amore che è passato
che il cuore mio vorrebbe cancellare
Odio l’estate
che ha dato il suo profumo ad ogni fiore
l’estate che ha creato il mio amore
per farmi poi morire di dolore
Odio l’estate…
Tornerà un altro inverno
cadranno mille petali di rose
la neve coprirà tutte le cose
e il cuore un po’ di pace troverà
Odio l’estate…”

      

……..No.
Questo non va bene.
Vai con un altro pezzo, sempre a caso.

“E la chiamano estate
questa estate senza te
ma non sanno che vivo
ricordando sempre te
Il profumo del mare
non lo sento, non c’è più
Perche non torni qui
vicina a me…
E le chiamano notti
queste notti senza te
ma non sanno che esiste
chi di notte piange te
Ma gli altri vivono,
parlano, amano
e la chiamano estate
questa estate senza te…”

 

Uhm… Mi sorge un dubbio: Forse dovrei eliminare Bruno Martino dalla mia playlist estiva. Così, a naso.

 

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